rivistagiugno2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Nov 2021 14:27:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagiugno2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Tecnomatic e Holonix, l’Internet delle Cose che contano https://www.datamanager.it/2021/06/tecnomatic-e-holonix-linternet-delle-cose-che-contano/ Mon, 14 Jun 2021 08:57:17 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210410 Tecnomatic e Holonix, insieme per portare la fabbrica a un nuovo livello di innovazione. Dall’incontro tra macchine di estrusione di tubi in plastica e tecnologie Industry 4.0 nasce una storia di “intelligenza aumentata” che riguarda un pezzo importante del comparto manifatturiero italiano Nel settore delle macchine utensili impegnate nella produzione e trasformazione dei materiali, il […]

L'articolo Tecnomatic e Holonix, l’Internet delle Cose che contano proviene da Data Manager Online.

]]>
Tecnomatic e Holonix, insieme per portare la fabbrica a un nuovo livello di innovazione. Dall’incontro tra macchine di estrusione di tubi in plastica e tecnologie Industry 4.0 nasce una storia di “intelligenza aumentata” che riguarda un pezzo importante del comparto manifatturiero italiano

Nel settore delle macchine utensili impegnate nella produzione e trasformazione dei materiali, il binomio IoT e Industry 4.0 sta diventando un fattore differenziante, capace di andare oltre unità di misura più convenzionali, come la dimensione dell’azienda, la sua potenza finanziaria o la multinazionalità. Per il sistema produttivo italiano, tradizionalmente caratterizzato da player innovativi ma non necessariamente di grandi dimensioni, la cosiddetta “intelligenza aumentata” – in altre parole, la capacità di raccogliere, storicizzare e analizzare in dati di produzione in tempo reale, traducendoli in migliori performance, manutenzioni più tempestive ed efficaci, o nuovi servizi da erogare al cliente – rappresenta un’opportunità formidabile. Soprattutto per chi sui mercati interni e internazionali vuole competere più con la forza delle proprie idee e della personalizzazione dell’offerta, che con la massa critica. Esattamente come ci insegna il caso di Tecnomatic, l’azienda bergamasca che con il lavoro di una trentina di dipendenti guidati da un management ambizioso e tecnopratico, riesce a essere presente in tutto il mondo con le sue macchine per l’estrusione di tubi in materia plastica. Il quarantennale percorso di Tecnomatic si incrocia a un certo punto con quello di uno dei più interessanti protagonisti italiani della Internet of Things applicata all’industria. Un protagonista che da diverso tempo Data Manager segue proprio nel contesto delle sue relazioni con chi progetta e costruisce le macchine industriali destinate a ricevere – attraverso una soluzione cloud chiamata i-Live Machines (ILVM) – l’attesa iniezione di intelligenza supplementare. Dalla partnership che Tecnomatic e Holonix hanno saputo costruire nasce l’ennesima piccola grande storia di trasformazione digitale della fabbrica. E del mare di vantaggi che tale trasformazione può portare ai clienti della realtà guidata da Diego Lupi, chairman di Tecnomatic.

DALLA LAVORAZIONE ALL’ESTRUSIONE

Tecnomatic viene fondata negli anni 70 come tipica azienda di lavorazione meccanica per conto terzi, nata per sostenere la crescita delle imprese di un territorio di grande tradizione industriale. Il tipico attrezzo in dotazione alla ditta, creata dal padre dell’attuale chairman di Tecnomatic, è il tornio a controllo numerico ed è da quel primo nucleo di intelligenza di bordo che, in un certo senso, si sviluppa tutta la storia successiva. «In quegli anni, con quelle attrezzature – spiega Diego Lupi – l’azienda acquisisce la volontà di sviluppare e migliorare le attuali teste per tubi in PVC sin dalla metà degli anni 80, quando gli si presenta l’occasione, decidendo di acquisire un disegnatore non esperto, mettendo la propria capacità ed inventiva progettuale». Man mano che questa reputazione cresce, cominciano a nascere i primi modelli di macchine, vasche di calibrazione e intere linee rivolte in particolare all’estrusione di tubi in materiali poliolefinici utilizzati per le applicazioni più svariate: per esempio, nell’ambito del trasporto di liquidi e gas, nelle infrastrutture civili, nel riscaldamento, nello scarico di acque reflue.

Massimiliano Fenili technical chief di Tecnomatic

METTERE IL DATO AL CENTRO

Lara Binotti, sales director di Holonix, riconosce in questo ritratto di Tecnomatic una serie di affinità con la propria organizzazione, la decennale realtà IoT nata nel contesto accademico del Politecnico di Milano e ancora oggi attivamente immersa in progetti di ricerca su scala continentale. «Quando ci siamo incontrati la prima volta, nel 2017, abbiamo trovato una squadra agguerrita e affamata di innovazione. Passo dopo passo, abbiamo proseguito nel percorso di trasformazione, ma la cultura di partenza era già quella giusta». Alberto Alberio, che ha seguito il progetto Tecnomatic nel suo ruolo di IT director di Holonix, spiega che l’azienda era stata contattata originariamente per fornire uno strumento in grado di offrire una buona capacità di analisi della performance dei sistemi di estrusione. «Tecnomatic cercava un processore che le consentisse di configurare le sue macchine in una logica data-driven tipicamente 4.0, seguendo l’intero flusso informativo della produzione». All’epoca – prosegue Alberio – Holonix fornì al suo nuovo cliente un percorso di integrazione in i-Like Machines, il predecessore della piattaforma ILVM, pensato proprio per gestire da remoto, in ottica Big Data, i grandi volumi di dati generati dalle macchine di produzione e ottenere diversi vantaggi sia in termini di migliore efficienza e produttività degli impianti; sia per creare intorno alle macchine un’offerta di servizi più ricca, per esempio, nel campo della diagnostica preventiva e della manutenzione. A quel punto, Tecnomatic era più che pronta a cogliere le nuove opportunità di sviluppo.


#coverstory tecnomaticsrl.net e @HolonixSRL insieme per un nuovo livello di innovazione in fabbrica
Click To Tweet


«Da diversi anni – racconta Massimiliano Fenili, technical chief di Tecnomatic – eravamo impegnati in progetti basati sull’aggregazione dei dati generati dalle nostre macchine. Ci eravamo concentrati anche sull’ottimizzazione dei cosiddetti pannelli-operatore, sviluppando interfacce utente il più possibile “friendly”, avevamo curato in particolare la riduzione dei consumi energetici, introducendo motori a basso consumo e monitorando i dati del loro funzionamento». Nell’estate del 2017, Tecnomatic è nel pieno della sua progettualità relativa alle tecnologie e ai protocolli che gli impianti del loro settore utilizzano per interconnettersi con altre macchine e condividere i dati in rete e in cloud. «Seguendo le direttive EUROMAP, l’associazione europea che raggruppa le aziende produttrici di macchine per la lavorazione della plastica e della gomma, avevamo già fatto nostri concetti di comunicazione M2M come OPC UA – Open Platform Communications Unified Architecture» – spiega Fenili. «Su questo protocollo si basa per esempio un software che permette agli operatori delle linee di estrusione Tecnomatic e ai responsabili della produzione di disporre di dati aggiornati sui consumi energetici e sui costi di produzione. Per ridurre i costi ma soprattutto per decidere meglio in risposta agli eventi e alle criticità di una filiera di fabbrica molto complessa. Una linea di estrusione oggi può arrivare a contenere da dieci a quindici singole macchine, corrispondenti ad altrettanti punti di lavorazione. Una buona connettività diventa un fattore fondamentale. Sempre in ambito OPC UA – aggiunge Fenili – in seguito è stata realizzata una nuova interfaccia utente accolta con estremo interesse dal pubblico del K Trade Fair di Düsseldorf, esposizione mondiale di riferimento per il settore della plastica».

INDICATORI DI PERFORMANCE

La strada del dato condiviso è sicuramente quella giusta e Fenili si mette alla ricerca di un partner in grado di affiancare l’azienda bergamasca nell’individuazione di quel punto di contatto tra il cloud e il mondo fino a quel momento chiuso e iperspecializzato. Un ponte in grado di offrire ai produttori di tubi di visualizzare ovunque – fuori e dentro la fabbrica – le informazioni digitali provenienti dalle loro macchine. Un’esigenza che secondo Massimiliano Vailati, sales director di Tecnomatic veniva chiaramente espressa dai clienti. «Per una realtà che non può competere sulle dimensioni, l’innovazione tecnologica è l’arma decisiva» – dice Vailati. «Nell’Industry 4.0, la possibilità di monitorare in tempo reale gli indicatori di performance di un impianto è vitale. Tuttavia, in molte situazioni i produttori hanno in mano macchinari efficienti e di grande qualità, ma non riescono a trarne vantaggio proprio per la mancanza di capacità di analisi». Così, tra Tecnomatic e Holonix ha inizio una relazione e un lavoro comune che in questi quattro anni ha portato molti buoni frutti. «L’esigenza era quella di trovare un fornitore di una soluzione facilmente customizzabile e adattabile alle specificità delle nostre macchine» – interviene il technical chief di Tecnomatic.


#coverstory IoT e analytics per connettere macchine e persone – tecnomaticsrl.net @HolonixSRL
Click To Tweet


«In Holonix abbiamo trovato una soluzione ideale, che insieme siamo riusciti a calare perfettamente nella dimensione delle nostre linee di estrusione. Partendo dal pacchetto standard di i-Like Machines e dal 2019 del suo successore ILVM, abbiamo personalizzato un nuovo menu di KPI che consente di comprendere come gestire al meglio l’operatività della linea, capire quando spingere o rallentare in termini produttivi per mantenere costante la qualità dei tubi e avere sempre una efficienza elevata». Il progetto – come spiega Fenili – ha occupato un orizzonte temporale di circa due anni e mezzo e ha comportato il trasferimento verso la piattaforma cloud di Holonix di due diverse tipologie di controllo delle macchine Tecnomatic. «In una prima fase, abbiamo indirizzato macchine con bus di comunicazione più tradizionale, che prevedeva la conversione diretta nel protocollo MQTT utilizzato per l’interconnessione sul cloud. In un secondo momento e in ottica già 4.0, abbiamo coinvolto le linee che utilizzavano già il protocollo OPC UA. Si tratta di due approcci paralleli che permettono di rispondere meglio alle richieste dei clienti in funzione dei sistemi adottati. Grazie a questa soluzione, si può ottenere un quadro completo della produttività di ciascuna linea». Alberto Alberio, il responsabile IT di Holonix che ha seguito il progetto fin dalle sue fasi iniziali, mette in evidenza un’altra ricaduta importante, sottolineando come oltre al vantaggio riferito al monitoraggio in tempo reale, i-Live Machines consente, in prospettiva, di storicizzare i dati che vengono man mano raccolti per estendere le opportunità di servizio. E il technical chief di Tecnomatic conferma: «Il sistema trasferisce in cloud anche eventuali segnali di allarme, che possiamo analizzare nel tempo per comprendere meglio certe problematiche e intervenire. Da un punto di vista di manutenzione preventiva, questi feedback possono essere sicuramente importanti».

Alberto Alberio IT director di Holonix e Jacopo Cassina CEO e co-founder di Holonix

FLUSSI STANDARDIZZATI E SICURI

Ripercorrendo la storia di questa collaborazione, Alberio di Holonix rileva come uno dei fattori decisivi per la scelta di ILVM sia stata proprio l’adattabilità. «Il sistema di connessione era la base tecnologica fondamentale affinché le macchine industriali di Tecnomatic potessero offrire “qualcosa in più”. La piattaforma IoT di Holonix è compatibile con qualsiasi macchina in grado di comunicare attraverso i protocolli standard e in questo senso i tecnici dell’azienda avevano già svolto un grande lavoro di adeguamento dei loro processori. Come Holonix – aggiunge Alberio – abbiamo curato anche l’aspetto della sicurezza, un ambito in cui mettiamo grande attenzione integrando protocolli di cifratura e certificazione dei dati. Nelle applicazioni cloud 4.0 bisogna sempre garantire che i flussi informativi siano protetti e abbiano un’origine certa, per salvaguardare gli utenti da rischi di intercettamento o compromissione». Un secondo elemento è la scalabilità del sistema verso diverse tipologie di servizio. ILVM è una soluzione che aggiunge funzionalità sia in ambito applicativo, come avviene nel caso delle nuove possibilità di monitoraggio delle performance, sia in direzione dell’offerta di nuove formule di assistenza post-vendita. «Il bello di questa estendibilità – afferma l’IT director di Holonix – è che non comporta alcuna rinuncia rispetto alla centralizzazione del know-how messo a disposizione su scala così vasta.

Attraverso i-Live Machines i vantaggi dell’IoT sono immediatamente accessibili a chi acquista le macchine Tecnomatic, senza quest’ultima debba effettuare decine di installazioni e distribuire a ciascun cliente un software autonomo che non offrirebbe altrettanta protezione sugli algoritmi e sulle configurazioni. «Il cliente accede insomma solo alle informazioni che la piattaforma mette a disposizione». C’è anche una scalabilità di tipo tecnologico. «Con ILVM non si è obbligati a dotarsi di un intero pacchetto di complessità» – spiega Alberio. «Quando si parla di intelligenza artificiale, di deep learning si entra in un dominio complesso e costoso ma Holonix è in grado di fornire solo il necessario, applicando algoritmi di complessità crescente in base alle necessità reali del cliente». Una gradualità – conclude Alberio – che si riflette in chiave finanziaria, consentendo una strategia di investimento crescente, finalizzata ai singoli obiettivi. «Nel caso di Tecnomatic, il primo obiettivo, realizzato attraverso una personalizzazione della configurazione standard della piattaforma, era il monitoraggio delle performance produttive. In futuro, l’uso di informazioni e analisi più approfondite potrà estendere le opportunità fino alla creazione di nuovi servizi a valore aggiunto o alla capacità di fornire utili indicazioni a chi dovrà progettare nuove linee di estrusione».


#coverstory Monitoraggio, analisi e condivisione real-time dei KPI – tecnomaticsrl.net @HolonixSRL
Click To Tweet


ECOSISTEMA DI PERSONE E MACCHINE

Da dieci anni a questa parte – come spiega Jacopo Cassina, CEO e co-founder di Holonix – questa è la filosofia dell’azienda di ingegneria milanese. «L’obiettivo è portare sul mercato strumenti di “Intelligenza Aumentata” che i nostri clienti possano utilizzare per aumentare il valore commerciale dei loro prodotti e per espandere i servizi offerti. Sono strumenti che rappresentano un ulteriore accessorio di una macchina utensile, e che forniscono al decisore umano, grazie all’IoT, un contributo informativo “aumentato”, mirato e rielaborato a partire dai dati generati dalla sensoristica. L’anno appena trascorso è stato difficile ma non negativo. I risultati sono in linea con quelli dell’anno precedente, ma in compenso l’importanza del digitale si è affermata con forza ancora maggiore». Nelle relazioni e nello smart working, il digitale è un fenomeno ormai acquisito perché più maturo, meglio metabolizzato. «Finora, in ambito industriale – continua Cassina – le tecnologie 4.0 si sono imposte soprattutto come strumento interno alle singole realtà. Oggi invece, sono sempre più numerosi i casi di aziende che capiscono il valore dell’interconnessione anche verso l’esterno, inclusi gli utilizzatori delle macchine sul campo». Il cambiamento – secondo Cassina – si percepisce ormai in modo molto netto. «Se in passato il costruttore di macchine utensili era abituato a una relazione diretta col cliente, fatta di visite molto frequenti, legate anche alla necessità dell’avviamento di un impianto nei luoghi della produzione, la necessità di ridurre al minimo questi spostamenti ha fatto emergere il tema dell’interconnessione digitale come modalità ideale per creare veri e propri ecosistemi di collaborazione popolati da macchine, non solo da persone». La connettività – mette in evidenza Cassina – è uno strumento che acquisterà sempre più importanza, anche quando riprenderemo a viaggiare. «La condivisione dei dati dà vantaggi molto concreti. Permette di raggiungere livelli di efficienza e produttività molto elevati, di arricchire i propri prodotti in chiave di maggiore competitività».

Nel progetto Tecnomatic – precisa Lara Binotti – Holonix ha fatto leva sulla adattabilità della sua piattaforma di base per sviluppare ulteriormente il modulo dedicato in modo specifico alla misurazione della performance. «Si tratta di un lavoro di personalizzazione che va ad aggiungersi ad altri già svolti da Holonix nel campo dell’analisi della vibrazione e di altri parametri. Una attività di espansione delle possibilità di ILVM che prosegue anche con altri clienti e nell’ambito di progetti europei in applicazioni come la diagnostica avanzata, insieme a partner come ATLANTIS Engineering, focalizzato sulla manutenzione.

CONDIVIDERE PER IMPLEMENTARE

Caratteristico della proposta commerciale di Holonix rimane il programma IoT Experience, una formula di condivisione-implementazione congiunta di esperienze che secondo Lara Binotti ha contribuito a dare molta concretezza ai temi della Internet delle Cose. «Le aziende che incontriamo sono affamate di informazioni pratiche, dopo anni in cui soprattutto nel segmento delle PMI il tema dell’Industry 4.0 è stato vissuto in modo superficiale e legato esclusivamente alle politiche di incentivazione». Su questo punto – anche Massimiliano Vailati di Tecnomatic – è d’accordo. «Molti clienti hanno fatto un decisivo passo avanti e non guardano più solo al vantaggio finanziario, privilegiando finalmente l’aspetto del miglioramento produttivo, della gestione più efficace delle loro fabbriche». Sull’IoT c’è sensibilizzazione – come osserva Vailati – ma il grado di conoscenza è ancora piuttosto basso. «Nel momento in cui ci presentiamo come pionieri del campo riusciamo a suscitare subito un grande interesse» – afferma il sales director di Tecnomatic.


coverstory L’intelligenza aumentata per competere – tecnomaticsrl.net @HolonixSRL
Click To Tweet


«Tuttavia, la mancanza di competenze formate nelle PMI è uno dei principali freni, insieme alla naturale diffidenza nei confronti del cambiamento di modalità ormai consolidate». Attraverso collaborazioni come queste, Holonix vuole indirizzare il problema, rivolgendosi in particolare alle imprese di dimensioni più piccole. «La nostra offerta di prodotto e di servizio – spiega Lara Binotti – è tagliata su misura per questo tipo di utenza sia dal punto di vista di funzionalità e contenuti che dei costi. Certamente, occorre una cura particolare nel tagliare a misura del cliente l’abito della Industry 4.0 perché il livello di specializzazione è molto elevato e bisogna essere in grado di seguire processi che sono stati adattati ai vari mercati di riferimento». In questo senso, Holonix può rappresentare un’alternativa ideale alle piattaforme IoT dei big più blasonati del settore.

Adesso che anche grazie a Tecnomatic le capacità di i-Live Machines sono implementate nelle fabbriche di cinque continenti, l’interesse nei confronti delle tecnologie IoT può solo aumentare. L’importante è riuscire a mantenere alto il concreto contenuto di innovazione, anche in risposta ai tentativi di chi sfrutta certi concetti solo come un facile slogan. Al tempo stesso – conclude il chairman di Tecnomatic Diego Lupi – è fondamentale realizzare strumenti che non siano troppo complessi sul piano operativo e non comportino sforzi di manutenzione o costi di esercizio troppo alti. «Dobbiamo tenere costantemente davanti agli occhi, quali sono gli obiettivi reali a fronte della richiesta, per evitare proposte troppo difficili e futuristiche. Ma l’innovazione continua è un obbligo perché l’asticella si alza sempre di più. In molti hanno già capito che i primi che si avvicinano all’IoT vincono sul piano della competitività».

