privacy – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 07 Jul 2026 19:14:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png privacy – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dati personali in cambio di sconti: quasi un italiano su due è disposto allo scambio https://www.datamanager.it/2026/07/dati-personali-in-cambio-di-sconti-quasi-un-italiano-su-due-e-disposto-allo-scambio/ Mon, 20 Jul 2026 14:08:12 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254019 La ricerca The State of Shopping 2026 di Shopfully evidenzia un consumatore sempre più pragmatico: disponibilità a condividere i propri dati se il beneficio è concreto, ma la pubblicità personalizzata convince solo quando è realmente utile. Il rapporto tra consumatori, dati personali e pubblicità sta cambiando. La crescente attenzione al risparmio e al potere d’acquisto […]

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La ricerca The State of Shopping 2026 di Shopfully evidenzia un consumatore sempre più pragmatico: disponibilità a condividere i propri dati se il beneficio è concreto, ma la pubblicità personalizzata convince solo quando è realmente utile.

Il rapporto tra consumatori, dati personali e pubblicità sta cambiando. La crescente attenzione al risparmio e al potere d’acquisto spinge infatti gli utenti ad accettare una maggiore condivisione delle informazioni personali, purché questa si traduca in vantaggi tangibili come sconti, offerte personalizzate e promozioni realmente utili.

È quanto emerge da The State of Shopping 2026, l’indagine realizzata da Shopfully in otto Paesi europei, che fotografa un consumatore italiano sempre più aperto allo scambio “dati in cambio di valore”, ma anche più attento alla trasparenza e al controllo delle proprie informazioni.

L’Italia è tra i Paesi più disponibili alla condivisione dei dati

Secondo lo studio, il 49% degli italiani dichiara di essere disposto a condividere i propri dati personali con retailer e brand se questo consente di ricevere promozioni più rilevanti o sconti concreti.

Si tratta di una percentuale nettamente superiore rispetto alla media europea del 29%, segnale di una maggiore predisposizione degli italiani verso modelli di marketing basati sulla personalizzazione.

Questa apertura, tuttavia, non è incondizionata. Il 29% degli intervistati afferma di non voler condividere in alcun caso i propri dati, mentre un’altra parte consistente subordina il consenso a precise garanzie.

Il 17% vuole comprendere chiaramente come le informazioni verranno utilizzate, mentre un ulteriore 17% ritiene fondamentale poter gestire o revocare facilmente il consenso.

Il messaggio per aziende e retailer è chiaro: il valore percepito deve essere evidente e accompagnato da trasparenza nella gestione dei dati.

La pubblicità personalizzata divide ancora i consumatori

La ricerca evidenzia come la personalizzazione rappresenti oggi un equilibrio delicato.

Se da una parte il 51% degli italiani considera positivamente offerte e pubblicità costruite sui propri interessi, oltre un terzo degli intervistati (36%) le percepisce invece come invasive o addirittura indesiderate.

Questo significa che la personalizzazione non è automaticamente sinonimo di efficacia. Diventa utile soltanto quando riesce a intercettare un’esigenza reale nel momento giusto del percorso d’acquisto.

Messaggi poco pertinenti o eccessivamente frequenti rischiano invece di generare l’effetto opposto, aumentando il senso di invasività e riducendo la fiducia nei confronti del brand.

Il vero valore della pubblicità è aiutare a risparmiare

Anche il ruolo della comunicazione commerciale sembra cambiare.

Per il 55% degli italiani, la pubblicità è utile quando permette di scoprire offerte o promozioni che altrimenti passerebbero inosservate.

Una quota più contenuta apprezza invece i messaggi personalizzati sulla base delle proprie esigenze (22%) oppure quelli che aiutano a pianificare gli acquisti (19%).

Rispetto ad altri Paesi europei, gli italiani si mostrano più selettivi: in Francia, ad esempio, il 70% considera utile la pubblicità orientata alle offerte, mentre in Romania la percentuale sale al 73%.

Il dato suggerisce come nel mercato italiano i consumatori siano meno influenzabili dalla semplice esposizione pubblicitaria e maggiormente interessati a contenuti che producano un beneficio immediato e misurabile.

Personalizzazione sì, ma con trasparenza

Lo scenario delineato da The State of Shopping 2026 conferma una trasformazione già osservabile nel marketing digitale.

La disponibilità a condividere dati personali non dipende più soltanto dalla fiducia verso un marchio, ma dalla capacità di dimostrare concretamente quale vantaggio ne ricaverà il consumatore.

Per retailer e brand diventa quindi fondamentale costruire strategie fondate su trasparenza, controllo dei dati e personalizzazione realmente utile, superando una logica di semplice pressione commerciale.

