ricerca – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 16:49:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png ricerca – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Software gratuito per la ricerca: CAD Schroer sta aprendo nuovi orizzonti https://www.datamanager.it/2018/08/software-gratuito-per-la-ricerca-unazienda-tedesca-che-sviluppa-software-sta-aprendo-nuovi-orizzonti/ Sat, 11 Aug 2018 12:00:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152115 Presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Amburgo, le soluzioni software P&ID di CAD Schroer vengono utilizzate per progettare un impianto innovativo Per supportare gli istituti di ricerca e formazione, CAD Schroer ha sempre offerto il suo software gratuitamente agli studenti e ai loro rispettivi istituti. Il software è utilizzato principalmente nel contesto di progetti […]

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Presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Amburgo, le soluzioni software P&ID di CAD Schroer vengono utilizzate per progettare un impianto innovativo

Per supportare gli istituti di ricerca e formazione, CAD Schroer ha sempre offerto il suo software gratuitamente agli studenti e ai loro rispettivi istituti. Il software è utilizzato principalmente nel contesto di progetti di ricerca o di lavoro di studenti e consente quindi di ottenere migliori risultati di ricerca.

Software di P&ID per l’Università di Amburgo

Le soluzioni software di CAD Schroer sono utilizzate da anni presso la Cattedra di Chimica Tecnica e Macromolecolare dell’Università di Amburgo. Il Dipartimento di Chimica dell’Università di Amburgo è uno dei più grandi dipartimenti chimici in Germania e uno dei più importanti centri statali di formazione e ricerca per la chimica nel nord della Germania. Sebastian Eller, che sta attualmente completando il dottorato con l’aiuto del software, è responsabile della progettazione di un impianto innovativo per le polimerizzazioni catalizzate. Il software P&ID di CAD Schroer lo aiuta a pianificare il sistema in modo ottimale e a generare automaticamente i documenti corrispondenti.

Dallo schizzo alla pianificazione dettagliata

Il dipartimento utilizza il software P&ID di CAD Schroer in un’ampia varietà di fasi della progettazione. Il diagramma di flusso è uno degli strumenti più importanti nell’ingegneria di processo e può essere generato in modo semplice e veloce con il software di CAD Schroer. Presenta le singole fasi del processo in forma schematizzata. Grazie alla sua rappresentazione schematica, il diagramma di flusso è molto chiaro e quindi facile da capire. Sulla base del diagramma di flusso, il software genera anche le distinte materiali necessarie per la pianificazione con la semplice pressione di un pulsante. “Durante le riunioni, il diagramma di flusso e gli elenchi dei componenti prodotti hanno facilitato una comunicazione chiara tra le diverse parti”, afferma Sebastian Eller. “Il diagramma di flusso ha sempre aiutato a spiegare il processo e le liste dei componenti rendono più facile per tutti i partecipanti tenere traccia dei fondi d’investimento.

Software gratuito per la ricerca libera

Oltre ai propri progetti di ricerca, che CAD Schroer realizza in collaborazione con istituti di formazione e partner industriali, il produttore di software offre gratuitamente il proprio software per istituti di ricerca e di formazione. Gli istituti scolastici possono fornire ai loro studenti il software di CAD Schroer senza alcun costo aggiuntivo. Il software intelligente può essere utilizzato su PC privati durante tutto il periodo scolastico e di studio. Gli istituti o gli studenti interessati possono richiedere gratuitamente i pacchetti di progettazione, costruzione di impianti o pianificazione di stabilimenti sul sito web di CAD Schroer.

CAD Schroer offre gratuitamente il suo software per istituti di ricerca e di formazione. Questi enti possono mettere a disposizione dei loro studenti il software, senza costi aggiuntivi.

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Il farmaco al posto giusto. Nabba, la nanocapsula intelligente https://www.datamanager.it/2018/05/il-farmaco-al-posto-giusto-nabba-la-nanocapsula-intelligente/ Fri, 18 May 2018 13:11:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147959 Fra i trecento progetti promossi sul canale YouTube dedicato alla scienza supportata dall’UE c’è Nabba, l’idea di una “nanocapsula” capace di somministrare una medicina solo là dove serve. Università Bicocca ha coordinato gli sforzi di tredici neo-dottori di ricerca di sei diversi atenei Una bella storia di ricerca fondamentale e di racconto dell’importanza della ricerca […]

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Fra i trecento progetti promossi sul canale YouTube dedicato alla scienza supportata dall’UE c’è Nabba, l’idea di una “nanocapsula” capace di somministrare una medicina solo là dove serve. Università Bicocca ha coordinato gli sforzi di tredici neo-dottori di ricerca di sei diversi atenei

Una bella storia di ricerca fondamentale e di racconto dell’importanza della ricerca scaturisce da un progetto quadriennale europeo di cui l’Università Bicocca di Milano è stata capofila. Avviato nel 2015 e finanziato con tre milioni di euro dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Marie Sklodowska-Curie, spiega il coordinatore Francesco Nicotra, ordinario di Chimica Organica nel dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’ateneo milanese, il progetto Nabba (Design and development of advanced NAnomedicines to overcome Biological BArriers and to treat severe diseases) ha come obiettivo lo sviluppo di nanoparticelle che, opportunamente ingegnerizzate, «siano in grado di veicolare selettivamente i farmaci verso gli organi, i tessuti o le cellule malate, superando gli ostacoli posti dall’organismo».

