M2M – Machine to Machine – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:47:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png M2M – Machine to Machine – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dal M2M al machine-to-human https://www.datamanager.it/2017/10/dal-m2m-al-machine-to-human/ Thu, 19 Oct 2017 12:47:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133301 L’impatto dell’intelligenza artificiale sarà sempre più forte non solo a livello di competition, ma anche all’interno delle organizzazioni, nei processi interni delle imprese, nell’adattamento e nella gestione dei sistemi IoT. Grazie all’integrazione di piattaforme di machine learning, l’automazione dei processi diventerà più smart e farà fare un salto in avanti a tutto l’ecosistema aziendale, migliorando […]

L'articolo Dal M2M al machine-to-human proviene da Data Manager Online.

]]>
L’impatto dell’intelligenza artificiale sarà sempre più forte non solo a livello di competition, ma anche all’interno delle organizzazioni, nei processi interni delle imprese, nell’adattamento e nella gestione dei sistemi IoT. Grazie all’integrazione di piattaforme di machine learning, l’automazione dei processi diventerà più smart e farà fare un salto in avanti a tutto l’ecosistema aziendale, migliorando la qualità dei servizi, dei prodotti e del lavoro stesso, permettendo di prendere decisioni migliori e in tempo reale.

Le applicazioni intelligenti, basate su cognitive computing e algoritmi “allenati” rappresentano la prossima onda lunga in grado di trasformare l’approccio delle imprese al business. Si tratta di un vero e proprio spostamento tettonico. L’intelligenza artificiale è destinata a diventare presto una componente chiave dell’infrastruttura IT. E molte imprese sono già al lavoro su progetti che nascono per potenziare l’intelligenza umana non in un’ottica di sostituzione, ma di collaborazione all’interno dei team.

In questo scenario di cambiamento, come CNH Industrial abbiamo costruito un sistema di data management per raccogliere e analizzare i dati di garanzia e le informazioni sull’utilizzo dei prodotti. L’obiettivo è misurare i KPI di qualità per migliorare continuamente l’affidabilità, la robustezza e la durata dei beni. CNH Industrial è tra i maggiori produttori mondiali di capital goods. Siamo leader dell’industry machinery and electrical equipment. Attraverso i nostri marchi, progettiamo, produciamo e vendiamo macchine per l’agricoltura e il movimento terra, le costruzioni, veicoli industriali e commerciali, autobus e mezzi speciali, oltre a un ampio portfolio di applicazioni powertrain e per applicazioni marine. Per noi è fondamentale l’analisi di parametri che ci permettono il monitoraggio e la misurazione dei prodotti. Sono due le aree di osservazione su cui ci siamo focalizzati: i dati produttivi e di garanzia, all’interno di un database alimentato dai dipartimenti interni e dalla rete mondiale di dealer; le informazioni sull’utilizzo dei prodotti da parte dei clienti, raccolte grazie a comunicazioni machine-to-human. Siamo partiti con l’implementazione di un database unificato per la gestione delle garanzie, che ci ha permesso una vista centralizzata sulla disponibilità dell’intero parco prodotti. L’IoT è la nuova frontiera, per la raccolta dei dati e l’analisi in real-time sull’utilizzo dei prodotti. Pensiamo per esempio ai dati provenienti dalle centraline a bordo di ogni veicolo.


#IoT #Analytics Enrica Vaccarino @CNHIndustrial Dal M2M al machine-to-human
Click To Tweet


Ogni prodotto è stato progettato per determinati usi e bisogna capire se invece viene impiegato dai clienti finali per attività borderline. Grazie all’analisi sui dati di utilizzo, abbiamo ridefinito i cluster di missione per ciascun bene, utili al dipartimento di ingegneria e al team di validazione per progettare e testare i prodotti secondo le reali esigenze dei clienti. Gli analytics ci forniscono informazioni cruciali per determinare la qualità dei beni e individuare eventuali difettosità dei componenti.

In questo modo, siamo riusciti a ottenere visibilità e tempestività sui KPI che concorrono a determinare il livello di dependability dei prodotti. Capire rapidamente come, quando e soprattutto perché si verificano determinati malfunzionamenti, ci permette di migliorare la qualità dei prodotti e ottenere saving immediati sul fronte della garanzia. Senza gli analytics avanzati, sarebbe impossibile sfruttare le enormi quantità di dati generati, se si pensa che in un’applicazione di media complessità le variabili da prendere in esame possono essere oltre 10mila.

Enrica Vaccarino

reliability engineering senior manager – EMEA and APAC regions di CNH Industrial

[amazon_link asins=’0393254291,B01FIXMQ00,0307887898,0061766089,0393634639,B06XC81DKV,B010CLU1LY,B009NOYTIS,1521134367,B00M0ILXD8′ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’df4ce70d-16e9-11e8-91e1-59efbf0953c0′]

L'articolo Dal M2M al machine-to-human proviene da Data Manager Online.

]]>
Come sarà la fabbrica del futuro? https://www.datamanager.it/2017/05/sara-la-fabbrica-del-futuro/ Fri, 12 May 2017 13:03:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124695 Cloud computing e manufacturing. Con un mix di strategie e di tecnologie abilitanti, i CIO “alchimisti” si preparano per affrontare la rivoluzione della fabbrica smart. Stiamo andando verso un modello “Lego-like” a logica incrementale. Dati, processi e persone sono al centro della trasformazione, ma il cloud si trascina dietro tutto. E la sicurezza resta la […]

L'articolo Come sarà la fabbrica del futuro? proviene da Data Manager Online.

]]>
Cloud computing e manufacturing. Con un mix di strategie e di tecnologie abilitanti, i CIO “alchimisti” si preparano per affrontare la rivoluzione della fabbrica smart. Stiamo andando verso un modello “Lego-like” a logica incrementale. Dati, processi e persone sono al centro della trasformazione, ma il cloud si trascina dietro tutto. E la sicurezza resta la priorità numero uno

«Smart manufacturing is cloud computing»! Poteva essere il titolo di questo dossier invece si tratta di un tweet che arriva dagli Stati Uniti e che in qualche modo anticipa la conclusione del nostro viaggio nella “fabbrica smart”, con buona pace della suspense. A firmarlo è Kevin Jackson (fondatore della rete americana GovCloud, ideatore del blog “Cloud Musings” e riferimento del Governo federale in qualità di technology and business consultant, specializzato in soluzioni mission critical per lo smart manufacturing) a esserne più che convinto. Jackson ha elaborato una visione dello scenario “smart manufacturing”, nella quale i due paradigmi per la piattaforma di comunicazione (Digital Thread) e per la visualizzazione di prodotto (Digital Twin) sono guidati dal cloud.

Data Manager allora ha chiesto a Jackson di guardare al mondo delle imprese in cui “the combination” si sia rivelata vincente e di “farci qualche nome”. Per tutta risposta ce ne ha fatto uno che ne vale mille e ha citato Boeing, la più grande industria americana di aeromobili e la più grande azienda nel settore aerospaziale, che a 100 anni dalla sua fondazione a Seattle rappresenta un caso eccellente di trasformazione industriale capace di intercettare non solo l’evoluzione della fabbrica, ma anche il futuro del volo. In estrema sintesi ecco la sua “scoperta”: soltanto combinando Digital Thread, Digital Twin e Cloud Computing, l’industria manifatturiera abilita lo smart manufacturing e l’Industria 4.0.


#DigitalThread #DigitalTwin #CloudComputing, la formula per l’Industria 4.0
Click To Tweet


INNOVAZIONE, INTEGRAZIONE E INFORMAZIONE

L’industria manifatturiera sta vivendo un processo di grande trasformazione e noi abbiamo il privilegio di vivere questo momento straordinario di cambiamento. Per Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights EMEA, la maggior parte delle aziende manifatturiere ha preso coscienza finalmente di come le fabbriche vadano poste al centro dell’intero modello di innovazione di business. «La visione di IDC è che entro il 2020, le operations di fabbrica saranno il centro del processo di trasformazione per il 70% delle aziende mondiali. Questo processo è centrato sulla messa in opera di sistemi produttivi intelligenti e interconnessi». Come altrimenti poter garantire una risposta rapida ed efficiente alle esigenze di una domanda che vuole prodotti iperpersonalizzati nel minor tempo possibile (in poche parole “tutto e subito”, e guai a sbagliare, perché un recall può costare caro, soprattutto nel tempo dei social)? Come fare altrimenti a competere in mercati globali che sembrano una marcia forzata a essere meglio degli altri, a un costo inferiore? Per questo, accanto ai tradizionali KPI quali Velocità, Costo e Qualità – secondo IDC – le aziende dovranno focalizzarsi sempre più su Innovazione, Integrazione e Informazione. In apparenza – fa notare Veronesi – queste sembrerebbero più le parole d’ordine del mondo IT, ma va considerata la seguente questione: «Per quanto intensi possano essere gli investimenti in automazione, si raggiungerà una vera creazione di valore in fabbrica solo tramite un processo di profonda integrazione dei dati. La capacità di raccogliere e analizzare i dati provenienti dai processi produttivi, e convertirli immediatamente in informazioni rilevanti per chiunque ne abbia bisogno a diversi livelli di processo e organizzativi, questa è la rivoluzione. La sinergia tra il cloud e il mondo Big Data (BDA) offre nuove opportunità, amplificate dalla distribuzione capillare di sensori IoT e strumenti di mobilità personale».

È almeno da cinque anni che assistiamo a un profondo interesse da parte delle aziende manifatturiere verso quelle tecnologie che IDC definisce come “terza piattaforma” (Cloud, BDA, Social e Mobility) per supportare i loro processi di fabbrica. «Mentre alcune tecnologie, come per esempio i dispositivi mobili, hanno ricevuto una trazione di spesa forte – spiega Veronesi – soprattutto perché visti come strumenti preziosi per raccogliere e distribuire informazioni, il cloud è stato spesso considerato una parola “tabù” per le troppe aziende che hanno rifiutato di utilizzarlo in fabbrica. Il perché è presto detto. I problemi (reali o percepiti) di sicurezza, privacy e disponibilità dati hanno reso il cloud una piattaforma inadatta per eseguire applicazioni mission-critical di raccolta e gestione di una quantità colossale di dati in tempo reale prodotti dalle moderne fabbriche». Tuttavia, stiamo osservando un rapido e drastico cambiamento di direzione. «Molte aziende – rileva Veronesi – stanno realizzando l’opportunità immediata di utilizzare il cloud come il collante per una piattaforma aziendale dedicata all’analisi dei dati provenienti dalla fabbrica e la loro conversione in informazioni rilevanti». Ad ogni modo, uno dei principi chiave di questa cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è “comunicare ed essere collegato”. Processi, persone e impianti devono essere in grado di connettersi e comunicare tra loro tramite l’IoT. «La crescente domanda per prodotti consegnati “in lotto singolo” – continua Veronesi – renderà sempre più difficile controllare tutti i processi centralmente. Inoltre, la capacità dei sistemi cyber-fisici all’interno di fabbriche intelligenti di prendere “decisioni” per conto proprio aumenterà con l’evoluzione di tecnologie di intelligenza artificiale, capace di aggregare dati provenienti da sorgenti multiple e di fornire le informazioni giuste, al momento giusto».


#Industry40 Analizzare i dati provenienti dai processi produttivi, questa è la rivoluzione
Click To Tweet


Una recente indagine di IDC Manufacturing Insights ha evidenziato come gli investimenti in piattaforme cloud e l’integrazione dei sistemi IT con le tecnologie produttive avranno priorità molto alta, con oltre il 40% delle imprese interessate a software e piattaforme di cloud per supportare i loro processi produttivi. «Questo dato emerge – spiega Veronesi – perché molto più alto degli investimenti in hardware puro, come sensori e connettività. Infatti, IDC stima che entro la fine del 2017, il 60% delle aziende manifatturiere sposterà l’attenzione dagli “oggetti” all’analisi dei dati via piattaforma». Elevare il ruolo delle fabbriche in una posizione strategica non è certo semplice, ma le tecnologie sono disponibili e il business case è sostanzioso. «Per cogliere queste opportunità – afferma Veronesi – le aziende dovranno bilanciare la concretezza dei processi produttivi con la velocità dei sistemi IT. E in qualche modo riuscire a risolvere il paradosso di avere i piedi per terra, ma la testa fra le nuvole».

LA FORZA DELLE NUVOLE

In questa sfida arriva in aiuto dei CIO il rapporto The European Factories of the Future Research Association pubblicato in ambito interno al programma Horizon 2020 della Commissione Europea (uno fra i più importanti programmi di ricerca e innovazione europei).

Il rapporto spiega che il viaggio per raggiungere il “full vision set” per l’Industria 4.0 sarà ancora lungo e potrebbe non essere troppo agevole per i CIO, dal momento che ci sono una moltitudine di vere e proprie “sfide nella sfida” a carattere tecnologico, business e verosimilmente anche culturale che richiedono la miglior capacità di innovare da parte di ciascuna direzione IT. Ecco una serie di esempi in cui i CIO si trovano ingaggiati appena si mettono in marcia verso l’obiettivo. Essere chiamati a instaurare modelli di business data-driven. Ottimizzare ulteriormente i processi produttivi, estendendoli al di fuori del limite di batteria aziendale. Incorporare prosumers e social media. E via di questo passo. Fatte queste importanti premesse, il rapporto indica che – anche in Europa – il cloud computing può giocare e gioca un ruolo fondamentale per far evolvere l’industria manifatturiera in Industria 4.0. Per esempio “le nuvole” stanno diventando uno standard di fatto come piattaforma per dati di produzione e stack software e applicazioni, middleware e manageability. Quest’ultima include la visibilità completa di tutto quello che succede sullo shop/manufacturing floor, tooling di sicurezza per applicazioni e dati, più tutte le dashboard.