In un contesto in cui i consumatori sono sempre più consapevoli del valore delle proprie informazioni personali, la fiducia si conquista dimostrando che lo scambio dati-valore genera benefici concreti e immediatamente percepibili.

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ChatGPT ricorda tutto ciò che scrivi: attenzione a password e dati personali https://www.datamanager.it/2024/02/chatgpt-ricorda-tutto-cio-che-scrivi-attenzione-a-password-e-dati-personali/ Thu, 15 Feb 2024 15:13:46 +0000 https://www.datamanager.it/?p=234819 L’intelligenza artificiale sta rapidamente evolvendo e le sue capacità stanno migliorando costantemente. Uno sviluppo recente che sta attirando molta attenzione è l’introduzione della “memoria persistente” in ChatGPT, il famoso chatbot sviluppato da OpenAI. Questo aggiornamento rivoluzionario consente a ChatGPT di ricordare le conversazioni precedenti con gli utenti, fornendo risposte più personalizzate e fluide. La nuova […]

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L’intelligenza artificiale sta rapidamente evolvendo e le sue capacità stanno migliorando costantemente. Uno sviluppo recente che sta attirando molta attenzione è l’introduzione della “memoria persistente” in ChatGPT, il famoso chatbot sviluppato da OpenAI. Questo aggiornamento rivoluzionario consente a ChatGPT di ricordare le conversazioni precedenti con gli utenti, fornendo risposte più personalizzate e fluide.

La nuova funzione di memoria persistente

OpenAI ha introdotto la memoria persistente come una funzione opzionale all’interno di ChatGPT. Gli utenti possono attivarla o disattivarla dal menu delle impostazioni del chatbot. Quando attivata, ChatGPT può ricordare automaticamente o su richiesta dell’utente alcuni dettagli delle conversazioni, come nomi, preferenze, gusti e progetti. Queste informazioni vengono quindi utilizzate per fornire risposte più personalizzate e coerenti.

Ad esempio, se l’utente informa ChatGPT di vivere in periferia e di preferire guidare invece di utilizzare mezzi pubblici, il chatbot potrà utilizzare queste informazioni per dare consigli su come spostarsi o su dove andare. Allo stesso modo, se l’utente indica di avere un bambino all’asilo, ChatGPT potrà utilizzare questa informazione per fornire suggerimenti sull’educazione dei figli o su attività da fare insieme.

Questa funzione di memoria persistente può essere particolarmente utile anche in ambito lavorativo. Ad esempio, ChatGPT può ricordare il “tone of voice” e le preferenze di formattazione per i post di un blog, o i linguaggi e i framework preferiti per la programmazione.

ChatGPT ricorda: ecco come gestire la memoria

Per gestire la memoria di ChatGPT, gli utenti possono accedere al menu delle impostazioni del chatbot. Da qui, è possibile attivare o disattivare la memoria, visualizzare le memorie salvate, eliminare memorie specifiche o cancellare tutte le memorie. È importante notare che cancellare una chat dalla cronologia non elimina le memorie associate. Per eliminarle, bisogna agire direttamente dal menu delle impostazioni.

Inoltre, gli utenti possono chiedere a ChatGPT di mostrare cosa ricorda, utilizzando il comando “Mostrami cosa ricordi”. È anche possibile chiedere a ChatGPT di dimenticare determinate informazioni, utilizzando il comando “Dimentica che…”.

Proteggere la privacy degli utenti

La memoria di ChatGPT potrebbe contenere dati personali sensibili forniti dagli utenti durante le conversazioni. OpenAI ha adottato misure per proteggere la privacy degli utenti e garantire un utilizzo sicuro delle informazioni memorizzate. Ad esempio:

  • ChatGPT non ricorda proattivamente informazioni sensibili, come quelle sulla salute, a meno che l’utente non lo richieda esplicitamente.
  • Le memorie di ChatGPT non vengono condivise con gli sviluppatori o altri utenti.
  • Le memorie di ChatGPT non vengono legate a conversazioni specifiche, ma a interazioni generali.

Inoltre, gli utenti hanno il controllo sulla gestione delle loro memorie. Possono disattivare la funzione di memoria se preferiscono conversazioni senza memorizzazione o possono eliminare specifiche memorie o tutte le memorie dal menu delle impostazioni.

L’importanza dell’intelligenza artificiale con memoria

L’introduzione della memoria persistente in ChatGPT rappresenta un significativo passo avanti nell’evoluzione delle interazioni tra umani e intelligenza artificiale. La capacità di ricordare le conversazioni precedenti consente a ChatGPT di offrire risposte più personalizzate e pertinenti.

Questa funzione può essere particolarmente utile in diversi contesti, come nel fornire assistenza personalizzata agli utenti, nel supportare il lavoro creativo o nel migliorare l’efficienza nelle attività quotidiane. Ad esempio, un assistente virtuale con memoria potrebbe aiutare a ricordare appuntamenti importanti, preferenze personali o progetti in corso.

