Ogni cosa è parametrizzabile. Il cloud nell’era della maturità

Ogni cosa è parametrizzabile. Il cloud nell’era della maturità

Ora che la virtualizzazione investe praticamente ogni aspetto infrastrutturale e applicativo, si può ancora parlare di cloud computing come “alternativa”? Le storie di progettualità di Banca Popolare di Sondrio, ENI, Italgas, Citterio, Impresa Pizzarotti & C. e SACMI per capire come governare al meglio quello che per molti è solo l’inizio del cambiamento

Nell’epoca dell’ormai conclamato Everything as a Service, ha ancora senso discutere di cloud computing? A un quarto di secolo dai primi riferimenti alla metafora della “nuvola”, non faremmo forse meglio a tornare a parlare più propriamente di una nuova metafora dell’IT? Dopo una lunga incubazione teorica e terminologica e archiviata la fase di acculturazione avvenuta subito dopo il debutto, quasi 15 anni fa, del primo servizio IaaS pubblico (lo spin-off degli Amazon Web Services dalla piattaforma di e-commerce risale all’agosto del 2006), il fenomeno cloud computing si è imposto in tutta la sua complessa maturità. Il mercato delle tecnologie, dei servizi e delle piattaforme proprietarie e open rivolte alla trasformazione in cloud delle infrastrutture private o alla implementazione di cloud pubblici, pullula di brand consolidati, di campioni più recenti e di una pletora di startup in continuo divenire.

La metafora della virtualizzazione e della cosiddetta “astrazione” delle funzionalità “programmabili” (computing and network virtualized functions) dal substrato dei dispositivi hardware, investe ormai ogni ambito. Prima il software applicativo, le infrastrutture, gli ambienti di sviluppo inserite nella originaria triade SaaS/IaaS/PaaS. Poi la connettività delle reti a livello locale e geografico, lo storage, il data center “software defined”, il disaster recovery, la sicurezza, l’edge computing as a Service. Tutti paradigmi che portano con sé nuove modalità di erogazione, ma anche nuovi linguaggi di programmazione, nuovi framework per sviluppatori, nuove architetture di database. Una rivoluzione pervasiva e profonda che trasforma il modo di vedere, implementare e soprattutto governare quella che ancora chiamiamo Information Technology. E che queste descrizioni non siano un mero esercizio retorico di un giornalismo tecnologico in perenne ricerca di nuovi nomi per concetti vecchi, lo ha dimostrato plasticamente la facilità con cui le organizzazioni hanno reagito, attivando soluzioni di smart working e lavoro remoto su vasta scala per rispondere all’emergenza pandemica che ha portato alla chiusura dei tradizionali spazi degli uffici, della scuola, del terziario pubblico e privato.

STORIE DI PROGETTUALITÀ

Data Manager torna a interrogarsi sull’attualità del cloud computing nelle imprese e nella pubblica amministrazione in Italia e sulle future prospettive di un insieme di tecnologie che sicuramente godono di un ulteriore spazio di crescita e maturazione. Come sempre, per favorire la spontaneità e l’interattività del dialogo, proponiamo una serie di spunti di ragionamento su un tema che è impossibile esaurire in quesiti circoscritti. L’obiettivo è permettere di esplorare, in situazioni diverse, le varie storie di progettualità in cloud, offrendo un confronto tra le diverse strategie e modalità di approccio in ambiti come lo IaaS, il PaaS, il software defined networking, l’IoT, l’interazione cloud-edge, e i nuovi servizi di storage, disaster recovery, security as a Service. L’interesse della tavola rotonda pone l’attenzione sul cloud e le sue applicazioni. In particolare, su come viene affrontato il problema della transizione dai modelli “monolitici” ai “microservizi”, anche dal punto di vista dell’acquisizione, formazione, reclutamento di nuove competenze in materia di linguaggi, framework e metodologie di sviluppo e deployment.

Il secondo giro di interventi intorno al tavolo virtuale ha affrontato da un lato il tema dell’impatto che il cloud può avere sui tradizionali ruoli dei manager dell’IT e della loro relazione con il top management e le altre figure decisionali; e dall’altro un aspetto abbastanza trascurato ma non marginale come la “democraticità” del cloud. In che misura una strategia orientata al cloud rischia di diventare appannaggio di organizzazioni di grandi dimensioni, ben strutturate, o comunque capaci di superare le inevitabili soglie di complessità? Quali sono i fattori abilitanti e gli ostacoli di una innovazione “di sistema”, capillare e duratura, dentro a un tessuto produttivo dominato dal modello di impresa delle PMI?

