brexit – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 07 Nov 2018 14:23:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png brexit – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 I costi di roaming torneranno in Gran Bretagna https://www.datamanager.it/2018/11/i-costi-di-roaming-torneranno-in-gran-bretagna/ Fri, 02 Nov 2018 11:54:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=178103 Secondo un rapporto del governo britannico, il mancato accordo sulla Brexit potrebbe ricadere sugli utenti che si recano nei paesi dell’Unione I dubbi su quando e come entrerà in vigore la Brexit stanno causando parecchi grattacapi a varie industry che hanno a che fare con il Regno Unito, tra cui anche gli operatori telefonici. A […]

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Secondo un rapporto del governo britannico, il mancato accordo sulla Brexit potrebbe ricadere sugli utenti che si recano nei paesi dell’Unione

I dubbi su quando e come entrerà in vigore la Brexit stanno causando parecchi grattacapi a varie industry che hanno a che fare con il Regno Unito, tra cui anche gli operatori telefonici. A quanto pare, secondo un recente rapporto del governo di Londra, i mancati accordi sulle modalità di uscita dall’Unione Europea potrebbero, almeno in un primo momento, reintrodurre i costi di roaming sia per gli europei che si recano in Gran Bretagna che per i cittadini di Sua Maestà che viaggiano fuori dai confini, ma nei paesi della UE. La riunione sul mercato unico digitale del 24 ottobre ha confermato il sospetto che l’attuale libertà di circolazione senza sovrattassa verrà probabilmente eliminata: “Gli operatori dell’area UE27 potranno mettere in atto tariffe di roaming per le telco nazionali, il che vorrebbe dire chiedere ai consumatori britannici di sostenere spese aggiuntive all’estero.

Cosa succede

Prosegue il rapporto: “Il governo non può impedire tale conseguenza ma solo limitarla. E anche in quel caso, gli operatori potrebbero recuperare i costi della Brexit in altre modalità, ad esempio tramite passaggi e portabilità a prezzi più elevati”. L’aumento delle tariffe di roaming avrebbe un effetto significativamente più dannoso per gli operatori che non fanno parte di un gruppo con una presenza commerciale di grandi dimensioni in Europa e i soggetti virtuali (MVNO).

Ma un simile panorama interesserebbe anche internet. Un caso tra tutti la rimozione del divieto di geoblocking nell’area europea, dunque il ritorno allo schema precedente che prevede un blocco dello streaming per quei servizi che potranno essere fruiti solo dal paese di origine del contratto. Un inglese che ha un abbonamento a Netflix o Spotify, varcando la Manica potrebbe vivere concrete difficoltà nell’accesso. Al momento però, senza accordi tutto è ancora sul tavolo, ed è difficile ipotizzare cosa rientrerà nei piani di Brexit e cosa no ma qualcosa dovrà sicuramente muoversi da qui alla fine dell’anno.

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Facebook sospende AggregateIQ dopo Cambridge Analytica https://www.datamanager.it/2018/04/facebook-sospende-aggregateiq-dopo-cambridge-analytica/ Mon, 09 Apr 2018 11:24:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145305 Facebook ha sospeso in via preventiva AggregateIQ, azienda che si occupa di analisi dei dati, per valutare i suoi rapporti con Cambridge Analytica Lo scandalo Cambridge Analytica si allarga. Facebook ha deciso di sospendere AggregateIQ, azienda canadese specializzata nell’analisi dei dati, perché avrebbe avuto rapporti con Strategic Communication Laboratories (SCL), società che controlla Cambridge Analytica. […]

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Facebook ha sospeso in via preventiva AggregateIQ, azienda che si occupa di analisi dei dati, per valutare i suoi rapporti con Cambridge Analytica

Lo scandalo Cambridge Analytica si allarga. Facebook ha deciso di sospendere AggregateIQ, azienda canadese specializzata nell’analisi dei dati, perché avrebbe avuto rapporti con Strategic Communication Laboratories (SCL), società che controlla Cambridge Analytica. Quest’ultima secondo un’inchiesta del The Guardian le avrebbe fornito i dati relativi a diversi iscritti al social network per realizzare alcune campagne pubblicitarie mirate durante la campagna in favore della Brexit. I rapporti tra le due aziende sarebbero stati confermati alcune settimane fa anche da Christopher Wylie, ex direttore della ricerca di Cambridge Analytica, durante un’audizione al Parlamento britannico.

Facebook, che ha bloccato centinaia di account coinvolti nello scandalo Russiagate, ha attivato la sospensione di AggregateIQ in un’ottica preventiva. Il colosso di Menlo Park ha quindi avviato alcune indagini per valutare se effettivamente esiste un legame tra l’azienda canadese e Cambridge Analytica. AggregateQI ha negato di aver gestito o avuto accesso alle informazioni raccolte illecitamente dalla società di data mining del Regno Unito. Nel frattempo anche i Garanti della Privacy di Canada e British Columbia hanno avviato le proprie indagini sulle attività di AggregateIQ.