Tuttavia, è fondamentale mantenere un giusto equilibrio tra funzionalità e protezione della privacy. OpenAI ha dimostrato un impegno per la sicurezza e la protezione dei dati degli utenti, adottando politiche che limitano l’utilizzo delle informazioni personali e consentendo agli utenti di gestire le proprie memorie in modo completo.

Miglioramenti ma attenzione alla privacy

L’introduzione della memoria persistente in ChatGPT rappresenta un notevole passo avanti nell’evoluzione delle interazioni tra umani e intelligenza artificiale. Questa funzione permette al chatbot di ricordare le conversazioni precedenti e personalizzare le risposte in modo più accurato.

Sebbene la memoria persistente offra numerosi vantaggi, è importante ricordare che la protezione della privacy degli utenti è una priorità. OpenAI ha implementato misure per garantire la sicurezza e la riservatezza delle informazioni memorizzate.

In definitiva, ChatGPT con memoria persistente rappresenta un’innovazione significativa nell’ambito delle interazioni con l’intelligenza artificiale. Grazie a questa funzione, l’esperienza utente diventa ancora più personalizzata, migliorando la qualità delle risposte e semplificando le interazioni quotidiane con il chatbot.

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Data Protection Day: l’opinione di Accademia Italiana Privacy https://www.datamanager.it/2020/01/data-protection-day-lopinione-di-accademia-italiana-privacy/ Tue, 28 Jan 2020 13:57:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=195550 Accademia Italiana Privacy sulla Giornata Europea della protezione dei dati: “Meglio grazie al GDPR, ma c’è ancora molto da fare” Ricorre oggi la 14° Giornata Europea per la protezione dei dati e, a un anno e mezzo di distanza dall’entrata in vigore del GDPR, rappresenta una buona occasione per fare un bilancio di ciò che […]

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Accademia Italiana Privacy sulla Giornata Europea della protezione dei dati: “Meglio grazie al GDPR, ma c’è ancora molto da fare”

Ricorre oggi la 14° Giornata Europea per la protezione dei dati e, a un anno e mezzo di distanza dall’entrata in vigore del GDPR, rappresenta una buona occasione per fare un bilancio di ciò che è successo e qualche considerazione sulla situazione attuale.

Il risultato è un quadro con luci e ombre, in cui le buone notizie sono bilanciate da un panorama che desta ancora grandi preoccupazioni, sia sotto il profilo della gestione dei dati da parte di aziende e istituzioni, sia sotto quello della sensibilità degli utenti.

“La sicurezza dei dati dipende sia da chi li concede, sia da chi li gestisce. Le aziende possono e devono fare molto di più per proteggere i propri sistemi, ma dall’altra parte è essenziale che gli utenti siano consapevoli di quali informazioni forniscono, a chi, per quali scopi e per quanto tempo” spiega Alessandro Papini, Presidente di Accademia Italiana Privacy.

Dal punto di vista di chi naviga su Internet o utilizza servizi online e offline, il livello di consapevolezza è ancora piuttosto basso. Sono pochi, infatti, gli utenti che si preoccupano di impostare le regole per la protezione della privacy, soprattutto sui social network, o utilizzano strumenti informatici per proteggere le informazioni personali. Anche i principi introdotti dal GDPR, che consente di “modulare” la raccolta di dati sul Web e non solo, hanno spostato di poco l’asticella in questo senso. Sull’altro versante, quello di aziende e istituzioni, il Regolamento Generale sembra aver portato qualche frutto in più.

A darne un’idea sono i dati recentemente rilasciati sulle sanzioni comminate a livello comunitario, che ammontano a 114 milioni di euro a seguito di 160.921 violazioni segnalate dal 25 maggio 2018. Nel nostro paese, nei 20 mesi di applicazione della normativa europea sono state elevate multe per 11,5 milioni di euro. Gli effetti positivi del GDPR, però, non si misurano solo sulla base delle multe. Uno degli aspetti più importanti del Regolamento, oltre alla predisposizione di regole e processi per la protezione dei dati, è l’obbligatorietà della denuncia di violazioni.

Il dato che deve far riflettere sul livello di applicazione della normativa a livello italiano è proprio quello delle segnalazioni di breach dei sistemi, decisamente al di sotto di quello di altri paesi. La classifica, guidata dall’Olanda con 40.000 segnalazioni, vede seconda la Germania (37.000) e terzo il Regno Unito con 22.000 violazioni rese pubbliche. L’Italia si piazza invece al terzultimo posto nell’UE con 1.886 segnalazioni. È evidente che qualcosa non va.