COME UNA NAVICELLA DI TRASPORTO

Le nanoparticelle, spiega Nicotra, «devono quindi agire come una navicella di trasporto, che conduce il farmaco e lo rilascia selettivamente dove occorre». In particolare, i nanoshuttle di Nabba potranno essere impiegati nel contrasto di malattie per le quali le terapie tradizionali sono poco efficaci, come i tumori, la malattia di Alzheimer, la fibrosi cistica, le infezioni polmonari, la malattia di Parkinson. La microscopica navicella di trasporto dovrà quindi proteggere il farmaco nel suo “viaggio” nel sistema linfatico, “extravasando” (cioè diffondendosi dai capillari verso il tessuto circostante) selettivamente, solo dove c’è la patologia, e quindi rilasciare la sostanza. «Per farlo – spiega Nicotra, il nanoshuttle dovrà superare la barriera costituita dalle cellule che compongono i capillari e sarà importante che ciò avvenga solo dove c’è la patologia. Ci sono per esempio dei sistemi di trasporto dei nutrienti: questi si agganciano a un recettore che “apre la porta” per farli passare. Immaginate che lo shuttle sfrutti questo meccanismo, una strategia che viene definita targeting». In questo modo la nanoparticella si diffonderà nel tessuto circostante e lì dovrà disgregarsi per rilasciare il farmaco. L’importante è che questo avvenga solo dove occorre, quindi si studiano recettori presenti in maggiore quantità lì dove ci sono tumori o infiammazioni, o in specifici organi. Si stanno studiando anche strategie che indirizzino in uno specifico punto dell’organismo dei segnali, per esempio degli ultrasuoni, che provocano il collasso delle nanoparticelle e quindi il rilascio del farmaco.

UN PROGETTO INTERNAZIONALE

Uno degli aspetti più interessanti di progetti come questo, è il carattere multiculturale delle squadre responsabili delle ricerche. Nel caso di Nabba, a cui ha collaborato anche Massimo Masserini, ordinario di Biochimica nel dipartimento di Scienze della Salute della stessa Bicocca, le ricerche sono state condotte anche nei campus di cinque partner istituzionali: Universitè Paris Sud, Utrecht University, Universidade de Santiago de Compostela, Politecnico ETH di Zurigo e Helmholtz Centre for Infection Research di Saarland. Per ciascun componente del team erano previsti dei periodi da trascorrere lavorando in sedi e nazioni diverse dalle proprie. Pur non trattandosi di una attività direttamente finalizzata alla commercializzazione di specifici prodotti, al progetto hanno inoltre contribuito diversi partner industriali. In questo caso la farmaceutica Novartis; Nerviano Medical Sciences, società di NMS Group impegnata nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci oncologici; Enviroinvest, un gruppo ungherese di consulenze e ricerche in ambito biotecnologico e ambientale; la spagnola Sylentis, anch’essa specializzata in biotecnologie farmaceutiche; e Biotalentum, altra società ungherese attiva nella ricerca in biotecnologie e cellule staminali. Mediante bandi internazionali sono stati reclutati tredici giovani ricercatori, di nazionalità diverse da quella della istituzione che li ha ingaggiati, per svolgere tre anni di dottorato di ricerca (PhD). Ciascun dottorando ha dovuto effettuare una parte considerevole delle proprie ricerche (fino a dieci mesi), presso altri partner del progetto, e comunque presso i partner industriali, seguendo un percorso formativo il più possibile interdisciplinare.


#vision Nabba, la nanocapsula che funziona come una navicella – @unimib
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«L’obiettivo dei progetti Marie Sklodowska-Curie – osserva Francesco Nicotra – consiste proprio nel formare giovani ricercatori con competenze in settori strategici per lo sviluppo socioeconomico in Europa. Nabba raccoglie le migliori competenze europee nella ricerca di nanomedicina. Ci sono forti aspettative che queste ricerche possano finalmente generare terapie più efficaci per patologie, come i tumori e le malattie neurodegenerative, per le quali le cure tradizionali sono poco efficaci». La ricerca richiede tempi lunghi prima di trasformarsi in prodotto commerciale, specifica Nicotra, ma mattone dopo mattone bisogna procedere nella costruzione del sapere, che poi maturerà generando una innovazione che si trasformerà in prodotto. Ed è importante che il cittadino comprenda quanto sia importante questo sforzo.