Anche secondo Piergiorgio Spagnolatti, head of Infrastructure di Banca Popolare di Sondrio, il varo di AWS coincide con la svolta che a metà degli anni 2000 ha reso esplicito il ruolo della virtualizzazione nel disaccoppiare gli strati fisici e logici dell’informatica. L’istituto bancario ha cavalcato quest’onda, assecondando una visione tattica della questione. «Nei primi anni – racconta Spagnolatti – abbiamo osservato un po’ a distanza il fenomeno del cloud pubblico, forse perché non erano evidenti clamorosi vantaggi, tenendo però ben presente i nuovi modelli di consumo». La standardizzazione di infrastrutture e piattaforme software utilizzabili as a Service faceva insomma riflettere i responsabili IT di Popolare Sondrio su nuove modalità di erogazione dei servizi interni. «Come potevamo far evolvere le nostre metodologie e i modelli architetturali per poterli confrontare con ciò che era disponibile su cloud?».

UNA TOOLCHAIN PER IL FUTURO

Banca Popolare di Sondrio ha avviato una strategia di acquisizione di tecnologie come i container, i microservizi e il DevOps. «Adottare queste architetture ha rappresentato un salto in avanti, perché ci ha messo in condizione di industrializzare molti processi – sottolinea il responsabile infrastrutturale dell’istituto bancario. Al tempo stesso, l’adozione di certe metodologie si sposa con l’alta mobilità delle applicazioni e implica meno attriti nell’eventuale spostamento dei carichi di lavoro verso il cloud pubblico». Avere a disposizione una “toolchain” capace di coprire il percorso che va dal codice sorgente all’esercizio governato on prem, in cloud o in modalità ibrida – conclude Spagnolatti – significa massimizzare le opzioni per il futuro del gruppo. «Senza essere costretti a fare una scelta definitiva, seguiamo l’evoluzione dei sistemi legacy, e con la maturazione dal punto di vista delle operation può evolvere l’intera architettura. Non siamo più legati a una serie di stack isolati, ma possiamo ragionare in un’ottica di insieme».

Lo scenario fin qui descritto, fatto di servizi ad alto contenuto IT ma fondamentalmente rivolti all’esterno, cambia radicalmente nel caso dell’Impresa Pizzarotti & C., i cui cantieri sono presenti in 15 nazioni e la cui informatica serve principalmente l’utenza interna. «Solo sul lato del cliente finale – spiega il direttore IT Augusto Lambertino – dobbiamo interfacciarci con la committenza pubblica delle grandi opere che realizziamo. Ma la parte applicativa cambia notevolmente». L’impresa ha sempre guardato con interesse al fenomeno cloud e già nel 2014 ha completamente spostato sulla piattaforma Microsoft Office 365 le sue applicazioni. «Allora, questo ci dava notevoli vantaggi in termini di continuità, specie in servizi come la posta elettronica. Da qui, abbiamo lavorato sul disaster recovery, attraverso un provider nazionale basato su data center integrati in Microsoft Azure». Come spiega Lambertino – l’Impresa Pizzarotti & C. non ha perseguito obiettivi di migrazione totale in infrastrutture cloud, privilegiando una strategia ad hoc e oggi sta affrontando il discorso della virtualizzazione della rete. «Sul versante applicativo interno abbiamo avviato i primi test con la tecnologia dei container. Il numero di applicativi custom è abbastanza limitato, ma stiamo andando incontro all’aspetto dell’integrazione dei dati, proprio per non creare troppi silos».