“I soggetti interessati, anche nel nostro paese, devono rendersi conto che il GDPR è un’occasione unica per colmare il gap che ci separa da altre realtà in cui la valutazione d’impatto sula privacy è considerato un fattore determinante a livello reputazionale” aggiunge Papini. “In quest’ottica le aziende dovrebbero iniziare a considerare la conformità alle normative non come un adempimento burocratico, ma come un fattore abilitante per il business, cominciando a pretendere standard elevati per prima cosa dai partner commerciali” conclude.

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Perché le organizzazioni americane accusano Facebook https://www.datamanager.it/2018/10/perche-le-organizzazioni-americane-accusano-facebook/ Mon, 08 Oct 2018 18:30:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=165384 Diverse associazioni puntano il dito contro Messenger Kids, che raccoglierebbe i dati dei bambini a insaputa dei genitori C’è la Commercial-Free Childhood in cima alla lista delle associazioni americane che hanno avviato una causa legale contro Facebook. Il motivo è presto detto: secondo varie organizzazioni, il social network raccoglierebbe dati sensibili dei minori tramite Messenger […]

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Diverse associazioni puntano il dito contro Messenger Kids, che raccoglierebbe i dati dei bambini a insaputa dei genitori

C’è la Commercial-Free Childhood in cima alla lista delle associazioni americane che hanno avviato una causa legale contro Facebook. Il motivo è presto detto: secondo varie organizzazioni, il social network raccoglierebbe dati sensibili dei minori tramite Messenger Kids, una versione della chat dedicata proprio ai più piccoli, senza averne il diritto.

Stando alla denuncia, l’app non rispetterebbe i criteri del Children’s Online Privacy Protection Act, meglio conosciuto come COPPA, il quadro normativo per il quale, siti e app devono richiedere il consenso dei genitori per la raccolta o l’utilizzo di qualsiasi informazione personale degli utenti minorenni. Il problema risiede nel fatto che il social network non verifica se l’account Messenger del presunto genitore, che valida il profilo del bambino, appartenga davvero al papà o alla mamma; così da aprire a scenari di autorizzazione teoricamente fasulla.

Cosa succede

Uno dei panorami meno attesi a cui il CFCC mira è spiegare alle autorità che questa eccessivo lassismo nelle procedure di autenticazione potrebbe portare molte aziende a creare profili di adulti falsi con il solo scopo di approvare le iscrizioni dei minori. In questo modo aprirebbero il cluster di potenziali acquirenti, per prodotti ovviamente targetizzati. In realtà, questa è solo l’ultima delle critiche che negli Usa, dove Messenger Kids ha debuttato, muovono al servizio di chat. All’inizio del 2018, una lettera firmata da 100 esperti dell’infanzia e pediatri chiedeva a Zuckerberg di rimuovere l’app dagli store, perché poco rispettosa dei diritti di privacy dei bambini.

Tuttavia, lo stesso Zuck aveva affermato la genuinità del progetto, libero da annunci pubblicitari e sotto il controllo diretto dei genitori. I medesimi da ingannare facilmente, grazie al consenso non legato al grado di parentela con i più piccoli.

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La piattaforma Rousseau non è poi così sicura https://www.datamanager.it/2018/09/la-piattaforma-rousseau-non-e-poi-cosi-sicura/ Fri, 07 Sep 2018 18:00:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152962 Il Movimento aveva elogiato il sistema operativo che guida l’organizzazione e le procedure digitali dei Cinque Stelle. Eppure in pochi mesi è già la seconda violazione C’è sempre l’hacker conosciuto come Rogue0 dietro l’ennesima violazione a Rousseau, la piattaforma di democrazia digitale del Movimento Cinque Stelle. Nella giornata di ieri, l’account Twitter dello smanettone ha […]

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Il Movimento aveva elogiato il sistema operativo che guida l’organizzazione e le procedure digitali dei Cinque Stelle. Eppure in pochi mesi è già la seconda violazione

C’è sempre l’hacker conosciuto come Rogue0 dietro l’ennesima violazione a Rousseau, la piattaforma di democrazia digitale del Movimento Cinque Stelle. Nella giornata di ieri, l’account Twitter dello smanettone ha condiviso un paio di link che rimandano al sito privatebin.net, dove sono stati pubblicati alcuni archivi contenenti i nomi di parte dei donatori del partito, con nomi, cognomi, importi e indirizzi email. In un altro link, un file con una lista di tabelle conservate sui server gestiti da Rousseau, la cui validità è supportata da un terzo collegamento, questa volta con l’username utilizzato dall’admin del sito ed è probabile che Rogue0 sia in possesso anche della password di accesso al backend, non resa nota per evitare problematiche anche maggiori al M5S.