Foto di Gabriele Sandrini

L'articolo Tecnomatic e Holonix, l’Internet delle Cose che contano proviene da Data Manager Online.

]]>
Ogni cosa è parametrizzabile. Il cloud nell’era della maturità https://www.datamanager.it/2021/06/ogni-cosa-e-parametrizzabile-il-cloud-nellera-della-maturita/ Fri, 11 Jun 2021 09:33:08 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210458 Ora che la virtualizzazione investe praticamente ogni aspetto infrastrutturale e applicativo, si può ancora parlare di cloud computing come “alternativa”? Le storie di progettualità di Banca Popolare di Sondrio, ENI, Italgas, Citterio, Impresa Pizzarotti & C. e SACMI per capire come governare al meglio quello che per molti è solo l’inizio del cambiamento Guarda la […]

L'articolo Ogni cosa è parametrizzabile. Il cloud nell’era della maturità proviene da Data Manager Online.

]]>
Ora che la virtualizzazione investe praticamente ogni aspetto infrastrutturale e applicativo, si può ancora parlare di cloud computing come “alternativa”? Le storie di progettualità di Banca Popolare di Sondrio, ENI, Italgas, Citterio, Impresa Pizzarotti & C. e SACMI per capire come governare al meglio quello che per molti è solo l’inizio del cambiamento

Guarda la registrazione della tavola rotonda

Nell’epoca dell’ormai conclamato Everything as a Service, ha ancora senso discutere di cloud computing? A un quarto di secolo dai primi riferimenti alla metafora della “nuvola”, non faremmo forse meglio a tornare a parlare più propriamente di una nuova metafora dell’IT? Dopo una lunga incubazione teorica e terminologica e archiviata la fase di acculturazione avvenuta subito dopo il debutto, quasi 15 anni fa, del primo servizio IaaS pubblico (lo spin-off degli Amazon Web Services dalla piattaforma di e-commerce risale all’agosto del 2006), il fenomeno cloud computing si è imposto in tutta la sua complessa maturità. Il mercato delle tecnologie, dei servizi e delle piattaforme proprietarie e open rivolte alla trasformazione in cloud delle infrastrutture private o alla implementazione di cloud pubblici, pullula di brand consolidati, di campioni più recenti e di una pletora di startup in continuo divenire.

La metafora della virtualizzazione e della cosiddetta “astrazione” delle funzionalità “programmabili” (computing and network virtualized functions) dal substrato dei dispositivi hardware, investe ormai ogni ambito. Prima il software applicativo, le infrastrutture, gli ambienti di sviluppo inserite nella originaria triade SaaS/IaaS/PaaS. Poi la connettività delle reti a livello locale e geografico, lo storage, il data center “software defined”, il disaster recovery, la sicurezza, l’edge computing as a Service. Tutti paradigmi che portano con sé nuove modalità di erogazione, ma anche nuovi linguaggi di programmazione, nuovi framework per sviluppatori, nuove architetture di database. Una rivoluzione pervasiva e profonda che trasforma il modo di vedere, implementare e soprattutto governare quella che ancora chiamiamo Information Technology. E che queste descrizioni non siano un mero esercizio retorico di un giornalismo tecnologico in perenne ricerca di nuovi nomi per concetti vecchi, lo ha dimostrato plasticamente la facilità con cui le organizzazioni hanno reagito, attivando soluzioni di smart working e lavoro remoto su vasta scala per rispondere all’emergenza pandemica che ha portato alla chiusura dei tradizionali spazi degli uffici, della scuola, del terziario pubblico e privato.


#DMCloud Grazie alla flessibilità del cloud, la trasformazione può viaggiare alla stessa velocità del business
Click To Tweet


STORIE DI PROGETTUALITÀ

Data Manager torna a interrogarsi sull’attualità del cloud computing nelle imprese e nella pubblica amministrazione in Italia e sulle future prospettive di un insieme di tecnologie che sicuramente godono di un ulteriore spazio di crescita e maturazione. Come sempre, per favorire la spontaneità e l’interattività del dialogo, proponiamo una serie di spunti di ragionamento su un tema che è impossibile esaurire in quesiti circoscritti. L’obiettivo è permettere di esplorare, in situazioni diverse, le varie storie di progettualità in cloud, offrendo un confronto tra le diverse strategie e modalità di approccio in ambiti come lo IaaS, il PaaS, il software defined networking, l’IoT, l’interazione cloud-edge, e i nuovi servizi di storage, disaster recovery, security as a Service. L’interesse della tavola rotonda pone l’attenzione sul cloud e le sue applicazioni. In particolare, su come viene affrontato il problema della transizione dai modelli “monolitici” ai “microservizi”, anche dal punto di vista dell’acquisizione, formazione, reclutamento di nuove competenze in materia di linguaggi, framework e metodologie di sviluppo e deployment.

Il secondo giro di interventi intorno al tavolo virtuale ha affrontato da un lato il tema dell’impatto che il cloud può avere sui tradizionali ruoli dei manager dell’IT e della loro relazione con il top management e le altre figure decisionali; e dall’altro un aspetto abbastanza trascurato ma non marginale come la “democraticità” del cloud. In che misura una strategia orientata al cloud rischia di diventare appannaggio di organizzazioni di grandi dimensioni, ben strutturate, o comunque capaci di superare le inevitabili soglie di complessità? Quali sono i fattori abilitanti e gli ostacoli di una innovazione “di sistema”, capillare e duratura, dentro a un tessuto produttivo dominato dal modello di impresa delle PMI?

Anche secondo Piergiorgio Spagnolatti, head of Infrastructure di Banca Popolare di Sondrio, il varo di AWS coincide con la svolta che a metà degli anni 2000 ha reso esplicito il ruolo della virtualizzazione nel disaccoppiare gli strati fisici e logici dell’informatica. L’istituto bancario ha cavalcato quest’onda, assecondando una visione tattica della questione. «Nei primi anni – racconta Spagnolatti – abbiamo osservato un po’ a distanza il fenomeno del cloud pubblico, forse perché non erano evidenti clamorosi vantaggi, tenendo però ben presente i nuovi modelli di consumo». La standardizzazione di infrastrutture e piattaforme software utilizzabili as a Service faceva insomma riflettere i responsabili IT di Popolare Sondrio su nuove modalità di erogazione dei servizi interni. «Come potevamo far evolvere le nostre metodologie e i modelli architetturali per poterli confrontare con ciò che era disponibile su cloud?».

UNA TOOLCHAIN PER IL FUTURO

Banca Popolare di Sondrio ha avviato una strategia di acquisizione di tecnologie come i container, i microservizi e il DevOps. «Adottare queste architetture ha rappresentato un salto in avanti, perché ci ha messo in condizione di industrializzare molti processi – sottolinea il responsabile infrastrutturale dell’istituto bancario. Al tempo stesso, l’adozione di certe metodologie si sposa con l’alta mobilità delle applicazioni e implica meno attriti nell’eventuale spostamento dei carichi di lavoro verso il cloud pubblico». Avere a disposizione una “toolchain” capace di coprire il percorso che va dal codice sorgente all’esercizio governato on prem, in cloud o in modalità ibrida – conclude Spagnolatti – significa massimizzare le opzioni per il futuro del gruppo. «Senza essere costretti a fare una scelta definitiva, seguiamo l’evoluzione dei sistemi legacy, e con la maturazione dal punto di vista delle operation può evolvere l’intera architettura. Non siamo più legati a una serie di stack isolati, ma possiamo ragionare in un’ottica di insieme».

Lo scenario fin qui descritto, fatto di servizi ad alto contenuto IT ma fondamentalmente rivolti all’esterno, cambia radicalmente nel caso dell’Impresa Pizzarotti & C., i cui cantieri sono presenti in 15 nazioni e la cui informatica serve principalmente l’utenza interna. «Solo sul lato del cliente finale – spiega il direttore IT Augusto Lambertino – dobbiamo interfacciarci con la committenza pubblica delle grandi opere che realizziamo. Ma la parte applicativa cambia notevolmente». L’impresa ha sempre guardato con interesse al fenomeno cloud e già nel 2014 ha completamente spostato sulla piattaforma Microsoft Office 365 le sue applicazioni. «Allora, questo ci dava notevoli vantaggi in termini di continuità, specie in servizi come la posta elettronica. Da qui, abbiamo lavorato sul disaster recovery, attraverso un provider nazionale basato su data center integrati in Microsoft Azure». Come spiega Lambertino – l’Impresa Pizzarotti & C. non ha perseguito obiettivi di migrazione totale in infrastrutture cloud, privilegiando una strategia ad hoc e oggi sta affrontando il discorso della virtualizzazione della rete. «Sul versante applicativo interno abbiamo avviato i primi test con la tecnologia dei container. Il numero di applicativi custom è abbastanza limitato, ma stiamo andando incontro all’aspetto dell’integrazione dei dati, proprio per non creare troppi silos».


#DMCloud Strategia ad hoc e virtualizzazione della rete – Augusto Lambertino pizzarotti.it
Click To Tweet


Quale che sia la natura dei workload, tanto più in contesti complessi e ibridi, le soluzioni Dynatrace – interviene l’Italy director Emanuele Cagnola – servono a dare concreta visibilità end-to-end alla performance delle applicazioni. «L’obiettivo è fornire automaticamente alle operations, ai team di sviluppo, ma anche ai livelli dirigenziali, una serie di evidenze sia sulla infrastruttura che sottostà alle applicazioni sia sulla customer experience». Cagnola suggerisce una serie di use case in cui la capacità introspettiva Dynatrace può essere risolutiva, soffermandosi per esempio su classico scenario della “war room” in cui vengono rilevati malfunzionamenti non direttamente riferibili a specifici disservizi. In questi casi – come rileva Cagnola – la visibilità spesso è solo illusoria: per un troubleshooting efficace non basta disporre di dati tecnici puntuali ma privi di correlazione. «L’osservabilità vera – conclude il responsabile di Dynatrace in Italia – è quella che anche in progetti di migrazione verso il cloud, ossia nel passaggio dalle applicazioni monolitiche al mondo dei microservizi, consente di rendere molto più agile la trasformazione, rispettando le tempistiche di questi progetti».


#DMCloud Governance e osservabilità sono strettamente correlate – Emanuele Cagnola @Dynatrace
Click To Tweet


QUANDO LA ROBUSTEZZA È TUTTO

Come viene vissuto il fenomeno hybrid cloud in un colosso energetico come Eni, che deve portare le sue tecnologie IT in uno scenario operativo distribuito in una settantina di nazioni, quasi sempre in ambienti estremi? Gabriele Provana, head of ICT Infrastructure Operations & Delivery, sostiene che per assicurare piena operatività alle infrastrutture Eni, le decisioni avvengono nel quadro di un complesso processo evolutivo e non possono tener conto solo di specifiche tecnologie. «Eni ha costruito il suo green data center e il suo cloud network, realizzando nodi come il sistema HPC 5, il sesto supercomputer più potente al mondo per affrontare il fenomeno del dato come nuovo petrolio. Nei suoi ambienti di lavoro altamente digitalizzati sono in funzione sensori e wearable per la “smart safety”. All’interno del data center, troviamo una sensoristica progettata molto prima che il termine IoT diventasse così popolare» – spiega Provana. L’intera infrastruttura Eni è da sempre improntata a livelli di resilienza e robustezza che in quest’ultimo anno sono diventati un tema ancora più fondamentale.

Ma una infrastruttura privata così imponente non impedisce al team IT di Eni di considerare politiche di cloud pubblico e ibrido. «Un ambito come la collaboration, per esempio, prevede il cloud come scelta di campo» – conferma Provana. «Esiste una sorta di “economia algoritmica” per cui diverse altre piattaforme cloud possono essere più performanti». Il cloud – come rileva ancora il capo progetto delle infrastrutture Eni – è ancora un «adolescente» in termini di primavere vissute, ma la spinta è notevole e la tecnologia viaggia a velocità davvero difficili da metabolizzare. «Più che in termini di scelte, Eni deve discutere di progettualità e al momento – conclude Provana – l’offerta IaaS pubblica fine a se stessa non è sempre così allettante per società di queste dimensioni e complessità, mentre più interessante al momento è la componente PaaS e le possibilità di continua evoluzione sulle nuove tecnologie di frontiera».

Se a un’azienda come SACMI non mancano titoli di eccellenza e leadership internazionale, il contesto di mercato – quello delle macchine per la lavorazione della ceramica, dei metalli e della produzione di contenitori in materia plastica – è compatibile con dimensioni più pronte a beneficiare dei vantaggi del cloud pubblico. In questo senso, Marco Corsi, arrivato poco più di un anno fa come Group CIO e chief digital officer dell’azienda, ha introdotto molte innovazioni. «SACMI è cresciuta molto negli ultimi vent’anni, allargando il proprio footprint in tutto il mondo con realtà produttive in Cina e India e un network commerciale presente anche in Africa e nelle Americhe. Come azienda storica, porta con sé un retaggio IT tradizionale in cui l’argomento cloud era quasi un tabù» – racconta Corsi. E quindi la trasformazione messa in atto dal nuovo CIO rappresenta un vero passo avanti. In veste di CDO, Corsi ha disegnato un percorso di svecchiamento che parte dal workplace, anche qui con l’adozione di Microsoft Office 365.

UN APPROCCIO UTILITARISTICO

L’azione si è in seguito spostata sull’infrastruttura di rete, per la quale sono state adottate tecnologie SD-WAN che hanno portato a una maggiore integrazione e visibilità delle filiali dell’azienda. «Oggi, affrontiamo l’evoluzione del data center» – spiega Corsi. «Da un contesto tradizionale composto da un certo numero di macchine virtuali, questa evoluzione punta a una esternalizzazione con un approccio molto utilitaristico che però conserva un core applicativo, ERP e PLM on prem». E che conferma ancora una volta la duttilità di tecnologie e servizi che possono felicemente prestarsi alle esigenze di pragmatismo che contraddistinguono molte aziende come SACMI.

Come è già emerso dalle esperienze raccontate finora, lo “use case” del dato è di per sé un altro fattore che può spingere un’organizzazione a intraprendere una strategia cloud. Lo ribadisce Andrea De Rossi, CTO e fondatore di ITReview, Qlik Elite Solution Provider, esperta di tecnologie Qlik e attiva nel dominio della business intelligence, della data visualization e della data quality. «Tra le tante storie dei nostri clienti – racconta De Rossi – c’è il caso di una software house specializzata in soluzioni gestionali che sta migrando in cloud qualcosa come centomila clienti. Per rispettare le tempistiche necessarie al trasporto e all’elaborazione dei dati tra cloud e on prem, una infrastruttura cloud scalabile è l’unica alternativa possibile». Sono sempre più numerose – secondo De Rossi – le aziende che scelgono di implementare progetti Big Data, sfruttando la potenza e la flessibilità del cloud. Molti clienti di ITReview accedono a piattaforme di business intelligence completamente in cloud, proprio per la necessità di rispondere alla stagionalità dei picchi di richiesta e alla generale variabilità dei carichi di lavoro.


#DMCloud Come sfruttare la potenza e la flessibilità del cloud – Andrea De Rossi @ITReview_Social
Click To Tweet


Con Italgas il discorso torna nell’ambito dell’energia e dell’IoT. Primo operatore in Italia e tra i maggiori in Europa – spiega l’head of Innovation Process, Architectures & Cloud Services Domenico D’Amore – Italgas gestisce qualcosa come 7,5 milioni di contatori smart e dal punto di vista dell’adozione di tecnologie cloud rappresenta un caso unico tra le aziende che partecipano al tavolo virtuale di Data Manager. «Dal punto di vista informatico, la nostra è una lunga storia. La virtualizzazione – precisa D’Amore – inizia quando eravamo ospiti del green data center dell’allora capogruppo Snam. Con lo scorporo e la relativa quotazione nel 2017, le infrastrutture IT di Italgas optano per una migrazione su public cloud, portata a termine grazie al grosso lavoro di standardizzazione delle app svolto negli anni precedenti». Il progetto di “shift” verso il cloud – come spiega D’Amore – dura circa tre trimestri e avvia per l’IT di Italgas un percorso nuovo, che include un ulteriore step rivolto allo sviluppo in modalità PaaS di app cloud native.

SOLUZIONI COMPLESSE E VELOCI

Nella Digital Factory di Italgas – spiega ancora il responsabile dell’innovazione dell’azienda – si trovano ruoli provenienti dal comparto IT e in rappresentanza dello staff e del personale di campo. A tutti, l’uso di una piattaforma virtuale consente di essere molto rapidi nello sviluppo di soluzioni complesse. «Per esempio, una soluzione di collaboration per le squadre tecniche che prevede l’uso di visori di augmented reality e interazione con comandi vocali» – dettaglia D’Amore. «Ma il cloud ci consente di affrontare l’analisi dei dati generati dagli oggetti intelligenti nei nostri impianti sia per migliorare i processi sia per sviluppare nuovi servizi». Uno strumento fondamentale – conclude D’Amore – «per una Italgas impegnata su fronti come la transizione energetica o il Piano nazionale di rilancio che prevede anche la gestione di energie innovative, grazie a reti di distribuzione sempre più flessibili».


#DMCloud La democrazia del cloud come apertura e trasparenza dei costi – Paolo Fila citterio.com
Click To Tweet


Dai tubi smart del gas agli insaccati di Citterio il passo è lungo, ma il CIO Paolo Fila non deflette dai suoi piani di innovazione. Fila afferma di aver trovato molte affinità con il percorso descritto da Lambertino di Impresa Pizzarotti & C. «Il comparto è molto diverso, ma per dimensioni e storia imprenditoriale siamo molto simili» – spiega il responsabile IT di Citterio. «Siamo partiti da una prima fase di virtualizzazione e ora ci affacciamo al cloud, spinti dalla consapevolezza di cose che oggi si possono fare, come l’esternalizzazione di certe funzioni. Ma anche, non dimentichiamolo, perché ci sono condizioni esterne più favorevoli». Fila si riferisce a una questione che altrove, in Europa, sarebbe probabilmente scontata. «E invece in Italia, la banda disponibile per le connessioni al cloud non è poi così uniforme». Citterio ha imboccato una strada molto graduale, partendo dalla esternalizzazione di servizi come il backup e in seguito il disaster recovery. «Il cloud ci ha aiutato molto nella collaboration, facendo in modo che tra diverse sedi in Italia e all’estero, potessimo lavorare tutti insieme. Lo stesso è avvenuto con alcune applicazioni, e man mano che queste dovranno essere riviste, le potremo aggiornare in senso cloud. All’avvento della fatturazione elettronica, per esempio, non ci siamo neanche posti il problema». Anche in Citterio, insomma, predomina un atteggiamento pragmatico. «Ci sono cose che sembrano nate per il cloud, una di queste è la business intelligence. La strada è tracciata e non esitiamo a usare un approccio ibrido. L’unico vincolo è l’infrastruttura al contorno perché in alcune zone certe possibilità sono escluse». Tra i temi che Fila osserva con maggiore interesse ci sono l’IoT e l’Industry 4.0, ma anche qui la prudenza è d’obbligo: «La qualità delle connessioni resta un punto critico, anche in una lavorazione poco complessa. Ma sul prodotto “fresco” è fondamentale perché ogni fermo, in impianti che confezionano mezzo milione di vaschette di salame, può comportare perdite significative».