SHOWCASE YOUR PROJECT

Da qui, la Commissione Europea nell’ottobre scorso ha fatto partire “Showcase your project”, una iniziativa di comunicazione rivolta a tutti i team di ricerca finanziata con i fondi europei. Facendo leva sui canali social e le community aggregate intorno ai loro influencer, l’iniziativa ha coinvolto quasi trecento progetti. Tutti sono stati invitati a produrre un video o una animazione di tre minuti che spiegasse in modo rigoroso ma accessibile le ricadute pratiche e l’impatto sociale che la ricerca potrà avere o ha già avuto sulla vita dei cittadini europei. L’obbiettivo è quello di attrarre l’interesse generale nei confronti della ricerca scientifica, rendendola più comprensibile e vicina alla nostra quotidianità. Il cittadino potrà così comprendere meglio che le risorse per la ricerca avranno una ricaduta nel benessere sociale ed economico. Un canale Twitter, una pagina Facebook e soprattutto la playlist su YouTube, “EU-funded R&I projects”, sono serviti da contenitore per le diverse comunicazioni. Su YouTube in particolare, sono state pubblicate fino ad aprile, data del termine dell’iniziativa, le storie di 291 progetti che insieme hanno superato la soglia delle 50mila visualizzazioni. L’animazione realizzata per Nabba si è classificata nella Top five per visualizzazioni e al secondo posto per numero di like. Cifre ancora lontane dalle soglie stellari raggiunte dai divi della musica e dello sport, ma più che confortanti per una scienza di frontiera che un giorno potrebbe fare la differenza, questo sì, nella vita di milioni di persone.

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Gli scienziati hanno creato una rete neurale auto-replicante https://www.datamanager.it/2018/04/gli-scienziati-hanno-creato-una-rete-neurale-auto-replicante/ Tue, 03 Apr 2018 09:06:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144883 I ricercatori della Columbia University hanno costruito un sistema AI capace di svilupparsi e creare pezzi di codice aggiornati Il punto di non ritorno è vicino. Quando il compianto Stephen Hawking, seguito da Elon Musk, invitava il mondo degli esperti a studiare bene gli effetti di un’Intelligenza Artificiale senziente forse si riferiva proprio a questo. […]

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I ricercatori della Columbia University hanno costruito un sistema AI capace di svilupparsi e creare pezzi di codice aggiornati

Il punto di non ritorno è vicino. Quando il compianto Stephen Hawking, seguito da Elon Musk, invitava il mondo degli esperti a studiare bene gli effetti di un’Intelligenza Artificiale senziente forse si riferiva proprio a questo. Gli scienziati della Columbia University hanno infatti creato una rete neurale in grado di auto-replicarsi, a partire da alcuni pezzi di codice che si evolvono fino a sviluppare altre stringhe autonome, che si propagano verso nuovi sistemi. Sembra uno scenario perfetto per un qualsiasi film hollywoodiano ma è tutto vero. Oscar Chang e Hod Lipson hanno spiegato il loro lavoro nell’articolo “Neural Network Quine” che dimostra come coltivare un seme AI.

Di cosa si tratta

Il metodo utilizzato dai due si basa sul principio della selezione naturale. affiancato da uno dei maggiori punti di forza dell’AI: la previsione dei modelli. In parole povere, un cervello in bit può ipotizzare, con risultati vicini alla perfezione, cosa potrà diventare una forma di codice. Facciamo un esempio: se sviluppiamo qualche stringa di machine learning orientata al riconoscimento delle immagini, l’AI di Chang e Lipson potrà dire che altre operazioni tale rete potrà svolgere, magari distinguere tra uomo e donna, tra persone e animali e tra razze di cani. La realizzazione di tale previsione avverrà in modalità autonoma, cioè mettendo assieme tutte le caratteristiche principali per far si che un semplice software di riconoscimento di oggetti arrivi a produrre inferenze maggiori.

Per arrivare a un obiettivo del genere, il sistema centrale ha bisogno di risorse extra, database di dati da cui può prelevare da solo le informazioni, a patto che ve ne siano. Non si tratta di qualcosa di immediatamente realizzabile ma di un processo su cui la scienza potrà sicuramente discutere nei prossimi anni.