Poca sicurezza

Eppure, solo qualche tempo fa i fautori della piattaforma elogiavano la sicurezza del sistema che, qualche ora dopo la violazione di Rogue0, la seconda dopo quella del 2017, ha ospitato la votazione per la scelta del candidato alla presidenza della Regione Abruzzo e per eleggere il nuovo membro del collegio dei probiviri. Ci si chiede allora quanto realmente sicuro sia un software che, nell’idea dei pentastellati, deve essere il fondamento di gran parte delle procedure decisionali e operative di gruppo ed elettori.

Stando a quanto riferito da Marco Canestrari, ex dipendente della Casaleggio Associati e programmatore informatico, la piattaforma può essere stata bucata in tre modi, tramite una backdoor mai individuata, per colpa della stessa falla con cui era entrato lo scorso anno Rogue0 e mai risolta, grazie a una nuova vulnerabilità del sistema finora sconosciuta. “A mio parere ha il 99% di possibilità di accedere a tutti i dati” – ha spiegato Canestrari, aprendo numerosi dubbi sull’eventualità di manomissioni dei risultati delle votazioni online.

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Negli USA gli utenti scappano da Facebook, il 25% ha disinstallato l’app https://www.datamanager.it/2018/09/negli-usa-gli-utenti-scappano-da-facebook-il-25-ha-disinstallato-lapp/ Fri, 07 Sep 2018 10:18:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152974 Facebook negli Stati Uniti avrebbe perso un quarto degli utenti a causa degli scandali sulla privacy. La maggior parte degli esuli sono molto giovani L’effetto Cambridge Analytica non si è ancora esaurito. Facebook sta infatti registrando un vero e proprio esodo di utenti negli Stati Uniti, spaventati che possa ripetersi un nuovo scandalo legato alla […]

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Facebook negli Stati Uniti avrebbe perso un quarto degli utenti a causa degli scandali sulla privacy. La maggior parte degli esuli sono molto giovani

L’effetto Cambridge Analytica non si è ancora esaurito. Facebook sta infatti registrando un vero e proprio esodo di utenti negli Stati Uniti, spaventati che possa ripetersi un nuovo scandalo legato alla privacy. La scoperta che il social network ha permesso la condivisione di dati personali con aziende esterne, che li hanno poi utilizzati a scopo di propaganda online, ha spinto un quarto degli utilizzatori americani della piattaforma a disinstallare l’app e la percentuale sale al 44% tra i più giovani. Questo è ciò che emerge dalla ricerca effettuata da Pew Research Center su un campione di utenti maggiorenni.

Stando al report, il 74% degli iscritti ha preso una qualche forma di iniziativa per proteggere la propria privacy e il 54% ha modificato le impostazioni per la gestione dei dati personali. Il 40% degli intervistati afferma di essersi preso una breve pausa da Facebook mentre il 26% ha definitivamente cancellato l’app. Solo il 9% degli utenti americani ha scaricato i contenuti salvati sulla piattaforma e di questi la metà ha poi eliminato il software dallo smartphone. “E’ interessante notare che il 44% di quelli tra 18 e 29 anni hanno cancellato la app, quasi quattro volte quelli di 65 e oltre. – sottolineano gli autori del report – Solo un terzo degli over 65 ha cambiato le impostazioni, mentre lo ha fatto il 64% dei più giovani”. In realtà è da molto tempo che i millennial hanno abbandonato Facebook preferendogli servizi come YouTube o Snapchat, che sta lavorando con Amazon a un motore di ricerca visiva.

Facebook, che ha lanciato lo streaming di Watch anche nel nostro Paese, non ha ovviamente preso sotto gamba dati così negativi ma non sembra particolarmente preoccupata. “Può essere un atteggiamento momentaneo, un modo per prendere una pausa dal social o passare ad altre versioni dell’app. Monitoriamo la situazione, abbiamo del lavoro da fare per rendere il servizio di valore, soprattutto per i giovani”, ha spiegato David Ginsberg, vice presidente del team ricerche di Facebook, oggi in Italia per spiegare i dettagli della piattaforma sul “benessere digitale”. “Le persone scelgono i loro amici e le loro pagine da seguire, quello che vedono sulla loro News Feed è basato su cosa è più importante per loro – si legge in una nota di Facebook a commento della ricerca – aiutarli a capire meglio come funziona questo processo è molto importante per noi ecco perché abbiamo creato degli strumenti appositi come Inside Feed. Sappiamo che c’è più lavoro da fare e siamo impegnati in questo”.