La tavolozza di soluzioni Rubrik orientate alla protezione e alla gestione del dato sembra essere ritagliata a misura delle esperienze vissute da Impresa Pizzarotti & C. e Citterio. Con un’età anagrafica che permette a Rubrik di essere annoverata tra le startup, l’azienda americana vanta una consolidata leadership come innovatore, grazie a una piattaforma cloud di gestione e orchestrazione che parte dal backup e consente di introdurre forme di sicurezza in cloud con gradualità, facendo leva sull’automazione per abbattere le complicazioni e i costi. «Stiamo registrando un aumento esponenziale per tutte le tipologie di servizio – spiega il country manager italiano Cristian Meloni – molte aziende scelgono il cloud, che senza essere una panacea universale funziona molto bene per la sicurezza in un modello di responsabilità condivisa: il provider mette a disposizione infrastrutture e servizi e l’utente finale rimane il titolare responsabile del dato».

EVITARE L’EFFETTO LOCK-IN

Cristian Meloni di Rubrik è il primo a riconoscere che una soluzione cloud non è per forza adatta a ogni tipo di esigenza e che nel caso della sicurezza c’è anzi molta complementarietà con approcci tradizionali. «La pandemia ha sicuramente spinto a spostare funzioni come il backup in cloud, ma in certi casi si registra un percorso inverso, spesso determinato da considerazioni sui costi». Il ruolo di Rubrik – come spiega Meloni – è anche quello di affiancare i clienti nelle scelte e nell’impostazione dei servizi, a volte partendo dalla creazione di repository più semplici, creando all’interno delle organizzazioni “bolle” di cloud pubblico a supporto di specifici test. «Sapendo però che sono possibili migrazioni molto più complesse e complete». Ma in questi casi – avverte Meloni – «è sempre consigliabile tutelarsi da spiacevoli effetti di lock-in cercando di seguire strategie multi-cloud e differenziando i servizi».


#DMCloud il cloud porta con sé un cambiamento dei ruoli di responsabilità – Cristian Meloni @rubrikInc
Click To Tweet


La seconda parte della discussione si sposta in un ambito di accessibilità e governo delle risorse cloud, in particolare dal punto di vista delle aziende di medie dimensioni, che non sempre annoverano, al loro interno, competenze tecniche e legali. Come impatta in questo senso la relazione con il mondo dei service provider? Il cloud è una scelta davvero aperta a tutti? Secondo Piergiorgio Spagnolatti di Popolare Sondrio, il tema è molto sentito all’interno di un settore sottoposto a molti controlli, passato in tempi abbastanza rapidi da una situazione in cui il cloud prevedeva più cautele che regole. «Oggi, siamo chiamati a porre la nostra due diligence su tematiche identificate da Rubrik, per esempio, il vendor lock-in» – afferma Spagnolatti. «Dal lato dell’offerta non c’è ancora sufficiente flessibilità nella gestione dei service level agreement. Viceversa, ci sono troppe semplificazioni nelle capacità di monitoraggio offerte a operatori sottoposti a un sistema di regole così esteso». In altre parole, si può dire che una banca fatica troppo a guardare in dettaglio quello che c’è all’interno della scatola chiamata cloud? «Come diceva Provana, il cloud è un adolescente che comincia a trovare la sua strada, bisogna sicuramente alzare certi requisiti minimi» – conclude Spagnolatti. «Portare i dati in cloud e dimenticarli è una ricetta per il disastro, la responsabilità rimane del proprietario».


#DMCloud Container, microservizi e DevOps. Una toolchain per il futuro – Piergiorgio Spagnolatti popso.it
Click To Tweet


Gli stessi CIO, nel loro nuovo ruolo di broker di servizi esterni, dovranno maturare una serie di competenze in un percorso che è appena iniziato. Questo vale per un sistema iper-regolato e denso di tecnologie come quello bancario, ma anche – osserva Augusto Lambertino – per un’impresa di costruzioni come Impresa Pizzarotti & C. che ha dato molto spazio alla governance della sua trasformazione, curando anche l’aspetto delle competenze interne. «È necessario avere una grande capacità di controllo, soprattutto per quanto riguarda il dato che viene esternalizzato e che rappresenta il valore aggiunto di ogni azienda» – afferma il direttore IT di Impresa Pizzarotti & C. «Su questo punto il nostro management insiste molto, perché l’intero settore sta attraversando una fase di industrializzazione e digitalizzazione che altri ambiti, per esempio il manifatturiero, hanno già affrontato nella loro trasformazione».

TRUSTED ADVISOR

Per Emanuele Cagnola di Dynatrace, governance e osservabilità sono strettamente correlate. «Un team che ha piena visibilità sul “paesaggio” applicativo può muoversi e decidere in modo corretto». Per sua natura – osserva ancora Cagnola – una strategia multicloud è democratica perché la dinamicità dei costi a consumo e il fatto di non avere una infrastruttura propria va a vantaggio delle piccole come delle grandi organizzazioni. Ovviamente, il passaggio a un approccio non più verticale ma orizzontale rispetto ai servizi non deve essere immediato. E se il cloud viene interpretato come strumento di crescita, il nuovo non si può gestire come “as is”. «Proprio per questa ragione, cerchiamo di maturare insieme ai clienti i contesti applicativi più opportuni, diventando i loro trusted advisor».


#DMCloud Il cloud è un adolescente che comincia a trovare la sua strada – Gabriele Provana @eni
Click To Tweet


Quando si parla di digitalizzazione – avverte Gabriele Provana di ENI – non c’è dicotomia tra un business che scalpita per correre verso il futuro e fenomeni come la transizione energetica o l’economia circolare. «Tutti i nostri settori di business si misurano su un percorso di trasformazione molto sfidante. Ma un’azienda deve misurarsi anche sui propri scopi, non solo sull’ottimizzazione dei processi e questo complica lo sforzo che stiamo affrontando». Ripercorrendo la storia recente delle tecnologie che ci hanno aiutato a superare i mesi di lockdown, Provana esorta a riprogettare, in modo concertato, un mondo del lavoro che esce profondamente modificato proprio dall’impatto tecnologico e dalla pandemia. Gli elementi che aiutano a governare la trasformazione sono fondamentali perché se è vero che capacità finanziaria, servizi cloud e tecnologie sono grandi abilitatori, non possono bastare da soli. Servono anche e soprattutto organizzazione, cooperazione e un’evoluzione dell’assetto del modo di lavorare. «Il canone dei servizi cloud è il nuovo terreno di discussione dopo il copyright del software. Occorre creare situazioni win-win tra aziende e service provider» – afferma Provana. E un altro punto della progettualità che ci attende nel breve e medio periodo è il digital divide, considerato anche in termini culturali. Se lo scenario futuro vedrà solo una oligarchia di pochi provider, non ci sarà molta democrazia sul cloud. Anche per questo, assistiamo in Europa e altrove a tentativi di creare un approccio davvero pubblico e trasparente allo sviluppo di un’offerta di servizi. «Nel governo dell’hybrid cloud, dove certe competenze core rimangono in azienda, sarà opportuno sviluppare metodiche di automazione che aiutino a raggiungere l’obiettivo di una tecnologia delle persone per le persone» – conclude Provana. «Dobbiamo insomma ricostruire un’etica della tecnologia affinché essa non sia guidata solo dai trend commerciali del momento e non sia semplicemente fine a se stessa».

Per Marco Corsi, l’intera tematica della governance è soprattutto di natura culturale. «Per cui formazione e ingaggio di risorse native diventano molto importanti, come hanno rilevano in molti». Il CIO e CDO di SACMI dice di ritenersi privilegiato nel suo ruolo di progetti focalizzati sulle Operation Technologies dell’automazione “embedded” che caratterizza il mondo manifatturiero. «IT e OT sono una “doppia agenda” aperta su una pagina di continuo confronto in un contesto di open innovation: una sfida in cui il cloud appare come un fattore strategico».


#DMCloud IT e OT sono una “doppia agenda”. Il cloud come fattore strategico – Marco Corsi @SacmiImola
Click To Tweet


ALLA VELOCITÀ DEL BUSINESS

Tanto più – aggiunge il CTO di ITReview Andrea De Rossi – se nel suo ruolo di orchestratore di questi servizi il CIO sarà davvero chiamato a fare letteratura su dati molto difficili da leggere e analizzare. «Il problema della governance è anche un problema di data literacy, di alfabetizzazione dei dati. Per Gartner, l’intelligenza artificiale ci ha fatto entrare in un’era di digitalizzazione che porterà entro il 2030 a una nuova rivoluzione industriale. Un salto che avviene nell’arco di una, due generazioni, non sei, e che richiede interventi radicali sulla formazione scolastica».

In Italgas – spiega Domenico D’Amore – il tema del reale controllo dei livelli di servizio si affronta anche attraverso un ampio commitment, a partire dal top management. «Non è solo perché si tratta di progetti molto importanti sul piano dei costi, ma proprio perché su tematiche come la cybersecurity, per esempio, occorre un impegno trasversale in azienda, pensando soprattutto alla compliance». Un altro aspetto da non trascurare – osserva D’Amore – è la gestione dei costi nel tempo, perché questi sono per forza destinati a lievitare, specie in funzione dell’aumento dei volumi di dati generati. «La bravura del management può comprimere leggermente certe dinamiche, ma il vero obiettivo è la piena trasparenza sulle modalità con cui esse sono determinate». Un altro aspetto su cui interviene il responsabile dell’innovazione in Italgas è la partnership tra fornitori e system integrator. «Abbiamo trasformato l’impianto dei nostri contratti, compresi quelli relativi ai servizi cloud, preferendo parlare di “premialità” anziché di penalità e abbiamo ottenuto risposte molto positive».


#DMCloud Lo “shift” verso il cloud, un nuovo percorso per l’IT – Domenico D’Amore @Italgas
Click To Tweet


Paolo Fila di Citterio si dice convinto che la “democrazia del cloud” è prima di tutto un tema di apertura e trasparenza dei costi, e offre sulla governance un punto di vista più generale, abbastanza in linea con quanto auspicato da Gabriele Provana di ENI. «La governance si declina in diversi aspetti, uno dei quali deve coinvolgere le istituzioni internazionali e i governi: si deve insomma partire da un controllo di tipo istituzionale». L’altro punto fermo è che tutto deve passare dalla sicurezza del dato e delle transazioni e dalla certezza nei confronti di chi opera sul cloud. «Non a caso in Citterio – conclude Fila – la governance sui contratti cloud è affidata a chi si occupa di sicurezza».

Un fatto certo rilevato da Cristian Meloni di Rubrik, sulla scia delle considerazioni di Fila, è che il cloud porta con sé un cambiamento dei ruoli di responsabilità nelle aziende. «Lo dice la nostra esperienza relativa alle figure che dobbiamo convincere come vendor. Per chi adotta il cloud in modo massiccio e si trova a dover orchestrare tanti servizi dall’esterno, è più facile vedere il ruolo della tecnologia nell’abilitare e dare operatività. Tutti i reparti aziendali vedono questo valore e smettono di considerare l’IT come un centro di costo». Proprio in quest’ultimo anno, abbiamo potuto apprezzare le doti di creatività e velocità dei CIO che restano centrali nell’anticipare il cambiamento, traducendolo in strategia. «Il prossimo passo  – conclude Meloni – sarà consentire loro di diventare sempre più propositivi al tavolo del management: perché proprio grazie alla flessibilità di adozione del cloud, la trasformazione può viaggiare alla stessa velocità del business».

Guarda la registrazione della tavola rotonda


Point of view

Intervista a Emanuele Cagnola, Italy director di Dynatrace: Un cannocchiale sull’IT

Intervista ad Andrea De Rossi, CTO e fondatore di ITReview: Dentro la nuvola dei dati

Intervista a Cristian Meloni, country manager Italia di Rubrik: Backup on cloud

L'articolo Ogni cosa è parametrizzabile. Il cloud nell’era della maturità proviene da Data Manager Online.

]]>
Dentro la nuvola dei dati https://www.datamanager.it/2021/06/dentro-la-nuvola-dei-dati/ Fri, 11 Jun 2021 09:31:56 +0000 https://www.datamanager.it/?p=209973 Come Qlik Elite Solution Provider ITReview potenzia le strategie basate sui dati grazie a soluzioni di business intelligence e interfacce per la visualizzazione delle informazioni Quando si tratta di dare valore alle informazioni grezze generate dalle applicazioni in cloud, Big Data non significa necessariamente Big Corporation. «La validità degli insights, basati su una corretta analisi […]

L'articolo Dentro la nuvola dei dati proviene da Data Manager Online.

]]>
Come Qlik Elite Solution Provider ITReview potenzia le strategie basate sui dati grazie a soluzioni di business intelligence e interfacce per la visualizzazione delle informazioni

Quando si tratta di dare valore alle informazioni grezze generate dalle applicazioni in cloud, Big Data non significa necessariamente Big Corporation. «La validità degli insights, basati su una corretta analisi dei dati, è un fatto acquisito» – sostiene Andrea De Rossi, CTO e fondatore di ITReview, attiva ormai da quasi quindici anni nel settore della business intelligence. «Vediamo ogni giorno aziende multinazionali e PMI che vogliono affrontare seriamente l’argomento della Data Analytics». Quella di ITReview è una storia notevole. Negli anni ha saputo conquistare e mantenere il ruolo di partner innovativo e all’avanguardia, tanto da essere coinvolta nei progetti di BI più complessi e impegnativi.

La boutique della BI

Non a caso, De Rossi parla di ITReview come di una «boutique» della BI. Una realtà, composta da una ventina di esperti in estrazione, analisi e visualizzazione del dato, ma capace di avere relazioni dirette con importanti realtà aziendali nel panorama nazionale e chiamata a implementare progetti in collaborazione con consulenti e partner internazionali. Alla base di questo notevole bagaglio di esperienze, c’è la tecnologia analitica di Qlik, software house nata circa 30 anni fa in Svezia, ma da tempo consolidata negli Stati Uniti, di cui ITReview è “Elite Solution Provider” in Italia. «Ho lavorato praticamente per tutti i marchi storici della business intelligence» – racconta De Rossi. «L’idea di ITReview è nata assieme ai miei due soci: le esperienze consulenziali maturate in ambiti diversi ci hanno permesso di apprezzare immediatamente la velocità di sviluppo e la capacità di visualizzazione di Qlik. Col tempo, ITReview si è trovata a sviluppare i cruscotti analitici di grandi istituti finanziari, multinazionali degli elettrodomestici, colossi dei trasporti e una miriade di piccoli grandi protagonisti del Made in Italy».


#DMCloudComputing Analisi e visualizzazione per una data experience immersiva – @ITReview_Social
Click To Tweet


Data room virtuali per l’esplorazione dei dati

Il segreto è una attività di R&D che oltre ad accreditare il team di ITReview tra i consulenti più autorevoli a livello nazionale e internazionale, aiuta a centrare gli obiettivi dei clienti attraverso quella che il CTO di ITReview definisce data literacy, un grande lavoro di contestualizzazione del dato che fornisce la vera chiave di lettura di grafici e tabelle analitici, attraverso la creazione di glossari e altri strumenti. «Le diverse componenti di una organizzazione non vedono mai il dato nello stesso modo. Noi riusciamo a fornire tutte le informazioni di corredo e a visualizzare i dati in modo omogeneo». L’expertise di ITReview non si esaurisce quindi con il solo studio e sviluppo di soluzioni tecnologicamente avanzate, ma si esprime anche attraverso aspetti dell’analisi e della visualizzazione legati al machine learning e alla realtà aumentata. L’uso della grafica 3D permette, per esempio, di costruire grafici “immersivi” e navigabili, da sempre una specialità dell’azienda. Ma il punto centrale di attrazione è rappresentato dagli ambienti 3D stile “Minority Report”, che permetteranno di costruire data room virtuali in cui gli elementi tipici dell’analisi si mescolano con lo smart working. «Gartner sostiene che questi orizzonti sono fin troppo avanzati ma – conclude De Rossi – la pandemia ci ha fatto capire che siamo molto più vicini a questo tipo di interazioni di quanto si creda».

L'articolo Dentro la nuvola dei dati proviene da Data Manager Online.

]]>
Backup on cloud https://www.datamanager.it/2021/06/backup-on-cloud/ Fri, 11 Jun 2021 09:31:54 +0000 https://www.datamanager.it/?p=209964 La polizza di assicurazione Rubrik. L’azienda di cybersecurity punta sul mercato italiano con una nuova offerta di protezione e recovery tarata sulle esigenze delle imprese del mid-market Per Cristian Meloni, country manager Italia di Rubrik, non si può discutere dell’offerta di data management on cloud senza entrare in un contesto che a tutti gli effetti […]

L'articolo Backup on cloud proviene da Data Manager Online.

]]>
La polizza di assicurazione Rubrik. L’azienda di cybersecurity punta sul mercato italiano con una nuova offerta di protezione e recovery tarata sulle esigenze delle imprese del mid-market

Per Cristian Meloni, country manager Italia di Rubrik, non si può discutere dell’offerta di data management on cloud senza entrare in un contesto che a tutti gli effetti è quello della cyber security. «Rubrik è nata e cresce costantemente seguendo le macro indicazioni di un mercato che chiede semplificazione, trasparenza dei costi e automazione in un segmento – quello della protezione del dato – che proprio grazie al cloud sta diventando più moderno ma anche più complesso». In questo senso – spiega Meloni – Rubrik viene incontro all’esigenza di percorsi graduali e guidati verso il cloud computing, manifestata da aziende di tutte le dimensioni: «Sia quelle che hanno già compiuto un salto di maturazione, esternalizzando applicazioni e dati mission critical; sia quelle che muovono i primi passi verso la trasformazione digitale, spesso grazie al cloud considerato ormai un repository di dati elettivo, sempre disponibile e low cost».

Cloud e data security

«Consideriamo insomma entrambi gli estremi di questo percorso, inclusivo dei passaggi intermedi che aiutano le imprese nella loro migrazione lift-and-shift» – prosegue Meloni. «Anche guardando al cloud in chiave di disaster recovery, in particolare per gli utenti di media grandezza che possono servirsi al contempo del proprio data center e del cloud per poter attivare rapidamente i dati che risiedono su quest’ultimo». Dal punto di vista dei costi, le formule di protezione che coinvolgono il cloud offrono il duplice vantaggio di un costo che in condizioni normali è più contenuto rispetto alla ridondanza ottenuta duplicando le risorse di data center. «Il cloud richiede una fee periodica, come una sorta di assicurazione». Proprio in senso assicurativo, può infine essere inteso il terzo pilastro di offerta di Rubrik. Quello – come spiega Meloni – che punta a mitigare il rischio di compromissione. «Oggi, sappiamo che proprio i sistemi di backup sono diventati il primo bersaglio di attacchi cyber. Andando a colpire le copie salvate, gli attacchi ransomware hanno maggiori chance di successo» – sottolinea Meloni. Perché le azioni di contenimento sono importanti? «Perché la nostra tecnologia garantisce che la copia conservata on cloud, o on premises, è davvero immutabile, qualunque cosa possa accedere fuori dall’infrastruttura Rubrik».