Facebook sta facendo il possibile per rimediare ai propri errori in merito alla protezione della privacy dei suoi utenti. Il CEO Mark Zuckerberg ha pubblicamente chiesto scusa per la violazione di milioni di profili in tutto il mondo ma anche ammesso che ci vorranno anni per garantire la sicurezza dei dati e fermare la diffusione di fake news all’interno della piattaforma.

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Lo spettro del roaming dietro la Brexit https://www.datamanager.it/2018/03/lo-spettro-del-roaming-dietro-la-brexit/ Thu, 08 Mar 2018 14:37:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143046 Il governo britannico ha confermato l’uscita dal Digital Single Market che vorrebbe dire nuovi vincoli sul traffico voce e rete per gli europei che entrano nel Regno Unito (e i residenti che escono) Uno dei principali timori per i turisti europei a seguito della Brexit sta per avverarsi. Il governo di Londra ha infatti confermato […]

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Il governo britannico ha confermato l’uscita dal Digital Single Market che vorrebbe dire nuovi vincoli sul traffico voce e rete per gli europei che entrano nel Regno Unito (e i residenti che escono)

Uno dei principali timori per i turisti europei a seguito della Brexit sta per avverarsi. Il governo di Londra ha infatti confermato una delle conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il venir meno del rispetto delle norme del Digital Single Market. Il mercato unico digitale è alla base della fine dei costi di roaming, che oramai da mesi permettono a chi gira per i paesi della UE di sfruttare i bundle voce, sms e dati senza oneri aggiuntivi.

Sebbene ancora oggi non vi siano vincoli per i non britannici che entrano in terra d’Albione e i residenti che vanno fuori per motivi di lavoro e svago, all’entrata in vigore della Brexit le cose potrebbero cambiare radicalmente. Il primo ministro Theresa May ha dichiarato di recente: “Sul piano delle strategie digitali, il Regno Unito non farà più parte del Digital Single Market, che comunque continuerà nel proprio lavoro di ottimizzazione e gestione in ambito UE”.

Cosa vuol dire

L’uscita dalla coalizione non vorrà dire, per forza di cose, ritorno del roaming ma questa è una possibilità del tutto validata dalla legge. A quanto pare, la gestione dei costi del mobile in Europa potrebbero essere soggetti a discrezioni dei singoli operatori. H3G UK e Vodafone hanno già espresso la volontà di non reintrodurre i limiti nazionali, per favorire la connettività anche in un paese esterno all’Unione ma tappa, incessante, di scambi culturali e professionali.

”Vogliamo il meglio per i nostri clienti – ha detto David Dyson, CEO di H3G – li lasceremo navigare e parlare ovunque sia possibile in Europa, così come fanno a casa”. Non è chiaro se due delle principali telco britanniche, O2 e EE, seguiranno le disposizioni del governo attivando il roaming ma di tempo ce n’è visto che l’iter ufficiale si concluderà il 29 marzo 2019.

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Un computer da 1 miliardo di euro per battere la Cina https://www.datamanager.it/2018/01/un-computer-1-miliardo-euro-battere-la-cina/ Tue, 16 Jan 2018 19:30:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138969 L’Italia è tra i 13 paesi fautori di EuroHPC, una macchina destinata a comandare la classifica dei sistemi più potenti al mondo C’è lo sforzo di tutta l’Unione Europa dietro il progetto EuroHPC, che vede l’Italia in prima linea. Si tratta di un’iniziativa volta a creare un supercomputer che sia in grado di effettuare un […]

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L’Italia è tra i 13 paesi fautori di EuroHPC, una macchina destinata a comandare la classifica dei sistemi più potenti al mondo

C’è lo sforzo di tutta l’Unione Europa dietro il progetto EuroHPC, che vede l’Italia in prima linea. Si tratta di un’iniziativa volta a creare un supercomputer che sia in grado di effettuare un milione di miliardi (cioè cento quadrilioni) di operazioni al secondo, un record per il settore dell’informatica. Entro il 2020, tecnici congiunti continentali lavoreranno per realizzare il sistema che costerà 1 miliardo di euro, non solo a scopo di ranking.

L’obiettivo è infatti quello di ottenere una piattaforma che conservi informazioni e dati sensibili a livello internazionale, protetti e a prova di intrusione, così da non doversi affidare a soluzioni oltreoceano, che peraltro cozzano con l’attuazione della prossima normativa in materia di general data protection. Nell’idea dei fautori, EuroHPC rappresenta un passo fondamentale verso una nuova generazione di sistemi scalabili, che in futuro dovranno arrivare a eseguire un numero di calcoli anche maggiore, senza grossi interventi hardware.

Uniti contro il potere cinese

Insieme all’Italia, le altre nazioni che lo scorso marzo hanno firmato l’accordo di partnership sono Belgio, Bulgaria, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svizzera, alle quali potranno affiancarsi associazioni ed enti privati, con l’opportunità di supportare economicamente e con il proprio know-how l’iniziativa. Trattandosi di un progetto legato all’Unione Europea, il Regno Unito è stato escluso dalla lista, sebbene pare che nei mesi scorsi scienziati e tecnici britannici abbiano svolto un ruolo attivo nello sviluppo del supercomputer.