Quale che sia la natura dei workload, tanto più in contesti complessi e ibridi, le soluzioni Dynatrace – interviene l’Italy director Emanuele Cagnola – servono a dare concreta visibilità end-to-end alla performance delle applicazioni. «L’obiettivo è fornire automaticamente alle operations, ai team di sviluppo, ma anche ai livelli dirigenziali, una serie di evidenze sia sulla infrastruttura che sottostà alle applicazioni sia sulla customer experience». Cagnola suggerisce una serie di use case in cui la capacità introspettiva Dynatrace può essere risolutiva, soffermandosi per esempio su classico scenario della “war room” in cui vengono rilevati malfunzionamenti non direttamente riferibili a specifici disservizi. In questi casi – come rileva Cagnola – la visibilità spesso è solo illusoria: per un troubleshooting efficace non basta disporre di dati tecnici puntuali ma privi di correlazione. «L’osservabilità vera – conclude il responsabile di Dynatrace in Italia – è quella che anche in progetti di migrazione verso il cloud, ossia nel passaggio dalle applicazioni monolitiche al mondo dei microservizi, consente di rendere molto più agile la trasformazione, rispettando le tempistiche di questi progetti».

QUANDO LA ROBUSTEZZA È TUTTO

Come viene vissuto il fenomeno hybrid cloud in un colosso energetico come Eni, che deve portare le sue tecnologie IT in uno scenario operativo distribuito in una settantina di nazioni, quasi sempre in ambienti estremi? Gabriele Provana, head of ICT Infrastructure Operations & Delivery, sostiene che per assicurare piena operatività alle infrastrutture Eni, le decisioni avvengono nel quadro di un complesso processo evolutivo e non possono tener conto solo di specifiche tecnologie. «Eni ha costruito il suo green data center e il suo cloud network, realizzando nodi come il sistema HPC 5, il sesto supercomputer più potente al mondo per affrontare il fenomeno del dato come nuovo petrolio. Nei suoi ambienti di lavoro altamente digitalizzati sono in funzione sensori e wearable per la “smart safety”. All’interno del data center, troviamo una sensoristica progettata molto prima che il termine IoT diventasse così popolare» – spiega Provana. L’intera infrastruttura Eni è da sempre improntata a livelli di resilienza e robustezza che in quest’ultimo anno sono diventati un tema ancora più fondamentale.

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Ma una infrastruttura privata così imponente non impedisce al team IT di Eni di considerare politiche di cloud pubblico e ibrido. «Un ambito come la collaboration, per esempio, prevede il cloud come scelta di campo» – conferma Provana. «Esiste una sorta di “economia algoritmica” per cui diverse altre piattaforme cloud possono essere più performanti». Il cloud – come rileva ancora il capo progetto delle infrastrutture Eni – è ancora un «adolescente» in termini di primavere vissute, ma la spinta è notevole e la tecnologia viaggia a velocità davvero difficili da metabolizzare. «Più che in termini di scelte, Eni deve discutere di progettualità e al momento – conclude Provana – l’offerta IaaS pubblica fine a se stessa non è sempre così allettante per società di queste dimensioni e complessità, mentre più interessante al momento è la componente PaaS e le possibilità di continua evoluzione sulle nuove tecnologie di frontiera».

Se a un’azienda come SACMI non mancano titoli di eccellenza e leadership internazionale, il contesto di mercato – quello delle macchine per la lavorazione della ceramica, dei metalli e della produzione di contenitori in materia plastica – è compatibile con dimensioni più pronte a beneficiare dei vantaggi del cloud pubblico. In questo senso, Marco Corsi, arrivato poco più di un anno fa come Group CIO e chief digital officer dell’azienda, ha introdotto molte innovazioni. «SACMI è cresciuta molto negli ultimi vent’anni, allargando il proprio footprint in tutto il mondo con realtà produttive in Cina e India e un network commerciale presente anche in Africa e nelle Americhe. Come azienda storica, porta con sé un retaggio IT tradizionale in cui l’argomento cloud era quasi un tabù» – racconta Corsi. E quindi la trasformazione messa in atto dal nuovo CIO rappresenta un vero passo avanti. In veste di CDO, Corsi ha disegnato un percorso di svecchiamento che parte dal workplace, anche qui con l’adozione di Microsoft Office 365.

UN APPROCCIO UTILITARISTICO

L’azione si è in seguito spostata sull’infrastruttura di rete, per la quale sono state adottate tecnologie SD-WAN che hanno portato a una maggiore integrazione e visibilità delle filiali dell’azienda. «Oggi, affrontiamo l’evoluzione del data center» – spiega Corsi. «Da un contesto tradizionale composto da un certo numero di macchine virtuali, questa evoluzione punta a una esternalizzazione con un approccio molto utilitaristico che però conserva un core applicativo, ERP e PLM on prem». E che conferma ancora una volta la duttilità di tecnologie e servizi che possono felicemente prestarsi alle esigenze di pragmatismo che contraddistinguono molte aziende come SACMI.