#DMCloudComputing I sistemi di backup sono diventati il primo bersaglio di attacchi cyber – @rubrikInc
Click To Tweet


I tre imperativi Rubrik

Primo: modernizzare, semplificare, automatizzare. Secondo: orchestrare i dati in ambienti multicloud ibridi. Terzo: mitigare i rischi legati alla sicurezza e alla protezione delle informazioni.  I tre imperativi fanno di questa azienda un protagonista di primo piamo del mercato della cyber security, non delle semplici soluzioni di backup and recovery. Un’evoluzione che investe anche il lato tecnologico, ricco di funzionalità di intelligenza artificiale e capacità analitiche che permettono di anticipare proattivamente le conseguenze più gravi delle compromissioni. «Partiamo dalla semplificazione, dall’integrazione nel cloud per poi inserire elementi di sicurezza, che sono diventati i veri punti di forza di una formula pacchettizzata, la Rubrik Complete Edition, che proprio da febbraio 2021 rivolgiamo a un prezzo su misura per le imprese di medie dimensioni. Ancora oggi le più indifese» – conclude il country manager.

L'articolo Backup on cloud proviene da Data Manager Online.

]]>
Un cannocchiale sull’IT https://www.datamanager.it/2021/06/un-cannocchiale-sullit/ Fri, 11 Jun 2021 09:31:48 +0000 https://www.datamanager.it/?p=209970 La formula di Dynatrace. La complessità delle infrastrutture cloud ibride richiede un monitoraggio ancora più approfondito e intelligente della qualità dei servizi digitali Un concetto sul quale le soluzioni Dynatrace, specialista nel monitoraggio della performance applicativa, insistono in particolare è la visibilità. Secondo Emanuele Cagnola, Italy director, le organizzazioni sono passate ad ambienti dinamici e […]

L'articolo Un cannocchiale sull’IT proviene da Data Manager Online.

]]>
La formula di Dynatrace. La complessità delle infrastrutture cloud ibride richiede un monitoraggio ancora più approfondito e intelligente della qualità dei servizi digitali

Un concetto sul quale le soluzioni Dynatrace, specialista nel monitoraggio della performance applicativa, insistono in particolare è la visibilità. Secondo Emanuele Cagnola, Italy director, le organizzazioni sono passate ad ambienti dinamici e multicloud che producono, molto velocemente, enormi volumi di dati. La maggiore complessità del cloudha portato in primo piano la necessità di automazione e intelligenza, ma l’osservabilità a livello di applicazioni continua a essere fondamentale per qualsiasi strategia di corretto controllo dell’infrastruttura. «Per molti dei clienti di Dynatrace, le applicazioni rappresentano il punto più alto, quello in cui il business incontra l’IT» – spiega Cagnola. «L’unione della nostra migliore osservabilità delle applicazioni con l’osservabilità dell’infrastruttura multicloud e cloud ibrido, l’acquisizione e l’analisi automatica dei log e l’osservabilità avanzata dell’esperienza utente continuano a distinguerci».

Domare la complessità del cloud

Questa combinazione di fattori consente agli utilizzatori delle tecnologie Dynatrace di domare la complessità del cloud, accelerando l’innovazione e ottenendo migliori risultati di business, in modo coerente. Anticipando le recenti evoluzioni infrastrutturali, Dynatrace ha reinventato da zero la sua Software Intelligence Platform. «Oggi – continua Cagnola – la piattaforma offre la più ampia osservabilità multicloud, estendendola a log, metriche e traces, ai dati relativi alle esperienze degli utenti e alle informazioni dai più recenti standard open source, incluso OpenTelemetry». Nel cuore di Software Intelligence Platform, Dynatrace ha integrato funzionalità che vengono definite AIOps: l’intelligenza artificiale applicata alle “IT operations”. Alla base di questa azione c’è Davis, il motore di AI sviluppato da Dynatrace. La tecnologia identifica automaticamente qualsiasi anomalia nelle prestazioni del cloud o nel comportamento degli utenti e assegna la priorità agli allarmi in base al loro impatto sul business, eliminando la necessità di formulare semplici supposizioni. «Inoltre – aggiunge Cagnola – l’automazione di Dynatrace riduce drasticamente le attività ad alta intensità manuale, attraverso il rilevamento continuo, nonché la configurazione e la strumentazione, che sono automatiche su tutto lo stack».


#DMCloudComputing Domare la complessità del cloud per erogare servizi digitali più agili – @Dynatrace
Click To Tweet


Erogare servizi digitali più agili

Un altro punto di forza è la gradualità con cui Dynatrace riesce ad affiancare i suoi clienti nel loro percorso verso la trasformazione, adattandosi con naturalezza ai contesti più diversi. Un esempio da citare è proprio quello di Banca Popolare di Sondrio che utilizza la piattaforma di software intelligence per avere visibilità sul proprio ambiente cloud dinamico e consentire all’IT di erogare servizi digitali più agili ed efficienti. «In seguito alla migrazione delle sue applicazioni in un ambiente ibrido, basato su un misto di OpenShift e infrastruttura interna, Banca Popolare di Sondrio si era resa conto di aver bisogno di un nuovo approccio al monitoraggio delle prestazioni dei servizi digitali» – spiega Cagnola. «Dynatrace in questo caso ha fornito un valore immediato, offrendo insight sul private cloud OpenShift di Banca Popolare di Sondrio, nonché sull’intera architettura delle sue applicazioni».

L'articolo Un cannocchiale sull’IT proviene da Data Manager Online.

]]>
Impatto as a Service. Dove va il data center https://www.datamanager.it/2021/06/impatto-as-a-service-dove-va-il-data-center/ Fri, 11 Jun 2021 08:30:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210406 Cinque temi caldi per discutere di evoluzione delle infrastrutture IT aziendali, tra necessità computazionali in iperscala, supporto ai dati periferici, impatto ambientale e automazione. Gli esperti di IDC Italy ci guidano nel presente – e nel futuro – delle fabbriche dei dati La distanza temporale non è poi così marcata, ma parecchia strada tecnologica è […]

L'articolo Impatto as a Service. Dove va il data center proviene da Data Manager Online.

]]>
Cinque temi caldi per discutere di evoluzione delle infrastrutture IT aziendali, tra necessità computazionali in iperscala, supporto ai dati periferici, impatto ambientale e automazione. Gli esperti di IDC Italy ci guidano nel presente – e nel futuro – delle fabbriche dei dati

La distanza temporale non è poi così marcata, ma parecchia strada tecnologica è stata percorsa dagli anni in cui il termine data center veniva utilizzato per definire soprattutto le infrastrutture di proprietà delle grandi organizzazioni. Poi, gradualmente, spesso e volentieri partendo dalle aziende di dimensioni più piccole e dalle startup digitali, si sono imposti i modelli di offerta dei servizi di hosting e housing, che a loro volta hanno ceduto il passo al cloud pubblico. Oggi, parlare di data center non è più la stessa cosa. Tutto il mondo delle “server rooms” – dal singolo rack al centro attrezzato – ha subìto l’impatto dell’as a Service. I grandi data center di proprietà sono sempre più appannaggio delle imprese che possono permettersi una progettualità complessa e costosa, e per i workload che devono rispondere a vincoli molto stringenti di compliance, potenza e resilienza. Tra l’altro, anche la costruzione di un data center di proprietà oggi può essere delegata a service provider capaci di gestire strutture prefabbricate e modulari, con notevoli risparmi in termini di tempo e risorse.

In funzione del tipo di workload e delle necessità applicative, la scelta è estremamente diversificata, tra infrastrutture on-prem, data center di proprietà, cloud privati ma realizzati in spazi di colocation, data center e cloud pubblici che offrono evolute soluzioni di housing di applicazioni e servizi che vanno fino al provisioning completamente virtualizzato di macchine, storage, connettività. È un mondo complesso, ma dai potenziali estremamente elevati, considerando che per quanto il fenomeno dei workload fatti migrare su cloud privati, pubblici o in ottica ibrida è in forte crescita, al momento la percentuale di applicazioni, legacy o di nuova generazione, ancora basate su infrastrutture on-prem o in data center privati, è ancora notevole e le prospettive per chi offre soluzioni virtualizzate sono rosee.


#datacenter L’evoluzione verso infrastrutture hyperscale, edge computing, green, automazione e 5G
Click To Tweet


Nel 2020, tra le tendenze rilevate nel periodico report Global Data Center Survey (studio focalizzato sugli aspetti dell’efficienza e della affidabilità di queste infrastrutture), l’Uptime Institute americano evidenziava la stabilità dei data center aziendali. La migrazione dei carichi di lavoro verso il cloud pubblico c’è, ma avviene molto gradualmente. Le previsioni sono che nel 2022 la metà dei workload informatici resterà ancora confinato ai data center on-premises, mentre le necessità di soluzioni di edge computing registreranno una moderata crescita, secondo i CIO intervistati da Uptime Institute. Questa permanenza avrà tra l’altro una ricaduta sulla disponibilità di tecnici competenti: le aziende fanno sempre più fatica a trovare sul mercato del lavoro le competenze necessarie per il governo delle infrastrutture interne. E se l’automazione e l’intelligenza artificiale agiranno sicuramente in direzione di una significativa semplificazione, l’affermazione di queste tecnologie è ancora molto parziale.

In più, in questo scenario favorevole è esploso il fenomeno Covid e gli investimenti hanno subito una battuta d’arresto. Prima della pandemia, le cifre erano alquanto ottimistiche. Research and Markets, per esempio, valutava (lo scorso agosto) che il mercato globale dei data center per servizi di colocation avesse superato la soglia dei 31 miliardi di dollari nel 2019. Un volume d’affari che nel 2025 dovrebbe superare i 58 miliardi di dollari, con una crescita aggregata di oltre il 10% annuo nel periodo 2020-2025. Tutto questo anche in conseguenza di un aumento annuo del 35% dei dati generati. Gartner nell’ottobre del 2020 è tra i primi a cercare di misurare l’impatto del Covid su un mercato globale delle infrastrutture di data center che nel 2019 aveva raggiunto i 210 miliardi di dollari. Secondo le stime di Gartner, la spesa per data center avrebbe subito un rallentamento del 10,3% ne 2020, per un valore complessivo di 188 miliardi di dollari, ma dovrebbe recuperare sei punti percentuali per ritornare nel 2021 a quota 200 miliardi. Gartner valuta che almeno il 60% dei progetti che le aziende avrebbero portato avanti nel 2020 ha subito ritardi e nuove calendarizzazioni. La progettualità tuttavia non si ferma, anche in considerazione delle nuove modalità digitali che si sono affermate negli ultimi 15 mesi di sostanziale lockdown e la ripresa anno su anno dovrebbe essere importante da qui al 2024. Con l’aiuto degli esperti di IDC Italia, cerchiamo però di entrare nel dettaglio dei cinque maggiori trend tecnologici e di mercato evidenziati nel settore dei data center, con un occhio particolare alle dinamiche del mercato italiano. Questi cinque trend riguardano le infrastrutture hyperscale; il fenomeno dell’edge computing a supporto delle esigenze computazionali locali (legate soprattutto all’Industry 4.0); il green data center; l’automazione; e la mobilità 5G, un altro importante fattore di spinta.


#datacenter Risorse e servizi a consumo in crescita come alternativa alle infrastrutture IT interne
Click To Tweet


HYPERSCALE

L’uscita dalla pandemia accelera i processi di trasformazione digitale dei processi e il traffico IP sale di conseguenza: 20.6 ZB a fine 2021, 7 ZB in più rispetto a 5 anni fa, secondo le valutazioni Cisco. La domanda di infrastrutture hyperscale è particolarmente forte in Europa, sostenuta dagli investimenti in cloud pubblico da parte dei principali operatori. I settori di investimento più caldi per quanto riguarda l’utenza finale sono la sanità e la logistica/supply chain. Secondo Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italy, sul piano quantitativo il numero di data center nel mondo – attualmente valutato in circa 7,5 milioni di unità – tenderà a diminuire (con un tasso annuo aggregato del -2% tra 2019 e 2024). Su questo indice negativo pesa la contrazione del numero dei data center interni, compensata solo in parte dall’aumento del numero dei centri costruiti dai service provider. «Nel 2020 e 2021 la costruzione di nuovi data center è rallentata dall’emergenza Covid e da un contesto economico difficile che implica riduzioni dell’impegno di capitale» – spiega Daniela Rao.

«Nei prossimi tre anni la capacità totale del data center in termini di spazio grezzo (metri quadrati) rimarrà stabile, ma la capacità in termini di potenza disponibile (e quindi la capacità di supportare aumenti di potenza in termini di core e byte distribuiti) aumenterà a un ritmo abbastanza costante dell’8-10% ogni anno». Un importante elemento positivo nel biennio 2021-2022 sarà la costruzione e la modernizzazione dei punti di presenza (POP) dei fornitori di servizi di data center a livello locale (per esempio in Italia). Questi punti – secondo Daniela Rao – inizieranno a essere convertiti alle esigenze del multi-access edge compute (MEC). «Dal 2023, in poi sempre più aziende faranno affidamento sui service provider esterni, abilitando così i data center interni ad accedere a risorse e servizi esterni “a consumo” come concreta alternativa all’ampliamento delle infrastrutture IT interne». La maggior parte delle imprese – continua Daniela Rao – si sta rendendo conto che le proprie soluzioni on-prem non saranno mai in grado di eguagliare l’innovazione offerta dai principali provider di cloud pubblico. Le offerte di servizi di cloud privato per applicazioni hyperscale sono sempre più viste come un ottimo modo per sfruttare le innovazioni nel cloud pubblico direttamente attraverso le infrastrutture on-prem. «Le soluzioni dei cosiddetti “Hyperscaler” offrono un nuovo paradigma e il meglio di entrambi i mondi: un’esperienza di cloud pubblico con vantaggi del cloud privato, eliminando gli investimenti CapEx, riducendo drasticamente le operations, separando le applicazioni dall’infrastruttura sottostante e fornendo un percorso agile verso l’hybrid multicloud» – spiega Daniela Rao. Con un’architettura nativa per il cloud, le aziende possono godere di una portabilità senza interruzioni, un ciclo di sviluppo accelerato e una gestione del cloud semplificata attraverso un piano di controllo condiviso.


#datacenter Sanità, logistica e supply chain. Cresce la domanda di infrastrutture hyperscale @IDCItaly
Click To Tweet


EDGE COMPUTING

L’intero comparto del computing “periferico” è un altro fattore che guida le dinamiche evolutive attuali, specie a fronte della crescente adozione di tecnologie smart nelle fabbriche come negli edifici residenziali. Secondo Statista, la business platform che fornisce dati di mercato e di consumo, l’IoT nell’home market rappresenta un valore globale di 53 miliardi di dollari nel 2021. La spesa delle aziende italiane per soluzioni di edge computing crescerà dagli attuali 1.100 a 1.700 milioni di euro tra il 2020 e il 2023, con un tasso annuo del 15%. «Delocalizzare le capacità di elaborazione dei dati ai margini della rete in funzione della proliferazione di device, individui e sensori sul territorio – avverte Daniela Rao di IDC Italy – rappresenta una scelta che diventa inevitabile, per sfruttare al meglio, riducendo in misura rilevante i tempi di latenza, le informazioni provenienti dalle sedi periferiche. Ma anche per compiere un importante passo in avanti nel ridisegno dei processi e nell’ottimizzazione dei processi». Tuttavia, occorre porre un’attenzione tutta particolare perché quando parliamo di edge computing, non dobbiamo pensare a un prodotto “plug-in”, ma una soluzione tecnologica che a seconda delle funzioni, del tipo di dati e delle informazioni che deve raccogliere ed elaborare, e della sua localizzazione, può assumere forme e dimensioni diverse. Comportando ovviamente percorsi di integrazione molto diversi e talvolta complessi. «L’implementazione di soluzioni edge è destinata a modificare l’architettura IT di molte imprese con sedi e asset distribuiti sul territorio» – continua Daniela Rao. «Edge, cloud e data center formeranno un continuum basato sulla convergenza di infrastrutture eterogenee che si estendono dal cloud ai dispositivi mobili – inclusi sensori, gateway, stazioni di rete mobile, data center centrali e cloud privati – su cui sarà possibile costruire e distribuire nuove applicazioni time-sensitive».

In Italia lo sviluppo dei casi d’uso IoT avverrà gradualmente e, a seconda dei contesti, dovrà affrontare complessità correlata alla catena del valore e alle partnership, agli aspetti normativi e al ritorno degli investimenti da parte degli operatori economici che intendono commercializzare i servizi sul mercato end-user. «Il mercato italiano dell’IoT dovrebbe crescere a un tasso annuo del 12% nel periodo 2020-2023, un ritmo del resto in linea con le medie europee. In valore, dovremmo passare dagli attuali 23 miliardi di euro a oltre 30 miliardi». In questo periodo, i progetti IoT sviluppati in Italia saranno soprattutto indirizzati a tenere sotto controllo i parametri ambientali e a proteggere e gestire le infrastrutture pubbliche distribuite sul territorio, mentre le preoccupazioni per la stabilità della tecnologia, la complessità dei cambiamenti nei processi aziendali e le perplessità sui reali ritorni sugli investimenti, continueranno ad agire da freno sulla progettualità IoT delle nostre imprese.


#datacenter Cresce la potenza disponibile al ritmo costante dell’8-10% ogni anno @IDCItaly
Click To Tweet


GREEN DATA CENTER

I temi della sostenibilità ambientale continuano a guidare i piani di riduzione dell’impatto ambientale e dei consumi di elettricità all’interno delle nostre “fabbriche dei dati”, con un aumento di iniziative collaterali, come il riuso dell’acqua di raffreddamento. Entro il 2025 – sostiene Sergio Patano, associate director Research & Consulting di IDC Italy – il 90% delle imprese Global 2000 imporrà l’uso di materiali riutilizzabili nella supply chain dell’hardware, con l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality delle strutture IT e un minor consumo di energia come prerequisiti dell’operatività del business. «I grandi servizi tecnologici e i fornitori di data center stanno definendo una visione e intendono sviluppare un intero ecosistema in grado di guidare un cambiamento fondamentale nel modo in cui la tecnologia influisce sull’ambiente» – afferma Patano.

Dimostrare progressi sugli obiettivi di sostenibilità ambientale è diventato un elemento sempre più importante non solo per migliorare la brand reputation ma anche per attrarre investitori e talenti. «Poiché l’IT si assume una responsabilità crescente nel guidare un cambiamento positivo all’interno della propria azienda, sarà ancora più importante garantire che fornitori e partner infrastrutturali condividano obiettivi simili e contribuiscano ad accelerare questo progresso». I fornitori IT infrastrutturali e di data center che incorporano i principi dell’economia circolare e che hanno investito in fonti di energia più pulite e tecnologie altamente efficienti, sono nelle condizioni di guadagnare importanti quote di mercato perché potranno operare in un ambito precluso alle realtà meno virtuose. «In altre parole – conclude Patano – il passaggio all’approvvigionamento IT in modalità as a Service grazie a servizi erogati da fornitori in grado di massimizzare l’utilizzo delle risorse e riciclare in modo responsabile, diventerà un requisito fondamentale per gli investimenti futuri». La ricerca di modi per migliorare l’utilizzo delle risorse porterà inoltre a rivolgersi a partner che a loro volta saranno sottoposti a controlli sempre più rigorosi, un po’ come avviene nel settore dell’agricoltura biologica. Chi offre servizi cloud e di data center sarà chiamato a certificare la sostenibilità ambientale della sua offerta e di non esercitare un “ecologismo di facciata”, il cosiddetto greenwashing. In questo contesto, la trasparenza sarà il pilastro su cui costruire partnership di fiducia.