Ecco una lista dei benefici del deploy di cloud computing in ambito manufacturing:

  • Connettività cloud M2M cloud per le aziende manifatturiere del futuro – Basilare sfruttare le future infrastrutture cloud per far sì che le aziende europee siano ancora in grado di raccogliere ed elaborare lo stato dei device sul campo.
  • Integrazione di high-performance computing con il factory life cycle management – Lo IaaS offerto dai paradigmi cloud può essere l’unica alternativa economica per le PMI che abbiano esigenze di high-performance computing.
  • Energy monitoring ed energy management – Il deployment di computing distribuito in cloud sarà da sfruttare sempre più in futuro ad esempio per upload di informazioni aziendali specifiche per l’energy consumption al fine di ottenere i certificati di compliance dagli enti che regolano aspetti ambientali correlati al risparmio energetico.
  • Servizi di monitoraggio continuo e mitigazione dei manufacturing risks – Esigenze in realtà con impianti produttivi complessi o soggetti a rischi di alto interesse sociale o ispettivo necessitano di infrastrutture e reti di monitoraggio che in modello cloud-based social possono garantire, per esempio attraverso notifiche push sui key risk indicators (KRI) individuati, la massima efficacia.

Con il Piano Industria 4.0 si accelera il rinnovamento dei sistemi produttivi
Click To Tweet


IL PIANO NAZIONALE INDUSTRIA 4.0

L’industria manifatturiera è anche in Italia da alcuni anni protagonista di una adoption in crescita per quanto riguarda l’introduzione di sistemi agili, scalabili e potenti, per gestire volumi di dati non strutturati e abilitare il machine learning: il tutto mirato a valorizzare la forza lavoro nei reparti produttivi mediante una migliore mobility e una più efficace integrazione tra supply chain, livello di gestione, controllo sulle macchine, rapporto con la rete dei partner. Per approfondire al meglio le logiche interne a questo scenario attuale e di come i CIO lo vivono, ci siamo rivolti a Fabio Massimo Marchetti, coordinatore Gruppo Software Industriale di ANIE Automazione, che con le sue 100 aziende associate rappresenta uno spaccato molto interessante e rappresentativo delle imprese che operano in Italia.

Iniziamo a inquadrare lo scenario in cui ci stiamo muovendo in questo periodo grazie al fatto che dopo molti anni di politiche industriali poco fruibili dal mondo del manifatturiero, finalmente con il Piano Nazionale Industria 4.0 si creano i presupposti per accelerare il cambiamento e il rinnovamento dei sistemi produttivi delle nostre imprese manifatturiere. «Da uno studio effettuato lo scorso anno dall’Osservatorio Smart Manufacturing (ora Osservatorio Industria 4.0) sull’anzianità di servizio dei sistemi di automazione e controllo attivi nelle aziende manifatturiere italiane – ci spiega Fabio Massimo Marchetti – è risultato che solo per il 6 per cento è inferiore ai 5 anni, per il 38 per cento è tra i 5 e 10 anni, per il 41 per cento tra 10 e 20 anni e per finire per quasi il 16 per cento è maggiore di 20 anni. In questo contesto, così particolare della nostra industria, il supporto degli incentivi varati dal Piano Nazionale Industria 4.0 sta creando un percorso virtuoso che punta a risolvere criticità operative nelle aziende adottando nuove tecnologie e nuovi paradigmi operativi. Il percorso più significativo passa proprio dalla digitalizzazione dei processi al fine di creare una rappresentazione virtuale della fisicità dei sistemi produttivi, creando in questo modo la possibilità di applicare, attraverso l’analisi dei flussi di dati generati dal mondo fisico, algoritmi e tecniche di ottimizzazione che permettono di elevare il livello di produttività e di conseguenza di competitività delle aziende».

In questo contesto, secondo Fabio Massimo Marchetti, il cloud assume un ruolo estremamente significativo in due diverse direzioni e con due diverse modalità di utilizzo. «La prima direzione è quella delle proposte legate alle piattaforme IoT (Internet of Things). La seconda direzione è quella delle soluzioni per la gestione delle operations». Le piattaforme IoT (che potremmo chiamare con questa focalizzazione di Industrial IoT) per loro natura sono nate e si stanno evolvendo su infrastrutture PaaS. «Queste architetture – spiega Marchetti – creano degli ambienti ideali per la gestione di enormi quantità di dati sui quali si possono costruire delle applicazioni predittive sia in ottica maintenance dei sistemi di automazione e di produzione che di qualità del prodotto realizzato. Inoltre, abilitano le aziende, soprattutto quelle focalizzate nella realizzazione di macchinari e sistemi per la produzione, a proporre nuovi modelli di business ai loro clienti attraverso una sempre maggiore offerta di servizi resi possibili dalla capacità di ricevere informazioni e dati di funzionamento dai macchinari». Questi nuovi modelli di business permettono di realizzare delle logiche di condivisione del rischio e del valore lungo la filiera di realizzazione di un bene finale che viene immesso sul mercato (come performance contract, pay per use…).

Le soluzioni per la gestione delle operations, alla stregua di quello che è successo per il mondo ERP, sono state tradizionalmente affrontate con architetture “tradizionali” in logica “on premise”. «Ora, però – afferma Marchetti – con l’evoluzione del cloud nei suoi diversi contesti tra i quali il “private cloud” o l’“hybrid cloud” si sta verificando una sempre maggiore apertura all’utilizzo di queste infrastrutture anche in questo contesto. Possiamo quindi affermare che il cloud è sicuramente una delle tecnologie abilitanti di maggiore interesse per realizzare i nuovi paradigmi produttivi previsti dagli approcci 4.0 e che stiamo verificando una forte convergenza alla sua adozione in diversi contesti architetturali del mondo ICT di fabbrica».


#Industry40 #IoT #Cloud Processi, persone e impianti in grado di connettersi
Click To Tweet


SICUREZZA, STABILITÀ, CULTURA

Il manufacturing ha progredito attraverso varie evoluzioni. Industrializzazione, macchine che supportano il lavoro umano. Ottimizzazione, linee di montaggio che aumentano la produttività. Automazione, macchine che rimpiazzano in larga misura gli umani. Digitalizzazione, l’IT che con il suo ampio portfolio diventa parte integrante della produzione. Alla luce di queste evoluzioni, quali sono i punti di criticità che i CIO devono considerare con maggiore attenzione in un progetto di cloud for manufacturing?

Abbiamo detto che il cloud sta diventando sempre più una tecnologia pervasiva sia nella gestione delle operations sia nella catena di fornitura e gestione degli assetti produttivi. Un ambito applicativo così esteso sia in termini di importanza che di copertura geografica determina assolutamente delle nuove criticità che devono essere indirizzate. Per Fabio Massimo Marchetti di ANIE Automazione, è possibile identificare almeno tre temi che richiedono un’attenzione immediata e focalizzata da parte dei responsabili aziendali dei sistemi informativi. Il primo aspetto riguarda la sicurezza delle reti e delle comunicazioni, il secondo aspetto riguarda la stabilità/disponibilità futura delle tecnologie che vengono adottate per realizzare una soluzione, il terzo aspetto è quello culturale delle persone coinvolte.

«Il tema della security – spiega Marchetti – è sicuramente molto condiviso e di estrema importanza nei percorsi di digitalizzazione ed è diventato uno dei pilastri operativi delle aziende. Occorre però che anche nel mondo “industrial” a noi più vicino – ed è questo il nostro primo consiglio – sia sempre più importante introdurre il concetto della security dalle prime fasi di analisi e progettazione delle architetture in modo da non dovere rincorrere “dopo il fatto” la sistemazione di “falle”. Falle estremamente pericolose in un sistema che si deve esporre al mondo per trovare la connessione in un contesto esteso come quello descritto nei paradigmi 4.0». Parlando invece di stabilità e disponibilità delle tecnologie – per Marchetti – è molto importante «fare un’analisi dettagliata delle proposte di realizzazione in modo da capire a fondo quali piattaforme cloud e quali tecnologie siano previste. È un mondo in continua evoluzione e una scelta non ben ponderata potrebbe portare a situazioni di criticità future derivanti da aggregazioni aziendali (molto frequenti nel caso di startup) o da revisione radicale delle tecnologie utilizzate (early adoption)». Il consiglio più prezioso che arriva da ANIE Automazione in questo caso è quello di «lavorare per piccoli progetti e poi consolidare in ambienti stabili e di sicura disponibilità nel tempo».

Concludiamo, con un passaggio veloce sull’aspetto di crescita e cambiamento culturale delle persone coinvolte nei processi. «Veloce – spiega Marchetti – perché sarebbe un tema che meriterebbe degli approfondimenti molto ampi. Il nostro suggerimento in questo caso è quello dell’approccio per passi attraverso un percorso che garantisca la crescita o il cambiamento, e che sia studiato in modo opportuno anche sotto questo aspetto».


#Industry40 Le fabbriche al centro del modello di innovazione di business
Click To Tweet


L'articolo Come sarà la fabbrica del futuro? proviene da Data Manager Online.

]]>
Smart city e IoT – Il bit che ci circonda https://www.datamanager.it/2016/12/smart-city-iot-bit-ci-circonda/ Tue, 20 Dec 2016 11:06:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116244 L’ultimo appuntamento delle tavole rotonde di Data Manager nel 2016 è dedicato alla IoT e alla sua principale articolazione, la smart city. ll verdetto? Necessaria una maggiore concertazione tra pubblica amministrazione e imprese, nel contesto di un nuovo sistema di regole e organizzazione   L’Internet delle Cose è considerata il fondamento tecnologico di diverse grandi […]

L'articolo Smart city e IoT – Il bit che ci circonda proviene da Data Manager Online.

]]>
L’ultimo appuntamento delle tavole rotonde di Data Manager nel 2016 è dedicato alla IoT e alla sua principale articolazione, la smart city. ll verdetto? Necessaria una maggiore concertazione tra pubblica amministrazione e imprese, nel contesto di un nuovo sistema di regole e organizzazione

 

L’Internet delle Cose è considerata il fondamento tecnologico di diverse grandi aree di trasformazione che riguardano l’automazione in fabbrica, il commercio al dettaglio, la sanità, la scuola e molto altro ancora. Ma a oggi, il terreno di prova forse più diffuso è quello che abbraccia i servizi e le applicazioni della smart city, che a loro volta alimentano – insieme al parallelo fenomeno della connected car e dei veicoli a guida autonoma – il grande impulso osservato in comparti come la machine-to-machine communication. La comunicazione tra i sensori e i dispositivi IoT è tuttavia solo una parte, pur rilevante, di uno scenario decisamente in crescita – come confermano del resto le cifre e le considerazioni che Daniela Rao, senior consulting & research director di IDC Italia ha sviluppato nel corso della tavola rotonda organizzata sul tema da Data Manager con l’ormai consueta collaborazione di Gruppo UniCredit. Le tecnologie IoT sono già in grado di aiutarci a gestire meglio l’energia, a risolvere le problematiche legate al trasporto di passeggeri e merci, combattere l’inquinamento, rinnovare gli strumenti e i canali della logistica e del commercio al dettaglio, implementare evoluti servizi di tipo medico-sanitario, potenziare l’educazione scolastica e rivitalizzare il turismo. Proprio per discutere di questa prima fase di maturazione dell’IoT, alla tavola rotonda hanno preso posto i rappresentanti di aziende, operatori finanziari, decisori della pubblica amministrazione, rispondendo, ancora una volta, a una nutrita serie di spunti e dando vita a una conversazione molto più “dialogata” del solito. Non sarà facile restituire la forte interattività, in sede di resoconto, ma questo è il nostro obiettivo.

VOLANO DI CRESCITA

Ai partecipanti è stato innanzitutto chiesto di raccontare le iniziative avviate, nelle aziende come nella PA. Data Manager ha cercato di raccogliere le opinioni del panel in relazione ai possibili rapporti tra IoT e innovazione all’interno delle organizzazioni, e alla capacità da parte di queste tecnologie di diventare un volano di crescita e un generatore di nuove opportunità di business, sempre nel pieno rispetto dei vincoli di sicurezza, privacy e compliance normativa impliciti in applicazioni così “disruptive” (pensiamo solamente ai veicoli a guida automatica). E naturalmente a tutti è stato chiesto di esprimere pareri sui fattori che frenano – o viceversa possono favorire – una maggiore digitalizzazione delle nostre imprese e delle aree urbane.


#DMsmartcity Scalabilità e partnership tra pubblico e privato per un ecosistema smart
Click To Tweet


Daniela Rao di IDC Italia ha fornito una prima serie di valutazioni sul mercato IoT in Europa e in Italia, un ambito, ricorda l’esperta, che include le tecnologie IT ma anche oggetti e soluzioni finora esclusi dalla digitalizzazione. «In Europa occidentale – ha detto Daniela Rao – stiamo parlando di un valore di un centinaio di miliardi di dollari di cui l’Italia rappresenta circa il 13 per cento. Un mercato molto frammentato e sofisticato, due caratteristiche che lo differenziano rispetto al mercato IoT asiatico più “basic”, quantitativo, viste anche le dimensioni delle aree urbane». A sua volta l’Europa, con Francia, Regno Unito e Olanda le nazioni più vivaci, rappresenta il 22% del mercato mondiale misurato da IDC.

Chi investe oggi in soluzioni IoT e in quali aree? IDC individua una decina di aree di spesa ordinate in sei categorie: produzione industriale, commercio al dettaglio, mondo consumer, energia, trasporti e applicazioni intersettoriali (come gli smart building e le auto connesse). «Innanzitutto, vediamo il mondo consumer con i dispositivi wearable, il wellness e tutto il mondo assicurativo, connected car compresa, un’area destinata a crescere con dinamiche molto rilevanti nei prossimi anni». Bisogna rilevare che se il settore IT vale circa cinque volte l’IoT in Italia, oggi l’IT in senso stretto è un mercato piatto. «Tra qualche anno probabilmente non parleremo più di IT ma di un unico grande comparto IoT» – ha affermato l’analista di IDC. «Non è pensabile una evoluzione dell’ICT che non comprenda l’Internet delle cose e questa è la vera trasformazione». Al di là della spesa attribuibile ai consumatori, che rappresentano l’edge della rete e il punto verso cui si sposta l’intelligenza dell’oggetto connesso, il corpo umano è una vera frontiera dell’IoT per tutta una serie di attività come il pagamento, l’accesso a facility aziendali, i servizi di trasporto.