Probabilmente, come accadrà per gli investitori privati, anche al governo di Londra verrà riconosciuto lo sforzo profuso per tentare di battere la Cina in un campo che la vede dominare da parecchi anni, anche se non in maniera ufficiale (ovvero governativa), per evitare fraintendimenti con il resto dei paesi dell’Unione coinvolti.

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Twitter: scoperti 29 falsi profili a sostegno della Brexit https://www.datamanager.it/2017/11/134995/ Mon, 13 Nov 2017 18:30:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134995 Twitter ha scoperto che alcuni falsi profili hanno fatto propaganda pro Brexit con tweet razzisti e contro i musulmani E’ ormai dimostrato che alcuni utenti in Russia hanno cercato di influenzare le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 facendo propaganda in favore di Donald Trump attraverso i social network. Lo stesso Facebook, che ha dovuto rivedere […]

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Twitter ha scoperto che alcuni falsi profili hanno fatto propaganda pro Brexit con tweet razzisti e contro i musulmani

E’ ormai dimostrato che alcuni utenti in Russia hanno cercato di influenzare le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 facendo propaganda in favore di Donald Trump attraverso i social network. Lo stesso Facebook, che ha dovuto rivedere al rialzo le sue stime sul numero di profili falsi o doppi, ha confermato che 126 milioni di americani hanno visualizzato post creati appositamente per favorire la vittoria dell’attuale residente della Casa Bianca. La piattaforma di Menlo Park non è stata però l’unico social network a essere utilizzato a questo scopo. Anche Twitter ha dovuto affrontare il problema e oggi ha scoperto che alcuni falsi profili hanno cercato di influenzare il voto sulla Brexit.

Dietro a questa propaganda illecita ci sarebbe ancora la Russia ma al momento non ci sono prove schiaccianti contro il Cremlino. Twitter, che ha dato a tutti l’opportunità di utilizzare 280 caratteri, ha individuato almeno 29 account che attraverso post di carattere razzista, xenofobo e anti-Islam associati all’hashtag #Brexit hanno cercato di convincere l’opinione pubblica britannica a scegliere di abbandonare l’Unione Europea. Gli account in totale potevano contare su oltre 270mila follower e i loro tweet, pubblicati nel giugno dell’anno scorso a ridosso del voto, sono stati ri-condivisi centinaia di volte. E’ ormai evidente che i social network possono diventare uno strumento anti-democratico e che possano influenzare in modo potente (alcuni parlano di vera a propria manipolazione) le opinioni di singoli. Proprio per questo Facebook, Twitter e altre aziende che operano sul web hanno introdotto vari strumenti per identificare i falsi profili e renderli inoffensivi.

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Il 70% dei decisori IT europei vede nella Brexit un’opportunità economica https://www.datamanager.it/2017/11/70-dei-decisori-it-europei-vede-nella-brexit-unopportunita-economica/ Tue, 07 Nov 2017 16:47:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134571 Nel periodo dell’anno in cui le organizzazioni europee guardano al 2018, Francia, Belgio, Italia e Svizzera suggeriscono che l’addio della Gran Bretagna all’UE può essere invece un’opportunità Interoute svela che, secondo i risultati di una nuova ricerca appena condotta, circa il 63% delle aziende europee è fiducioso riguardo l’anno alle porte, e si aspetta una crescita […]

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Nel periodo dell’anno in cui le organizzazioni europee guardano al 2018, Francia, Belgio, Italia e Svizzera suggeriscono che l’addio della Gran Bretagna all’UE può essere invece un’opportunità

Interoute svela che, secondo i risultati di una nuova ricerca appena condotta, circa il 63% delle aziende europee è fiducioso riguardo l’anno alle porte, e si aspetta una crescita significativa. I dati sono rassicuranti anche riguardo la posizione del Regno Unito, che, nonostante le prospettive preoccupanti, appare solo leggermente indietro rispetto alla media europea, con il 61%. In un periodo in cui il clima politico offre opportunità ai Paesi e alle aziende che dimostrano di saper tenere il passo, ben il 70% degli intervistati pensa che l’uscita della Gran Bretagna rappresenti un’opportunità per la propria azienda.

La ricerca, che ha coinvolto più di 800 responsabili IT in tutta Europa, rivela che la fiducia delle aziende, riguardo l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, è particolarmente elevata in Francia (83%) e in Belgio (78%), mentre è minore in Svezia (49%). Se la percezione della Brexit è risultata in media positiva in Europa, il 63% dei responsabili IT ricorda invece che potrebbe portare sulla strada della disgregazione dell’UE. In Germania (78%), Francia (70%) e Italia (66%) quest’idea è particolarmente radicata.