#datacenter Verso l’implementazione di un’automazione più agile
Click To Tweet


AUTOMAZIONE E INTELLIGENZA

Anche questo aspetto è stato accelerato dalla necessità di ridurre il più possibile il personale in presenza, anche per le considerazioni sulla penuria di figure tecniche formate. Le stesse esigenze in materia di edge computing, fanno aumentare il trend verso la remotizzazione delle operazioni di manutenzione e intervento. Anche la complessità e l’efficienza sono un tema in un sotto-trend che vede in prospettiva un ruolo di maggior spicco delle tecnologie dell’intelligenza artificiale in affiancamento al personale incaricato della gestione e del pronto intervento sulle infrastrutture.

Secondo Patano di IDC Italy, le aziende sono entrate – o in molti casi stanno entrando – in un contesto completamente differente rispetto a quello che ha governato la gestione dell’IT nelle decadi precedenti. «Il continuum di applicazioni e dati – che si estende in tempo reale dal core fino all’edge e all’IoT, coinvolgendo dispositivi mobili e altro combinato con dati storici, sistemi aziendali e informazioni globali -“percepisce” e determina un ambiente computazionale continuamente aggiornato e lo inserisce in nuovi contesti». L’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico elaborano e diffondono intelligenza per trasformare i dati in azione e l’azione in valore. In questo contesto, l’automazione assurge a un elemento imprescindibile per la gestione e la manutenzione infrastrutturale, in quanto si estende letteralmente oltre le operazioni autonome, il processo decisionale resiliente e l’ottimizzazione. La generazione di informazioni utilizzabili è sempre più dinamica e complessa. Ma con l’aumentare dell’automazione, aumentano anche i problemi etici e le opportunità di un loro uso improprio, con invasioni della privacy e altri tipi di conseguenze. «La competitività sarà determinata anche dalla governance etica dei dati e dell’intelligenza artificiale, in altre parole, da come i dati vengono trasformati in informazioni per creare elementi di differenziazione ad alto valore aggiunto per prodotti, clienti e mercati di riferimento».

Nel 2022, il 75% delle aziende svilupperà un sistema di gestione unificato per cloud, reti e data center di proprietà, con il primo obiettivo di contrastare le minacce alla resilienza aziendale che derivano dai costi dell’infrastruttura e dalla complessità operativa. «L’adozione di workload cloud-native, microservizi e infrastrutture basate su container – sottolinea Patano – genera un flusso quasi costante di aggiornamenti di applicazioni e di infrastrutture. Il consumo di risorse è diventato sempre meno prevedibile e i costi sono difficili da ottimizzare. Allo stesso tempo, i team IT faticano ad aggiornare i livelli di competenza e i processi per garantire sicurezza e conformità in questo panorama dinamico».

Inevitabilmente, per far fronte a questi rapidi cambiamenti, le squadre addette alla gestione dell’infrastruttura aziendale spostano la loro attenzione da strumenti, modelli, CMDB (configuration management database) e governance basati su workload specifici, verso l’implementazione di un’automazione più agile, programmabile e basata su soglie ed eventi, uno strato di automazione che potrà essere applicato in modo coerente a una molteplicità di cloud, data center e interconnessioni. Questo è reso possibile dalla disponibilità diffusa di strumenti di “osservabilità” basati su intelligenza artificiale e machine learning, analisi e policy operative a loro volta software-defined.


#datacenter Portabilità continua, sviluppo accelerato, gestione cloud semplificata e controllo condiviso
Click To Tweet


RETI MOBILI 5G

Un quinto fattore di spinta, soprattutto a livello Edge, a supporto di tanti progetti basati su sensoristica wireless e comunicazioni machine-to-machine. Come spiega Daniela Rao di IDC Italy, il 5G, che consente una densità molto maggiore di connessioni, maggiore larghezza di banda e minore latenza, sarà determinante per la nascita e lo sviluppo di molti casi d’uso IoT. Tuttavia, si deve segnalare che le connessioni 5G nel 2021 rappresentano solo il 3% degli oltre 105 milioni di SIM Human e M2M attive. «Non esiste però soltanto la tecnologia 5G per venire incontro alle esigenze di connessione tra macchine» – ricorda Daniela Rao. «Standard come LPWAN (Low Power Wide Area Network) e tecnologie di rete mobile NB-IoT e LTE-M, si sono affermati già da qualche anno per la trasmissione di flussi ridotti di traffico di oggetti connessi distribuiti su aree estese, tipici in molti esempi di applicazioni IoT, come la lettura dei contatori e il rilevamento della posizione di veicoli».

Nel 2020, Wi-Fi e linee di rete fissa sono stati utilizzati in oltre il 40% dei progetti IoT, seguite dalle reti satellitari e mobili utilizzate in circa il 30% dei casi. «Ed è probabile che tutte queste tecnologie continueranno a convivere per supportare la maggior parte dei progetti IoT nei prossimi 3 o 4 anni» –prosegue Daniela Rao. «Nei prossimi anni, gli aggiornamenti LPWA, 4G e Wi-Fi 6 potranno affiancare la crescita di molti casi d’uso IoT, mentre le implementazioni che richiedono centinaia di migliaia di dispositivi in movimento e connessi su un unico sito cellulare, rientrano nei casi più futuribili e strettamente legati all’estensione della rete 5G». In futuro – riconosce Daniela Rao – «diverse applicazioni dipenderanno fortemente dalle funzionalità 5G, mentre altri casi continueranno a funzionare senza 5G, e altri ancora potranno richiedere la presenza di più tecnologie di rete fissa e mobile integrate». La coesistenza di reti fisse e mobili in grado di agire in continuità sarà anzi una caratteristica di campi di applicazioni interni ed esterni alle imprese, in uno scenario dove alla maggiore astrazione delle risorse fisiche di rete corrisponderà una crescente “materializzazione” di Internet, in termini di offerta di servizi integrati con gli oggetti fisici. «Pensiamo per esempio a sistemi computazionali sul bordo delle carreggiate e a bordo dei veicoli, ai sensori, ai dispositivi della realtà aumentata e agli apparati che abilitano i sistemi di produzione dell’Industria 4.0».

Dal 2020, anche a seguito dell’emergenza sanitaria, per gli operatori di telecomunicazioni è diventato ancora più evidente che per tornare a crescere l’automazione e la virtualizzazione della rete giocano un ruolo essenziale, non solo per fornire connettività alla popolazione, ma soprattutto per sperimentare nuovi modelli di business che non siano puramente basati sul trasporto dei dati. Le telco insomma diventeranno probabilmente grandi aggregatori di servizi IoT. «Cloud, mobile edge computing e 5G sono le priorità degli investimenti tecnologici degli operatori europei nei prossimi tre anni» – afferma Daniela Rao. «L’evoluzione della rete con un’architettura telco-cloud, incominciata con l’applicazione dei principi NFV e SDN, proseguirà con l’integrazione di tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale, per creare una rete di nuova generazione che auto-risolve i problemi e risponde in modo proattivo alle minacce alla sicurezza». Come già accennato, soluzioni MEC (multi access edge computing) saranno implementate nei principali punti di presenza territoriali con l’obiettivo di fornire nuovi servizi con tempi di latenza sempre più contenuti e delocalizzare le capacità di elaborazione dei dati senza sovraccaricare il core delle infrastrutture. L’approfondimento su cinque tematiche di particolare spicco nel dominio delle infrastrutture per data center non esaurisce i motivi ispiratori di questo dossier. Forse, il tema più importante e complesso riguarda la crescente dipendenza del settore produttivo e dell’industria dello svago da infrastrutture che man mano sfuggono al controllo diretto delle organizzazioni che sviluppano ed erogano i servizi. In questo senso, i report pubblicati, anno dopo anno, da Uptime Institute, insistono in particolare sul monitoraggio degli episodi di “outage”, di interruzione di servizio. In un sistema sempre più virtualizzato e condiviso, le conseguenze delle interruzioni di servizio possono essere devastanti. Come ha dimostrato, nel marzo scorso, l’incendio che ha distrutto uno dei data center (l’SBG2) e parzialmente danneggiato un secondo centro della “quadrupla” facility gestita dall’operatore francese OVH, uno dei servizi di hosting avanzato più importanti in Europa, nel suo campus di Strasburgo.


#datacenter Carbon neutrality delle strutture IT e minor consumo di energia come prerequisiti dell’operatività
Click To Tweet


L’incendio, forse originato da due gruppi UPS, ha creato scompiglio facendo scomparire da Internet le pagine Web e le applicazioni di migliaia e migliaia di aziende. Octave Klaba, l’imprenditore franco-polacco che ha fondato e guida OVH, si è speso pubblicamente per informare i suoi clienti sulla natura dell’incidente e sulle manovre di ripristino dei servizi. In due settimane (l’incendio si era verificato il 10 marzo 2021), la squadra di pronto intervento di OVH era riuscita a ripristinare il grosso delle attività utilizzando i server dei tre data center rimasti operativi e dislocando il resto nelle altre infrastrutture dell’operatore. In questo periodo, la fabbrica che assembla materialmente i server fisici utilizzati nei centri ha costruito qualcosa come 15mila nuovi server. Klaba ha costituito un gruppo di lavoro incaricato di analizzare le cause del disastro con il dichiarato obiettivo di evitare che certe eventualità possano ripetersi in futuro. È chiaro però che questo sforzo non deve essere responsabilità di una singola azienda, anche se il comportamento di Klaba e di OVH nei giorni successivi costituisce senza dubbio una lezione valida per tutti sul modo di gestire un disastro di questo tipo sui tre piani della prevenzione, degli interventi nell’emergenza e del recupero del danno alla reputazione. L’incendio di Strasburgo deve portare a un ripensamento delle misure di controllo e sicurezza fisica all’interno dei data center, ma anche della contrattualistica, delle responsabilità di natura legale, delle eventuali forme di compensazione dei clienti che subiscono disservizi così importanti. È un discorso che si lega al tema della governance così come è stato discusso alla tavola rotonda organizzata da Data Manager sul cloud computing, il cui resoconto è disponibile in questo stesso numero. L’evoluzione che il settore dei data center ha subito in questi anni non è solo questione di come ri-allocare i nostri workload.

L'articolo Impatto as a Service. Dove va il data center proviene da Data Manager Online.

]]>
La Sanità del futuro, più connessa e sostenibile https://www.datamanager.it/2021/06/la-sanita-del-futuro-piu-connessa-e-sostenibile/ Fri, 11 Jun 2021 08:00:12 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210311 Sviluppo di reti e strutture di prossimità. Telemedicina e teleassistenza. Valorizzazione dei dati sanitari per ribaltare il paradigma della medicina territoriale. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede riforme e investimenti per il potenziamento del sistema salute. L’esperienza sul campo di Vivisol, Evidation Health e Policlinico Gemelli di Roma La pandemia da Covid-19 ha […]

L'articolo La Sanità del futuro, più connessa e sostenibile proviene da Data Manager Online.

]]>
Sviluppo di reti e strutture di prossimità. Telemedicina e teleassistenza. Valorizzazione dei dati sanitari per ribaltare il paradigma della medicina territoriale. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede riforme e investimenti per il potenziamento del sistema salute. L’esperienza sul campo di Vivisol, Evidation Health e Policlinico Gemelli di Roma

La pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova il nostro Sistema Sanitario Nazionale, richiedendo un dispendio di risorse per fronteggiare la situazione di emergenza: nel Documento di Economia e Finanza si legge che la spesa sanitaria nel 2020 è cresciuta del 6,5% rispetto all’anno precedente, arrivando a circa 123 miliardi. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) l’emergenza sta stimolando anche la crescita del mercato della sanità digitale. I diversi periodi di lockdown imposti in questo periodo per fermare il virus hanno portato a restrizioni sulla circolazione delle persone, accrescendo in cittadini, professionisti sanitari e manager delle strutture sanitarie la consapevolezza di quanto sia cruciale il contributo del digitale nel processo di prevenzione, accesso, cura e assistenza. Pur nelle enormi difficoltà di questo periodo, i modelli di cura sono stati forzatamente ridisegnati in ottica Connected Care, ripensando con l’aiuto del digitale ciascuna fase per ridurre le ospedalizzazioni e per gestire i pazienti sul territorio. Il sistema diventerà necessariamente più remoto, connesso e sostenibile: le persone eviteranno di andare in ospedale, tranne in circostanze inevitabili, si potranno connettere virtualmente con i loro medici, mentre le cure primarie e i servizi sanitari ambulatoriali potranno essere coordinati a distanza.

Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, lo scorso anno la spesa per la Sanità digitale in Italia è stata pari a 1,5 miliardi di euro, corrispondente a circa 25 euro per abitante, l’1,2% della spesa sanitaria pubblica. C’è stato un aumento del 5% rispetto al 2019, confermando il trend degli anni precedenti (+3% nel 2019, +7% nel 2018). Il digitale rappresenta una priorità per le strutture sanitarie italiane, per superare le fragilità del nostro sistema, tra le quali la disparità a livello socioeconomico e geografico nell’accesso ai servizi, la ridotta integrazione tra servizi ospedalieri e servizi territoriali, i tempi di attesa molto elevati per l’accesso ad alcune prestazioni sanitarie. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) si è posto tra gli obiettivi prioritari proprio il superamento di queste fragilità, prevedendo un capitolo (Missione 6) di riforme e investimenti dedicati al settore salute per un totale di

15,63 miliardi di euro di cui 8,63 per l’innovazione, la ricerca e la digitalizzazione, con particolare focus sul Fascicolo Sanitario Elettronico, e 7 per lo sviluppo di reti di prossimità e strutture, e per la telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale. Se si riuscisse a sfruttare pienamente le tecnologie digitali, il cittadino-paziente sarebbe posto al centro dei processi di prevenzione e cura, soddisfacendo una delle linee guida dell’ISS: per far questo, occorre rivedere la relazione fra operatori e pazienti e consentire un migliore e più rapido accesso alle informazioni e ai servizi sanitari, così da rendere più appropriato e sostenibile il rapporto con i professionisti sanitari e con il sistema salute.


#Sanità Big Data e analytics per un sistema connesso. Modelli di cura ridisegnati in ottica #ConnectedCare
Click To Tweet


I SERVIZI DIGITALI

Secondo i dati dell’Osservatorio, i servizi digitali più utilizzati dai cittadini sono il ritiro online dei documenti clinici (37% dei cittadini che hanno fatto accesso al servizio referti, rispetto al 29% rilevato a inizio 2020), le prenotazioni online di visite o esami (26% contro il 23%) e il pagamento delle prestazioni (17%, in aumento dal 15%). La sfida per il futuro sarà di mettere a disposizione dei cittadini servizi digitali progettati tenendo in considerazione le loro esigenze, che siano semplici da utilizzare, facilmente accessibili, e integrati nel Fascicolo sanitario elettronico (FSE), strumento che può diventare sempre più vantaggioso per cittadini e pazienti. Una ricerca di Doxapharma mostra come i pazienti ritengano importante integrare nel FSE, oltre a referti e ricette, anche sistemi per la prenotazione online di visite ed esami (78%), ma anche i propri piani di cura (80%) e le informazioni sulla propria patologia (78%) e su prestazioni sanitarie convenzionate o con esenzione (77%). Dalla stessa ricerca, emerge che nei mesi centrali dell’emergenza sanitaria è aumentato il numero di cittadini che ha utilizzato Internet per informarsi sui corretti stili di vita. Il 79% di chi ha cercato in passato questo tipo di informazioni intende farlo in futuro attraverso i canali digitali, il 74% è interessato a farlo per problemi di salute e malattie, il 73% per farmaci e terapie. Diverse istituzioni, aziende sanitarie e altri enti in questo periodo hanno introdotto dei chatbot per rispondere in maniera automatica alle principali richieste da parte dei cittadini sul tema Covid.

Secondo IDC, la crescita degli sviluppi nella porta d’accesso digitale ai servizi migliorerà l’esperienza della salute dei pazienti. In quest’ambito, in Europa è previsto un aumento di spesa del 51% in app per mobile, 50% in servizi al paziente e in infrastrutture di supporto, 39% in AI e machine learning. Entro il 2023, il 65% dei pazienti europei avrà accesso alle cure tramite una porta d’accesso digitale. In questo anno e mezzo, IDC ritiene che i consumatori europei di servizi sanitari siano stati a proprio agio negli incontri virtuali con i loro medici, mentre i medici hanno approfittato della tecnologia delle riunioni remote anche per ottenere informazioni utili dai rappresentanti di vendita del settore farmaceutico. Ciò si aggiunge a una tendenza a lungo termine verso canali digitali come e-mail certificate, portali di siti Web di aziende farmaceutiche, webinar, conferenze virtuali. Gli incontri di persona aumenteranno sicuramente con la scomparsa della pandemia, ma i medici prescrittori continueranno a fare sempre più affidamento su questi strumenti digitali remoti che offrono la comodità di accedere alle informazioni sui farmaci e sui dispositivi dove, quando e come lo desiderano, migliorando la produttività e riducendo i costi per le aziende sanitarie. Anche secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’utilizzo delle piattaforme di collaborazione ha subito un forte balzo in avanti durante l’emergenza sanitaria: il dato è confermato dall’utilizzo da parte dei medici di medicina generale (52% contro 12% pre-emergenza), dei medici specialisti (70% contro 30%) e dei pazienti (30% contro 11%). I pazienti dimostrano un notevole interesse verso queste modalità di comunicazione: il 74% vorrebbe utilizzare in futuro le comunicazioni con i medici via SMS, l’82% tramite piattaforme di collaborazione, il 94% via e-mail, addirittura il 96% tramite app di messaggistica istantanea.

«Il digitale sta cambiando i tradizionali punti di contatto della Sanità, introducendone di nuovi, come siti web, app e chatbot» – conferma Chiara Sgarbossa, direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità. «Le nuove tecnologie devono essere impiegate per riprogettare l’esperienza degli utenti affinché possano accedere più facilmente e velocemente a informazioni e servizi secondo modelli di cura innovativi e sostenibili. Sarà importante da questo punto di vista superare barriere e diffidenze, riconoscendo la specificità dei diversi profili di cittadini e sapendo progettare percorsi differenziati in grado di superare il potenziale “digital divide”, che rischierebbe di escludere proprio quelle fasce di popolazione che hanno maggiore bisogno di sostegno». Le diverse competenze digitali di base dei cittadini limitano maggiormente l’utilizzo dei canali digitali soprattutto tra gli anziani: il 70% della popolazione utilizza abitualmente PC, tablet o smartphone, ma questa percentuale scende al 30% tra gli over 65. La costruzione del nuovo modello di Sanità connessa dovrà anche essere necessariamente inclusiva: per far questo sarà importante sviluppare la cultura e le competenze digitali di professionisti sanitari, cittadini e pazienti.