Come è già emerso dalle esperienze raccontate finora, lo “use case” del dato è di per sé un altro fattore che può spingere un’organizzazione a intraprendere una strategia cloud. Lo ribadisce Andrea De Rossi, CTO e fondatore di ITReview, Qlik Elite Solution Provider, esperta di tecnologie Qlik e attiva nel dominio della business intelligence, della data visualization e della data quality. «Tra le tante storie dei nostri clienti – racconta De Rossi – c’è il caso di una software house specializzata in soluzioni gestionali che sta migrando in cloud qualcosa come centomila clienti. Per rispettare le tempistiche necessarie al trasporto e all’elaborazione dei dati tra cloud e on prem, una infrastruttura cloud scalabile è l’unica alternativa possibile». Sono sempre più numerose – secondo De Rossi – le aziende che scelgono di implementare progetti Big Data, sfruttando la potenza e la flessibilità del cloud. Molti clienti di ITReview accedono a piattaforme di business intelligence completamente in cloud, proprio per la necessità di rispondere alla stagionalità dei picchi di richiesta e alla generale variabilità dei carichi di lavoro.

Con Italgas il discorso torna nell’ambito dell’energia e dell’IoT. Primo operatore in Italia e tra i maggiori in Europa – spiega l’head of Innovation Process, Architectures & Cloud Services Domenico D’Amore – Italgas gestisce qualcosa come 7,5 milioni di contatori smart e dal punto di vista dell’adozione di tecnologie cloud rappresenta un caso unico tra le aziende che partecipano al tavolo virtuale di Data Manager. «Dal punto di vista informatico, la nostra è una lunga storia. La virtualizzazione – precisa D’Amore – inizia quando eravamo ospiti del green data center dell’allora capogruppo Snam. Con lo scorporo e la relativa quotazione nel 2017, le infrastrutture IT di Italgas optano per una migrazione su public cloud, portata a termine grazie al grosso lavoro di standardizzazione delle app svolto negli anni precedenti». Il progetto di “shift” verso il cloud – come spiega D’Amore – dura circa tre trimestri e avvia per l’IT di Italgas un percorso nuovo, che include un ulteriore step rivolto allo sviluppo in modalità PaaS di app cloud native.

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SOLUZIONI COMPLESSE E VELOCI

Nella Digital Factory di Italgas – spiega ancora il responsabile dell’innovazione dell’azienda – si trovano ruoli provenienti dal comparto IT e in rappresentanza dello staff e del personale di campo. A tutti, l’uso di una piattaforma virtuale consente di essere molto rapidi nello sviluppo di soluzioni complesse. «Per esempio, una soluzione di collaboration per le squadre tecniche che prevede l’uso di visori di augmented reality e interazione con comandi vocali» – dettaglia D’Amore. «Ma il cloud ci consente di affrontare l’analisi dei dati generati dagli oggetti intelligenti nei nostri impianti sia per migliorare i processi sia per sviluppare nuovi servizi». Uno strumento fondamentale – conclude D’Amore – «per una Italgas impegnata su fronti come la transizione energetica o il Piano nazionale di rilancio che prevede anche la gestione di energie innovative, grazie a reti di distribuzione sempre più flessibili».