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Apple Watch raccoglie i dati degli utenti per uno studio sul cuore https://www.datamanager.it/2018/02/apple-watch-raccoglie-dati-degli-utenti-uno-studio-sul-cuore/ Wed, 07 Feb 2018 19:00:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140548 Lo scorso novembre la Mela aveva annunciato Apple Heart Survey, un’indagine volontaria per studiare nuovi prodotti da connettere all’orologio nella misurazione di parametri vitali Analizzare il presente per migliorare il futuro. Questa è l’idea di Apple, che lo scorso novembre aveva annunciato il progetto Heart Survey, totalmente basato sul Watch. Gli utenti che volevano partecipare […]

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Lo scorso novembre la Mela aveva annunciato Apple Heart Survey, un’indagine volontaria per studiare nuovi prodotti da connettere all’orologio nella misurazione di parametri vitali

Analizzare il presente per migliorare il futuro. Questa è l’idea di Apple, che lo scorso novembre aveva annunciato il progetto Heart Survey, totalmente basato sul Watch. Gli utenti che volevano partecipare all’indagine, avrebbero dovuto semplicemente farsi misurare il battito cardiaco in autonomia durante la giornata per poi inviare tutto allo Stanford Health. Quest’ultimo, insieme alla compagnia di Cupertino, si sarebbe occupato di tradurre le informazioni per realizzare uno studio specifico circa il funzionamento del cuore e la possibilità che indossabili come lo smartwatch possano un domani prevedere malfunzionamenti o problematiche degne di un approfondimento. Ora Apple ha confermato la partenza dell’iniziativa e dunque la raccolta dei dati dai polsi degli utilizzatori.

Chi può partecipare

Dovendo rappresentare uno studio statistico valido per la media, non tutti possono partecipare al progetto. Al di là del conoscere la lingua inglese, sono esclusi coloro a cui è stata diagnosticata una patologia come la fibrillazione atriale o il flutter atriale e che assumono fluidificanti del sangue tra cui Coumadin, Pradaxa, Xarelto, Eliquis e Savaysa. Stando ad alcune fonti, pare che Apple possa utilizzare i risultati per lo sviluppo di un nuovo prodotto, non tanto legato al panorama consumer ma verticale.

Ad esempio un rilevatore delle aritmie cardiache connesso al Watch o uno strumento per misurare il livello di zucchero nel sangue, sfruttando sensori che mimano i sistemi attuali, basati sul prelevamento di una goccia dal dito tramite una piccola puntina. Il settore medico è quello più interessato a sviluppi simili della tecnologia. Non a caso negli USA l’Apple Watch viene già usato per tenere nota di alcune attività concrete dei pazienti, di cui dati vengono trinagolati con quelli ottenuti in laboratorio. A conti fatti, l’healthcare può rappresentare la vera rampa di lancio per gli indossabili, in un mercato che non ne ha mai sancito il successo.

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Il successo di Google in Cina passa per l’AI https://www.datamanager.it/2017/12/successo-google-cina-passa-lai/ Thu, 14 Dec 2017 19:00:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137379 La compagnia aprirà presto un centro di ricerca a Pechino, il primo in Asia, connesso a quelli nel resto del mondo Sappiamo bene quanto sia difficile la vita di Google in Cina. Parliamo soprattutto dell’assenza delle Google Apps nel mondo mobile, e dell’impossibilità di sfruttare il motore di ricerca anche via computer. Questo non vuol […]

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La compagnia aprirà presto un centro di ricerca a Pechino, il primo in Asia, connesso a quelli nel resto del mondo

Sappiamo bene quanto sia difficile la vita di Google in Cina. Parliamo soprattutto dell’assenza delle Google Apps nel mondo mobile, e dell’impossibilità di sfruttare il motore di ricerca anche via computer. Questo non vuol dire escludere del tutto il mercato del grande paese orientale dalle logiche di business di una delle compagnie di Alphabet. Ecco allora l’idea: unire le competenze tecnologiche di Big G con gli studi in ambito Intelligenza Artificiale cinesi, aprendo un centro di ricerca che dia il meglio di sé nello sviluppo di sistemi e applicazioni di nuova generazione. Si chiama AI China Center il primo laboratorio della statunitense in Cina. Basato a Pechino, questo si interfaccerà continuamente con le pari strutture nel resto del mondo, ad oggi a New York, Londra, Toronto e Zurigo.

Cosa farà

Ufficialmente, Google ha abbandonato la Cina nel 2010, quando il motore di ricerca ha dovuto lasciar spazio al Great Firewall, cioè il muro digitale che non permette ai servizi nella blacklist del governo di entrare nei dispositivi dei cittadini, se non attraverso l’utilizzo delle VPN, prarica da qualche mese considerata illegale e punita anche con diversi mesi di prigione. Nonostante ciò, la compagnia ha rafforzato la sua presenza nel mondo della ricerca scientifica in quanto a Intelligenza Artificiale, soprattutto con la piattaforma open-source TensorFlow.

Proprio in Cina, a Wuzhen, si tiene il Future of Go Summit, che nel 2017 ha visto come protagonista AlphaGo, il software ludico sviluppato da DeepMind, azienda di Google specializzata in progetti AI, che di recente ha pure imparato a giocare a scacchi, battendo Stockfish, il programma finora considerato d’eccellenza nella competizione a livello globale.