#Sanità Analisi dei dati come fulcro della tecno-assistenza per ribaltare i modelli di cura – Cambieri #Gemelli
Click To Tweet


VALORIZZAZIONE DEI DATI

L’utilizzo delle tecnologie digitali, in un momento di così forte pressione su medici e ospedali, ha facilitato le analisi dei dati alla base delle decisioni cliniche e dato supporto alle strutture sanitarie nella continuità di cura e nell’operatività. La sfida principale per i prossimi anni è la costruzione di un sistema sanitario connesso basato su soluzioni digitali in grado di generare dati, raccoglierli, integrarli, condividerli e valorizzarli, grazie all’utilizzo di Big Data e di analytics. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le aziende sanitarie dimostrano un livello di maturità nella gestione e valorizzazione dei dati sui pazienti, soprattutto per quanto riguarda i dati di tipo amministrativo: il 62% li analizza con strumenti di descriptive analytics, l’8% con logiche di advanced analytics, mentre il 14% li raccoglie e non li analizza. I dati gestionali e organizzativi sono analizzati in modalità descrittiva dal 43% delle aziende, con strumenti avanzati dal 5%, mentre il 24% non li analizza anche se disponibili. Le fonti dei Big Data sono molteplici: cartelle cliniche elettroniche, dati del sistema sanitario, analisi di laboratorio, messi in relazione con informazioni demografiche, ricerche scientifiche e cliniche. Questi dati sono poi incrociati con i dati provenienti da app, dispositivi indossabili, sensori che monitorano lo stato di salute.

Secondo Ennio Tasciotti, professore di Tecnologie Biomediche all’Università San Raffaele di Roma, fondatore e direttore del Centro di Medicina Biomimetica del Methodist Hospital Research Institute di Houston, i Big Data hanno la possibilità di migliorare in modo deciso la nostra salute e la medicina avanza in direzione delle 4P: personalizzata, predittiva, preventiva, partecipativa. «La scienza dei dati avrà un ruolo centrale nel futuro della medicina e permetterà di mettere in relazione, per esempio, le spese farmaceutiche con l’incidenza di determinate malattie, oppure correlare il profilo genomico di ciascun cittadino con la sua alimentazione e il suo stile di vita, prevedendo con quali probabilità certe malattie possano svilupparsi».

Nonostante questo periodo di difficoltà, anzi in qualche caso proprio come supporto alla gestione dell’emergenza sanitaria, sono stati sviluppati diversi progetti interessanti. Tra gli altri, merita una menzione quello sviluppato dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che utilizza soluzioni di Advanced Analytics per prevedere gli afflussi in terapia intensiva, capire le eventuali complicanze mediche dei malati di coronavirus, pianificare il lavoro nei reparti, prevedere gli impatti sull’organizzazione, nonché programmare e gestire in modo efficace la somministrazione dei vaccini.

A raccontare il progetto, ci viene in aiuto Andrea Cambieri, direttore sanitario di Presidio del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma: «In stretto contatto con la direzione ICT, guidata dal direttore Paolo Sergi e, in particolare, con la divisione Data warehouse e Flussi IRCCS coordinata da Antonio Marchetti, abbiamo cercato di capire quali metriche fossero più idonee. La sfida è definire un numero ristretto e gestibile di indicatori di cui una parte sono esterni, come per esempio l’andamento dei contagi o l’indice R con T, e una parte sono interni, come gli accessi al pronto soccorso, i tamponi risultati positivi sul totale dei tamponi effettuati, il coefficiente di operatori che si ammalano, la forza lavoro che può rientrare, i posti letti disponibili, e così via. Tutti indicatori necessari per capire come “gestire il fronte” – mette in evidenza Cambieri – cosa che riusciamo a fare con la capacità predittiva sfruttando le potenzialità della piattaforma che utilizziamo». I numeri aiutano a capire dove, come e quando gestire in modo dinamico i posti letto in più, per esempio, non solo per le terapie intensive ma anche posti letto “normali” da convertire in letti per le zone sub-intensive e letti per i malati meno gravi che devono comunque essere gestiti in reparti ad hoc, reparti Covid. «Serve una pianificazione accurata perché gli impatti sono molteplici» – spiega Cambieri. «È necessario allertare il servizio tecnico per far arrivare l’ossigeno, pianificare il lavoro e i turni di medici e personale infermieristico, organizzare il trasferimento dei “malati bianchi”, pazienti non Covid, recuperare gli asset, macchinari necessari al monitoraggio dei pazienti, farmaci, presidi medici. Senza una capacità di gestione previsionale, con analisi predittive,  questa organizzazione sarebbe pressoché impossibile. Ci troveremmo nel caos».


#Sanità Telemedicina e teleassistenza. Valorizzazione dei dati sanitari. AI, ancora marginale
Click To Tweet


TELEMEDICINA E TELEASSISTENZA

Nell’ambito dell’attuazione dei servizi di sanità in rete, secondo l’ISS assume grande rilevanza la definizione di modalità tecnico-organizzative finalizzate a consentire l’integrazione socio-sanitaria e a sostenere forme innovative di domiciliarità. I servizi di telemedicina possono rappresentare, in questo senso, una parte integrante del ridisegno strutturale e organizzativo della rete di assistenza del Paese. La telemedicina può in particolare contribuire a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria, consentire la fruibilità di cure, servizi di diagnosi e consulenza medica a distanza, permettere il costante monitoraggio di parametri vitali, al fine di ridurre il rischio d’insorgenza di complicazioni in persone a rischio o affette da patologie croniche.

La telemedicina in questo periodo ha registrato un vero e proprio boom di interesse fra gli operatori del settore: i medici hanno compreso quanto sia fondamentale per garantire la continuità delle cure, anche a domicilio, e per l’integrazione tra ospedale e territorio, e quanto possa rappresentare un alleato importante per mantenere un contatto più costante e appropriato con i pazienti, in questa fase di emergenza, ma anche nel futuro. Secondo IDC, una piattaforma di telemedicina fa risparmiare 32 minuti di cure secondarie per paziente, e riscuote successo tra i pazienti, tanto che il 76% di essi chiede che, in caso di nuovi bisogni sanitari, vengano curati nuovamente in questa forma. IDC prevede che già quest’anno in Europa gli investimenti nelle applicazioni per il virtual care aumenteranno del 23%.

Secondo l’Osservatorio, oggi il servizio di telemedicina più utilizzato è il tele-consulto con medici specialisti (47% degli specialisti, e 39% dei MMG), seguito dalla tele-visita (39% degli specialisti e dei MMG) e il tele-monitoraggio dei propri parametri clinici (28% e 43%). Tra le aziende attive in questo settore, Vivisol, uno dei principali gruppi europei operanti nel settore dell’assistenza domiciliare in ambito sanitario. In questo difficile periodo, Vivisol ha rafforzato il proprio servizio assistenziale e risposto alle complesse esigenze dei propri clienti, adottando una soluzione di telediagnosi innovativa, che consente di monitorare i pazienti al proprio domicilio evitando il ricorso all’ospedalizzazione e rendendo in tal modo più efficiente la gestione territoriale dei malati meno gravi. La soluzione scelta dall’azienda, nella sua veste di homecare provider, le ha garantito un prezioso supporto tecnologico per le sue centrali mediche operative, così come già accaduto per le centrali di ospedali e ASST, consentendo al personale sanitario la gestione dei pazienti da remoto, tramite l’accesso a una piattaforma facile da utilizzare e intuitiva, che in pochi minuti è in grado di fornire, mediante dashboard di analisi dei dati, lo stato di salute di tutti i pazienti da monitorare. Il check-up quotidiano dei malati può avvenire scegliendo tra diverse modalità: tramite il call-center, con l’inserimento manuale dei dati raccolti, tramite il download automatico dei dati inseriti autonomamente dal paziente nella app oppure caricati via Bluetooth direttamente dal saturimetro in dotazione. In pochi anni, la tecnologia supporterà ancora meglio questi ambiti applicativi.

«Vedo un futuro interessante nell’ambito della medicina a distanza» – afferma Cambieri del Gemelli di Roma. «E non mi riferisco solo alla telemedicina che siamo riusciti ad attivare oggi, ma alla cosiddetta “tecno-assistenza” fatta di wearable device che si connettono con l’ospedale in maniera push, anche non percepita dal paziente, e che possono consentire alla struttura sanitaria di assistere i pazienti in modo proattivo, chiamando il paziente se e quando necessario. Oggi, avviene il contrario, è il paziente che chiama l’ospedale per fare visite, controlli, richieste di aiuto. La tecno-assistenza di cui l’analisi dei dati è l’elemento cardine ci consentirà di ribaltare il paradigma».

In quest’ottica, interessante l’esperienza di Evidation Health, società americana con sede in California, che ha sviluppato la piattaforma Achievement, con oltre quattro milioni di iscritti, dai quali raccoglie, previo consenso informato, informazioni cliniche e indicatori biometrici tramite comuni dispositivi tecnologici indossabili. In questo modo, l’azienda ha rovesciato completamente l’approccio tradizionale della medicina, basando la cura delle persone sulla prevenzione costante invece che su interventi che riparano i problemi quando insorgono nel nostro organismo. La mole di dati generata è notevole, le informazioni sono gestite con un rigoroso controllo della privacy dell’utente e sviscerate con analytics che permettono di individuare precocemente i primi segnali di malattie, comunicando alle persone i comportamenti da adottare per prevenirle. La piattaforma è molto semplice da utilizzare per gli utenti, ma i risultati che si ottengono possono avere un enorme impatto sulla salute pubblica: la piattaforma, infatti, può essere sfruttata per guidare i pazienti nell’analisi delle rispettive situazioni medico-sanitarie, così da innescare un circolo virtuoso dell’informazione che si traduce in cure tempestive e appropriate. È anche possibile seguire programmi personalizzati che incoraggiano attività e comportamenti salutari, o farsi monitorare i percorsi di riabilitazione, in modo che la app possa valutare se l’attività fisica che si sta facendo è sufficiente o se sono necessarie eventuali azioni complementari.

Certo, in Italia manca ancora la piena applicazione del nuovo regolamento europeo sui dispositivi medici (in vigore dal 26 maggio), che continuiamo a chiamare nuovo, anche se è del 2017, e ha già subito proroghe e aggiustamenti a causa della pandemia. I punti critici non sono pochi: il regolamento alza il livello di attenzione sulla sicurezza dei dispositivi, introducendo anche il requisito di usabilità, e mettendo in capo ai produttori importanti responsabilità di controllo su produzione e commercializzazione. Non solo. Anche molti software che erogano servizi di telemedicina, secondo il regolamento, sono da considerarsi dispositivi medici, e quindi il regolamento intercetta anche la materia del GDPR. Mentre da una parte, la telemedicina registra un vero boom di interesse, dall’altra il nuovo regolamento – almeno in questa prima fase di applicazione – potrebbe portare a una contrazione dei dispositivi medici reperibili sul mercato, a causa dei requisiti di conformità previsti dalle disposizioni europee. Si tratta di un cambiamento epocale, ma operatori sanitari, utenti finali e autorità di controllo non sono ancora completamente pronti a questo passaggio.


#Sanità #PNRR Il digitale, priorità per le strutture sanitarie italiane, per superare le fragilità di sistema
Click To Tweet


AI, INVESTIMENTI MARGINALI

Gli investimenti nell’intelligenza artificiale in ambito sanitario nel nostro Paese sono ancora marginali. Le strutture sanitarie hanno adottato applicazioni di AI, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di prime sperimentazioni, soprattutto basate sull’elaborazione delle immagini per effettuare attività di supporto alla decisione diagnostica e del testo libero. I medici specialisti indicano l’elaborazione delle immagini come l’applicazione di AI più utile nel supporto della propria pratica clinica e l’ambito più promettente nel prossimo quinquennio (28%). Ci sono anche sperimentazioni significative nell’interpretazione del linguaggio naturale, scritto e parlato. Secondo IDC, entro il 2024, la proliferazione di dati farà sì che il 60% delle infrastrutture IT per la Sanità sarà costruita su una piattaforma dati che utilizzerà l’intelligenza artificiale per migliorare l’automazione dei processi e il processo decisionale. L’intelligenza artificiale migliorerà la microsegmentazione dei pazienti per prevederne i rischi, permetterà cure più precise e sarà utilizzata nel triage. IDC prevede anche che entro il 2026, il 65% dei flussi di lavoro di imaging medico utilizzerà l’intelligenza artificiale per rilevare la malattia sottostante e guidare l’intervento clinico, mentre il 50% utilizzerà la teleradiologia per condividere studi e migliorare l’accesso ai radiologi. È importante sottolineare che l’applicazione di intelligenza artificiale in Sanità richiede che le informazioni da elaborare siano raccolte in digitale, e quindi la presenza di cartelle cliniche elettroniche e sistemi aziendali di gestione delle immagini diagnostiche è un prerequisito.

Secondo Paolo Locatelli, responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, per accelerare la diffusione di sistemi di intelligenza artificiale e sfruttarne tutti i potenziali benefici bisognerà agire su tre fronti: «Aumentare la disponibilità di dati, strutturati e non, in digitale per poter addestrare le soluzioni di AI e generare valore nel supportare cure personalizzate; sviluppare le competenze digitali dei medici e dei profili che si occupano di gestire queste soluzioni, con particolare attenzione ai data scientist; comprendere i limiti di questi strumenti e che il loro ruolo non sarà come sostituto del medico ma di supporto alle sue decisioni».

L'articolo La Sanità del futuro, più connessa e sostenibile proviene da Data Manager Online.

]]>
Servizi bancari e finanziari. Cybersecurity multilivello https://www.datamanager.it/2021/06/servizi-bancari-e-finanziari-cybersecurity-multilivello/ Fri, 11 Jun 2021 06:50:19 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210183 La sicurezza sta evolvendo verso la pervasive security integrata. Il Governatore Banca d’Italia Visco: «La trasformazione digitale rappresenta una leva di crescita imprescindibile per sostenere la ripresa. Ma i benefici saranno diffusi solo se sapremo governare i rischi» «La transizione digitale nel credito è irreversibile e coinvolge tutte le fasi della gestione dei finanziamenti dalla […]

L'articolo Servizi bancari e finanziari. Cybersecurity multilivello proviene da Data Manager Online.

]]>
La sicurezza sta evolvendo verso la pervasive security integrata. Il Governatore Banca d’Italia Visco: «La trasformazione digitale rappresenta una leva di crescita imprescindibile per sostenere la ripresa. Ma i benefici saranno diffusi solo se sapremo governare i rischi»

«La transizione digitale nel credito è irreversibile e coinvolge tutte le fasi della gestione dei finanziamenti dalla concessione al rimborso, inclusi gli interventi sui prestiti problematici. L’innovazione tecnologica consente di ridurre i costi di ingresso sul mercato in segmenti specifici dell’offerta di credito, dai mutui al factoring e ai prestiti personali, e di sviluppare forme di finanziamento disintermediate, quali quelle del crowdfunding». Con queste parole il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, apre il suo intervento “La transizione digitale nel credito”, il 22 aprile scorso, in occasione della inaugurazione del Fintech-Milano Hub: il nuovo polo di innovazione realizzato dalla Banca d’Italia per sostenere l’evoluzione digitale del mercato finanziario italiano. «Quello che sta coinvolgendo il mondo del credito e della finanza – sostiene Visco – è un cambiamento rapido, trainato dal digitale, in cui per le aziende del settore sarà fondamentale sviluppare e consolidare la capacità di innovare per mantenere la competitività in un momento in cui i mercati stanno dando vita a una robusta riorganizzazione».

Le nuove tecnologie ridefiniscono anche l’organizzazione dei perimetri aziendali, con un crescente ricorso all’esternalizzazione di fasi rilevanti dei processi produttivi, dalla conservazione dei dati ai sistemi informatici. Ne consegue una nuova configurazione dei rischi operativi, più articolata e più complessa, che interessa la pianificazione della business continuity, la cybersecurity, la protezione delle informazioni e la resilienza operativa. «La digitalizzazione della finanza – ha concluso Visco – rappresenta solo una parte, pur rilevante, del più generale processo di transizione digitale della nostra società. Questo costituisce una leva di crescita oramai imprescindibile per sostenere la ripresa delle economie, così duramente colpite dalla crisi pandemica. Ma i benefici saranno diffusi solo se sapremo governare i rischi». Sulla stessa lunghezza d’onda sono state anche le conclusioni dell’annuale convegno ABI su Banche e sicurezza svoltosi dal 25 al 26 maggio. «L’emergenza sanitaria ci ha proiettati in un mondo drasticamente digitalizzato che genera grandi opportunità ma rende al contempo il cyber risk uno dei punti di maggior attenzione sui tavoli dei board bancari». Le banche si trovano, quindi, a gestire una mole enorme di dati dovendo assicurare alla clientela protezione da utilizzi malevoli, stabilità operativa e velocità d’esecuzione. Questo rende essenziale ragionare in ottica di security e resilience by design tramite strategie mirate per ognuno dei tre fattori critici: persone, tecnologie, fornitori e terze parti.


#Cybersec #Finance gli investimenti saliranno del 7% nel 2021 e del 9% nel 2022 – Diego Pandolfi @IDCItaly
Click To Tweet


INVESTIRE E RIPROGETTARE

«Per le istituzioni finanziarie europee l’ultimo anno e mezzo ha rappresentato un periodo di sfide enormi che le stesse aziende non vivevano dai tempi della crisi finanziaria ed economica del 2008» – afferma Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC. Nel clima di incertezza globale, segnato dalla pandemia e dalla recessione economica, le aziende del settore si sono trovate a dover garantire la continuità operativa, ad abilitare tempestivamente il lavoro da remoto e allo stesso tempo a rispettare e implementare le normative sui temi della protezione dei dati, privacy e pagamenti digitali.

«Gli sforzi indirizzati a ottimizzare il business digitale hanno richiesto, inoltre, continui investimenti in innovazione anche durante il 2020 e il 2021 – prosegue Pandolfi – con l’obiettivo di abilitare la resilienza e rispondere in modo adeguato alle nuove esigenze dei clienti». In pochi mesi, le istituzioni finanziarie hanno dovuto intraprendere strategie di trasformazione digitale che forse avrebbero impiegato anni prima di essere implementate: tra queste, spicca la progressiva adozione del cloud (anche in Italia) ambito sul quale le banche hanno sempre mostrato in passato una certa ritrosia. In base ai dati di IDC, il settore finanziario tradizionalmente mostra una certa maturità nell’ambito della cybersecurity con i livelli di spesa tecnologica più alta rispetto ad altri settori, questo a causa sia di una forte pressione normativa sia per la maggiore presenza di dati e informazioni sensibili da proteggere che sono parte integrante del business. «Tuttavia, dal 2020 – spiega Pandolfi – le aziende del settore hanno dovuto riprogettare in parte i propri perimetri di sicurezza per proteggere operations, dati, accessi e garantire la continuità operativa nel nuovo scenario». Oltre il 40% delle istituzioni finanziarie europee ha dichiarato, infatti, che gli investimenti in sicurezza hanno subito un’accelerazione e sono stati guidati dalle nuove esigenze operative. In base ai dati IDC, le priorità sulle quali oggi le istituzioni finanziarie europee si stanno focalizzando sono: la gestione degli utenti, identità e accessi (per oltre il 35% delle realtà), il miglioramento della visibilità dell’IT aziendale (34% delle aziende) e la compensazione della carenza di competenze (per oltre il 30%). In base alle previsioni IDC, gli investimenti complessivi in cybersecurity da parte delle banche europee cresceranno nel 2021 del 7% e nel 2022 addirittura del 9%, a dimostrazione della necessità di rispondere alle nuove esigenze di protezione del business digitale. Nel dettaglio, le aree tecnologiche che secondo IDC conosceranno la maggiore espansione sono quelle della business-to-consumer (B2C) identity management, la cloud security, advanced threat detection/endpoint detection and response e l’ambito security analytics (incluso behavior analysis e anomaly detection).