SMART CITY A CONFRONTO

Smarthome e movimentazione di persone e merci sono oggi le due aree più dense di progettualità, entrambe con buoni potenziali di crescita. Forte anche l’intera tematica infrastrutturale, dalle reti TLC all’energia. «Qui dominano fenomeni come le reti di telecomunicazione low range ma anche la smart grid e le altre infrastrutture distribuite» – sottolinea Daniela Rao, parlando di un ambito che rappresenta un terreno di confronto tra operatori di TLC e IoT. Il mondo del manufacturing viene valutato al terzo posto in funzione dei casi di studio osservati, pur essendo particolarmente frammentato e verticalizzato. «Abbiamo poi tutto il public sector, con creste contenute e fondi assegnati con molta calma, non solo in Italia ma anche in Europa e in Asia, dove viste le dimensioni si investe relativamente poco». Infine, il commercio al dettaglio che si muove soprattutto lungo gli assi della multicanalità e della user experience.

Per quanto riguarda la smart city, nell’estate 2016, IDC ha condotto uno studio basato su un questionario di self assessment relativo a 120 centri urbani europei. Alle singole amministrazioni è stato chiesto di valutare lo stato dell’arte dei rispettivi progetti di smart city in funzione di una scala valutativa a cinque livelli: dal minimo, rappresentato dalla messa in campo di singole iniziative “ad hoc”, isolate tra loro, fino al massimo delle città intelligenti “ottimizzate”, dove integrazione, innovazione e miglioramento continuo si traducono in un ecosistema di servizi solido, ben governato e finanziariamente sostenibile. Quasi la metà, il 44%, dei 120 soggetti preferisce collocarsi al primo livello: «In effetti – confessa Rao – ci aspettavamo che i progetti in Europa fossero un po’ più progrediti sulla strada della standardizzazione e della industrializzazione». Appena il 9% delle smart city prese in considerazione è al massimo stadio di maturazione. Tra i due estremi, ha proseguito l’analista, esistono situazioni molto variegate. Circa un quarto dei progetti, specialmente quelli del Regno Unito e paesi nordici, è arrivato al quarto livello, la cosiddetta area “managed”, entrando cioè già in ottica di governance senza tuttavia aver messo a punto un piano davvero ottimizzato. «Negli stadi iniziali, ha concluso Daniela Rao, sono molto importanti due elementi. Quello del budget che non sempre viene assegnato in via definitiva, cosa che si estende a diversi progetti non solo in Italia. Un altro tema è legato alla governance e agli stakeholder: risulta difficile individuare chi deve gestire la smart city, chi la finanzia, dove ha sede la sala regia».


#DMsmartcity IoT, mercato in crescita ma frammentato e sofisticato
Click To Tweet


L’UFFICIO IN CONDIVISIONE

Come ha spiegato Davide Rimonta, head Offices Projects and Digital Real Estate di UniCredit Business Integrated Solutions, la sensoristica dell’IoT aiuta il gruppo bancario nelle sue strategie di smart working ed efficientamento legato a una diversa gestione del patrimonio immobilare. Con il lavoro flessibile UniCredit sta rivisitando l’uso degli spazi fisici con l’introduzione di un concetto di desk sharing che, secondo Rimonta, «viene compensato nei confronti dei colleghi ai quali chiediamo di rinunciare allo spazio di lavoro esclusivo con un arricchimento del work setting, più adatto al variare delle attività durante la giornata». Secondo pilastro dello smart working è rappresentato dalla possibilità di lavorare una volta alla settimana da casa o da qualsiasi luogo infrastrutturato adibito a ufficio momentaneo. Grazie alla sensoristica, il team di Rimonta ha analizzato le percentuali di occupazione delle scrivanie in situazioni normali, fissando un coefficiente pari a 0,8 nelle sue regole di condivisione: 80 scrivanie non esclusive, ogni cento dipendenti. Inoltre, UniCredit sta per introdurre a Verona il primo edificio completamento “nativo” per il desk sharing. «Una piattaforma di realtime occupation monitoring ci aiuta attraverso la sensoristica a verificare in ogni istante le postazioni disponibili tra scrivanie e aree comuni».

Sul puntuale intervento di Giuseppe Faraci, CIO and head of Clinical Engineering del Centro Medico Santagostino, una importante rete privata di poliambulatori medici, non convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale ma uniformati a una politica di prezzi calmierati, facilitati dall’uso molto efficiente delle risorse, emerge la rilevanza della tipologia di sensoristica. «La sperimentazione di UniCredit – secondo Faraci – richiama il lavoro che stiamo portando avanti per monitorare i tempi di visita, proprio perché un tempo ottimale dà risultati più efficaci». Il Centro medico si è posto la problematica di come taggare i pazienti e la strada giusta non può passare per l’uso di telecamere, troppo invasive dal punto di vista della privacy. «Stiamo ragionando sull’impiego di microcontrollori stile Arduino e di sensori di accesso, orientandoci su un discorso di controllo algoritmico, che sovrappone le agende di visita della giornata agli eventi che si verificano real time». Un problema, ribatte Rimonta, che anche UniCredit si è posto nell’analisi degli schemi di occupazione degli spazi nelle filiali, dove al posto delle videocamere – da escludere per analoghe regole di compliance normativa – o di mappe termiche (più adatte secondo Rimonta allo studio di importanti flussi all’interno di grandi spazi chiusi, tipicamente i centri commerciali), vengono misurati i tempi di attesa o di servizio erogato da sportelli e desk consulenziali.

IL CAR POOLING IN BANCA

Tra gli strumenti per la gestione degli spazi di lavoro condivisi in UniCredit c’è anche la nuova app che verrà rilasciata per la prenotazione in tempo reale delle risorse disponibili. «Tra le novità, abbiamo introdotto un concetto di check-in che riduce il numero di risorse prenotate ma non utilizzate, e che utilizza ancora meglio le risorse che si sono liberate, risultando così nuovamente prenotabili». Il controllo dei livelli di occupazione ha infine importanti ricadute sul tema dell’efficientamento energetico e della riduzione degli sprechi di illuminazione e riscaldamento. Rimonta conclude il suo intervento iniziale con un rimando alla dimensione del rapporto tra lavoro flessibile e smart city. «L’idea è che tutta la nostra presenza in città diventa più intelligente» – sottolinea il responsabile Real Estate di UniCredit Business Integrated Solutions. Posso lavorare da casa ma anche in altri punti che siano strategicamente o logisticamente più comodi, senza privarmi di quelle che sono le facilities tipiche dell’ufficio o della possibilità di incontrare colleghi nei nuovi hub, alternativi alla propria sede, messi a disposizione». Per questo, UniCredit è aperta alla collaborazione con le varie municipalità per servizi come il bike o il car sharing e sta sviluppando, in collaborazione con terze parti esterne, soluzioni di car pooling aziendale che dovrebbero partire proprio dalla città di Milano.

Non da Milano, ma da Torino, arrivano le prime risposte sugli interrogativi che riguardano in modo specifico la smart city. L’intervento di Paola Pisano, docente di informatica e assessore ai Servizi Demografici e Statistici, Toponomastica, Sistemi Informativi, Progetto Smart City, Innovazione del Comune di Torino, diventa subito occasione per ingaggiare la tavola rotonda sulle questioni del finanziamento, della sostenibilità e della governance dei piani per la digitalizzazione dei servizi ai cittadini.

«I servizi della smart city sono difficili da finanziare e portare alla maturità» – è in sostanza il discorso del neo-assessore della giunta pentastellata torinese. «Ma sono complicati anche da promuovere tra gli stessi abitanti, spesso inconsapevoli delle opportunità offerte dalla digitalizzazione. Gli approcci praticabili – però – ci sono e vengono affrontati con successo,  sembrano affermare sia la Pisano sia i rappresentanti del mondo delle utilities e della system integration seduti al tavolo.


#DMsmartcity Tra pochi anni non parleremo più di IT ma di un unico comparto #IoT
Click To Tweet


LA FURBIZIA DELLA MOLE

La situazione trovata al momento del suo insediamento, riconosce l’assessore torinese, ricorda molto lo scenario descritto da Daniela Rao. «Tanti progetti interessanti, ma allo stadio pilota». Perché? «Il problema principale osservato è che dai servizi avviati latitano scalabilità e precisi modelli di business». La luce intelligente è bellissima quando viene sperimentata su una decina di lampioni in città, ma una volta che i test finiscono non si riesce a imboccare il sentiero della continuità. «Se i lampioni smart si rompono chi li ripara? L’Università che non ha manutentori o il Comune? E tutto si blocca perché gli attori coinvolti non si sono posizionati correttamente, primo tra tutti, l’amministrazione locale che non è il soggetto che paga un servizio, ma che dovrebbe essere visto dalle aziende come un partner. Se ci fidiamo solo della capacità economica di un Comune, un progetto non riesce a scalare».

Gianluca Salvaneschi, head of Strategic Business Development & IoT South & Central Europe Orange Business Services, dice di concordare su questo punto. «In questo ambito, l’operatore Orange non lavora con le amministrazioni municipali ma con le utilities che possono ripagarsi i progetti con i risparmi energetici ottenuti. Mancano ancora veri modelli di business, ma abbiamo una serie di valori aggiunti, per esempio sui lampioni si possono installare telecamere per il controllo del traffico e la mobilità genera dati e informazioni che si possono rivendere». E Marco Moretti, Cio di una importante utility locale, A2A di Milano e Brescia incalza: «Il problema è che continuiamo a pensare in termini di modelli di business tradizionali, mentre dovremmo inventarne di nuovi». Una necessità, questa, avvertita anche dagli amministratori alle prese con una problematica di marketing di servizi rivolti a cittadini, che – come osserva Paola Pisano – sono soggetti molto diversi dai consumatori e non percepiscono nello stesso modo né i vantaggi né le motivazioni alla base di certe iniziative. In Francia, obietta Salvaneschi, le smart city riescono a decollare rispetto alle fasi di sperimentazione proprio perché i modelli di business si trasformano e oggetti come i pali della illuminazione intelligente moltiplicano il loro valore perché costituiscono una infrastruttura polivalente capace per esempio di creare marginalità con applicazioni Big Data. Ma c’è anche, nota l’esperto di Orange, il forte sostegno dello Stato centrale.

UN CESTINO CHE NON SI PUÒ RIFIUTARE

Quella del responsabile delle infrastrutture IT di A2A è sicuramente una delle voci più positive alla tavola rotonda. A2A investe sia in illuminazione intelligente sia in smart parking, e a Milano sta per inaugurare, grazie ad A2A Smart City, una “newco” costituita proprio per il lancio dei progetti più innovativi. Primo fra tutti, un piano di “digitalizzazione” dei cestini stradali che tramite sensori di volume possono monitorare il proprio stato di riempimento e fornire dati preziosi per renderne più efficiente lo svuotamento, grazie alla ottimizzazione dei percorsi seguiti dai mezzi di raccolta. «La smart city arriva in un momento di contrazione delle marginalità tradizionali, ma si può fare. Dobbiamo essere autonomi nella nostra capacità di guidare gli investimenti, ricevendo però il pieno supporto e la sponsorship dei Comuni». Tra le iniziative in campo, c’è anche un hackathon promosso per la prima volta a Brescia lo scorso settembre, con una sessantina di giovani sviluppatori chiamati a sfidarsi sul piano delle idee innovative basate sulle tecnologie A2A. Anche Roberto Orofino, direttore Sistemi Regione di Lombardia Informatica ritiene che una possibile soluzione passi attraverso l’attrattiva, che i servizi innovativi possono esercitare nei confronti dei cittadini-utenti, e i vantaggi ottenibili in termini di recupero di efficienza. «La raccolta dei rifiuti – sostiene Orofino – è da sempre un insieme di gioia e dolori per le municipalità. Ma quelle che riescono a introdurre nuovi servizi lo fanno, riducendo la tassazione grazie alla maggiore efficienza. Il cittadino è disposto a pagare quando questa viene percepita nel modo giusto». Tutti i partecipanti concordano tuttavia sulla necessità di costruire, intorno alle iniziative di smart city, un clima di forte coesione tra sponsor pubblico e imprese che collaborano, siano esse le tradizionali aziende municipalizzate o aziende private.

METTERE LE TECNOLOGIE IN COMUNE

La partnership tra pubblico e privato è uno snodo importante. Tra gli strumenti di sviluppo degli  ecosistemi c’è il project financing. Ma si riesce a gestire questo tipo di piattaforme sul piano burocratico e normativo? «A fatica» – ammette Paola Pisano. «Come ente pubblico, dobbiamo dare le stesse opportunità a chi opera sul mercato, non possiamo scegliere l’azienda “migliore” ma quella che vince il bando e spesso i bandi non premiano il valore in più dato dalle tecnologie». Torino, prosegue l’assessore, si sforza di fare partnership sfruttando le nuove norme sugli appalti innovativi e svolgendo un grande lavoro di scouting per individuare, con la mentalità del business accelerator, le aziende e i service provider più interessanti, invitandoli al confronto, presentandoli alla cittadinanza. «Il prossimo luglio, si ripeterà l’iniziativa realizzata con la European Innovation Academy, per selezionare startup e progetti (non solo sulla smart city), facendoli discutere con mentor di tutto il mondo». Per Orofino di Lombardia Informatica, gli ecosistemi che possono diventare il fondamento di una forte digitalizzazione delle nostre aree urbane sono «una partita aperta ed entusiasmante, dove sicuramente la collaborazione tra pubblico e privato, i cambi generazionali, il mentoring, il coinvolgimento delle startup che dobbiamo contribuire a far nascere e consolidare devono essere guardati con estrema attenzione da tutta la PA».


#DMsmartcity Il tema etico del comportamento è centrale
Click To Tweet


A questo proposito è interessante l’esempio portato al tavolo da Eros Buffo, responsabile Centri di Competenze Smart Platforms del system integrator Indra, la cui visione è quella di una smart city non come raccolta di servizi verticali end-to-end, ma come piattaforma orizzontale su cui innescare, modularmente, elementi di specializzazione corrispondenti ai vari servizi. Solo partendo da questo approccio infrastrutturale di insieme, si possono evitare problemi come la ridondanza e duplicazione delle cose già fatte. «Per realizzare una città smart non dobbiamo partire dal problema e arrivare al sensore, perché sprecheremmo denaro e risorse in una soluzione che resterebbe isolata e difficile da riutilizzare». In Spagna, ha fatto scuola il caso della città La Coruña, una città grande come Bergamo che ha costruito una solida partnership tra università, municipalizzate e aziende private, dando vita a una infrastruttura oggi condivisa da una quindicina di servizi». Una parte significativa dell’investimento (in tutto, per rendere smart La Coruña sono stati spesi circa 12 milioni di euro) ha avuto come obiettivo l’informazione e il coinvolgimento della cittadinanza e così oggi, la città dell’estremo nord-ovest ispanico è diventata un modello ispiratore e una “calamita” di talenti e iniziative imprenditoriali.