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Fondazione Golinelli, come prepararsi a un futuro imprevedibile https://www.datamanager.it/2017/11/fondazione-golinelli-prepararsi-un-futuro-imprevedibile/ Mon, 27 Nov 2017 10:49:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136240 La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza» Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci […]

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La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza»

Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci ha aperto le porte del nuovo Centro Arti e Scienze, progettato dallo studio di architetti fondato da Mario Cucinella. L’Opificio Golinelli getta così le fondamenta di un ecosistema per lo sviluppo integrato della formazione, della ricerca e dell’impresa, destinato a crescere ancora per diventare una vero polo della conoscenza. Il primo passo di questo percorso – come ci spiega Andrea Zanotti, docente al dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna e presidente della Fondazione – è rappresentato proprio dal Centro Arti e Scienze Golinelli, uno spazio di «immaginazione e sperimentazione» – pensato per offrire una sintesi fra arte e scienza. Lo sguardo profetico dell’arte da una parte e lo sguardo fattuale della scienza e dei dati dall’altro per creare una sintesi nuova. «L’idea di futuro che abbiamo in mente – afferma Andrea Zanotti – è quella in cui non ci sarà più posto per una frammentazione tra la parte ideativa, quella sperimentale e quella produttiva: i luoghi della conoscenza, della sperimentazione e della produzione dovranno necessariamente integrarsi per poter far fronte alla velocità del cambiamento nella quale siamo immersi».

Ad aprire i battenti del Centro Arte e Scienza, la mostra dal titolo che sarebbe piaciuto molto a Karl Popper: “Imprevedibile”, come il futuro che non possiamo prevedere ma solo immaginare. La mostra in programma dal 13 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018, nasce da un’idea di Marino Golinelli, padre della Fondazione, che con questa iniziativa ha deciso di lasciare un’eredità ulteriore: quella del sogno di uno straordinario 97enne per aiutare i giovani a crescere, mantenendo vivo «lo sguardo ottimistico, fiducioso e proattivo verso un mondo migliore, verso un futuro imprevedibile ma possibile, abbracciandolo con responsabilità e con una visione etica, democratica e inclusiva verso tutti». Se il futuro è imprevedibile, è anche aperto, spalancato su un orizzonte di nuove possibilità e rischi insospettati. Il futuro arriva e sopravanza la storia, la società civile e la politica. Il futuro crea più di quanto non distrugge, con buona pace degli apocalittici, degli scettici e di chi ha sempre un pregiudizio contro le cose nuove, per comodità o paura di cambiare. Ma di fronte alle sfide del futuro non dobbiamo dimenticare di fare i conti con la sostenibilità. Guardare al passato serve solo per prendere la rincorsa per fare un salto in avanti: «Chi non innova corre il rischio non solo di rinunciare al futuro, ma di perdere anche il proprio passato».


#FondazioneGolinelli come prepararsi a un #futuro #imprevedibile @FG_Fondazione
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Data Manager: Tutti parlano di nuovo Rinascimento. È una bella parola. Ma come è possibile far coincidere questa idea con un progetto concreto?

Andrea Zanotti: Parlare di nuovo Rinascimento non significa tornare indietro. La rivoluzione digitale è un fatto storico che non ha precedenti. La frammentazione del sapere ha delle ragioni specifiche. La conoscenza ha progredito grazie alla specializzazione che ha dato origine alla velocità della tecnica e alla sua preminenza. Occorre trovare un senso di marcia comune, recuperando la capacità di immaginazione che è la grande matrice sia dell’arte sia della scienza. Se per Rinascimento intendiamo non solo un periodo storico, ma anche un modello di sviluppo, dobbiamo ricominciare dal “disegno” delle “cose” – nel senso tecnico di design – per mettere insieme cervello e cuore, razionalità e passione, intelletto e sapere manuale.

Qual è il modello della Fondazione?

La Fondazione ha svolto per molto tempo una funzione di sussidiarietà, parola molto di moda, almeno quanto innovazione. Abbiamo voluto colmare dei vuoti. Abbiamo portato nelle scuole del territorio il sapere scientifico della biologia molecolare e della genetica. Oggi, ci siamo resi conto che l’esigenza è di aprire strade completamente nuove, in un momento in cui la velocità dei fenomeni sopravanza la nostra capacità di comprensione, mettendo in crisi il sistema della formazione tradizionale.

Che cosa è Opus 2065?

Opus 2065 è un progetto che mira a costruire un ecosistema, partendo dall’idea che le persone non possono più sostenere la velocità della trasformazione digitale. Dobbiamo creare un modello alternativo perché  quello dell’Università che pensa, dell’Industria che produce, e dello Stato che si occupa del welfare non funziona più. Tutto deve nascere insieme e deve essere “disegnato” per lavorare insieme. La Fondazione Golinelli vuole fare di Opus 2065 un punto di coagulo di questa visione. Non c’è più spazio per la divisione tra teoria e pratica. Occorre mettersi subito al lavoro e imparare facendo. La nostra immaginazione deve essere nutrita di arte e di scienza.

Come si guarda al futuro in modo concreto?

La nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation dimostra l’impegno della Fondazione a guardare al futuro partendo dai giovani. Da una parte il tema della data science fa emergere il fatto che stiamo costruendo un mondo parallelo a quello fisico, fatto di moltissime informazioni che facciamo fatica non solo a gestire e conservare ma anche a comprendere. Dall’altro estrapolare conoscenza da grandi moli di dati è una necessità per trovare soluzioni per governare grandi fenomeni. Creare un presidio in questo campo, con una scuola di dottorato, significa gettare le basi per preparare i giovani ad affrontare meglio il futuro.


Andrea Zanotti: La #creatività per riscattare la #tecnica @FG_Fondazione
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La visione è importante, ma anche la politica deve fare le scelte giuste. A che punto siamo?

Siamo di fronte a una svolta. Il Sistema Paese lo ha compreso. E anche la politica. Ci troviamo davanti a una dinamica di civiltà che mette fuori gioco e rende obsoleti tutti i vecchi schemi di provenienza. L’innovazione tecnologica accelera l’impresa. Il tradizionale transito del trasferimento tecnologico è superato. Oggi, le grandi imprese ci dicono che il tempo di sviluppo di un prodotto, in tutte le sue fasi, non può superare i nove mesi. Questo apre delle lacune dentro il sistema, a prescindere dalle colpe. Naturalmente, ci sono le responsabilità legate agli investimenti non fatti e che hanno determinato molti ritardi. Fare l’elenco delle colpe non serve. Forse, è più utile costruire qualcosa di alternativo per recuperare il tempo perduto.

Perché la creatività è la risorsa in grado di riscattare la tecnica?

Perché la tecnica non è narrativa. La tecnica non ti dice che cosa devi fare, ma ti apre un orizzonte di possibilità di utilizzo. La tecnica è un calcio d’inizio. Non è uno schema di gioco. Il procedere della tecnica se non è accompagnato da un pensiero creativo, in grado di indirizzarla, è un procedere cieco e senza senso. È solo cronologia. Quel guizzo laterale è importante anche per guardare dentro la mole di numeri che ci sovrasta. Le novità sono sempre marcate da una discontinuità frutto della creatività soggettiva. Se ci appiattiamo a pensare lo sviluppo come una semplice proiezione statistica, temo che non ci sarà alcun futuro di cui parlare.

Che cosa pensa delle startup in Italia? Ci sono troppi incubatori?

La moltiplicazione dei campi dove seminare è sicuramente positiva. Detto questo, dopo la semina, bisogna prendersi cura delle “piantine” e farle crescere per portarle a maturazione e avere un buon raccolto. Il problema è la qualità dei progetti e degli investimenti. Il fenomeno startup nasce da un’Accademia che si sente sotto tiro e che ha bisogno di dimostrare di essere produttiva e di essere in grado di produrre dei risultati. Gli enti pubblici sono preoccupati di dare sostengo all’occupazione. Manca in Italia un vero sistema di venture capital. Che poi è la ragione per cui una startup in Italia non fallisce mai o è destinata a restare tale per sempre. Ed è un errore grave. Perché occorre fallire di più, e più in fretta, per puntare sulle startup vincenti. La politica qui è stata troppo indulgente. E invece, occorre fare scelte più rigorose.


#Imprevedibile Il #futuro in mostra fino al 4 febbraio 2018 @FG_Fondazione
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Parlando di imprevedibilità, qual è il suo pensiero intorno a uno dei temi caldi del momento: l’intelligenza artificiale?

Un tema di confine che porta con sé molte opportunità e qualche rischio, su cui occorre fare una riflessione seria. Certamente, il fatto che due macchine si parlino con un linguaggio autogenerato, che esclude l’operatore, fa parte dell’imprevedibilità di cui dobbiamo farci carico. E dobbiamo essere capaci di immaginare e “disegnare” un mondo dove siano le macchine ad adattarsi al nostro modo di pensare e dialogare. Non al contrario, come abbiamo fatto fino a questo momento.

Fondazione Golinelli, i nuovi passi verso il futuro

 

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Samsung apre un centro di ricerca AI https://www.datamanager.it/2017/11/samsung-apre-un-centro-ricerca-ai/ Fri, 24 Nov 2017 10:19:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136063 La nuova struttura servirà le principali aree di business per studiare soluzioni avanzate e innovative nel campo dell’Intelligenza Artificiale Samsung Electronics si concentra sull’Intelligenza Artificiale. La compagnia aprirà infatti un centro di ricerca per studiare nuove soluzioni all’interno dei principali ambiti di business, tra cui mobile e consumer electronics. La notizia è stata data in […]

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La nuova struttura servirà le principali aree di business per studiare soluzioni avanzate e innovative nel campo dell’Intelligenza Artificiale

Samsung Electronics si concentra sull’Intelligenza Artificiale. La compagnia aprirà infatti un centro di ricerca per studiare nuove soluzioni all’interno dei principali ambiti di business, tra cui mobile e consumer electronics. La notizia è stata data in settimana direttamente dalla sede centrale che però non ha comunicato dove sarà localizzato il centro. La mossa pare una logica conseguenza alle riforme che presto saranno attivate all’interno della multinazionale, a seguito della sentenza che ha coinvolto il vicepresidente e il fuggi fuggi che potrebbe coinvolgere altre cariche. Non a caso, molte delle strategie per i prossimi anni passeranno dal ruolo di Young Sohn, attuale chief strategy officer, a cui spetterà il compito di esplorare innovative opportunità non solo nella produzione hardware ma anche in quanto a partnership con aziende terze.