Percentage of respondents that strongly agree Britain leaving the EU is an opportunity Percentage of respondents that strongly agree Brexit could result in the disintegration of the EU
France 83% 70%
Germany 67% 78%
Denmark 70% 46%
Italy 76% 66%
Sweden 49% 59%
Netherlands 63% 60%
Belgium 78% 60%
Switzerland 74% 64%
European average 70% 63%

 

Vista l’evoluzione del clima politico, il 95% degli intervistati ha ammesso che la Brexit ha avuto un impatto concreto sui loro processi decisionali. Il 96% ha dichiarato invece che i propri processi decisionali sono stati influenzati dal clima di incertezza generale che aleggia in Europa (esempi di questo, la politica estera adottata da Russia e USA). Proprio perché le organizzazioni si sono ritrovate a far fronte ad un panorama economico in evoluzione, la maggior parte dei responsabili IT ha modificato le proprie scelte riguardo le infrastrutture, puntando maggiormente sull’agilità. Il 61% delle organizzazioni, in totale, è impegnato in nuovi progetti legati alla digital transformation. Il Regno Unito si distacca di poco dalla media europea, visto che il 60% dei responsabili IT sta investendo in tecnologie che consentano di innovare costantemente, salvaguardando così la propria competitività.

In tutta Europa, la scintilla per lo sviluppo di progetti inerenti alla digital transformation deriva da fattori come l’abbattimento dei costi grazie al miglioramento delle operazioni (nel 46% dei casi), la valorizzazione dell’experience dei dipendenti attraverso più funzionalità mobile e social (nel 45% dei casi) e il miglioramento della customer experience (nel 41% dei casi).

Matthew Finnie, CTO di Interoute, ha commentato: “Il Regno Unito e il resto d’Europa oggi si ritrovano nel mezzo di un periodo di incertezza politica, che coinvolge i responsabili IT di tutti i settori. Le generazioni più ambiziose colgono questo momento come un’opportunità, un periodo in cui, con gli investimenti nelle tecnologie giuste, è possibile generare una forte crescita, e migliorare al contempo l’experience di dipendenti e clienti. I cambiamenti in materia di politica estera, la Brexit, e persino la nuova normativa GDPR costringono le organizzazioni a rivedere gli aspetti legali, finanziari e operativi delle proprie attività. Il significato della digital transformation è creare un’organizzazione che sia abbastanza flessibile da trovare una risposta ai cambiamenti geopolitici e del mercato. E le organizzazioni che si attivano in questo momento per essere sicure di poter contare sull’infrastruttura digitale più appropriata saranno certamente quelle che, in questi tempi di incertezza, otterranno i risultati migliori”

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Fermi tutti: ipotesi Russia dietro il voto della Brexit https://www.datamanager.it/2017/11/fermi-tutti-ipotesi-russia-dietro-voto-della-brexit/ Mon, 06 Nov 2017 19:30:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134443 Dopo lo scandalo degli adv di Facebook che avrebbero influenzato l’elezione di Trump ecco il dubbio della commissione britannica sull’uscita dall’Europa Due esiti per nulla scontati, anzi opposti a quanto affermavano gli analisti. Da un lato l’elezione del Presidente Donald Trump, cha ha sconfitto la favorita Hillary Clinton, dall’altra la decisione storica del popolo britannico […]

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Dopo lo scandalo degli adv di Facebook che avrebbero influenzato l’elezione di Trump ecco il dubbio della commissione britannica sull’uscita dall’Europa

Due esiti per nulla scontati, anzi opposti a quanto affermavano gli analisti. Da un lato l’elezione del Presidente Donald Trump, cha ha sconfitto la favorita Hillary Clinton, dall’altra la decisione storica del popolo britannico di uscire dall’Europa nella cosiddetta Brexit. Qualcosa lega i due momenti già passati agli annali di storia? Probabilmente si: Mosca. Secondo Bob Posner, direttore della finanza politica e regolamentazioni della commissione elettorale del Regno Unito, sarebbe opportuno indagare sull’eventuale coinvolgimento della Russia nelle piattaforme di comunicazione, soprattutto social, che hanno anticipato il voto, per capire se in atto sia stata messa un’operazione simile a quella pro-Trump, confermata da Facebook nei giorni scorsi.

Cosa succede

In quel caso, il social network aveva ammesso che un potenziale di 126 milioni di americani avrebbero visto i banner pubblicitari comprati dalla Russia per cercare di spingere l’elezione repubblicana, con un’azione poi ripetuta su Instagram, dove sono stati scoperti adv diffusi ad almeno 20 milioni di iscritti. La strategia 2.0 del Cremlino è stata utilizzata anche per la Brexit? Difficile dirlo adesso ma la politica di Sua Maestà è pronta a valutare bene ogni questione. “Le varie campagne di comunicazione per il voto si sono mosse, anno dopo anno, sul terreno del digitale – ha detto – ciò ha portato a sviluppare tecniche di targetizzazione sempre più avanzate, dove la capacità di inviare messaggi personalizzati è divenuta fondamentale per raggiungere certi obiettivi. Se abbiamo un compito, questo è assicurare che vi sia la più completa trasparenza in tale diffusione, e minimizzare il più possibile eventuali interferenze, da qualsiasi parte arrivino”. A quanto pare, sia Facebook che Twitter sono stati chiamati in causa da Posner e non si esclude che nei prossimi giorni le analisi non vadano più a fondo sull’argomento.