IL SERVIZIO CHE (NON) FA NOTIZIA

«Tanta parte dei problemi di queste forme di marketing locale è attribuibile alla mancanza di strumenti adeguati per arrivare al cittadino, il quale vive la città di sfuggita, la nota poco, ci sta, la usa, e spesso non capisce che il suo comportamento può trasformare la città». È il commento di Emanuela Donetti, fondatrice di Urbano Creativo, agenzia che si occupa di gestire e pianificare in modo innovativo l’urbanistica e le infrastrutture del territorio. A proposito di marketing urbano, Emanuela Donetti ricorda come in Italia sia in vigore una legge, la numero 150 del 2000, che rende obbligatoria la comunicazione da parte del Comune. Spesso però chi è addetto alla comunicazione pubblica non viene formato, spesso e volentieri è il fuoriuscito del giornale locale a diventare comunicatore: ma una cosa è il giornalista che scova le notizie e un’altra mettersi nei panni dell’amministrazione che eroga servizi ai cittadini». La fondatrice di Urbano Creativo mette in evidenza una delle tante carenze che rappresentano un ostacolo al consolidamento, nell’ambito della PA, di una progettualità basata sulle nuove tecnologie. Roberto Orofino di Lombardia Informatica cita anche la mancanza di un sistema di regole adatto alla smart city. «Stiamo riempiendo le nostre città di sensori, ma qual è il sistema di regole di cui dotarsi? Il tema etico del comportamento è centrale nella questione smart city, perché lo stile di vita delle persone cambia completamente». Allo stesso tempo, Orofino ritiene che la presenza di troppi decisori sia un freno alla crescita del fenomeno e per questo si dice interessato agli effetti di figure come quella di Diego Piacentini (la tavola rotonda si è svolta diverse settimane prima della recente crisi di governo, ndr), teoricamente in grado di accorciare i tempi dell’innovazione, grazie a una delega molto forte. «Personalmente – afferma Orofino – tifo per una maggiore centralizzazione. C’è bisogno di un “tiranno digitale” che ci dica cosa fare».


#DMsmartcity La sicurezza è un abilitatore di possibili misure di controllo
Click To Tweet


A proposito di regole e meccanismi decisionali suonano particolarmente efficaci le parole di Mauro Cicognini, membro del direttivo e del comitato tecnico scientifico di CLUSIT. Molte delle tecnologie alla base dell’IoT – la sensoristica, l’automazione dei sistemi e persino di oggetti sensibili e ingombranti come gli autoveicoli a guida autonoma, evocati da diversi dei nostri interlocutori – sono fonte di preoccupazione. «Noi non siamo in grado di formare un certo tipo di progresso, così radicato in una psiche che ci spinge ad apprezzarne l’utilità» – sottolinea l’esperto. «Ancora una volta il problema è culturale, stiamo raggiungendo un punto in cui è difficile stare al passo dell’innovazione ed educare le nuove generazioni all’uso di una tecnologia che cresce troppo velocemente, senza darci il tempo di sviluppare la necessaria esperienza, introducendo i necessari meccanismi di retroazione». Ma in questo senso la sicurezza è un grande abilitatore di possibili misure di controllo. «Quando si parla di dati misurati dai sensori, l’integrità delle informazioni è fondamentale perché aiuta a capire gli effetti e le conseguenze della tecnologia e a dominarla, specie quando si tratta di servizi erogati nel contesto di una pubblica amministrazione democraticamente eletta».

TECNOLOGICI MA POCO ORGANIZZATI

Ultimo in ordine cronologico a intervenire nel dialogo è Alberto Olivetti, CIO di Start Romagna, azienda consortile che gestisce le reti di trasporto pubblico nelle tre province di Ravenna, Forlì e Rimini. Trasparenza e informazione sono secondo Olivetti due parole chiave nella pletora di servizi digitali che un gestore di mezzi pubblici può mettere a disposizione della propria utenza e al proprio interno, come strumento di ottimizzazione di aspetti come la movimentazione e la manutenzione dei veicoli. «Come molti operatori del settore – spiega Alberto Olivetti – Start Romagna segue il filone della “smart people for smart bus”, rilasciando applicazioni per l’acquisto dei biglietti online, la gestione dei viaggi, persino del pagamento delle eventuali contravvenzioni. Spesso però, il problema è come “far atterrare” nelle città queste iniziative». Per chi prende gli autobus, la “vetrina” più importante è la pensilina di attesa alla fermata. «La maggiore difficoltà è rendere smart questa pensilina attraverso un progetto di digitalizzazione con al centro il cittadino, che deve essere informato in modo dinamico di tutte le opportunità». Il responsabile IT di Start Romagna parla anche della sua partecipazione a un progetto europeo in collaborazione con Continental, basato sulla raccolta in tempo reale di dati sulla pressione dei pneumatici dei veicoli. «I dati arrivano direttamente in officina e permettono di bloccare automaticamente i mezzi quando questi non sono in sicurezza». Uno dei tanti esempi, di quanto le realtà locali siano allineate con il resto dell’Europa sul piano delle tecnologie. Il ritardo, conclude Olivetti, è ancora una volta di tipo organizzativo.


#DMsmartcity Quando si parla di dati misurati dai sensori, l’integrità è fondamentale
Click To Tweet


L'articolo Smart city e IoT – Il bit che ci circonda proviene da Data Manager Online.

]]>
Smart city, connettere le “cose” e le persone https://www.datamanager.it/2016/10/smart-city-connettere-le-cose-le-persone/ Wed, 26 Oct 2016 12:53:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=112339 Una nuova geografia senza confini in cui le smart city diventano piattaforme per lo sviluppo Smart city e IoT. Dalla semplicità di un irrigatore o di un termostato alla complessità di una moderna fabbrica, ogni “cosa” che esiste nel mondo reale avrà la capacità di essere connessa, di interagire con altre, di produrre dati e […]

L'articolo Smart city, connettere le “cose” e le persone proviene da Data Manager Online.

]]>
Una nuova geografia senza confini in cui le smart city diventano piattaforme per lo sviluppo

Smart city e IoT. Dalla semplicità di un irrigatore o di un termostato alla complessità di una moderna fabbrica, ogni “cosa” che esiste nel mondo reale avrà la capacità di essere connessa, di interagire con altre, di produrre dati e operare automaticamente in un sistema che annulla le differenze tra mondo fisico e digitale. L’Internet of Things (IoT) riscriverà i piani di governo del territorio. Le smart city si stanno già trasformando in computer estesi. L’estrazione, la correlazione, l’archiviazione e l’analisi dei dati diventano funzioni dei nuovi piani regolatori. La Rete e l’integrazione delle informazioni dettano i nuovi modello di progettazione. Ogni access point diventa punto di aggregazione di informazioni che monitorano stili di uso, consumi e bisogni che vengono rielaborati per fornire servizi ad alto valore.

L’evoluzione del Machine-to-machine (M2M) in ambito IoT grazie al supporto del cloud e degli analytics consentirà di offrire servizi sempre più innovativi e nuovi standard sulle performance di processo, l’organizzazione del lavoro, la gestione dei processi produttivi in tutti i settori, dall’industria manifatturiera all’edilizia, passando per i trasporti, la sanità, il commercio, il turismo e l’agricoltura di precisione. Alla malta e ai mattoni si sostituisce un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo, sensori e Big Data. Questo impasto è la piattaforma su cui innestare nuove regole di governance con un approccio citizen-centric, perché la realtà è diversa dalla somma delle singole parti. Connettività, standardizzazione, governance solo le parole chiave come ha spiegato Daniela Rao, senior consulting & research director di IDC Italia, mettendo in fila le cifre di un mercato europeo molto frammentato. Ma occorre anche una regia unica, collaborazione tra pubblico e privato, trasparenza e un approccio open ai dati.


#Smartcity #IoT un nuovo continente che sta nascendo – Video #DMSmartcity
Click To Tweet


Smart city & IoT, un nuovo continente che sta nascendo

Le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra luogo del lavoro e del tempo libero, tra alto e basso, tra centro e periferia saranno completamente ridisegnate. Così, periferico diventa sinonimo di tutto ciò che non è connesso – e centrale, di tutto ciò che può essere collegato alla rete. Grazie all’IoT si possono utilizzare meglio le risorse per ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Si può progettare la mobilità sulla base dei dati e rendere gli edifici più smart. Parcheggi, Acqua, Ambiente, Spazzatura, Trasporti, Industria, Logistica, Sanità, Sicurezza, Legalità: i sensori dotati di intelligenza a bordo sono i nuovi mattoni. Con una peculiarità. La città intelligente è anche invisibile perché sono i comportamenti che influenzano lo sviluppo. Ma c’è differenza tra capacità di controllo attraverso una rete di sensori e la capacità di governare un fenomeno complesso, per prendere decisioni anche politiche da cui derivano conseguenze di tipo economico. Sta nascendo una nuova geografia senza confini, dove i territori si aggregano, superando il concetto di contiguità fisica. La “smart city” non può essere circondata da “fossati”, non può ridursi alla semplice applicazione e neppure a un indice delle performance. Da New York a Milano, da Torino alla Coruña in Spagna, i grandi sistemi urbani diventano piattaforme dove si innestano servizi, nuovi modi di vivere, lavorare e produrre. Ma come si governa questo nuovo continente che sta nascendo? Ce lo hanno spiegato: UniCredit Business Integrated Solutions, A2A, Centro Medico Santagostino, CLUSIT, Comune di Torino, Lombardia Informatica, Start Romagna, Urbano Creativo, Indra e Orange Business Italy.

smart-city-tavolo

Indra, smart city dalla teoria alla pratica

L’approccio olistico di Indra alla città Intelligente parte dal presupposto che dare “soluzioni semplici” a fenomeni complessi è una pretesa illusoria e forse anche pericolosa perché contribuisce ad aumentare la rigidità e riduce i fenomeni alla somma delle singole parti, quando invece sono le correlazioni e le retroazioni che ci aiutano a leggere la realtà in modo veramente intelligente, come ha detto Eros Buffo, responsabile Centri di Competenze Smart Platforms di Indra in Italia. SOFIA2 è la soluzione IoT e Big Data di Indra per ottenere la gestione completa e trasversale della città: un ponte tra mondo fisico e mondo virtuale che permette di aumentare non solo l’experience dei cittadini (consumatori, utilizzatori, elettori) ma di governare meglio i servizi urbani, la sicurezza, la partecipazione e il processo decisionale degli amministratori pubblici. «Il concetto di città intelligente non coincide con la soluzione verticale ma è un modello tecnologico e organizzativo che deve mettere al centro a condivisione delle informazioni, delle decisioni e delle responsabilità tra i diversi sottosistemi. Una città connessa è una luogo più attrattivo capace di essere un volano economico. Le città devono evolversi verso un modello di gestione di maggiore qualità ed efficienza: non la soluzione che risolve il problema singolo ma la piattaforma condivisa che moltiplica le opportunità. Perché il “cervello” di una città ha bisogno anche di molte braccia».

indra_eros-buffo


#Smartcity dalla teoria alla pratica – Videointervista a Eros Buffo @IndrainItalia
Click To Tweet


Orange Business Services, un ecosistema integrato per le smart city

Siamo solo all’inizio, ma l’IoT permette di seminare di buone pratiche le città, senza dimenticare che anche il cittadino deve essere considerato un punto di contatto centrale. Gli orizzonti applicativi sono in continua evoluzione e gli oggetti intorno sono destinati a diventare “nodi di rete” capaci di elaborare i segnali e dialogare con macchine, device, piattaforme e sistemi intelligenti. «Un paese per lo sviluppo ha bisogno di piattaforme per la crescita digitale, ma anche di nuovi modelli di business e collaborazione. La connettività è sempre più dinamica e la rete, sempre più software defined sarà la chiave di volta per i nuovi servizi» – spiega Gianluca Salvaneschi, head of Strategic Business Development & IoT South & Central Europe di Orange Business Services. «I sensori giocheranno un ruolo importante nel processo di pianificazione e governance delle città. Il trasporto è forse una delle più grandi sfide delle città moderne, ma non è l’unico flusso che può essere gestito al meglio. Pensiamo al consumo di energia e di acqua, oppure al monitoraggio dell’ambiente e alla raccolta intelligente dei rifiuti. Questi dati devono essere raccolti, analizzati in streaming e gestiti in sicurezza. E questa è l’altra sfida. Perché sono i sistemi legacy che frenano i cambiamenti di paradigma».

salvaneschi_orange


Un ecosistema per le #smartcity – Videointervista a Salvaneschi di @orangebusiness
Click To Tweet


L'articolo Smart city, connettere le “cose” e le persone proviene da Data Manager Online.

]]>
Enterprise Mobility https://www.datamanager.it/2016/09/enterprise-mobility/ Wed, 21 Sep 2016 08:19:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=109005 Il focus delle strategie di Enterprise Mobility delle imprese italiane si è spostato dalla gestione dei singoli componenti ai mobile process. In questo scenario, le applicazioni mobili diventano cruciali Dopo aver visto, negli ultimi anni, gli effetti dell’inarrestabile consumerizzazione, con il numero degli smartphone che ha superato quello dei PC, dal 2016 le aziende italiane […]

L'articolo Enterprise Mobility proviene da Data Manager Online.

]]>
Il focus delle strategie di Enterprise Mobility delle imprese italiane si è spostato dalla gestione dei singoli componenti ai mobile process. In questo scenario, le applicazioni mobili diventano cruciali

Dopo aver visto, negli ultimi anni, gli effetti dell’inarrestabile consumerizzazione, con il numero degli smartphone che ha superato quello dei PC, dal 2016 le aziende italiane hanno iniziato ad affrontare il tema più complesso dell’estensione verso utenti di device mobili (aziendali e non) delle applicazioni correlate allo svolgimento dei processi aziendali. Nelle grandi aziende, stanno prendendo piede iniziative di «lavoro agile», ed è evidente che le tecnologie mobili stanno concretamente cambiando i processi produttivi con un impatto diretto sulla competitività aziendale. Si lavora di più, si lavora meglio, si lavora in modo differente. Sono diversi, infatti, i casi d’uso che IDC ha identificato nell’ambito del lavoro in mobilità: ognuno di questi ha un diverso approccio alla mobility e necessita di differenti device, app e sistemi a supporto. Questa varietà è alla base della differenziazione e della complessità dell’ecosistema che i dipartimenti IT e i CIO si troveranno a governare nei prossimi anni.