Cosa succede

In verità, un percorso del genere è già partito mesi fa, con l’acquisizione di Harman International. Da qui, è nato il primo speaker connesso a doppio marchio, un esempio di come il mix di competenze e tecnologie possa aprire a sviluppi interessi in mercati emergenti. Una collaborazione che trova particolarmente senso nel lavoro del Samsung Strategy and Innovation Center (SSIC) che ha sedi a San Jose e San Francisco e che è già impegnato a cercare applicazioni interessanti dell’hi-tech in campi quali la sicurezza e la privacy, le infrastrutture cloud, l’healthcare, l’IoT e le auto intelligenti, tutti trend che nel prossimo futuro si porranno come determinanti per il business delle multinazionali, che andranno incontro a una probabile saturazione di alcune categorie merceologiche, tra cui computer, tablet e smartphone.

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Il prossimo Stephen King sarà un algoritmo https://www.datamanager.it/2017/11/prossimo-stephen-king-sara-un-algoritmo/ Fri, 03 Nov 2017 19:30:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134353 Si chiama Shelly l’Intelligenza Artificiale sviluppata dai ricercatori del MIT che sta progredendo nelle capacità di scrittura horror, come esperimento sociale Se fino ad oggi i più scettici si sono chiesti in che modo i robot prenderanno il sopravvento sulla civiltà umana, c’è chi ha pensato di sdrammatizzare la situazione con Shelly. Si tratta di […]

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Si chiama Shelly l’Intelligenza Artificiale sviluppata dai ricercatori del MIT che sta progredendo nelle capacità di scrittura horror, come esperimento sociale

Se fino ad oggi i più scettici si sono chiesti in che modo i robot prenderanno il sopravvento sulla civiltà umana, c’è chi ha pensato di sdrammatizzare la situazione con Shelly. Si tratta di un progetto AI sviluppato dai ricercatori del MIT e che coinvolge i social network come base di apprendimento e ispirazione in un contesto letterario. Quello che fa Shelly è lanciare post su Twitter, di natura horror, come se stesse divulgando spezzoni di un ipotetico libro, a cui aggiungere parti coerenti con quanto gli iscritti alla piattaforma condividono, tramite l’hashtag #youturn. Tutto è partito grazie a un gruppo su Reddit, che ha dato l’idea ai ragazzi del Massachusetts Institute of Technology.

Di cosa si tratta

Al di là del progetto, è interessante fare un paio di considerazioni su come Shelley interpreti il mondo circostante sulla base di quello che scrivono i commentatori. Prima di tutto, qui il machine learning viene utilizzato in maniera decisamente differente da cià a cui siamo stati abituati, dimostrando come l’innovazione software-driven possa andare a fondo nei processi di creazione del prodotto culturale umano, supportando, difficilmente sostituendo, la creatività dell’uomo. Anzi, è bene ricordare come, al pari di tutto il contesto del machine learning, anche qui la risposta del computer arriva dopo l’input dei twettatori, che in pratica assolvono al ruolo degli ingegneri nei laboratori dedicati a lavori sull’AI.

Inoltre, Shelly non è così lontana da quello che fu Tay, l’algoritmo che Microsoft buttò nella mischia di Twitter qualche mese fa. In quel caso,una sorta di cyber-bullismo dialettico di massa trasformò un innocuo esperimento in un’intelligenza filo-nazista, causando una dismissione precoce del test. In questo caso, ponendosi come account letterario e poco basato su fatti concreti e ideologie umanizzate, Shelly può benissimo scrivere e postare ciò che vuole, seppur in linea con la storia che sta raccontando, in pratica il primo romanzo dello Stephen King in silicio.