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Brexit, business as usual? https://www.datamanager.it/2016/10/brexit-business-as-usual/ Fri, 21 Oct 2016 13:06:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=111845 Ha vinto il sì, ma i venture capital sembrano essere di altro parere. Nuove strategie ma soprattutto nuovi vuoti che dovranno essere colmati Il rientro dalle vacanze è sempre difficile, ma soprattutto ciò che risulta più arduo è riprendere la consapevolezza di tutto quello che è accaduto nei caldi mesi estivi. I riflessi di quelle […]

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Ha vinto il sì, ma i venture capital sembrano essere di altro parere. Nuove strategie ma soprattutto nuovi vuoti che dovranno essere colmati

Il rientro dalle vacanze è sempre difficile, ma soprattutto ciò che risulta più arduo è riprendere la consapevolezza di tutto quello che è accaduto nei caldi mesi estivi. I riflessi di quelle giornate di sole non mancheranno di risplendere nuovamente nelle lunghe giornate autunnali. Non sembra, infatti, possibile far finta che la Brexit o meglio il sì alla Brexit non sia mai accaduto. La tanto attesa votazione dell’anno è avvenuta e l’esito è stato del tutto inaspettato. Secondo le analisi di luglio e agosto del Financial Times, le società di venture capital a livello globale hanno acquisito decine di partecipazioni in startup tecnologiche inglesi nel periodo immediatamente successivo all’esito del referendum inglese. Secondo i dati raccolti dalle analisi sugli investimenti compiute da Pitchbook per London&Partners, l’organismo di promozione per l’ufficio del sindaco di Londra, le società britanniche specializzate nel settore della tecnologia, hanno attirato ben 200 milioni di dollari di raccolta fondi attraverso 42 offerte poco dopo lo svolgimento del referendum sulla fondamentale decisione per la Gran Bretagna di restare o meno all’interno dell’UE.

Tuttavia, nonostante il dato di cui sopra faccia ben sperare, non si può nascondere che rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso vi sia stato un significativo rallentamento. Solo un anno fa, infatti, circa il doppio delle offerte è stato portato a termine con ben 338 milioni di dollari di investimenti nel capitale di rischio: flussi di denaro che poi si sono riversati nelle startup inglesi. È anche vero però che Darktrace, una società di sicurezza informatica nel Regno Unito, è riuscita ad attrarre più investimenti di qualsiasi altra startup inglese il mese successivo a quello in cui il Regno Unito ha votato per lasciare l’UE, raccogliendo 65 milioni di dollari da parte degli investitori. L’operazione di raccolta fondi è avvenuta sulla base di una valutazione di Darktrace superiore ai 400 milioni. Questi numeri che già sono molto alti non tengono conto poi dell’annuncio fatto dalla giapponese SoftBank che ha accettato di acquistare la più grande società tecnologica della Gran Bretagna, ARM Holdings per 24,3 miliardi di sterline. «Questa è un’ulteriore prova del fatto che Londra è al primo posto quando si tratta di tecnologia e la sua diversità e il suo spirito imprenditoriale continuano ad attrarre investimenti da tutto il mondo» – ha detto il sindaco di Londra, Sadiq Khan. «Questo investimento dimostra che Londra è sempre aperta per il business, aperta a nuove idee e continuerà ad accogliere i migliori talenti da tutto il mondo» – ha aggiunto il sindaco. Eileen Burbidge, partner presso la società di venture capital Passion Capital, ha dichiarato che in ogni caso Londra «resta il più grande centro tecnologico in Europa e continua ad attrarre i migliori talenti e le aziende di tutto il mondo». Non solo. «Questi sono i fattori interessanti per un investitore e ci saranno molte opportunità di investimento nei prossimi mesi e anni a venire».

Tuttavia, l’ottimismo del signor Khan e della signora Burbidge è in netto contrasto con una recente indagine che ha preso in considerazione oltre 1.200 persone che lavorano nel Regno Unito nell’ambito della tecnologia. È stato riscontrato che quasi il 75% dei leader del settore ritengono che la situazione economica sia destinata a peggiorare e non a migliorare. Tech City UK, l’ente sostenuto dal governo che promuove il settore tecnologico del paese, ha intervistato 1.205 persone che lavorano nel settore della tecnologia tra il 27 giugno e il 5 luglio, con quasi i due terzi degli intervistati rappresentati da fondatori o amministratori delegati. Poco più di un terzo degli intervistati ha definito la situazione attuale “business as usual” dopo il voto Brexit, ma la restante parte ha ammesso la previsione di un ridimensionamento delle proprie ambizioni di crescita a seguito della decisione di lasciare l’UE.