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Librem 5 è il nuovo smartphone per la privacy https://www.datamanager.it/2018/09/librem-5-e-il-nuovo-smartphone-per-la-privacy/ Thu, 06 Sep 2018 18:00:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152870 Negli USA ci riprovano, ecco un altro telefonino che promette di proteggere al massimo la privacy degli utenti, facendo a meno di Android e Play Store Sin da quando Edward Snowden ha spifferato al mondo le tremende e riuscitissime tecnologie di spionaggio della NSA, i produttori di tecnologia hanno cercato di rafforzare meglio le difese […]

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Negli USA ci riprovano, ecco un altro telefonino che promette di proteggere al massimo la privacy degli utenti, facendo a meno di Android e Play Store

Sin da quando Edward Snowden ha spifferato al mondo le tremende e riuscitissime tecnologie di spionaggio della NSA, i produttori di tecnologia hanno cercato di rafforzare meglio le difese dei loro gingilli hi-tech. Che si tratti di hardware o software, la corsa alla protezione anti-intrusione, governativa o indipendente che sia, vive un’implementazione continua, che interessa oramai tutti, privati cittadini come aziende di ogni dimensione.

Ed è per questo che negli anni, periodicamente, leggiamo di compagnie che tentano di lanciare sul mercato terminali ultra-sicuri, a prova di hacker e manomissioni. Solo che l’esperimento finisce o con l’azzerarsi quando si utilizzano app e piattaforme di uso comune, con una sicurezza delegata lato server e non client, oppure col proporre smartphone sin troppo chiusi, che fanno passare la voglia di usarli.

Cosa sappiamo

Quale la soluzione? Secondo Purism è Librem 5. Negli ultimi anni, l’azienda di San Francisco ha lavorato su un telefono che promette più privacy e sicurezza rispetto agli altri. La società, che produce anche una serie di laptop potenziati da PureOS su base Linux, ha raccolto circa 2,6 milioni di dollari in crowdfunding per costruire il Librem 5. L’idea è di evitare l’utilizzo di Android e offrire un’alternativa che gira su un sistema privato, libero e open source, così da impedire che i proprietari vengano tracciati o spiati.

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La data di commercializzazione non è proprio vicina, aprile del 2019, ma almeno abbiamo un paio di dettagli in più sul prodotto. Ad esempio, una comoda funzione interna permetterà di disabilitare la fotocamera, il microfono, così come il Wi-Fi, il Bluetooth e altre componenti sia per specifiche app (cosa che pure Android da 8 in poi consente) che in maniera generale e temporanea, per evitare che virus e altri problemi prendano comunque possesso dei sensori del telefonino, senza destare sospetti.

Difficilmente le masse si sposteranno su Librem 5 ma è evidente che mentre i grandi brand lavorano per aumentare le dimensioni dello schermo, portare a bordo della CPU l’intelligenza artificiale e migliorare la fotocamera, c’è chi si concentra su altro, la protezione delle informazioni personali. E man manco che la sensibilità su tali argomenti raggiungerà l’utente medio allora anche Purism potrà ritagliarsi un ruolo di tutto riguardo in un panorama fin troppo inflazionato.

 

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Perché il governo inglese non si fida di Huawei https://www.datamanager.it/2018/07/perche-il-governo-inglese-non-si-fida-di-huawei/ Tue, 24 Jul 2018 18:30:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151941 Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati […]

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Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese

Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati Uniti, dove le infrastrutture della compagnia di Shenzen sono state praticamente bandite dalle zone nevralgiche del paese.

Secondo l’HCSEC, Huawei Cyber Security Evaluation Centre, unità stanziata nella contea dell’Oxfordshire e formata nel 2010, assieme ad agenzie locali, per monitorare l’hardware di rete lungo il Regno Unito, ha spiegato che le autorità inglesi stanno indagando sulla possibilità che i network, a cui si affidano decine di telco UK, rappresentino un rischio per la privacy delle informazioni veicolate sull’etere analogico e digitale. La questione è delicata, anche perché la stessa HCSEC viene sottoposta a periodici controlli da parte di nomi quali GCHQ e National Securiy Adviser. Insomma, vi fossero stati dei problemi, le organizzazioni lo avrebbero saputo a tempo debito.

Cosa succede

C’è da dire che l’HCSEC è estremamente indipendente dalle possibili, ma tutte da verificare, inferenze della casa madre cinese. Non a caso, nel suo ultimo rapporto annuale, ha sentenziato di poter offrire una garanzia “limitata” circa la sicurezza dell’attrezzatura di Huawei. Inoltre, ha affermato che non sono stati compiuti progressi nella risoluzione di preoccupazioni precedenti, e che una visita a Shenzhen ha evidenziato una certa mancanza di controllo sulla qualità delle componenti di terze parti. Qui c’è il report completo.

Ecco parte del testo: “L’identificazione delle carenze nei processi di ingegneria di Huawei ha esposto nuovi rischi sulle reti di telecomunicazione nel Regno Unito e sfide a lungo termine per la loro mitigazione e gestione. A causa delle preoccupazioni sollevate, il board di sorveglianza ritiene di poter fornire solo una garanzia limitata sul fatto che non vi siano rischi per la sicurezza dovuti al network di Huawei. Partendo da questa base stiamo consigliando gli addetti ai lavori su come procedere per preservare cittadini e imprese”.