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Auto elettriche: le nuove batteria durano fino a 1.000 chilometri https://www.datamanager.it/2017/10/auto-elettriche-le-nuove-batteria-durano-1-000-chilometri/ Fri, 06 Oct 2017 18:00:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132343 Gli ingegneri di Dresda stanno sviluppando Embatt, un nuovo tipo di batteria che promette di aumentare l’autonomia dei veicoli ecologici Si sa, il più grande problema delle auto elettriche è l’autonomia. A nessuno fa piacere restare a piedi in autostrada o magari sul percorso verso casa dopo il lavoro. Per questo il mercato offre veicoli […]

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Gli ingegneri di Dresda stanno sviluppando Embatt, un nuovo tipo di batteria che promette di aumentare l’autonomia dei veicoli ecologici

Si sa, il più grande problema delle auto elettriche è l’autonomia. A nessuno fa piacere restare a piedi in autostrada o magari sul percorso verso casa dopo il lavoro. Per questo il mercato offre veicoli ibridi, in grado di chiamare in causa un motore classico quando non c’è più sufficiente energia nel sistema di propulsione elettrica. Stiamo vivendo una fase di passaggio determinante verso l’adozione di macchine del tutto amiche dell’ambiente, sperando che la tecnologia arrivi presto a realizzare mezzi con capacità di percorrenza superiori, quasi quanto quelle possibili con un pieno di benzina. Il futuro non è dietro l’angolo ma grazie al Fraunhofer Institute for Ceramic Technologies and Systems IKTS di Dresda è più vicino.

Nuovi moduli

Tramite una partnership con il ThyssenKrupp System Engineering e l’IAV Automotive Engineering, i ragazzi tedeschi sono riusciti a sviluppare un primo esemplare di Embatt, un nuovo tipo di batteria che, almeno sulla carta, dovrebbe consentire a un’auto di camminare per ben 1.000 chilometri con un pieno di ricarica. Ci riesce adottando uno stratagemma davvero funzionale: oltre al modulo normale da cui prelevare l’energia, Embatt ha accesso a un’altra sezione di riserva, composta da celle a combustione. Queste lavorano combinando ossigeno e gas, come idrogeno e metano, intorno a una membrana speciale, per generare elettricità. All’interno una piastra bipolare veicola l’energia prodotta su due canali opposti: da un lato della membrana si formano gli anodi e dall’altra i catodi, entrambi scaturiti dall’unione dei due elementi. A quel punto Embatt diventa una vera e propria batteria tradizionale, come quella integrata in uno smartphone, capace di restituire potenza a un sistema connesso, come un’automobile. Il bello è che il progetto è racchiuso in uno spazio più piccolo di quanto si pensi, perfettamente integrabile in un moderno mezzo di trasporto. Finora Embatt è rimasta confinata nei laboratori tedeschi ma si sono già fatti avanti alcuni partner per studiare soluzioni di scalabilità da qui al 2020.

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Troppi smartphone ci rendono meno produttivi https://www.datamanager.it/2017/06/troppi-smartphone-ci-rendono-meno-produttivi/ Fri, 30 Jun 2017 09:11:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127827 Lo dicono i ricercatori del Texas che hanno analizzato il comportamento delle persone a contatto con i loro smartphone Anche le attività più semplici, quando c’è di mezzo uno smartphone, possono diventare difficili da compiere. Lo hanno detto i ricercatori dell’Università del Texas che hanno scoperto alcune caratteristiche uniche del comportamento umano quando si trova […]

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Lo dicono i ricercatori del Texas che hanno analizzato il comportamento delle persone a contatto con i loro smartphone

Anche le attività più semplici, quando c’è di mezzo uno smartphone, possono diventare difficili da compiere. Lo hanno detto i ricercatori dell’Università del Texas che hanno scoperto alcune caratteristiche uniche del comportamento umano quando si trova a contatto con un telefonino nelle vicinanze. Precisiamo: nulla a che vedere con radiazioni e onde ma con la ben consolidata tendenza a farsi prendere dalla smania di controllare notifiche e notizie mostrate sul terminale. Questa sorta di ansia da prestazione può seriamente compromettere la produttività, tanto che anche task basilari possono richiedere un tempo maggiore del previsto, perché rallentati dalla troppa attenzione dedicata al cellulare.

Cosa succede

“Sebbene i dispositivi mobili abbiamo un gran potenziale nel renderci le cose più semplici la loro persistente presenza comporta un certo costo cognitivo – ha spiegato Adrian Ward, autore dello studio dell’Università del Texas – anche quando le persone sono sicure di mantenere alta l’attenzione, resistendo alla tentazione di accendere lo schermo del cellulare, il solo pensiero di quell’oggetto posto vicino riduce le capacità di concentrazione”. L’antidoto per diventare più produttivi? Facile: spostare lo smartphone in un’altra stanza o almeno fuori dalla portata dello sguardo. “Abbiamo notato che più i device diventano impertinenti e più diminuisce l’attitudine personale di elaborazione partecipativa” – ha concluso Ward. Non è la prima volta che studi connettono l’eccessivo utilizzo della tecnologia mobile con problematiche legate al comportamento e alla comprensione della realtà. Solo qualche mese fa un’altra ricerca avvicinava la dipendenza dal telefonino a quella dalla cocaina mentre nel 2015 Kaspersky aveva coniato il termine amnesia digitale per spiegare un certo rallentamento della facoltà di ricordare qualcosa da parte dell’homus connessus.

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