#venturecapital Brexit, business as usual? @simeoneantonio1
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Fondo europeo per gli investimenti

Secondo i sondaggi ante referendum, la comunità Tech britannica era fortemente a favore della decisione di rimanere in Europa, con diverse startup che addirittura hanno dichiarato che avrebbero lasciato Londra, se il Regno Unito avesse votato a favore dell’uscita dall’UE. Le maggiori preoccupazioni nel mondo imprenditoriale si sono rivolte prevalentemente in due direzioni: da un lato la paura di non riuscire in futuro ad attirare in Inghilterra nuovi talenti, e dall’altro le preoccupazioni verso le possibili fluttuazioni della sterlina nonché verso l’accesso delle newco al mercato unico. Da quando la Gran Bretagna è alle prese con la sua decisione di lasciare l’Europa, tuttavia non è stato dato abbastanza rilievo a una questione, in altre parole l’affidamento degli imprenditori su un gruppo di funzionari UE a Lussemburgo. Si tratta del Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI). È relativamente una piccola istituzione, con solo 400 dipendenti, ma è sempre riuscita a dare un grande sostegno alle startup del Regno Unito e all’industria del capitale di rischio sottostante. Tra il 2011 e il 2015 il Fondo Europeo ha investito 2,3 miliardi di euro in 144 fondi di venture capital con sede nel Regno Unito ed enti simili, un numero che rappresenta più di un terzo di tutti gli investimenti avvenuti nel settore tecnologico.

Michael Collins, vice amministratore delegato di Invest Europe, afferma che l’importanza del FEI non può essere sottovalutata. Si tratta di «un enorme investitore nel capitale di rischio e fondi di crescita di capitale in tutta Europa». Per Tim Hames, direttore generale del British Private Equity e di Venture Capital Association, ciò che rende il FEI speciale non è solo la misura del suo sostegno, ma il fatto che sia disposto a continuare a investire negli stessi fondi ancora e ancora. «E il suo ruolo non riguarda solo il momento di vita iniziale delle startup come capitale di avviamento. Si tratta di un persistente investitore a lungo termine» – ha detto Hames. «È un partner vero e proprio piuttosto che un ente destinato solo a gonfiare le valutazioni. Forse, sarà possibile sostituire il denaro, ma come si fa a mantenere la stessa cultura»? Paul Shea, amministratore delegato di Beechbrook Capital, che fornisce finanziamenti a medio-lungo termine per le piccole e medie imprese nel Regno Unito e in Europa, ha ricevuto fondi dal FEI in tre occasioni. Più di recente, il FEI ha investito 30 milioni di euro il primo agosto in un fondo di debito privato Beechbrook. Hanno investito nonostante l’esito del referendum, e siamo molto riconoscenti di questo, ma non è dato sapere se questo trend di fiducia sia destinato a persistere.

L’istituzione di Lussemburgo darà finanziamenti solo dopo un accurato processo di due diligence. Inoltre, secondo la normativa vigente del FEI, i suoi prestiti sono limitati alle nazioni dell’Unione Europea, ai membri dell’Associazione europea così come ai potenziali candidati desiderosi di aderire all’UE. Pertanto, la vera domanda sarà come sostituire il vuoto lasciato dal Fondo Europeo per gli Investimenti. Il Fondo europeo ha cercato per ora di mantenere un tono rassicurante dichiarando che «non cambierà il suo approccio alle operazioni nel Regno Unito», mentre i negoziati per l’uscita britannica sono in corso. Tuttavia, il settore del venture capital teme che il FEI, in pratica, non sarà in grado di ignorare il risultato del voto per molto tempo. Più che altro, i venture capital dovranno iniziare a puntare le loro mire anche al di fuori della Gran Bretagna. Difficilmente, infatti, i venture capital inglesi saranno ben accolti alle porte di Lussemburgo, ma è anche probabile che alla fine tutto si risolva con una stretta di mano tra gentlemen. In fondo il business è sempre business.

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Mutui Italia I trimestre 2016: erogazioni +55% https://www.datamanager.it/2016/07/mutui-italia-trimestre-2016-erogazioni-55/ Tue, 12 Jul 2016 17:00:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105452 Continua il trend positivo. Effetto Brexit da valutare EROGAZIONI ITALIA Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 11.003 milioni di euro nel primo trimestre 2016. Rispetto allo stesso trimestre del 2015 si registra un aumento delle erogazioni pari a +55%, per un controvalore di +3.904,7 mln di euro. È quanto emerge dai […]

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Continua il trend positivo. Effetto Brexit da valutare

EROGAZIONI

ITALIA

Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 11.003 milioni di euro nel primo trimestre 2016. Rispetto allo stesso trimestre del 2015 si registra un aumento delle erogazioni pari a +55%, per un controvalore di +3.904,7 mln di euro. È quanto emerge dai dati riportati nel Bollettino Statistico II-2016 pubblicato da Banca d’Italia nel mese di Luglio 2016.

Prosegue il trend positivo del mercato del credito: le erogazioni sono in aumento da due anni e per il quarto trimestre consecutivo superano i 10 miliardi di euro. Questo trend è suffragato anche dalle performance positive riscontrate mensilmente, che vedono incrementi importanti a partire dalla metà del 2014 e ancora elevati a Marzo e Aprile 2016, nonostante un lieve rallentamento della crescita.