Cambiano le strategie

Il focus della strategia di Enterprise Mobility si sposta dalla gestione dei singoli componenti tecnologici ai processi abilitati e automatizzati da applicazioni e piattaforme intelligenti, in grado di dialogare con sistemi centralizzati, persone e sensori distribuiti sul territorio, guardando oltre i confini fisici dell’azienda, all’intera business community. In questi giorni, le medie e grandi aziende italiane si stanno impegnando nello sviluppo di progetti strategici e di ampio respiro, guardando al ridisegno dei processi e cercando nelle soluzioni di Enterprise Mobility gli strumenti che permettono di ottenere reali vantaggi legati alla maggiore flessibilità, al recupero di efficienza e alla maggiore qualità della vita professionale degli addetti. L’attenzione dei CIO si sposta quindi dal controllo e gestione delle infrastrutture ICT, all’identificazione di soluzioni per gestire nuovi processi di business, nuovi flussi di informazioni, livelli di accesso e libertà degli utenti. Ciò porta un cambiamento forte nei dipartimenti IT aziendali: questi diventano veri e propri centri di competenza, con maggiore focus su innovazione e integrazione, ai quali è richiesto un approccio più attivo e collaborativo e un maggiore coinvolgimento nella pianificazione degli investimenti.


#EnterpriseMobility Gabriele Roberti @IDCItaly Focus sui mobile process
Click To Tweet


L’importanza delle mobile app

Consentire l’accesso ai dati e ai processi aziendali ovunque, in ogni momento e da qualsiasi device è oggi un imperativo strategico. Pertanto distribuire applicazioni mobili aziendali per svolgere attività specifiche, è diventato il focus dei progetti evoluti di Enterprise Mobility, oltre che un presupposto essenziale per ottenere concreti benefici in termini di produttività, esperienza d’uso e customer satisfaction sia nei processi business-to-business (B2B) sia in quelli business-to-consumer (B2C). I dati IDC, rilevati nella Western European Enterprise Mobility Survey, condotta in primavera, rivelano che oltre 8 aziende italiane su 10 sono al lavoro su mobile app, rivolte ai propri addetti, agli utenti finali o ad aziende partner. Limitarsi a fornire API per estendere un esistente processo di business non è più sufficiente. Guardando al 2019, infatti, oltre il 60% delle enterprise mobile app non avranno un “antenato” su PC e aspetti come l’interfaccia utente e l’usabilità delle applicazioni verranno sempre più curati nel dettaglio, affinché lungo tutto il processo e su ogni device gli utenti possano disporre della stessa esperienza d’uso. Quindi, non deve sorprendere che il mercato delle applicazioni enterprise stia rapidamente crescendo e trasformandosi: a fianco a quelle di produttività e accesso / sincronizzazione file, le tipologie di app su cui si concentra maggiormente l’attenzione delle aziende italiane sono le soluzioni di comunicazione e collaborazione, seguite da app strettamente legate a processi aziendali come il rapporto con il cliente (CRM), la vendita (SFA) e le operations in diversi settori produttivi (Field Service Operations, vertical app). Anche sul fronte della sicurezza le aziende italiane stanno adottando un approccio più maturo e orientato a considerare flessibilità e agilità operativa come un beneficio irrinunciabile, a partire dai modelli di adozione dei mobile device (più device aziendali, abilitati per uso personale, meno BYOD) fino alla protezione dei contenuti aziendali che vengono scambiati e utilizzati. Anche a livello di mercato, i confini fra le soluzioni di sicurezza (Mobile Enterprise Security – MES) e gestione (Enterprise Mobility Management – EMM) si sfumano sempre più. Tuttavia, le crescite più interessanti si avranno per le Mobile Application Development Platform (MADP), che saranno fondamentali per lo sviluppo di applicazioni sicure e integrate con i processi aziendali, in ottica di trasformazione digitale dell’impresa.

Il futuro: l’espansione dell’ecosistema

In Italia, il valore del mercato del software e dei sistemi di Enterprise Mobility, comprensivo delle tre componenti appena citate, nel 2015 è stato di circa 67 milioni di dollari. Questo avanzerà con incrementi medi annui intorno al 20% entro il 2019, con le piattaforme per lo sviluppo di mobile app in forte crescita. I servizi professionali in ambito mobility, spinti dalle componenti di integrazione e consulenza, arriveranno a generare 1,3 miliardi di dollari.

Nei prossimi anni la crescita del mercato sarà correlata all’”Enterprise of Everything” di domani, cioè all’estensione dell’ecosistema di mobility, su diverse direttrici:

  • Persone: i mobile worker cresceranno fino a rappresentare i tre quarti della forza lavoro, nel 2020, grazie alle iniziative di smart working, ma soprattutto a una vera e propria trasformazione del modo di lavorare;
  • Mobile device: il parco device delle aziende andrà espandendosi e diversificandosi, in particolare con i primi device indossabili in ambito enterprise;
  • Applicazioni: mobile app che abiliteranno nuovi processi automatizzati, diventando l’interfaccia predefinita per molte attività lavorative;
  • Sensori e oggetti smart: le reti aziendali si estenderanno includendo nuovi end-point in grado di dialogare con piattaforme intelligenti, sistemi centralizzati e persone distribuite sul territorio.

I wearable device stanno iniziando a suscitare interesse in Italia: se gli smartwatch sono in alcuni casi già adottati dalle imprese, la novità è rappresentata dai numerosi casi d’uso, con cui le aziende stanno sperimentando occhiali, bracciali, visori e orologi intelligenti. Alcuni esempi sono le attività di campo, il training fino alla sicurezza fisica. Cosa spinge le aziende a sperimentare queste soluzioni? I driver sono quelli tipici dei progetti di mobility, come l’aumento di produttività e la soddisfazione degli addetti, ma soprattutto la possibilità di abilitare nuovi modi di lavorare, più flessibili ed efficienti.

Anche sensori connessi e sistemi M2M possono non sembrare una novità: molte aziende italiane hanno già avviato progetti in questi ambiti, ad esempio per il controllo della qualità, per l’asset tracking, il controllo da remoto e la manutenzione predittiva. Il confine con IoT è molto sfumato, in particolare con la proliferazione di oggetti capaci di connettersi a reti low-power e a piattaforme di gestione avanzate. Questa evoluzione, in ambito industriale, appare ormai tracciata. Eppure, le aziende si trovano a gestire una complessità che cresce a ritmi esponenziali. Per riuscire a governare tutto con successo, i CIO devono riuscire da una parte a essere i portatori dell’innovazione in azienda e dall’altra a orchestrare skill interne, stakeholder aziendali e partnership con soggetti esterni, in ottica make & buy.

Gabriele Roberti, research and consulting manager di IDC Italia

L'articolo Enterprise Mobility proviene da Data Manager Online.

]]>
Il business algoritmico del futuro? È sempre più guidato dai dati https://www.datamanager.it/2016/09/business-algoritmico-del-futuro-sempre-piu-guidato-dai-dati/ Tue, 20 Sep 2016 13:04:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=108993 Il data warehouse compie trent’anni ma l’architettura è cambiata poco. L’emergere di nuovi tipi di dati però sta portando i CIO a concentrarsi su nuove tecnologie Tornando indietro al 1986, con alcuni colleghi in IBM avevamo definito la prima architettura di data warehouse per gestire le vendite e le consegne in Europa dei mainframe System/370 […]

L'articolo Il business algoritmico del futuro? È sempre più guidato dai dati proviene da Data Manager Online.

]]>
Il data warehouse compie trent’anni ma l’architettura è cambiata poco. L’emergere di nuovi tipi di dati però sta portando i CIO a concentrarsi su nuove tecnologie

Tornando indietro al 1986, con alcuni colleghi in IBM avevamo definito la prima architettura di data warehouse per gestire le vendite e le consegne in Europa dei mainframe System/370 e dei minicomputer System/38 (chi è in grado di riconoscere questi nomi è probabilmente un po’ oltre il trentesimo compleanno!), per poi descriverne l’architettura nel 1988 sull’IBM Systems Journal.

Nel frattempo, il mondo è cambiato molto: basterebbe ricordare solo i costi e le dimensioni dei computer appena menzionati, oppure pensare a come un PC con sistema operativo DOS 3.3 su Intel 80286 e con dischi da 20 Mb era considerato all’epoca lo stato dell’arte, mentre gli smartphone di oggi sono più potenti rispetto ai mainframe di cui sopra. Eppure, l’architettura del data warehouse è cambiata davvero poco nello stesso periodo di tempo. Più che dei cambiamenti nelle tecnologie, forse può essere più interessante il nuovo scenario emergente dei dati: il data warehouse era stato progettato per un ambiente in cui tutte le informazioni nascevano dai processi di gestione del business, che erano progettati all’interno dell’azienda per offrire la visione più accurata e affidabile possibile della base giuridica delle operazioni e delle transazioni di business. Questi dati, mediati dai processi, forniti dai sistemi operazionali e integrati nel data warehouse continuano a essere basilari per la gestione del business e delle operazioni. Per tali dati, i principi e le pratiche di data warehousing rimangono valide oggi come lo erano trent’anni fa.


#TechnologyTransfer @BarryDevlin sarà a Roma il 14-15 nov. per @techtran
Click To Tweet


L’emergere di nuovi tipi di dati in questi ultimi anni ha però minato la fede nel data warehousing e portato molti a concentrarsi su nuove tecnologie, come Hadoop, e a tentare di definire nuove architetture, come i bacini di dati o i data lake. Questi nuovi tipi di dati si dividono in due grandi categorie, cioè le informazioni di origine umana, human-sourced, che si riferiscono a una serie di materiali generati e utilizzati dai social, tra cui i tweet, i documenti di testo, le immagini e i video che provengono per lo più dall’esterno dell’azienda, mentre i dati generati dalle macchine, machine-generated, provengono da tutti i tipi di sensori e macchine, sia di provenienza interna sia, sempre più, dall’Internet of Things. Questi due tipi di informazioni, spesso chiamati big data, differiscono notevolmente dai dati mediati dai processi, e differiscono tra di loro in termini di struttura, volumi, affidabilità e altre caratteristiche. Questi nuovi tipi di dati offrono anche nuove o migliorate opportunità per digitalizzare molti aspetti del business, con approcci algoritmici che sono sempre più visti come essenziali per la redditività e il successo in una vasta gamma di settori. Tali algoritmi sono o saranno basati sui recenti progressi nel campo dell’intelligenza artificiale e del deep learning, resi possibili dalla crescita esplosiva dei big data. Questa transizione in atto oggi ha implicazioni ad ampio livello sia per le aziende sia per l’IT, oltre che in materia delle architetture dei dati.

Un po’ di storia delle architetture

La novità dei big data, così come le loro caratteristiche spesso citate di volume, velocità e varietà, ha portato consulenti e vendor a concentrarvi i loro sforzi di sviluppo e di vendita. Questa attenzione è stata così intensa che molti clienti sono arrivati a credere che il data warehouse sia obsoleto e anche ridondante, quando niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. Il ruolo dei dati mediati dai processi è distinto da questi nuovi tipi di dati. I big data forniscono il contesto e la ricchezza predittiva attorno alle transazioni formali di business dei dati mediati dai processi, che continuano a rappresentare la realtà del business. Anche se è meno comune, un’altra convinzione è che alcuni o tutti questi nuovi dati dovrebbero essere fusi nell’ambiente warehouse esistente. Questo è errato perché i volumi sono troppo grandi nella maggior parte dei casi e la velocità di variazione dei dati e dei loro significati è troppo rapida e frequente per trovare posto nelle tecnologie tradizionali. Inoltre, questi nuovi tipi di dati non possono richiedere lo stesso tipo di riconciliazione e di gestione della qualità richiesta dei dati core mediati dai processi. Tuttavia, l’esperienza mostra già che i benefici di business sono maggiori quando entrambi i tipi di dati, vecchi e nuovi, sono utilizzati insieme. I dati human-sourced provenienti dai social media offrono più valore quando sono correlati con i dati dei clienti di provenienza interna derivanti dai dati mediati dai processi. I dati machine-generated derivanti dal click-stream permettono un’analisi più profonda e significativa di come e perché le vendite sono diminuite nell’ultimo trimestre nel data warehouse mediato dai processi. Questo ci porta a un tipo ibrido di architettura, composta da più colonne, ciascuna ottimizzata per le caratteristiche di una particolare classe di dati o informazioni e interconnesse da informazioni condivise di impostazione del contesto e dalla funzione di assimilazione. L’architettura originale di data warehouse vive, anche se in forma più aggiornata nella colonna dei dati mediati dai processi. Questa nuova architettura è descritta in dettaglio nella mia opera “Business unintelligence”.

In contrasto con il data warehouse, in cui tutti i dati provengono dalle transazioni di business e operazioni commerciali, questa nuova architettura riconosce che i dati e le informazioni hanno in realtà origine al di fuori dei sistemi aziendali che gestiscono e fanno funzionare il business. Quest’ultimo è infatti guidato da informazioni provenienti dal mondo reale sotto forma di eventi, misurazioni e messaggi di origine umana o da parte di macchine: tutte le decisioni e le azioni di business poggiano sulla base di tali informazioni. Il processo decisionale, come previsto dal data warehousing, è solo una delle componenti del moderno business digitalizzato e guidato dai dati.


#TechnologyTransfer @BarryDevlin Il data warehouse compie trent’anni
Click To Tweet


Il processo decisionale oltre il data warehouse

L’obiettivo originale del data warehousing e della business intelligence era quello di supportare il processo decisionale da parte di manager e analisti per le questioni tattiche e strategiche. Con l’evoluzione della business intelligence, l’attenzione si è spostata alle decisioni più operative e con orizzonti temporali più brevi. E mentre entrambe queste esigenze continueranno a esistere, ora sono considerate solo un aspetto del supporto al processo decisionale.