Dalle ultime ricerche di IDC emerge, infine, che tra le principali sfide ancora aperte in ambito sicurezza per il settore – oltre alla necessità di continue attività di formazione, awareness e gestione delle competenze interne – spiccano in molti casi team di security sotto-staffati e con poco tempo da dedicare ad attività di security investigations, la difficoltà di bilanciare le priorità di security con quelle di business e la complessità di utilizzo di diverse soluzioni e dashboard spesso non integrate tra loro. «Nei prossimi mesi – conclude Pandolfi – gli sforzi che le aziende dovranno indirizzare per raggiungere adeguati livelli di cyber resilienza necessiteranno di essere condivisi tra tutti i dirigenti e i manager aziendali (incluso il board e il top management). Il chief information security officer (CISO) sarà chiamato a svolgere un ruolo di leadership più diretto nell’ambito della resilienza informatica e sarà estremamente importante che coinvolga gli altri leader tecnologici e di business».


#Cybersec #Finance Come migliorare la sicurezza in cinque mosse – Garibaldi Conte @Clusit
Click To Tweet


SICUREZZA IN CINQUE MOSSE

La pandemia ha messo in evidenza l’estrema fragilità delle aziende e delle Istituzioni rispetto alle tematiche di cybersecurity – «soprattutto quando un evento straordinario amplia in maniera esponenziale la superfice di attacco sfruttabile dai cyber criminali» – spiega Garibaldi Conte, membro del comitato scientifico CLUSIT. Il Rapporto CLUSIT 2021 registra, infatti, nel 2020 un aumento degli attacchi cyber a livello globale pari al 12% rispetto al 2019. Tale trend è comunque costante negli ultimi 4 anni, considerando che gli attacchi cyber dal 2017 sono aumentati del 66%. Specificamente per il settore banking/finance il rapporto evidenzia un trend costante (-3% rispetto all’anno precedente), ma, se si osserva la severity degli attacchi sferrati e andati a buon fine, si può notare come gli attacchi classificati come “gravi” siano aumentati dell’8% rispetto all’anno precedente. «Da questi dati – continua Conte – si può evincere che le numerose iniziative e normative in ambito cybersecurity (PSD2, PCI/DSS, etc.) hanno reso i servizi finanziari più sicuri soprattutto dal lato utilizzatori, ma indicano anche che i cyber criminali stanno sviluppando e utilizzando tecniche di attacco sempre più mirate e sofisticate (le tecniche catalogate come “unknown” sono aumentate del 17,4% e quelle catalogate come multiple techniques/ATP del 46,2%) che sono in grado di produrre impatti molto elevati». Anche CLUSIT osserva, comunque, che il settore banking/finance è uno di quelli maggiormente normati in ambito cybersecurity. Questo da una parte solleva qualche difficoltà agli operatori nel conformarsi a tutte le norme, ma dall’altra rende i servizi finanziari più sicuri rispetto ad altri comparti. Secondo Conte di CLUSIT, gli aspetti su cui gli operatori finanziari dovrebbero lavorare per ottenere un ulteriore livello di maturità della cybersecurity sono cinque: 1) integrazione degli aspetti di cybersecurity in tutti i processi e implementazione di security by design; 2) adozione di soluzioni, tecniche e organizzative, sicure e certificate; 3) implementazione di un servizio di threat intelligence efficace e integrato con gli altri operatori e le autorità operanti nel settore; 4) controllo dei rischi cyber continuo e completo, con particolare attenzione ai rischi delle terze parti; 5) aumento dell’awareness dei propri stakeholders, e in particolare del management, per superare la logica della cybersecurity intesa come obbligo normativo.


#Cybersec #Finance Il settore è stato il più colpito dalle minacce interne – Luca Maiocchi @proofpoint Italia
Click To Tweet


NON SOLO MINACCE ESTERNE

«Le banche non devono più preoccuparsi solo delle minacce esterne, ma anche di quelle interne, amplificate dalla recente evoluzione verso il lavoro da remoto» – sottolinea Luca Maiocchi, country manager di Proofpoint Italia. Secondo il report dell’azienda “2020 Cost of Insider Threats: Global”, il settore dei servizi finanziari è stato il più colpito dalle minacce interne, con costi annuali medi più alti pari a 14,5 milioni di dollari e un aumento del 20,3% negli ultimi due anni. Gli attacchi BEC lanciati dall’interno, e quindi difficili da rilevare, e EAC sono sempre più usati dai cyber criminali, motivati finanziariamente, in quanto l’invio di e-mail fraudolente è economico e non richiede la creazione di malware costosi e sofisticati. «In questo momento, per proteggere adeguatamente dipendenti e dati è opportuno che le istituzioni finanziarie diano priorità a un approccio alla sicurezza incentrato sulle persone – continua Maiocchi – e in grado di proteggere tutti: dipendenti, clienti e partner. Raccomandiamo, in particolare, di adottare difese a più livelli su edge di rete, gateway di posta elettronica, cloud ed endpoint, implementando anche strumenti come il DMARC (domain-based message authentication, reporting & conformance) un protocollo di autenticazione per la convalida dei messaggi e-mail e SPF (sender policy framework) che certifica la validità di ogni e-mail inviata da un determinato dominio».

In effetti, per le minacce interne, le banche devono essere in grado di rilevare in tempo reale le eventuali anomalie di comportamento da parte di account specifici, in particolare per quanto riguarda le modalità di accesso e l’esfiltrazione di informazioni sensibili. «È importante – aggiunge Maiocchi – che venga data priorità alla formazione sulla cybersecurity per garantire che dipendenti e fornitori siano consapevoli della loro importanza e aggiornati sulle policy più recenti». Data la complessità delle infrastrutture è fondamentale anche essere in grado di rispondere rapidamente a qualsiasi anomalia rilevata nel cloud, nella posta elettronica e negli endpoint. Oltre all’adozione di  sistemi di validazione sul modello DMARC, anche le soluzioni CASB (cloud app security broker) possono fornire i livelli di accesso appropriati in base a fattori di rischio specifici.


#Cybersec #Finance I furti di dati personali cresciuti del 56,7% nel 2020 – Elisabetta Pancaldi crif.it
Click To Tweet


Secondo l’Osservatorio Cyber di CRIF, nel secondo semestre 2020 i furti di dati personali sul web sono cresciuti del 56,7%. «Le banche sono da sempre attente alla cybersecurity ma lo scenario è cambiato» – spiega Elisabetta Pancaldi, senior director di CRIF. «Gli attacchi non si rivolgono solo ai sistemi informativi ma sfruttano, per esempio, tecniche quali phishing e social engineering, per cui i clienti devono essere più informati sui rischi e coinvolti nella gestione e protezione dei propri dati personali e account». In quest’ottica, molti istituti si sono già attivati con strumenti di “education” verso famiglie e imprese e nella proposta di servizi a valore aggiunto. «L’accelerazione digitale portata dalla pandemia ha reso impellente la necessità di sicurezza e ha aumentato la sensibilità verso questi temi» – continua Elisabetta Pancaldi. «In particolare, le aziende sono chiamate ad affrontare cyber risk sempre maggiori, che comportano rischi operativi ed economici, oltre che reputazionali». Ricordiamo che il GDPR prevede multe fino al 4% del fatturato globale in caso di data breach. Coerentemente, anche i sistemi per la cybersecurity devono evolvere. Nei servizi a valore aggiunto che CRIF offre ai clienti delle banche partner uno dei fattori abilitanti è rappresentato dall’intelligenza artificiale per scoprire costantemente nuove fonti di dati compromessi, al fine di inviare proattivamente avvisi per un’azione immediata.


#Cybersec #Finance Security by design e reti automatizzate e adattive in banca – Nicola Vanin @cedacri
Click To Tweet


NUOVA SUPERFICIE DI ATTACCO

«Le banche stanno adottando i principi di security by design, in cui i controlli di sicurezza personalizzati vengono sviluppati e incorporati nella struttura principale dei nuovi canali tecnologici man mano che sono resi operativi» – afferma Nicola Vanin, chief information security officer di Cedacri. Negli ultimi tre anni, il cloud è stata la principale tecnologia emergente nelle grandi istituzioni finanziarie e molte di queste hanno già una parte significativa della loro infrastruttura IT in cloud. «Il prossimo round di adozione – prosegue Vanin – sarà guidato dalla migrazione delle principali applicazioni aziendali. Molte banche stanno anche sviluppando e distribuendo nuove app per il mondo digitale direttamente sul cloud». Tuttavia, con più dati e applicazioni che si spostano al di fuori del perimetro di sicurezza tradizionale, il rischio di attacchi informatici aumenta. «In ambito AI, l’apprendimento automatico e l’automazione dei processi – spiega Vanin – sono fattori che aiutano le istituzioni finanziarie a trasformare le operazioni e ottenere riduzioni di costi». Sebbene le aziende stiano prendendo precauzioni durante lo sviluppo e la formazione, queste tecnologie sono ancora in evoluzione, con gli utenti che si stanno lentamente abituando a lavorare con soluzioni robotiche e bot. «Ciò significa – continua Vanin – che gli hacker hanno una superficie di attacco completamente nuova che può essere sfruttata per penetrare nei sistemi di un’organizzazione». Una serie di tecnologie in evoluzione sta permettendo di migliorare la sicurezza e contrastare le minacce sempre più dannose e dirompenti nel Finance: AI, machine learning e automated and adaptive networks. «I sistemi informatici che impiegano queste tecnologie – continua Vanin – sono una delle principali aree di interesse e investimento della ricerca sulla cybersecurity in quanto scoprire, classificare e sintetizzare i dati è sicuramente un vantaggio per mitigare le minacce, proteggersi da malware, ransomware e attacchi di ingegneria sociale».

Le reti automatizzate e adattive – come mette in evidenza Vanin – consentono la scansione dell’orizzonte e il monitoraggio delle reti in grado di segnalare deviazioni e anomalie in tempo reale, l’aggiornamento automatico dei livelli del framework di difesa (rete, payload, endpoint, firewall e antivirus) e le analisi diagnostiche e forensi. Cedacri, in effetti, ha investito molto nello sviluppo di un SOC (security operational center) di nuova generazione per identificare, indagare e mitigare le minacce a livello globale e in particolare negli endpoint e nel cloud. «Il SOC Cedacri – spiega Vanin – segue una metodologia che utilizza punti di applicazione della sicurezza e strumenti di ricerca delle minacce che si integrano in modo nativo. L’integrazione nativa dei componenti di sicurezza a livello di rete, endpoint e cloud si traduce in una correlazione più rapida degli eventi e in una risposta automatizzata agli attacchi informatici, aumentando notevolmente la resilienza di tutto lo stack tecnologico. Le organizzazioni finanziarie che hanno adottato la nuova piattaforma come fulcro dell’architettura di sicurezza realizzano una vera riduzione del rischio informatico e molti altri vantaggi rispetto alle architetture tradizionali».


#Cybersec #Finance Soluzioni più connesse e servizi cloud – Luca Mantini @Maticmind
Click To Tweet


COME RIDURRE IL RISCHIO

«L’evoluzione dei servizi finanziari verso soluzioni più connesse e servizi cloud, da pochi anni presenti nel panorama italiano, implica la necessità di ripensare la cybersecurity per proteggere una superficie di attacco più estesa e meno controllabile» – concorda Luca Mantini, security solution engineering – area manager – di Maticmind. È fondamentale acquisire consapevolezza della propria esposizione e dei rischi connessi nell’adozione di nuove soluzioni e servizi IT. Il primo passo da prevedere è la definizione di una strategia di governance della IT security, che porti a individuare le aree scoperte e implementare le azioni correttive. «Ormai siamo abituati a operare su piattaforme Internet e home banking per mezzo di dispositivi mobili» – prosegue Mantini. «La cybersecurity deve essere integrata nei processi di sviluppo applicativo sempre più rapidi (ovvero la security by design), in modo da consentire di proteggere le aziende e i loro clienti con il minimo impatto sull’usabilità dei servizi. Soluzioni basate su AI, controllo delle identità e analisi comportamentale fanno parte – conclude Mantini – del bagaglio di strumenti di cybersecurity indispensabili per consentire di prevenire attacchi complessi e alla portata di un numero crescente di individui». Maticmind, in effetti, si è strutturata per accompagnare le aziende dalle fasi di assessment (metodologie cybersecurity framework, NIST, ENISA, SANS20), passando per la progettazione e realizzazione delle soluzioni, fino all’erogazione di servizi gestiti (SOC certificato ISO 27001) e attività di VA/PT, con metodologie OSTMM, PTES, OWASP e WAHH e con controlli per PCI-DSS e Bancomat.


#Cybersec #Finance Come ridefinire il concetto di sicurezza – Salvatore Marcis @TrendMicroItaly
Click To Tweet


«L’utilizzo del mobile sta conquistando sempre più fasce di consumatori sia per quanto riguarda le funzioni di pagamento che per quelle di controllo» – spiega Salvatore Marcis, technical director di Trend Micro Italia. «Ma i dispositivi mobili sono soggetti a compromissioni e al furto dei dati, che sono un asset importante da salvaguardare soprattutto nel settore finanziario. La sicurezza dato-centrica è sempre più fondamentale e bisogna quindi prestare attenzione alle interconnessioni dei dati con gli altri istituti, istituzioni o fornitori esterni». Va quindi ridefinito il concetto stesso di sicurezza, portandola dentro i processi secondo un approccio di security by design. «I produttori dovrebbero stare molto attenti ogni volta che lanciano un nuovo prodotto sul mercato e fare in modo che non contenga vulnerabilità o difetti che possono essere sfruttati per minare la sicurezza» – continua Marcis. «Il criterio per lo sviluppo degli attacchi è quello di una monetizzazione sempre più rapida e questo include anche il riscatto preventivo». In quest’ottica, vengono utilizzati ransomware, ma anche altre tecniche come gli attacchi “business email compromise” o “business process compromise”. «Nell’evoluzione della security, siamo passati dalla messa in sicurezza dei PC alla sicurezza perimetrale e a quella del dato» – afferma Marcis. «Negli ultimi 20 anni, si è sempre cercato di prendere il meglio delle tecnologie in ogni singolo layer di sicurezza». Oggi, la soluzione per ridurre il rischio è condividere le informazioni di intelligence e quindi evitare di utilizzare tecnologie di vendor diversi che non comunicano tra di loro. Come spiega Marcis, in un progetto di security ideale, quello che serve sono difese multilivello, che proteggano e scansionino i sistemi sia in verticale (interno-esterno) che in orizzontale (tra i vari sistemi interni) fino al mobile, offrendo in quest’ultimo caso una protezione sicura anche al di fuori dell’azienda. «È importante che in caso di anomalia questa venga subito comunicata a un sistema di controllo centrale, che sia in grado anche in maniera automatica di mettere in piedi delle contromisure e contrastare l’eventuale attacco. Perché nel mondo finanziario, si tende molto a suddividere le competenze mentre è importante adottare un approccio sistemico per una gestione integrata e condivisa della sicurezza».


#Cybersec #Finance Sicurezza totale su cloud. Verso l’approccio Zero Trust – Didier Schreiber @zscaler
Click To Tweet


Infatti, le aziende dei servizi finanziari devono valutare la loro capacità di tenere il passo con le richieste dei clienti e la capacità di innovare rapidamente – sottolinea Didier Schreiber, regional marketing director, Southern Europe di Zscaler. «Se vogliono sopravvivere ai rapidi cambiamenti, messi in risalto dalla pandemia globale, devono rivedere il modello classico brick-and-mortar. Solo appoggiandosi veramente, per esempio, ai benefici dell’infrastruttura cloud, il settore potrà liberarsi dai limiti del legacy». Cambia anche l’approccio alla cybersecurity che dai modelli tradizionali – conferma Schreiber – si sta spostando verso l’approccio Zero Trust che può essere la migliore soluzione per i servizi finanziari. «Perché permette al traffico di fluire in modo sicuro tramite Internet invece di dover passare attraverso l’infrastruttura aziendale, il che permette di avere filiali senza necessità di manutenzione». Che si tratti di sviluppare nuove soluzioni, criptovalute, nuovi servizi transfrontalieri, limitare le frodi o gestire nuovi processi di conformità normativa, le aziende hanno bisogno di sostenere la loro strategia con una piattaforma moderna, robusta, agile e scalabile che permetta al business di innovare. Zero Trust Exchange di Zscaler è una piattaforma SASE appositamente progettata e basata sul cloud che connette in modo sicuro utenti, dispositivi e app, utilizzando politiche aziendali su qualsiasi rete. «Veloce, sicuro e scalabile, bilancia le priorità di sicurezza dell’organizzazione con l’esperienza dell’utente per rendere il cloud un luogo sicuro per il business» – conclude Schreiber. Negli scorsi mesi Zscaler ha gestito il caso di National Australia Bank (NAB) che fornisce una gamma completa e integrata di prodotti e servizi finanziari, con operazioni in Australia, Nuova Zelanda, parti dell’Asia, Regno Unito e Stati Uniti. Lavorando con Zscaler, NAB ha fornito un accesso remoto sicuro a più di 32.000 dipendenti, compresi i team del call center, in sole tre settimane.


#Cybersec #Finance Strategia di sicurezza a più livelli – Mike Orosz @VertivIT
Click To Tweet


SICUREZZA MULTILIVELLO

«La maggior parte degli attacchi vengono eseguiti da reti di criminali ben organizzate che hanno il preciso obiettivo di arricchirsi, estorcendo denaro alle vittime, sfruttando tecniche semplici come l’email phishing» – ribadisce Mike Orosz, VP, information and product security digital solutions di Vertiv. Un attacco di phishing ben riuscito può infatti portare all’acquisizione completa del PC della vittima o ancora a situazioni di ransomware, dove spesso i dati vengono rubati o distrutti. «Le aziende della finanza devono adottare un approccio strutturato alla cybersecurity» – spiega Orosz . «Occorre definire una strategia di sicurezza a più livelli che consenta di garantire che solo le persone giuste abbiano accesso a sistemi e dati sensibili. Anche il controllo puntuale è importante e occorre testare regolarmente per assicurarsi che le policy di sicurezza siano pienamente funzionali». Ogni CISO dovrà parlare con i direttori del business e definire le priorità e le aree dove prestare maggiore attenzione. «Occorre anche approfondire le innovazioni in ambito machine learning e orchestration che adottano processi decisionali basati su algoritmi» – continua Orosz. «Significa che una macchina può rilevare gli indicatori tipici di un attacco e agire senza alcun intervento umano, gestendo il cosiddetto “primo livello di attività” e consentendo ai team di sicurezza di concentrarsi sulle iniziative prioritarie». Vertiv adotta un approccio basato proprio sulle best practice del settore, includendo attività di formazione e cultura interna per diffondere la consapevolezza sulla sicurezza ai dipendenti, ed è impegnata a garantire che la tecnologia sensibile sia adeguatamente sottoposta a backup e mantenuta in sicurezza, offrendo un ecosistema di soluzioni hardware, software e servizi.