Guardando ai numeri degli ultimi 12 mesi, e considerando quindi il periodo Aprile 2015-Marzo 2016, riscontriamo che sono stati erogati alle famiglie italiane finanziamenti per l’acquisto della casa per 45.152 mln di euro. Il saldo annuo, se confrontato con quanto rilevato nei 12 mesi precedenti (Aprile 2014-Marzo 2015), segna un aumento dei volumi pari a +73,4%, per un controvalore di +19.109 mln di euro.

MACROAREE

Il primo trimestre 2016 vede un incremento delle erogazioni in tutte le macroaree, come avviene ormai da più di un anno. La performance migliore spetta al Sud Italia, dove i quasi 1.600 milioni di euro sono il 70,7% in più rispetto a quanto erogato nel primo trimestre 2015. L’aumento è solo leggermente inferiore (+68,7%) nelle Isole, che però hanno il minor volume di erogato, con quasi 700 milioni di euro tra Sardegna e Sicilia.

Il Nord-Ovest si conferma la macroarea dove si eroga di più, con più di 3,6 miliardi di euro, pari al 52,1% in più in raffronto all’anno scorso; performance migliore, invece, per il Centro Italia, che eroga quasi 2,8 miliardi di euro, ossia il 56,1% rispetto all’anno scorso. Il Nord-Est fa segnare un aumento del 45,4% su base annua e in questi primi tre mesi del 2016 eroga 2.305,6 milioni di euro.

Analizzando il periodo che va da Aprile 2015 a Marzo 2016 si registrano volumi in aumento in tutte le macroaree italiane. Il Meridione eroga 6,4 mld di euro e fa ancora segnare il miglior andamento, con un incremento quasi del 90%. Con un aumento dell’81,1% e volumi pari a 11,3 mld di euro, il Centro Italia si posiziona al secondo posto sia per andamento sia per totale erogato. Con 15 mld di euro, invece, è il Nord-Ovest l’area dove si eroga di più e i suoi volumi sono aumentati del 66,7%; la performance è simile nel Nord-Est, dove però i volumi sono 9.640 mln di euro.

REGIONI

Come avviene da più di un anno, anche nel primo trimestre 2016 tutte le regioni italiane fanno segnare volumi in aumento, tra l’altro con variazioni importanti. La Basilicata raddoppia i propri volumi (+115,8%), subito dietro si posizionano Sardegna e Umbria, regioni in cui le erogazioni sono aumentate rispettivamente del 94,3% e 90,8%.

PROVINCE

Nel primo trimestre 2016 solo 3 delle 110 province analizzate hanno evidenziato variazioni in diminuzione, comunque contenute, 14 province raddoppiano i propri volumi e addirittura Potenza li triplica (+201,5%).

Erogazioni trimestrali Italia - Gruppo Tecnocasa

ASPETTI CONGIUNTURALI

ANDAMENTO DELLE CONSISTENZE

Nel primo trimestre 2016 si registra uno stock di mutui in essere pari a 295.147 mln di euro, in leggera diminuzione rispetto al trimestre precedente (-0,5%) ma in lieve aumento in relazione allo stesso periodo dell’anno scorso (+0,4%).

IMPORTO MEDIO DI MUTUO

Attraverso la base dati interna all’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa è stata analizzata la tendenza rispetto alla quantificazione media dell’importo di mutuo.

Il ticket medio nazionale si è attestato a circa 109.500 €, in aumento rispetto a quanto riscontrato nel primo trimestre 2015. La ripartizione geografica vede il Nord-Ovest in linea con il dato nazionale, le Isole a un livello leggermente inferiore mentre il Nord-Est e il Centro Italia si mantengono sopra il dato medio italiano; fa eccezione il Mezzogiorno che, pur superando la barriera dei 100.000 €, si posiziona nettamente sotto.

Di seguito il dettaglio del ticket medio per tutte le macroaree:

TICKET MEDIO DI MUTUO

Valori in Euro

MACROAREA I TRIM. 2016 I TRIM. 2015 Var. %
TOTALE ITALIA 109.500 108.000 +1,4%
ITALIA NORD-OCCIDENTALE 109.600 108.700 +0,8%
ITALIA NORD-ORIENTALE 113.400 107.500 +5,5%
ITALIA CENTRALE 116.300 117.900 -1,4%
ITALIA MERIDIONALE 100.800 99.600 +1,2%
ITALIA INSULARE 108.300 103.000 +5,1%
Elaborazione Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa su dati interni

 

I TASSI D’INTERESSE

Le dinamiche economico-finanziarie che stanno influenzando l’area Euro hanno spinto la Banca Centrale Europea a ritoccare più volte al ribasso il tasso di riferimento BCE. Dopo i tagli del 2013, che lo avevano portato a 0,25%, gli interventi sono continuati a breve distanza a Giugno e Settembre 2014, con una riduzione di 0,10 bps in entrambi i casi. Da allora il tasso è rimasto stabile a 0,05%, fino al fresco taglio di Marzo 2016, che lo ha portato alla sua quotazione minima di sempre (0%).