Il processo di sistemazione delle falle rilevate è già in corso e in via di definizione, ovvero di nuova ingegnerizzazione, entro il 2020. In pratica, Huawei interverrà sui dispositivi già in uso, ripensando la produzione dei prossimi. Lo sforzo della cinese, nel voler assicurare i propri strumenti, è reale ed è proprio grazie al continuo monitoraggio che vengono fuori problematiche del genere.

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Mantenere il controllo sui dati personali https://www.datamanager.it/2018/07/mantenere-il-controllo-sui-dati-personali/ Tue, 24 Jul 2018 13:31:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151966 Lo scandalo Cambridge Analytica, che ha coinvolto 87 milioni di utenti di Facebook in una fuga di dati in violazione delle norme sulla privacy della piattaforma, ci ha portato a riflettere su quanto siano preziosi i nostri dati e su come proteggerli meglio. Le disposizioni del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) sono un […]

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Lo scandalo Cambridge Analytica, che ha coinvolto 87 milioni di utenti di Facebook in una fuga di dati in violazione delle norme sulla privacy della piattaforma, ci ha portato a riflettere su quanto siano preziosi i nostri dati e su come proteggerli meglio. Le disposizioni del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) sono un passo nella giusta direzione – ma da sole non bastano

Di Massimo Dino Ceresoli, Head of Global Services Southern Europe di Orange Business Services

Il GDPR è il maggiore cambiamento degli ultimi vent’anni nella protezione dei dati personali, finalmente al passo con l’era digitale in cui le persone forniscono i loro dati per una serie di motivi, spesso in cambio di servizi “gratuiti”.

Il GDPR offre agli individui molta più visibilità e trasparenza sul modo in cui vengono utilizzati i loro dati, con pesanti sanzioni per le organizzazioni che non lo rispettano. Rafforzerà e unificherà senza dubbio la protezione dei dati per i cittadini dell’UE e aggiornerà i regolamenti per l’esportazione dei dati al di fuori della regione. lI GDPR riguarda sia i cosiddetti “data controller”, cioè coloro che raccolgono dati personali, sia le organizzazioni che li elaborano.

Il GDPR espande la definizione di dati personali per includere identificatori online come ad esempio gli indirizzi IP, con questo riflettendo l’uso sempre più pervasivo della tecnologia. Dati sensibili come origine etnica, opinioni politiche e salute, insieme a due nuove categorie – dati genetici e dati biometrici – richiedono un consenso esplicito per l’elaborazione.

Per la prima volta, il GDPR richiede alle organizzazioni di sviluppare la protezione dei dati “per impostazione predefinita e per progettazione” nell’intera azienda e nei processi. Questa è una grande notizia per i singoli individui, ma in ultimo tocca a noi assumerci la responsabilità dei nostri dati.

La blockchain semplifica le decisioni sui dati

Attualmente le grandi aziende come Facebook hanno il controllo dei dati forniti dagli utenti e li monetizzano a proprio vantaggio, gli utenti non traggono alcun valore dai propri dati a meno che non optino per i servizi offerti. Ma sicuramente il fondamento di un’economia libera è l’essere in grado di controllare i nostri dati e fare esattamente ciò che vogliamo con essi.

In un futuro non troppo distante, saremo in grado di avere pieno controllo sui nostri dati, così da poterli monetizzare. La tecnologia blockchain può essere la risposta: è un libro mastro digitale aperto e protetto che abbiamo imparato a conoscere con le criptovalute ma che potrebbe potenzialmente controllare le future transazioni di dati.

As esempio, in futuro potremmo disporre di una cassaforte digitale sicura che contiene i nostri dati da portare sempre con noi. Quando un utente vorrà effettuare una transazione, sarà sufficiente consegnare i dati necessari prendendoli dalla cassaforte: per comprare un caffè, fornisco i dati di pagamento. Se il barista è disposto a offrirmi il prossimo caffè gratuitamente in cambio di alcuni dati extra – come il luogo dove vivo – potrò scegliere di consegnare anche questi. D’un tratto cedendo i miei dati ottengo valore reale.

Le organizzazioni devono restituire

Secondo le stime, entro il 2020 ci saranno 20 miliardi di dispositivi connessi sul pianeta, dalle auto alle lavatrici: tutti saranno in possesso di dati degli utenti, che inizieranno a chiedere qualcosa in cambio.

Servirà pensare in modo diverso a come monetizzare i dati: stiamo rapidamente comprendendo meglio il loro valore, e nel futuro le organizzazioni di successo saranno quelle pronte a offrire qualcosa in cambio. Ma in questo momento sono le aziende che riescono a riutilizzare i dati velocemente a essere in vantaggio.