#Cybersec #Finance Presidi di difesa del dato, dell’identità e degli asset – Sandro Visaggio SSGroup.it
Click To Tweet


«Le banche e le assicurazioni, per la ragione stessa del loro ruolo e del servizio offerto, hanno per prime acceso presidi di difesa del dato, dell’identità e della ricchezza detenuta» – ricorda Sandro Visaggio, BU cybersecurity manager di SCAI Solution Group. Il settore, infatti, rappresenta per antonomasia il mercato più maturo in termini di difesa e presidi di protezione. «La complessità, la varietà e la pericolosità degli attacchi informatici hanno generato come risposta nuove categorie di soluzioni di sicurezza» – continua Visaggio. «Gli strumenti a disposizione del sistema bancario per proteggere le proprie transazioni sono quelli di disporre sempre delle soluzioni tecnologiche più avanzate e adeguate. Non si può certo aspettare che i nuovi attacchi arrivino per reagire sviluppando nuovi sistemi». In particolare, le banche si confrontano con tre macro categorie di pericoli: i malware, i social engineering e la data manipulation. La risposta a queste minacce poggia sulla tecnologia, sui processi e sulla postura di sicurezza conseguita. Le migliori soluzioni anti malware, le più efficaci campagne di awareness e training e l’adozione di strumenti di multi factor authentication (MFA) costituiscono il best of breed della difesa per raggiungere la massima sicurezza integrata a tutela dell’intero settore finanziario.


#Cybersec #Finance Il fattore umano è il principale punto di attacco – Maurizio Zacchi cyberguru.it
Click To Tweet


INVESTIRE SULLE PERSONE

Nel 2020, il settore finance è stato l’obiettivo preferito della criminalità informatica, e in questo scenario – spiega Maurizio Zacchi, marketing director di Cyber Guru – «il fattore umano continua a essere il principale punto di attacco utilizzato per indebolire il sistema difensivo messo in piedi dai team di cybersecurity». Esiste, infatti, uno strano paradosso nella cybersecurity: più le difese tecnologiche evolvono, più il fattore umano si indebolisce e diventa più vulnerabile agli attacchi cyber. «L’eccessiva fiducia nelle nuove tecnologie – spiega Zacchi – rischia di portare gli utenti ad abbassare la guardia rispetto alle minacce. E così le organizzazioni si sono scoperte vulnerabili nonostante gli ingenti investimenti tecnologici effettuati». Seguendo i modelli Zero Trust, è necessario presupporre che gli attaccanti siano in grado di trovare le falle del sistema difensivo e utilizzarle a loro vantaggio. Anche gli utenti devono riuscire a percepire la loro esposizione al rischio e mantenersi pronti a reagire nel modo corretto, con un profilo comportamentale efficace. «La formazione e l’addestramento degli utenti restano quindi centrali rispetto a qualsiasi strategia di cybersecurity» – conclude Zacchi. «Quello che è accaduto nel 2020, con l’esplosione degli attacchi cyber correlati con il fenomeno pandemico e con il ricorso generalizzato allo smart working, ha reso ancora più evidente la necessità di investire sulle persone e sui loro comportamenti».


#Cybersec #Finance I quattro pilastri tecnologici – Alessio Porcellati @dgs_group @seeweblive
Click To Tweet


È dello stesso avviso Alessio Porcellati, group CIO, direttore sistemi informativi di DGS (partner Seeweb). «L’evoluzione di un mondo iperconnesso porta a un’accelerazione quadratica della dipendenza tecnologica, influenzata dagli eventi che ne determinano i più grandi rischi di continuità». I maggiori investimenti puntano proprio ad affrontare gli anelli deboli del processo, alla ricerca di soluzioni sempre più avanzate e disruptive. L’esplosione dei perimetri fisici, guidati dagli ecosistemi cloud, ha generato le attuali “hybrid infrastructure”, permettendo al comparto IT e compliance di affrontare la sicurezza di accesso al dato e la sua salvaguardia, guadagnando snellezza e dinamicità con l’utilizzo di tecnologie applicative sempre più avanzate. «Questo ha reso necessario dotarsi di strumenti di governo e monitoraggio più sofisticati e all’altezza del potenziale livello di rischio» – continua Porcellati. «Parallelamente, i punti di accesso alle informazioni si sono moltiplicati con una quantità di oggetti interconnessi esponenziale e la conseguente necessità di nuove logiche alla guida delle strategie di cybersecurity». La protezione e gestione delle molteplici identità digitali dell’individuo diventano un punto cardine. E le tecnologie di machine learning sono particolarmente efficaci in settori come la user and entity behavior analytics (UEBA), che studiando i comportamenti degli utenti, non solo umani, possono identificare comportamenti sospetti e potenziali pericoli. Come ci spiega Porcellati di DGS – i pilastri tecnologici che il partner di Seeweb porta avanti nell’approccio progettuale e operativo della cybersecurity nel settore dei servizi finanziari sono quattro: 1) XDR (extended detection and response); 2) NAC evoluto, per assicurare visibilità, controllo e monitoraggio continui sui dispositivi e ridurre i rischi e per conformarsi agli standard di sicurezza FINRA, GLBA, PCI-DSS, SOX, SWIFT; 3) threat intelligence, collecting, analyzing, evaluating; 4) DevSecOps, embed security, maximize availability, validate compliance.


#Cybersec #Finance verso una configurazione più articolata dei rischi operativi
Click To Tweet


CONCLUSIONI

L’attivazione del circolo virtuoso “più sicurezza uguale più qualità dell’offerta e maggiore fiducia della clientela” è sempre di importanza strategica nell’attività finanziaria, che sul trattamento delle informazioni e sulla costruzione di un rapporto di fiducia con i clienti fonda la propria operatività. La banca si sta, quindi, trasformando digitalmente per coprire il rischio cyber a 360 gradi. Ed è in atto un mutamento radicale: la realizzazione del modello di “pervasive security”. Tale approccio consente di concentrare la responsabilità in un unico punto di raccordo e di gestione al più alto livello manageriale e di gestire il fenomeno anche all’esterno con i necessari raccordi non solo con il sistema bancario, ma anche con il sistema di sicurezza nazionale ed europeo.

L'articolo Servizi bancari e finanziari. Cybersecurity multilivello proviene da Data Manager Online.

]]>
L’AI svela la nuova mappa della materia oscura https://www.datamanager.it/2021/06/lai-svela-la-nuova-mappa-della-materia-oscura/ Thu, 10 Jun 2021 14:45:58 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210403 La rete neurale, addestrata dai fisici e gli ingegneri informatici dell’ETH di Zurigo, permette di estrarre parametri cosmologici da immagini reali del cielo notturno, svelando la distribuzione della materia oscura nell’Universo Eravamo soli e al buio. E non avevamo paura. Io in quei casi non ho mai paura. Ma stupore. Curiosità. E sogno. Quante volte […]

L'articolo L’AI svela la nuova mappa della materia oscura proviene da Data Manager Online.

]]>
La rete neurale, addestrata dai fisici e gli ingegneri informatici dell’ETH di Zurigo, permette di estrarre parametri cosmologici da immagini reali del cielo notturno, svelando la distribuzione della materia oscura nell’Universo

Eravamo soli e al buio. E non avevamo paura. Io in quei casi non ho mai paura. Ma stupore. Curiosità. E sogno. Quante volte ci siamo fermati a osservare un cielo stellato? E in una delle zone più selvagge della Sardegna, quanto può essere luminoso? Ecco. Eravamo proprio lì. E nel mentre discutevamo sulle equazioni che avevano – e continuavano a dare – vita a quella meraviglia, io mi fermavo a riflettere su tutto ciò che non riuscivamo – e non saremmo riusciti – ad afferrare neppure con il più grande telescopio del mondo. Perché? Siamo in grado di vedere solo una minima parte dell’Universo. E no. Non parlo di pattern microscopici o altro. La verità è che nella prima metà del Novecento si credeva che le stelle costituissero quasi la totalità della massa dell’Universo. Oggi, sappiamo che queste rappresentano soltanto una percentuale irrisoria della materia cosmica (circa il 4%). La restante parte della massa dell’Universo non è visibile e a tale massa mancante si dà appunto il nome di materia oscura.

COSA È LA MATERIA OSCURA?

La domanda è d’obbligo. La natura della materia oscura è ancora sconosciuta e si ritiene sia composta da particelle che non fanno parte del Modello Standard della fisica delle particelle elementari. Ma se non si vede, come facciamo a capire che esiste? Studiandone gli effetti. Per esempio, un modo per gli astronomi di vedere l’effetto della materia oscura è studiare la curvatura della luce che passa da oggetti massicci. La materia oscura può influenzare la luce proveniente da oggetti distanti, piegandola come una lente. Esaminando questo effetto, gli astronomi sono in grado di creare mappe della materia oscura all’interno di oggetti massicci come gli ammassi di galassie. In estrema sintesi, la gravità della materia oscura presente nella galassia o nell’ammasso fa piegare la luce.

COME SI STUDIANO GLI EFFETTI?

Grazie a una potenza computazionale molto importante e ultimamente grazie all’aiuto di sistemi guidati da intelligenza artificiale e machine learning. Ma andiamo con ordine. I fisici e gli ingegneri informatici dell’ETH di Zurigo stanno utilizzando sistemi guidati dall’intelligenza artificiale per perfezionare le mappe della materia oscura. Si tratta di un’applicazione di AI simile a quella che ci consente di riconoscere il viso di una persona o le sue caratteristiche fisiche, coadiuvata da un sistema di machine learning in grado di individuare modelli significativi di materia oscura all’interno delle mappe dell’Universo. Come il Governo cinese utilizzava questi sistemi di machine learning per vedere se qualcuno usciva durante il coprifuoco, gli scienziati di Zurigo li usano per cercare i segni rivelatori della materia oscura. Ed è il computer, in maniera autonoma – e non gli scienziati – a creare e ricreare una nuova mappa dell’Universo continuamente. Come primo passo, il team ha addestrato una rete neurale convoluzionale (CNN) sui dati generati dal computer che simulano l’universo conosciuto. Allenandosi e formandosi sui dati simulati, i ricercatori conoscevano la risposta corretta per diversi parametri cosmologici, come il rapporto tra la quantità totale di materia oscura e l’energia oscura. Durante questa fase, il modello ha analizzato le simulazioni della materia oscura fino al punto dove ha imparato a riconoscere le caratteristiche che hanno migliorato l’accuratezza del modello. Alla fine del processo di addestramento il team ha analizzato le mappe reali della materia oscura, che include le forme di circa 15 milioni di galassie.

Janis Fluri, Ph.D. studente all’ETH e autore principale dello studio, ha affermato che questa è la prima volta che tali strumenti di apprendimento automatico vengono utilizzati in questo contesto. «Abbiamo scoperto che la rete neurale artificiale profonda ci consente di estrarre più informazioni dai dati rispetto agli approcci precedenti. Riteniamo che questo utilizzo del machine learning in cosmologia avrà molte applicazioni future». Una volta che la rete neurale è stata addestrata, infatti, può essere utilizzata per estrarre parametri cosmologici da immagini reali del cielo notturno. Il team afferma che i loro risultati non sarebbero stati possibili senza strategie di addestramento parallelizzate su più macchine.

GRADO DI ATTENDIBILITÀ

Le reti neurali, costruite fino ad oggi dagli scienziati dell’ETH, hanno dato il 30% in più di accuratezza rispetto a quelli ottenuti dalle statistiche derivate dall’uomo. Grazie all’intelligenza artificiale, riusciremo così a mappare in maniera più approfondita la natura dell’Universo che non conosciamo e la sua evoluzione. Infatti, sono estremamente utili le simulazioni al computer dell’evoluzione delle galassie e di come sono distribuite nell’universo che conosciamo. Nelle simulazioni, la distribuzione della materia oscura può variare e i risultati possono essere confrontati con ciò che osserviamo, in altre parole, come la distribuzione delle galassie nell’universo. Un paper diffuso recentemente da The Astrophisical Journal, una delle più importanti pubblicazioni scientifiche specializzate nel campo dell’astronomia e dell’astrofisica, parla proprio di questo e di come le simulazioni al computer confrontate con l’effettiva distribuzione delle galassie, mostrano sottili “filamenti” di materia oscura tra le galassie, che finora non erano stati scoperti. La presenza di questi filamenti potrebbe determinare come si evolveranno la nostra galassia e Andromeda in futuro. Ma per comprendere meglio la distribuzione della materia oscura e l’esistenza di questi filamenti tra le galassie, sono necessarie nuove osservazioni astronomiche, soprattutto attraverso lo studio e l’analisi delle galassie molto molto piccole. Ed è proprio in questi casi che le macchine e modelli di deep learning sembrano dare il loro meglio.

NUOVE DOMANDE

Perché ho voluto scrivere un intero articolo su questo tema? E proprio sull’evoluzione della materia oscura? È di qualche giorno fa la notizia che un team di scienziati si è speso per creare la mappa più grande e dettagliata mai fatta sulla distribuzione della materia oscura nell’universo. E i risultati che ne hanno tratto sono stati davvero sorprendenti, soprattutto perché in parte sconfesserebbero quello che aveva previsto Albert Einstein. O, per meglio dire, potrebbero ampliare la sua teoria. Come dicevamo prima, la materia oscura permea l’intero Universo e rappresenterebbe, come detto, la maggior parte della materia dell’Universo. Attraverso i risultati di questa nuova mappa gli astronomi sono stati in grado di capire come è diffusa perché distorce la luce delle stelle più lontane. Quindi maggiore è la distorsione, maggiore è la concentrazione di materia oscura. «Se questa disparità è vera, allora forse Einstein si sbagliava» – ha affermato Niall Jeffrey, ricercatore dell’École Normale Supérieure a BBC News. Questa nuova mappa mostra come la materia oscura sembra diffondersi nell’universo. Le aree nere sono vaste aree di nulla, chiamate vuoti, dove le leggi della fisica sembrerebbero essere diverse. Non me ne vogliano gli amici fisici, ma se fosse proprio un algoritmo ad aiutarci ad aprirci nuove porte? Non tanto per riscrivere ma per ampliare alcune leggi della fisica.

L'articolo L’AI svela la nuova mappa della materia oscura proviene da Data Manager Online.

]]>
Artificial intelligence, l’Europa propone regole rigorose https://www.datamanager.it/2021/06/artificial-intelligence-leuropa-propone-regole-rigorose/ Thu, 10 Jun 2021 14:00:55 +0000 https://www.datamanager.it/?p=210309 Lo sviluppo di un’intelligenza artificiale equa ed etica è diventata una delle questioni più controverse nella Silicon Valley. La proposta della Commissione europea avrebbe un impatto di vasta portata sulle principali aziende tecnologiche che hanno investito nello sviluppo dell’AI Negli Stati Uniti, i rischi dell’intelligenza artificiale sono al vaglio anche delle autorità governative. Il 21 […]

L'articolo Artificial intelligence, l’Europa propone regole rigorose proviene da Data Manager Online.

]]>
Lo sviluppo di un’intelligenza artificiale equa ed etica è diventata una delle questioni più controverse nella Silicon Valley. La proposta della Commissione europea avrebbe un impatto di vasta portata sulle principali aziende tecnologiche che hanno investito nello sviluppo dell’AI

Negli Stati Uniti, i rischi dell’intelligenza artificiale sono al vaglio anche delle autorità governative. Il 21 aprile 2021, la Commissione europea ha reso pubblica una proposta di regole (“Harmonised rules on artificial intelligence”) che fisserebbe limiti all’uso dell’intelligenza artificiale in una serie di attività dalle auto a guida autonoma alle decisioni di assunzione, al prestito bancario, alla selezione delle iscrizioni scolastiche e al punteggio degli esami. La proposta legislativa nota come Artificial Intelligence Act, è la prima iniziativa, a livello mondiale, che fornisce un quadro giuridico per l’intelligenza artificiale.

Le nuove regole saranno applicate direttamente allo stesso modo in tutti gli Stati membri sulla base di una classificazione delle applicazioni di AI basata sui rischi. Occorre precisare che la proposta non prende esplicitamente in considerazione le applicazioni robotiche dotate di intelligenza, apprendimento e autonomia che, per la loro varietà e complessità, richiederanno documenti specifici.

I sistemi AI considerati una chiara minaccia alla sicurezza, ai mezzi di sussistenza e ai diritti delle persone saranno vietati. Questo include sistemi o applicazioni di AI che manipolano il comportamento umano per aggirare il libero arbitrio degli utenti (per esempio, applicazioni che utilizzano l’assistenza vocale incoraggiando comportamenti pericolosi dei minori) e sistemi che permettono il punteggio sociale da parte dei governi.

I sistemi identificati come ad alto rischio includono la tecnologia AI usata in:

  • Infrastrutture critiche (per esempio i trasporti), che potrebbero mettere a rischio la vita e la salute dei cittadini;
  • istruzione o formazione professionale, che possono determinare l’accesso all’istruzione e il corso professionale della vita di qualcuno (per esempio, il punteggio degli esami);
  • componenti di sicurezza dei prodotti (come l’applicazione dell’AI nelle apparecchiature medicali);
  • occupazione, gestione dei lavoratori e accesso al lavoro autonomo (software di selezione dei CV per le procedure di assunzione);
  • servizi pubblici e privati essenziali (il credit scoring che nega ai cittadini la possibilità di ottenere un prestito);
  • applicazione della legge che può interferire con i diritti fondamentali delle persone (valutazione dell’affidabilità delle prove);
  • gestione della migrazione, dell’asilo e del controllo delle frontiere (come la verifica dell’autenticità dei documenti di viaggio);
  • amministrazione della giustizia e dei processi democratici (per esempio, l’applicazione della legge a un insieme concreto di fatti).

I sistemi AI ad alto rischio saranno soggetti a obblighi rigorosi prima che possano essere messi sul mercato, in particolare:

  • controlli mediante adeguati sistemi di valutazione e mitigazione del rischio;
  • controlli sulla qualità dei dati immessi nel sistema per minimizzare i rischi e possibili esiti discriminatori;
  • obbligo di registrazione delle attività per garantire la tracciabilità dei risultati;
  • obbligo della documentazione dettagliata che fornisca tutte le informazioni necessarie sul sistema e i suoi obiettivi affinché le autorità possano valutarne la conformità;
  • obbligo di informazioni chiare e adeguate all’utente;
  • obbligo di misure appropriate di supervisione umana per minimizzare il rischio;
  • obbligo di alto livello di robustezza, sicurezza e accuratezza.

Margrethe Vestager, executive vicepresident of the European commission for a Europe fit for the Digital Age, ha commentato: «Sull’intelligenza artificiale, la fiducia è un must, non un nice to have. Con queste regole di riferimento, l’UE sta guidando lo sviluppo di nuove norme globali per assicurarsi che l’AI sia affidabile. Stabilendo gli standard, possiamo aprire la strada a una tecnologia etica in tutto il mondo e garantire che l’UE rimanga competitiva lungo la strada. Le nostre regole, che sono future-proof e innovation-friendly interverranno dove strettamente necessario, quando la sicurezza e i diritti fondamentali dei cittadini dell’UE sono in gioco».


Gianmarco Veruggio scienziato robotico – www.veruggio.it

L'articolo Artificial intelligence, l’Europa propone regole rigorose proviene da Data Manager Online.

]]>