Dato che il mondo è sempre più tecnologico, con enormi volumi di messaggi, eventi e misurazioni che scorrono dentro e fuori l’azienda, molte decisioni tattiche e operative si spostano dal centro verso la periferia dell’organizzazione, dal management e dal personale verso gli algoritmi e le macchine. Questi ultimi, guidati dall’intelligenza artificiale e dal deep learning, potranno prendere le decisioni dettagliate che un tempo erano appannaggio degli esseri umani. Le loro abilità sono già impressionanti, come dimostrano per esempio AlphaGo, che ha battuto il campione del mondo di Go, oppure i veicoli autonomi che circolano sulle strade, con miglioramenti esponenziali, anche se è importante riconoscere che tutti gli algoritmi sono buoni nella misura in cui lo sono i dati su cui si basano le loro interpretazioni e decisioni.

Come abbiamo già imparato in trent’anni di data warehousing, avere dati coerenti e di elevata qualità è fondamentale per il processo decisionale. In questi trenta anni, abbiamo lavorato duramente per garantire l’integrità dei nostri dati. Però, se vogliamo essere onesti, non abbiamo fatto un lavoro strabiliante. E mentre il nuovo mondo dei business digitalizzati prende forma, la nostra capacità di gestire la qualità e l’integrità di tutti e tre i tipi di dati sarà di vitale importanza per garantire che il processo decisionale algoritmico funzioni effettivamente come previsto, e nell’intero arco di attività.


Barry Devlin

Tra gli esperti più autorevoli di Business Insight e Data Warehousing. Consulente, speaker e autore del famoso libro “Data Warehouse, from Architecture to Implementation”. Gli interessi di Barry Devlin spaziano verso un business completamente integrato, coprendo ambienti informativi, operativi e collaborativi per offrire una esperienza olistica del business attraverso l’IT. È fondatore di 9sight Consulting, società di consulenza specializzata nel progettare soluzioni di Business Insight, che opera con i principali analisti e vendor in ambito BI e oltre.

Barry Devlin presenterà a Roma per Technology Transfer il seminario “Riprogettare il Vostro ambiente IT per il business del futuro” il 14-15 novembre 2016.

L'articolo Il business algoritmico del futuro? È sempre più guidato dai dati proviene da Data Manager Online.

]]>
Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things https://www.datamanager.it/2016/07/alessandro-canzian-vodafone-priorita-allinternet-of-things/ Tue, 19 Jul 2016 15:28:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105634 Intelligenza nella connettività, meno confini tra fisico e digitale, nuovi mondi smart: le promesse dell’IoT si avviano a essere sempre più realtà Non più paradigma in via di apparizione, ma vera e propria realtà, l’Internet of Things sta cominciando ad assumere contorni sempre più definiti. E a concretizzare molte promesse, a cominciare da quelle della […]

L'articolo Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things proviene da Data Manager Online.

]]>
Intelligenza nella connettività, meno confini tra fisico e digitale, nuovi mondi smart: le promesse dell’IoT si avviano a essere sempre più realtà

Non più paradigma in via di apparizione, ma vera e propria realtà, l’Internet of Things sta cominciando ad assumere contorni sempre più definiti. E a concretizzare molte promesse, a cominciare da quelle della comunicazione tra macchine (M2M), della connettività intelligente e del mondo Smart, dove Vodafone si sta muovendo da protagonista, con un ecosistema di soluzioni dedicate già nutrito e in fase di costante arricchimento. Come spiega Alessandro Canzian, direttore marketing corporate di Vodafone, «l’esplodere del numero di oggetti connessi nell’ambito dell’IoT, il cui volume in Italia è oggi di dieci milioni, richiede una connettività sempre più intelligente: si tratta dell’intelligenza necessaria per gestire le SIM fisiche e quelle on chip, cablate dentro agli apparati distribuiti nel mondo. È necessaria una piattaforma per attivare o disattivare la connettività e soprattutto per capire quanto traffico dati si sviluppa e dove si trovano gli oggetti. Inoltre, i dati devono poter essere scambiati su rete pubblica Internet oppure su rete privata virtuale, VPN. Ma c’è un ulteriore elemento di differenziazione: le SIM della nostra piattaforma “Global Service Delivery Platform” sono sempre in roaming, per essere connesse in qualunque momento».


#siamoforty Alessandro Canzian @VodafoneIT L’IoT come Platform as a service
Click To Tweet


Tra intelligenza e analytics

Questa connettività intelligente costituisce però solo una piccola parte delle nuove esigenze dettate dall’IoT. «Nella catena del valore dell’IoT, la connettività copre meno del 10% della spesa totale, ed è ovvio che si tratta di un elemento poco significativo per un operatore che si limitasse solo a questo» – prosegue Canzian, spiegando che «un altro aspetto rilevante è quello della raccolta dei dati, dove la piattaforma che li raccoglie deve storicizzarli, memorizzarli e trattarli in maniera coerente. In questo senso, il passaggio ulteriore è quello di aggiungere l’intelligenza di analisi, per trasformare in maniera automatica i dati in informazioni, utili per i Data Scientist che trasformeranno quei dati in azioni». Adottare un approccio di piattaforma, cioè di Platform as a Service (PaaS) che viene pagata in base a quanto la si utilizza, permette di abbassare in maniera sostanziale il costo iniziale dell’investimento in IoT, e questo si rivela interessante soprattutto per le piccole e medie imprese italiane ed europee: «Se l’IoT è un paradigma utile per tutti, per le PMI rappresenta davvero un elemento disruptive» – fa notare Canzian.

L’IoT come Platform as a Service

In sintesi, la IoT Platform di Vodafone ha sostanzialmente tre funzioni principali: raccogliere comandi da sensori e inviarli agli attivatori; raccogliere i dati e trattarli, desumendone significati con mobile analytics, e infine permettere l’accesso attraverso interfacce standard API agli sviluppatori, per allargare il più possibile la comunità. Per la massima scalabilità e interoperabilità, la piattaforma è affiancata da Digital Exposer, che aggrega, abilita e incentiva la creazione e l’integrazione di soluzioni esistenti, i servizi di terze parti e le soluzioni Vodafone attraverso standard aperti. «Questa piattaforma sta conoscendo un crescente successo con i clienti, in ambiti più disparati come elettrodomestici, domotica, biciclette o arredo: tutti settori dei quali dobbiamo conoscere il linguaggio per poter interagire al meglio» – sottolinea Canzian, precisando che «attualmente con l’IoT realizziamo oggi il 10% dei nostri ricavi relativi ai grandi clienti, con una crescita del 14% nel 2014, del 20% nel 2015 e con prospettive analoghe per quest’anno. Si tratta di un dato molto lusinghiero, in quanto una crescita a due cifre in questo settore non è comune».

Un ROI sempre più veloce

Del resto, le potenzialità dell’IoT non sono certo da trascurare, come dimostrato anche dall’indagine che Vodafone compie ormai da tre anni a questa parte per studiare il fenomeno. Nell’edizione 2015 dello studio “M2M Barometer”, è emerso tra l’altro che oggi più di un quarto delle aziende a livello mondiale utilizza tecnologie M2M, in crescita del 12% rispetto alla prima edizione del 2013. «Tra le aziende che hanno adottato l’IoT, più della metà, per l’esattezza il 59%, ha avuto un ritorno sull’investimento in meno di 12 mesi, evidenziando le concrete potenzialità di questo paradigma, soprattutto in ambito Industry dove si è abituati a ROI su tempi più lunghi» – fa notare Canzian. Ma non solo: negli Stati Uniti, le imprese leader nell’utilizzo di tecnologie M2M per il settore consumer e smart home hanno registrato un ritorno d’investimento ancora più rapido, visto che il 41% ha dichiarato di averlo ottenuto entro i sei mesi, e l’83% ha dichiarato di aver ottenuto un notevole vantaggio competitivo dall’adozione delle tecnologie IoT. Di rilievo, anche i dati relativi al mercato italiano, che hanno evidenziato livelli di consapevolezza elevati: il 91% degli intervistati ha sentito parlare delle tecnologie M2M e l’84% dell’Internet of Things, mentre il 38% delle aziende italiane ha già impiegato tecnologie M2M contro una media mondiale del 27%.

L’ora delle smart city

Come noto, le potenzialità dell’Internet of Things riguardano anche il vasto ambito di ciò che va sotto il cappello di “smart city”, un mondo che, nelle parole di Alessandro Canzian «rappresenta una grande promessa che sta diventando sempre più concreta, grazie anche alle collaborazioni che abbiamo in atto con numerose pubbliche amministrazioni». In questo ambito, Vodafone sta infatti operando su quattro aree: Smart Living, Smart Mobility, Smart Public Administration e Smart Security. Il primo ambito riguarda la «cittadinanza digitale, con interazione tramite app tra cittadino oppure visitatore per sapere cosa sta accadendo in città, mentre la Smart Mobility è dedicata a ottimizzare i tempi di trasferimento, con le informazioni provenienti dalla nostra rete di telecomunicazioni dalle quali si può sapere i livelli di traffico stradale, oppure gestire i parcheggi» – spiega Canzian. Per l’area Smart Public Administration si tratta di «ridurre l’uso della carta realizzando nuovi workflow, oppure proporre cassonetti che capiscono da soli il loro livello di riempimento, mentre i progetti di Smart Security prevedono elementi che rilevano immagini, eventi e volti, resi ancora più efficaci dall’esser wireless, ma senza per questo dare l’impressione di trovarsi in una città militarizzata» – prosegue Canzian.

Cadono i confini tra fisico e digitale

In conclusione, le trasformazioni in atto determinate dai nuovi paradigmi stanno portando a una ridefinizione dei confini tra mondo fisico e quello digitale. «Non si tratta più di mondi rigidamente separati: per fare un esempio, sempre più spesso quando si acquista in un negozio, la prima cosa che oggi si fa è guardare sullo smartphone quanto costa e quali caratteristiche ha quel determinato prodotto, e spesso risulta più immediato fare così invece di chiedere al commesso. È anche per questo che i confini tra i due mondi sono sempre più difficili da percepire in tutte le nostre interazioni quotidiane, grazie all’Internet of Things che, oggi più che mai, è una priorità per il business» – conclude Alessandro Canzian.

L'articolo Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things proviene da Data Manager Online.

]]>
Industry 4.0, sei regole per i CIO https://www.datamanager.it/2016/06/industry-4-0-regole-cio/ Fri, 24 Jun 2016 12:04:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=104209 Dalle fabbriche a vapore ai sistemi di controllo industriale computerizzati, passando per la linea di assemblaggio della produzione di massa. Dopo le prime tre rivoluzioni industriali, viaggiamo dritti verso la quarta ondata, figlia dell’Industrial Internet of Things, che presenta rischi e opportunità. Ma le imprese italiane sono pronte per la rivoluzione che cambierà il mondo? […]

L'articolo Industry 4.0, sei regole per i CIO proviene da Data Manager Online.

]]>
Dalle fabbriche a vapore ai sistemi di controllo industriale computerizzati, passando per la linea di assemblaggio della produzione di massa. Dopo le prime tre rivoluzioni industriali, viaggiamo dritti verso la quarta ondata, figlia dell’Industrial Internet of Things, che presenta rischi e opportunità. Ma le imprese italiane sono pronte per la rivoluzione che cambierà il mondo?

Il settore manifatturiero è definitivamente tornato alla ribalta grazie alle nuove tecnologie che promettono un completo rinnovamento dei processi produttivi. Come ci spiega Lorenzo Veronesi, research manager per IDC manufacturing Insights EMEA, grazie a questa trasformazione, le fabbriche, da «scatole nere» quali erano – commodities che potevano essere delocalizzate a seconda del variare del costo del lavoro nelle diverse regioni – diventano ora il fulcro dei processi innovativi aziendali. «In particolare, la ridefinizione del tradizionale rapporto lavoro/capitale, che rende il costo del lavoro una variabile sempre meno rilevante, ha fatto sì che questo trend venisse ampiamente favorito dai paesi occidentali, desiderosi di riappropriarsi di una componente essenziale della struttura economica: il processo produttivo». Anche l’osservatore più distratto – suggerisce Lorenzo Veronesi – avrà notato il proliferare di iniziative, dalla piattaforma Industrie 4.0 in Germania all’Industrial Internet Consortium negli USA, sul tema della “smart factory”, senza dimenticare il recente focus portato dal WEF alla conferenza di Davos.

Ma quali sono i benefici attesi? «Per le aziende manifatturiere – ci spiega Veronesi – un aumento esponenziale della flessibilità operativa, della velocità dei cicli e della produttività, fino ad arrivare alla messa in opera di processi totalmente auto-organizzati. Per le aziende di macchinari industriali, addirittura, si parla di una completa ridefinizione del modello di business, che si avvale della possibilità di trasformare i loro prodotti in piattaforme per l’erogazione di una serie articolata di servizi smart.

Questi risultati rivoluzionari non dipendono necessariamente dall’adozione di tecnologie complesse, ma sono raggiungibili attraverso un’interconnessione graduale di tecnologie già ampiamente consolidate in altri ambiti, che trovano finalmente la loro ragion d’essere anche nel settore manifatturiero. «Quella che IDC definisce Terza Piattaforma (cloud, big data analytics, mobility e social collaboration) diventa la piattaforma d’elezione per distribuire e analizzare l’informazione generata dai processi produttivi. Investire in macchinari connessi (IoT o meglio, interconnection of devices) diventa quindi un’iniziativa finalmente sostenibile. Una volta catturato un dato, può venir messo a valore trasformandolo in informazione per una serie svariata di attori». E infatti, IDC prevede che entro il 2017 ben il 50% delle aziende sfrutteranno queste sinergie per facilitare nuovi e più integrati modi di lavorare nelle fabbriche. A questo si aggiunge tutta una serie di tecnologie abilitanti, che magari adesso vengono considerate ancora in modo opportunistico, ma che in futuro diventeranno sempre più centrali nel processo produttivo: 3D printing, robot “intelligenti” che operano a stretto contatto con l’uomo e che sono in grado di imparare, machine-to-machine analytics, ethernet industriale. I dati IDC mostrano come la maggior parte delle aziende in Europa si dichiari pronta a lanciarsi in queste iniziative, anche se molto poche sono quelle che lo stanno facendo con piena intenzione. «La principale barriera – continua Veronesi – deriva dall’enormità del cambiamento organizzativo che questa trasformazione comporta. A causa della convergenza nelle fabbriche tra IT, OT (operational technology) e tecnologia consumer (smartphone e tablet), le aziende dovranno risolvere il “trade-off” riguardo chi nell’organizzazione sia addetto a gestire questa trasformazione. È incoraggiante notare come, molte aziende stiano considerando nuove dimensioni organizzative, promuovendo per esempio il nuovo ruolo di chief digital officer, sulla scorta di quello che è avvenuto in altri settori, come quello delle utility. Quasi il 20% delle aziende sta già cominciando questa trasformazione che smantellerà i silos organizzativi, cambierà il portafoglio IT, e faciliterà l’introduzione di nuove competenze nelle operations di fabbrica».