Ad esempio Uber, che è essenzialmente un intermediario di dati, ha iniziato come impresa di taxi. Ha costruito una piattaforma “senza contanti” per gli autisti e conti bancari integrati così da poter pagare direttamente i conducenti e fornire finanziamenti per le auto. Così si è trovata ad avere un sistema per i pagamenti, un ruolo da banca e una piattaforma di prestito. Molti non se ne rendono conto, ma come “banca” Uber sta crescendo più velocemente di molte altre banche start-up. Con i dati che possiede potrebbe anche facilmente riposizionarsi nel mercato assicurativo.

Lo stesso vale per Airbnb, che potrebbe reinventarsi compagnia di assicurazioni di viaggio. Ovviamente avranno bisogno dell’autorizzazione degli utenti per utilizzare questi dati sotto GDPR, a meno che non siano completamente anonimizzati. Gli utenti hanno anche il diritto alla portabilità dei dati che include il trasferimento a un’altra società.

Una società può essere nota come servizio taxi o come banca, ma in questo mondo di “concorrenza non intenzionale” le organizzazioni che dispongono di molti dati possono rapidamente riutilizzarli per sfidare le imprese tradizionali. Amazon, venditore di libri che è diventato un’azienda IT, è un ottimo esempio di questa concorrenza inaspettata.

Le banche sono state uno dei settori finora molto lenti nel cambiamento: alcune realtà aziendali parlano di eccezionale customer experience, ma poi chiudono le sedi o filiali. Eppure in genere hanno ciò che serve: dati in abbondanza e la fiducia necessaria per riutilizzarli e riposizionarsi. Ma finora molti hanno fallito.

Naturalmente, se questa rivoluzione dei dati dovesse verificarsi, tutti noi in qualità di titolari dei dati cercheremo di monetizzare grazie a sconti, offerte speciali – e persino del denaro contante. Raptr, ad esempio, offre ricompense mirate in cambio di dati sulle abitudini di gioco.

Se c’è un risultato che il GDPR ha ottenuto fino ad ora è stato costringerci a ripensare in modo approfondito ai dati. Le organizzazioni tradizionali, come le banche, che non iniziano ad aprirsi al potere dei dati resteranno indietro. Saranno coloro che hanno il coraggio di distinguersi e premiare i clienti per i dati che sono disposti a cedere ad avere successo nel futuro.

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Europa e Giappone: c’è l’accordo sul trasferimento dei dati https://www.datamanager.it/2018/07/europa-e-giappone-ce-laccordo-sul-trasferimento-dei-dati/ Thu, 19 Jul 2018 18:00:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151673 Le informazioni sensibili potranno viaggiare oltreoceano, senza eccessive limitazioni, in caso di continuità del business e di legami economici tra aziende UE e giapponesi Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e il premier giapponese, Shinzo Abe, hanno firmato un importante accordo che lega di più Europa e […]

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Le informazioni sensibili potranno viaggiare oltreoceano, senza eccessive limitazioni, in caso di continuità del business e di legami economici tra aziende UE e giapponesi

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e il premier giapponese, Shinzo Abe, hanno firmato un importante accordo che lega di più Europa e Giappone, anche a livello digitale. Durante un incontro a Tokyo, è stato finalizzato il patto che consente alle aziende di trasferire senza problemi dati personali tra un blocco e l’altro, anche come conseguenza del parere positivo sul libero scambio che entrerà in vigore, con molta probabilità, entro la fine dell’anno.

L’interesse principale è proprio nel merito del passaggio delle informazioni sensibili di clienti e consumatori europei verso compagnie giapponesi, e viceversa, qualora tra le due vi siano legami commerciali o una continuità del servizio. Tutto, ovviamente, in un quadro controllato e sicuro, perché garantito dalle organizzazioni in entrambi i paesi.

Un bene per tutti

Chi trarrà vantaggio da questa situazione? Secondo Vera Jourova, commissario europeo sulla Giustizia, un po’ tutti, dai cittadini-clienti alle aziende. “Lavorando insieme, possiamo modellare gli standard globali per la protezione dei dati e mostrare una leadership comune in questo importante settore” – ha detto. Il flusso di informazioni tra regioni è fondamentale per quelle imprese che mirano all’internazionalizzazione. Il passaggio può includere lo spostamento dei dati circa i dipendenti, i riferimenti di carte di credito per le operazioni online, le abitudini di navigazione e i cookie raccolti.

Tuttavia, le rigide norme dell’UE in materia di privacy vietano alle società di conservare le informazioni degli europei su server in paesi che si ritiene abbiano un livello di sicurezza inadeguato, spingendo questi ad adottare misure più elevate e complesse. Un aggiornamento dovuto in grado di spingere il business e incentivare l’adozione di una cybersecurity migliore.

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