Dai massimi di Luglio 2011 (1,60%), il tasso Euribor (3 mesi) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato rapidamente a quota 0,19% a Dicembre 2012, per attestarsi poco sopra 0,20% per tutto il 2013 e il 2014, salvo andare addirittura sottozero da Maggio 2015. La quotazione di Giugno 2016 è -0,27%.

Dopo aver mantenuto una media intorno al 3,4% nel 2011, l’Eurirs (25 anni) è sceso a Giugno 2012 a quota 2,13% ma, contrariamente all’Euribor, è tornato a crescere fino a 2,75% a Settembre 2013. Da quel momento ha iniziato la fase discendente che lo ha portato al suo nuovo minimo ad Aprile 2015 con 0,82%, per poi riprendere quota a 1,12% a Febbraio e Marzo 2016 e scendere sotto quota 1% a Giugno 2016.

Stando alle dinamiche dei tassi di Giugno 2016, abbiamo calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 € e che lo spread medio di mercato si attesti a 1,40% per il tasso fisso e a 1,50% per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso sosterremmo una rata di 487 euro, circa 60 euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 426 euro.

CONCLUSIONI

Si avvertono i primi, ma comunque timidi, segnali di rallentamento della crescita iniziata ormai due anni fa. Adesso è ancora molto presto per trarre delle conclusioni, ma la Brexit potrebbe influenzare il settore creditizio e finanziario del nostro Paese, che sembrava aver trovato una via d’uscita dopo la crisi iniziata quasi dieci anni fa. In ogni caso l’offerta continuerà a essere interessante e, con tutte le cautele del caso, le banche erogheranno maggiormente rispetto al passato. I principali indici di riferimento dei tassi sono ancora a livelli molto bassi, riducendo in questo modo il costo dei finanziamenti e creando nuove opportunità per il mercato e le famiglie.

Non da ultimo vanno segnalate le manovre adottate dalla Banca Centrale Europea allo scopo di sostenere i finanziamenti a famiglie e imprese, come testimoniato recentemente dal taglio dei tassi di interesse sui depositi e dal proseguimento del Quantitative Easing. Resterà ancora da capire come la BCE e le istituzioni europee si muoveranno dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Inoltre bisogna considerare le prospettive economiche e l’andamento del mercato del lavoro che crescono troppo lentamente, nonché il livello del contenzioso dei mutui condizionato dalla situazione economica del nostro Paese.

Sebbene più morbide rispetto al passato, le politiche di erogazione rimarranno prudenziali per tutto il 2016 e la qualità del portafoglio degli istituti continuerà ad essere un fattore determinante che condizionerà le politiche di erogazione nei prossimi mesi.

Il 2015 si è chiuso con un aumento delle erogazioni rispetto a quanto rilevato nel 2014, anche per effetto della significativa crescita dei finanziamenti di surroga.

Il 2016 è iniziato bene e dovrebbe continuare così per tutto l’anno, ma con una riduzione delle erogazioni relative alle surroghe.

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La Brexit ha fatto impennare le e-mail spam https://www.datamanager.it/2016/07/la-brexit-impennare-le-mail-spam/ Thu, 07 Jul 2016 16:59:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105226 Symantec Threat Intelligence afferma che nell’ultimo mese i messaggi spam con il termine Brexit sono cresciuti del 329% La Brexit non ha solamente sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma ha anche provocato un aumento esponenziale dello spam. Gli hacker hanno sfruttato il momento e i sentimenti contrastanti provocati dal referendum per rubare dati […]

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Symantec Threat Intelligence afferma che nell’ultimo mese i messaggi spam con il termine Brexit sono cresciuti del 329%

La Brexit non ha solamente sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma ha anche provocato un aumento esponenziale dello spam. Gli hacker hanno sfruttato il momento e i sentimenti contrastanti provocati dal referendum per rubare dati e infettare PC tramite una strategia di social engineering.

Nell’ultimo periodo Symantec Threat Intelligence ha identificato e bloccato un numero superiore del 392% di e-mail spam che presentavano il termine Brexit. A giugno la società di sicurezza ha individuato 81.323 messaggi di posta pericolosi. Tra il 24 giugno e il 5 luglio il numero di spam legato al Brexit è cresciuto a 399.892 unità.

“Minacce come lo spam, il phishing e i malware, che sfruttano gli eventi più importanti del momento per provare a sottrarre soldi alle persone, continuano a essere metodi molto redditizi usati dai cyber criminali per costringere i consumatori e le aziende a condividere informazioni personali e finanziarie. Il notevole aumento dello spam relativo alla Brexit non è quindi una sorpresa, anche considerando la grande attenzione che questa notizia sta generando a livello internazionale”, ha dichiarato Peter Coogan di Symantec Security Response.

Per evitare problemi con lo spam, l’azienda consiglia di non aprire mai e-mail inviate da mittenti sconosciuti e di evitare di cliccare link e scaricare gli allegati che esse contengono.

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