#manufacturing Le fabbriche italiane sono pronte alla rivoluzione 4.0?
Click To Tweet


SEI REGOLE PER IL CAMBIAMENTO

L’Industrial IoT si candida a diventare un ricco bacino di applicazioni (per connettere e raccogliere informazioni da macchinari e impianti, sistemi di controllo avanzamento produzione, dispositivi a presidio della sicurezza di maestranze e impianti) che, in simbiosi con le tecnologie di data analytics, innalzeranno la produttività e la flessibilità dei processi aziendali di prossima generazione.  Ma le imprese italiane sono pronte per la quarta rivoluzione industriale? Grazie all’esperienza sul campo di Luca Rota Caremoli (CIO – head of organization and IT, Industrie Saleri Italo) e di Enrico Pana (group logistic manager, DAB Pumps), abbiamo definito le sei regole chiave di questa trasformazione.

Regola numero uno

Prima di tutto, bisogna tracciare a tavolino (up-front) una strategia di industria 4.0. Per farlo, occorre valutare la propria maturità digitale. Questo consente di identificare obiettivi ben precisi per colmare il divario e dare la priorità alle misure che dovranno portare il massimo valore al business. Assicurarsi che tali misure siano ben allineate con la strategia complessiva ottenendo il commitment da parte del top management aziendale al completo.

Regola numero due

Iniziare con progetti pilota per stabilire la fattibilità e dimostrare il valore business. Non tutti i progetti avranno successo, ma tutti saranno utili per capire qual è la strada giusta da seguire. Con i primi successi, potete anche ottenere il buy-in dall’organizzazione e garantire un finanziamento per un lancio più grande. Per i primi progetti è consigliabile definire un ambito di applicazione iniziale relativamente stretto, ma può essere utile incorporarvi già il concetto end-to-end di industria 4.0.

Regola numero tre

Definire le funzionalità per raggiungere e sviluppare un progetto e per la costruzione o l’acquisizione delle capabilities necessarie. Includere abilitatori tecnologici che possano spingere in avanti i processi di business.

Regola numero quattro

Diventare degli esperti di data analytics. Il successo dipende anche dalla comprovata abilità nello sbloccare le opportunità ricavabili dai dati, utilizzando le correlazioni nascoste in modi creativi ed efficaci. Per questo occorre stabilire funzionalità analitiche interfunzionali, strettamente legate alle priorità strategiche dell’intera impresa, con un mix di competenze interno e competenze in outsourcing. Imparare a ottenere “value out of data” attraverso la progettazione di sistemi intelligenti, utilizzando real-time analytics per adattare sartorialmente i prodotti ai clienti e migliorare continuamente i processi.

Regola numero cinque

Trasformarsi in un’impresa digitale per promuovere la cultura digitale a infondere il bisogno di pensare e agire come addetti tecnologicamente nativi, disposti a sperimentare, imparando nuovi modi di operare e adattando di conseguenza i processi quotidiani. È importante ricordare che il cambiamento non si ferma una volta implementate le nuove forme di produzione automatizzata e interconnessa. L’azienda – proprio dopo la partenza di industria 4.0 – avrà bisogno di reinventare continuamente le sue capacità a tassi più veloci che in passato per rimanere a regime.

Regola numero sei

Adottare una prospettiva di ecosistema. Può risultare difficile condividere la conoscenza con altre aziende, e si può preferire l’acquisizione alla collaborazione. Ma è necessario colmare i limiti e i confini tradizionali della propria società per beneficiare dalla partecipazione a piattaforme che non si possono controllare completamente. Le migliori performace si ottengono quando si riesce attivamente a capire il comportamento del consumatore e si può orchestrare un ruolo distintivo per la propria azienda all’interno di un complesso ecosistema di partner, fornitori e clienti.


#produzione Cambiando sistema si può ricominciare a crescere oltre lo zero virgola
Click To Tweet


PERCEZIONE, EVOLUZIONE E OSTACOLI

Per comprendere più da vicino quale sia la portata della quarta rivoluzione industriale, che secondo i dati del World Economic Forum porterà anche alla perdita di 5 milioni di posti di lavoro nel mondo, siamo entrati in contatto con due realtà di primo piano del manufacturing. La prima è Industrie Saleri Italo (SIL) società storica, specializzata nella progettazione, sviluppo e produzione di pompe acqua e sistemi di raffreddamento per l’industria automotive. Fondata nel 1942, con un fatturato di gruppo che supera i 160 milioni di euro, riconoscimenti a livello internazionale e la collaborazione con le più prestigiose case automobilistiche, Salieri impiega più di 400 dipendenti (di cui il 15% impiegato in R&D), ha due sedi estere in Cina e Germania e una produzione annua che supera i 5 milioni di unità. La seconda realtà che abbiamo contattato è DAB Pumps che da oltre 40 anni è protagonista nel settore delle tecnologie per la movimentazione e la gestione dell’acqua. DAB infatti propone soluzioni tecnologiche per ottimizzare i consumi energetici in applicazioni domestiche e residenziali, civili, commerciali e nei sistemi di irrigazione per l’agricoltura. In entrambe le realtà, l’approccio all’innovazione è molto tecno-pratico, orientato alla risoluzione dei problemi e senza concessioni particolari all’astrazione teorica. Nel confronto diretto con i CIO, abbiamo cercato di capire qual è l’impatto dell’Industry 4.0 in termini di progetti e applicazioni, e soprattutto quali i principali ostacoli che impediscono alla “fabbrica” l’adozione di soluzioni Industry 4.0.

PARTIAMO DAI DATI

«Nella nostra azienda – ci racconta Luca Rota Caremoli, CIO a capo dell’organizzazione e dell’IT nelle Industrie Saleri – forti di ben oltre 100 robot, non c’era la sensibilità nel valorizzare i dati che questi robot potevano darci per migliorare. Ora invece, grazie anche alla diffusione di massa della parola IoT e alle pressioni dei clienti, quei dati che erano sottovalutati stanno iniziando a diventare “prioritari” più dei pezzi che produciamo. Perché dico migliorare? Perché quei dati, che fino a poco tempo fa servivano solo come meri conta pezzi, quindi a monitorare e basta, oggi insieme agli altri dati che un robot in classe IoT può darci, ci permettono di capire non solo quello che facciamo, ma anche di essere più efficienti e di migliorare le performance. Si tratta di prefissarsi degli obiettivi di miglioramento e tramite quei dati si fa il “fine tuning” continuo della produzione e dell’uso delle macchine per raggiungere quell’obiettivo. L’IoT è come la proteina che supporta la traduzione dell’informazione genetica contenuta nel DNA e permette a un organismo di crescere e di evolversi».

Anche per Enrico Pana, group logistic manager di DAB Pumps, l’IoT è una questione di evoluzione. Dopo circa due anni di studio e di test, sono riusciti a rilasciare per alcuni prodotti un sistema che hanno chiamato Dconnect e che ha permesso alla “fabbrica” di migliorare l’orientamento della catena di fornitura e dei clienti per aumentare la connettività, secondo una logica di catena integrata e in maniera indipendente dalla tipologia di sistema ERP. Il sistema prevede anche l’utilizzo di postazioni mobili per selezionare e comparare i prodotti e la funzione real-time di monitoraggio sulla parte distributiva per conoscere in ogni momento lo stato di avanzamento di una consegna. La tecnologia Dconnect abilita anche l’area connettività per controllare gli impianti da remoto. Studiata per rendere più efficace e pratico il lavoro di installatori e manutentori, Dconnect permette di verificare lo stato di funzionamento dei sistemi senza necessariamente recarsi dai clienti attraverso notifiche immediate su smartphone in caso di malfunzionamenti, aggiornamento software dei prodotti, assistenza preventiva e informazioni per ottimizzare l’impianto. Il passaggio a Dconnect, come ci racconta Enrico Piana, ha permesso l’implementazione massiva di connettività EDI da e verso i clienti e l’integrazione di tutta la catena logistica di distribuzione, con una visione nuova della supply chain e favorendo anche un approccio più agile nella gestione dei progetti non solo di natura IT.


Sei regole per i #CIO La rivoluzione 4.0 smantella i vecchi silos organizzativi
Click To Tweet


EVOLUZIONE POTENZIALE

Quali sono le potenzialità? «Al momento – risponde Rota Caremoli – è ancora prematuro parlare di “progresso percepito o constatato”. Aumenta la domanda interna di analisi dei dati e questo significa che c’è più consapevolezza. L’IoT ha avvicinato la macchina all’utilizzatore o al gestore. Per me, l’IoT è qualche cosa che abbiamo nel nostro DNA. Da sempre, raccogliamo LOG, dati dei nostri sistemi e li analizziamo per migliorare, controllare e far evolvere il sistema. Anche sulle macchine, lo si è sempre fatto, ma in modalità analogica e in ritardo rispetto alle esigenze di business. L’IoT sta portando a galla queste informazioni, mettendole alla portata di tutti. Un grafico vale più di mille analisi e lo sa leggere chiunque. Già questo è valutabile, secondo me, come progresso».

INFRASTRUTTURA, CULTURA E ROI

Tra le resistenze e gli ostacoli all’adozione di un modello evoluto di fabbrica automatizzata e interconnessa, Enrico Pana di DAB Pumps mette in evidenza soprattutto la complessità interna e talvolta qualche “incomprensione” tra le varie divisioni, oltre ai modelli tradizionali di vendita con troppi “fuori standard”, la maturità di alcune aree di mercato e l’analisi dei dati ancora di tipo tradizionale e non predittiva.

Se parliamo di fabbriche tradizionali con impianti di vecchia concezione, l’infrastruttura tecnologica sia come sistema degli impianti sia come struttura stessa delle macchine è per definizione “non IoT”. «La si può portare in modalità IoT – spiega Rota Caremoli di Industrie Saleri – ma mai come una infrastruttura che nasce già con quei concetti nel DNA stesso dei robot. Andare a misurare, per esempio, la velocità di rotazione di un braccio robotico, l’energia consumata nel fare un’operazione, non sempre è possibile se il robot o la macchina non ha questi sensori integrati nel sistema. Quindi è dura chiedere a un imprenditore di cambiare una macchina per portargli sopra l’IoT, perché solitamente queste macchine hanno una vita media di decenni se non di più. Contestualmente, però, non si deve fare l’errore di inserire nuovi macchinari “non IoT Enabled”. Anche qui si apre un mondo».
Non solo. Che dati vado a leggere? Torniamo all’inizio del ragionamento di Rota Caremoli. Se so cosa voglio ottenere, so cosa devo monitorare. «In questa prospettiva, i produttori di robot o macchinari stanno inserendo una quantità di sensori tali da poter avere un sistema “nervoso” aziendale evoluto».

Dal punto di vista culturale, il monitoraggio fa parte del lavoro di CIO. Ma lo è anche per i direttori di produzione e di stabilimento? Per i CEO? Per Rota Caremoli, bisogna andare oltre al rapporto pezzi fatti, pezzi fattibili, scarti, cioè oltre alla mera produttività dell’Industry 1.0. «E bisogna sommare tutte le componenti che governano una macchina e metterle insieme per valorizzare il pezzo o il prodotto fatto in tutte le sue componenti. Per determinare questo parametro, non credo che esista una formula univoca come quella della misura dell’efficienza totale di un impianto (OEE). Ogni azienda fa da sé. Ma qui c’è da fare un salto in avanti» – continua Rota Caremoli. «L’IoT che è il fulcro dell’Industry 4.0, è da vedersi come lo smartphone per i cellulari. La telefonata è una componente dello smartphone, ma con quell’apparecchio simile ai modelli precedenti solo nella forma, oggi svolgo gran parte del mio lavoro. La mia esperienza mi ha portato a toccare con mano le grandi trasformazioni che l’azienda ha vissuto nel corso dei decenni. Nove volte su dieci, si trattava di spinte esterne esercitate da clienti, fornitori o da esigenze normative. Le grandi aziende, l’innovazione la comperano, mentre le PMI la implementano e la fanno, cioè gli costa un po’ di più, ma la portano avanti più velocemente». In termini di ritorno dell’investimento, la valutazione di Rota Caremoli è negativa nel breve periodo, ma molto positiva in una prospettiva di medio e lungo termine. «Gli imprenditori delle PMI – che con un occhio guardano al valore da tramandare ai posteri, e con l’altro al valore della fattura pagata ieri dal cliente – forse non saranno disponibili ad accettare questi investimenti. Ma come in natura, solo quelli che sono in grado di evolversi per tempo e adattarsi al cambiamento riusciranno a sopravvivere».


Le #fabbriche da scatole nere a fulcro dei processi innovativi aziendali
Click To Tweet


LA RIVOLUZIONE DEL SISTEMA

Dai contributi ricevuti abbiamo ricavato conferme della portata rivoluzionaria dell’Industria 4.0 e di quanto possa essere la nuova via per ridurre i costi nel processo di produzione. Una doppia rivoluzione se si pensa anche al suo impatto economico: l’industria 4.0 rappresenta un acceleratore di globalizzazione. La quarta rivoluzione industriale federa aziende e paesi, attraverso supply chain internazionali e reti planetarie di sensori, permettendo una rinascita delle aziende e dei distretti anche a livello locale. Ci sono ancora molte questioni irrisolte. Per esempio, i governi adegueranno le strutture fiscali per tenere conto di un mondo fatto non solo di beni fisici ma anche di beni intangibili? Un impianto di fabbricazione digitale sarà considerato un luogo di produzione su larga scala? Questo tipo di produzione creerà posti di lavoro? O faremo la fine dei cavalli come nel secolo scorso? Man mano che aumenta il valore della proprietà intellettuale del software e dei servizi, quali saranno le nuove sfide di cybersecurity che dovremo affrontare? Il tracciamento dei prodotti faciliterà l’imposizione di regole globali grazie alla registrazione delle violazioni? La Commissione europea sotto la guida del commissario per l’economia digitale, Guenther Oettinger, ha lanciato il 19 aprile una strategia sulla digitalizzazione dell’industria europea, proprio sulla quarta rivoluzione industriale. Anche l’azione del governo italiano spinge lo sviluppo del settore industriale verso l’economia 4.0. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha ripreso le fila del piano “Industry 4.0”, come via maestra per rilanciare la competitività del manifatturiero, per dare impulso agli investimenti industriali, con particolare attenzione a quelli in ricerca e sviluppo, e per favorire la crescita dimensionale delle imprese.

UN NUOVO MODELLO PER CRESCERE

La rivoluzione dell’interconnessione e dei sistemi intelligenti trasforma la fabbrica tradizionale in un sistema di comunicazione a rete in cui uomini e macchine lavorano fianco a fianco, creando un unico processo produttivo. In questo modo, si ottimizzano i processi produttivi, dal fuori standard si passa alla personalizzazione del prodotto, producendo in modo flessibile e seguendo la domanda, senza più la complessità che non porta valore ma rappresenta solo un costo di gestione. In un momento di grande frammentazione politica, può diventare più difficile spostare persone e prodotti attraverso i confini nazionali. Ma l’industria 4.0 potrebbe superare queste barriere consentendo alle imprese di trasferire solo la loro proprietà intellettuale, compreso il loro software, lasciando invece che ogni singola nazione mantenga le proprie reti di produzione. I prossimi progressi nella stampa 3D, per esempio, consentiranno virtualmente a qualsiasi azienda di avviare un punto di vendita ovunque e di fabbricare componenti, ricambi e attrezzature industriali (potenzialmente) senza dover spedire i pezzi finiti. La gestione delle operations diventerà più globale e distribuita localmente allo stesso tempo. Un modello completamente nuovo rispetto al passato e che permetterà di avere un nuovo tipo di economia. In questa fase di transizione dal vecchio al nuovo, viaggiamo ancora sull’onda lunga delle innovazioni dei secoli precedenti. Cambiando radicalmente sistema si può ricominciare a crescere oltre lo zero virgola.

L'articolo Industry 4.0, sei regole per i CIO proviene da Data Manager Online.

]]>
Come il M2M ci sta aiutando a costruire città più intelligenti https://www.datamanager.it/2016/04/m2m-ci-sta-aiutando-costruire-citta-piu-intelligenti/ Tue, 12 Apr 2016 10:40:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98840 Di Gianluca Salvaneschi, Head of Sales di Orange Business Services Le macchine possono rendere le città più intelligenti. La tecnologia Machine-to-machine (M2M), progettata per comunicare in maniera autonoma, è alla base di molti sviluppi tecnologici in grado di migliorare la vita di tutti i giorni in ambienti urbani in evoluzione. Ecco cinque modi in cui […]

L'articolo Come il M2M ci sta aiutando a costruire città più intelligenti proviene da Data Manager Online.

]]>
Di Gianluca Salvaneschi, Head of Sales di Orange Business Services

Le macchine possono rendere le città più intelligenti. La tecnologia Machine-to-machine (M2M), progettata per comunicare in maniera autonoma, è alla base di molti sviluppi tecnologici in grado di migliorare la vita di tutti i giorni in ambienti urbani in evoluzione. Ecco cinque modi in cui sensori e comunicazioni di dati stanno cambiando il mondo in cui viviamo.

  1. Guida intelligente

Il trasporto è forse una delle più grandi sfide delle città moderne. Utilizzare la tecnologia M2M per captare informazioni sul traffico può aiutare gli urbanisti ad adattarsi alle mutevoli condizioni di traffico, sia in tempo reale, sia strategicamente per il lungo termine.

A Santander, nella Spagna settentrionale, il trasporto è un punto focale di un progetto ad ampio raggio in ambito Smart City, finanziato dall’UE. Nel contesto di questa iniziativa del valore di 6 milioni di €, gli organizzatori hanno collocato 12.000 sensori in tutta la città e nei suoi dintorni.

I sensori possono monitorare parametri tra cui temperatura, rumore e luce, insieme alla presenza di veicoli. Collocati sopra ai semafori e, in alcuni casi, sotto l’asfalto delle strade, saranno in grado di percepire molte cose, tra cui il movimento del traffico in tempo reale.

I dati provenienti dagli autobus cittadini potranno rilevare ingorghi e incidenti in tempo reale, e nel tempo, saranno disponibili anche informazioni provenienti da treni e biciclette intelligenti. È già live una “mappa intelligente”, che mostra lo stato del traffico nella regione.

La città prevede nel tempo una riduzione della congestione del traffico, e di conseguenza delle emissioni e del rumore.

  1. Parcheggio intelligente

Il parcheggio è un’altra attività quotidiana che può essere resa più smart grazie all’uso di tecnologia M2M. Utilizzando sensori per rilevare gli spazi liberi e trasmettere le informazioni ai guidatori, le città possono diminuire la congestione del traffico e aumentare i ricavi dei parcheggi.

Streetline, partner di Orange Business Services, ha sviluppato una tecnologia di sensori wireless incorporati nelle strade come parte di un programma Smart City intrapreso da Barcellona. Questi sensori, installati nel 2013 nei pressi del mercato del Born nel quartiere Ciutat Vella, utilizzano il monitoraggio del livello sonoro o il rilevamento della temperatura della superficie stradale per dire se una macchina è parcheggiata sul posto.

I sensori formano una rete a maglia, che trasmette le informazioni nel giro di un minuto alla piattaforma di back-end di Streetline. Da lì, sono rese disponibili tramite un’app di parcheggio per telefoni cellulari.

  1. Acqua intelligente

Il traffico non è l’unico flusso che può essere gestito al meglio con l’uso della tecnologia M2M in una smart city. Lo spreco di acqua è un problema enorme per le città. L’anno scorso, il commissario europeo per l’Ambiente Janez Potočnik ha fatto un appello per l’innovazione in questo settore, sottolineando che solo 11 delle 28 capitali europee hanno sistemi di raccolta delle acque reflue. I contatori dell’acqua sono fondamentali per conservare questa preziosa risorsa, e la tecnologia M2M può aiutare.

Misurare l’acqua può aiutare i cittadini a monitorare e limitare il consumo, fornendo agli utenti informazioni preziose su quanta acqua stanno utilizzando. Orange ha installato quasi un milione di contatori d’acqua intelligenti a Parigi dal 2011, che aiutano privati e aziende a gestire al meglio il consumo di acqua attraverso dati in tempo reale.

Questi contatori sono stati installati da m2ocity, una joint venture sostenuta da Orange. A Le Havre, la stessa azienda ha collegato 100.000 contatori d’acqua intelligenti, che hanno permesso ai clienti di ricevere messaggi di testo o email che li avvisavano di perdite d’acqua, e che consentivano loro di monitorare il consumo di acqua tramite un conto online.

  1. Ambiente intelligente

In Europa, l’inquinamento da particolato riduce la vita di tutti i cittadini mediamente di un anno, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il monitoraggio della qualità dell’aria è una grande sfida per la smart city.

A Belgrado e Pančevo, in Serbia, le autorità hanno posizionato sensori wireless sui tetti degli autobus nel biennio 2011-12 per misurare la qualità dell’aria. I sensori nel sistema EkoBus misurano temperatura e umidità relativa, oltre a monossido di carbonio, anidride carbonica, e livelli di biossido di azoto. Gli autobus aggiornano un feed di dati online in tempo reale, in modo che i residenti possono visualizzare i dati di qualità dell’aria utilizzando un’applicazione mobile.

  1. Spazzatura intelligente

“Perché il camion della spazzatura passa ogni settimana a casa mia? Perché non è il bidone a comunicare quando è colmo?” Chiede Tim Devine, consulente di telecomunicazioni di PA Consulting. La tecnologia M2M si sta già preparando a questa sfida.

Nel sud-est della Finlandia, la società di gestione dei rifiuti Itä-Uudenmaan Jätehuolto (IUJ) utilizza sensori wireless Enevo, collocati sotto i coperchi dei contenitori per il riciclaggio. Questi valutano quanti rifiuti si trovano nel bidone e comunicano i risultati in modalità wireless a un sistema centralizzato di analisi.

Un software di back-end utilizza lo storico dei dati per prevedere quando i contenitori saranno pieni, e decide gli orari di pickup in modo dinamico in base alle informazioni. I risultati sono impressionanti: le fermate effettuate per ritirare la spazzatura nel corso del periodo di prova sono scese da 4469 a 3354. I risparmi finanziari netti sono saliti del 47%.

Cosa possiamo imparare da questo?

La cosa interessante di alcuni di questi progetti è la loro ampiezza di applicazione. I progetti di Belgrado e Pančevo, ad esempio, utilizzano i sensori collocati sui bus anche per individuare dove si trovano i bus e prevedere i tempi di arrivo.

Saverio Romeo, analista di Beecham Research, sostiene che i pianificatori di Smart City vedranno sempre più i progetti in modo olistico: “È limitante che un ente locale possa decidere di lanciare un progetto oggi, e quando tra tre anni considera un altro sistema non possa creare interoperabilità tra i due”, dice.

I sensori giocheranno un ruolo importante in questo processo di pianificazione. Siamo ancora nelle fasi iniziali della città intelligente. Staremo a vedere gli sviluppi, ma una cosa è certa: l’Internet of Things giocherà un ruolo fondamentale.

L'articolo Come il M2M ci sta aiutando a costruire città più intelligenti proviene da Data Manager Online.

]]>
Diventa presente il futuro dell’IoT https://www.datamanager.it/2015/12/diventa-presente-il-futuro-delliot/ Thu, 03 Dec 2015 10:18:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=90255 Secondo l’M2M Barometer 2015 presentato da Vodafone a Milano, la Machine-to-Machine communication sta già creando nuovi prodotti e modelli di business Vodafone in Italia è molto ottimista sul futuro delle comunicazioni machine to machine come parte fondante della Internet degli oggetti. Un ottimismo basato sulle cifre che questo mercato comincia a macinare, e non solo […]

L'articolo Diventa presente il futuro dell’IoT proviene da Data Manager Online.

]]>
Secondo l’M2M Barometer 2015 presentato da Vodafone a Milano, la Machine-to-Machine communication sta già creando nuovi prodotti e modelli di business

Vodafone in Italia è molto ottimista sul futuro delle comunicazioni machine to machine come parte fondante della Internet degli oggetti. Un ottimismo basato sulle cifre che questo mercato comincia a macinare, e non solo nel comparto al momento più consistente, la connected car. Ma anche sul ruolo che l’operatore globale vuole occupare come player in grado di fornire, insieme all’infrastruttura di trasporto, una completa piattaforma di servizi di rete intelligente, integrazione end-to-end e persino hardware. Come ha ricordato Erik Brenneis, director della divisione M2M di Gruppo Vodafone, l’acquisizione, in Italia, del gruppo Cobra, specialista in servizi di protezone antifurto e tracciamento per auto, è una delle operazioni che ha portato alla creazione di Vodafone Automotive. Il brand subentrato a Cobra può contare su una presenza ingegneristica in Italia, Giappone e Corea del Sud, e fabbriche in Italia e Cina. Il nuovo braccio automotive di Vodafone rifornisce il nascente settore della connected car con soluzioni su misura di telematica “in car” e sicurezza rivolte alle maggiori case automobilistiche e alle assicurazioni «Oggi nelle sedi di Varese e Busto Garolfo continuiamo ad assumere personale per lo sviluppo software destinato a una realtà in costante crescita,» ha dichiarato Brenneis a Milano, in occasione dell’evento di presentazione dell’M2M Barometer, lo studio annuale che l’operatore conduce sullo stato di salute del mercato della comunicazione tra oggetti.

Occupandosi dei dati relativi all’Italia di questo barometro internazionale, Manlio Costantini, direttore della divisione Enterprise di Vodafone Italy, ha detto che il nostro mercato della Internet delle cose comincia a diventare un fenomeno consistente, con 8 milioni di oggetti connessi, in maggioranza attraverso le sim della telefonia cellulare e 1,15 miliardi di valore complessivo. «La quota di mercato di Vodafone, i cui volumi sono cresciuti nel comparto del 76%, si attesta sul 43% del totale.» A livello globale, dove le stime parlano di 1,3 miliardi di oggetti in rete nel 2020, l’obiettivo è di 100 milioni di connessioni  firmate Vodafone.

Quel che più conta è che le applicazioni che hanno al centro la comunicazione tra macchine sono definitivamente entrate nel radar di tutte le aziende in Europa (che secondo Brenneis sta superando l’Asia per creatività e numero di iniziative) e nel resto del mondo. «La M2M – dice Costantini, è una realtà per quasi l’80% delle imprese italiane, una realtà in grado di incidere sui modelli di business e sul lancio di nuovi prodotti e servizi». Costantini ha per esempio citato il caso di Piaggio, con la sua innovativa bicicletta elettrica connessa, la Wi-Bike, o del collare Kippy, proposto dall’omonima startup italiana per il controllo a distanza dei nostri amici a quattro zampe.

In termini di livelli di adozione, il settore delle utilities ed energia è secondo l’M2M Barometer 2015 quello più attento e denso di iniziative, seguito dall’automotive, dal retail, elettronica di consumo e healthcare. Nell’area dimostrativa allestita per questa presentazione, una nutrita serie di esempi, dalla soluzione che Acantho sta testando nel modenese per il telecontrollo di 20 mila contatori dell’acqua a sofisticate vending machines di Argenta e Ferrero Rocher, che sfruttano la M2M per ottimizzare i cicli di manutezione, distribuzione della merce o dematerializzare del tutto la fase di pagamento. «La capacità di Vodafone di coprire end-to-end le esigenze delle aziende che entrano nella Internet delle Cose è, insieme alla copertura globale che siamo in grado di offrire, un forte elemento differenziante,» ha concluso Brenneis citando anche l’impegno di Vodafone per rendere ancora più estesa la sua rete, anche attraverso una nuova infrastruttura narrowband che presto affiancherà gli accessi 2G-4G (e in futuro 5G) già disponibili.

L'articolo Diventa presente il futuro dell’IoT proviene da Data Manager Online.

]]>