Dai tubi smart del gas agli insaccati di Citterio il passo è lungo, ma il CIO Paolo Fila non deflette dai suoi piani di innovazione. Fila afferma di aver trovato molte affinità con il percorso descritto da Lambertino di Impresa Pizzarotti & C. «Il comparto è molto diverso, ma per dimensioni e storia imprenditoriale siamo molto simili» – spiega il responsabile IT di Citterio. «Siamo partiti da una prima fase di virtualizzazione e ora ci affacciamo al cloud, spinti dalla consapevolezza di cose che oggi si possono fare, come l’esternalizzazione di certe funzioni. Ma anche, non dimentichiamolo, perché ci sono condizioni esterne più favorevoli». Fila si riferisce a una questione che altrove, in Europa, sarebbe probabilmente scontata. «E invece in Italia, la banda disponibile per le connessioni al cloud non è poi così uniforme». Citterio ha imboccato una strada molto graduale, partendo dalla esternalizzazione di servizi come il backup e in seguito il disaster recovery. «Il cloud ci ha aiutato molto nella collaboration, facendo in modo che tra diverse sedi in Italia e all’estero, potessimo lavorare tutti insieme. Lo stesso è avvenuto con alcune applicazioni, e man mano che queste dovranno essere riviste, le potremo aggiornare in senso cloud. All’avvento della fatturazione elettronica, per esempio, non ci siamo neanche posti il problema». Anche in Citterio, insomma, predomina un atteggiamento pragmatico. «Ci sono cose che sembrano nate per il cloud, una di queste è la business intelligence. La strada è tracciata e non esitiamo a usare un approccio ibrido. L’unico vincolo è l’infrastruttura al contorno perché in alcune zone certe possibilità sono escluse». Tra i temi che Fila osserva con maggiore interesse ci sono l’IoT e l’Industry 4.0, ma anche qui la prudenza è d’obbligo: «La qualità delle connessioni resta un punto critico, anche in una lavorazione poco complessa. Ma sul prodotto “fresco” è fondamentale perché ogni fermo, in impianti che confezionano mezzo milione di vaschette di salame, può comportare perdite significative».

La tavolozza di soluzioni Rubrik orientate alla protezione e alla gestione del dato sembra essere ritagliata a misura delle esperienze vissute da Impresa Pizzarotti & C. e Citterio. Con un’età anagrafica che permette a Rubrik di essere annoverata tra le startup, l’azienda americana vanta una consolidata leadership come innovatore, grazie a una piattaforma cloud di gestione e orchestrazione che parte dal backup e consente di introdurre forme di sicurezza in cloud con gradualità, facendo leva sull’automazione per abbattere le complicazioni e i costi. «Stiamo registrando un aumento esponenziale per tutte le tipologie di servizio – spiega il country manager italiano Cristian Meloni – molte aziende scelgono il cloud, che senza essere una panacea universale funziona molto bene per la sicurezza in un modello di responsabilità condivisa: il provider mette a disposizione infrastrutture e servizi e l’utente finale rimane il titolare responsabile del dato».

EVITARE L’EFFETTO LOCK-IN

Cristian Meloni di Rubrik è il primo a riconoscere che una soluzione cloud non è per forza adatta a ogni tipo di esigenza e che nel caso della sicurezza c’è anzi molta complementarietà con approcci tradizionali. «La pandemia ha sicuramente spinto a spostare funzioni come il backup in cloud, ma in certi casi si registra un percorso inverso, spesso determinato da considerazioni sui costi». Il ruolo di Rubrik – come spiega Meloni – è anche quello di affiancare i clienti nelle scelte e nell’impostazione dei servizi, a volte partendo dalla creazione di repository più semplici, creando all’interno delle organizzazioni “bolle” di cloud pubblico a supporto di specifici test. «Sapendo però che sono possibili migrazioni molto più complesse e complete». Ma in questi casi – avverte Meloni – «è sempre consigliabile tutelarsi da spiacevoli effetti di lock-in cercando di seguire strategie multi-cloud e differenziando i servizi».

La seconda parte della discussione si sposta in un ambito di accessibilità e governo delle risorse cloud, in particolare dal punto di vista delle aziende di medie dimensioni, che non sempre annoverano, al loro interno, competenze tecniche e legali. Come impatta in questo senso la relazione con il mondo dei service provider? Il cloud è una scelta davvero aperta a tutti? Secondo Piergiorgio Spagnolatti di Popolare Sondrio, il tema è molto sentito all’interno di un settore sottoposto a molti controlli, passato in tempi abbastanza rapidi da una situazione in cui il cloud prevedeva più cautele che regole. «Oggi, siamo chiamati a porre la nostra due diligence su tematiche identificate da Rubrik, per esempio, il vendor lock-in» – afferma Spagnolatti. «Dal lato dell’offerta non c’è ancora sufficiente flessibilità nella gestione dei service level agreement. Viceversa, ci sono troppe semplificazioni nelle capacità di monitoraggio offerte a operatori sottoposti a un sistema di regole così esteso». In altre parole, si può dire che una banca fatica troppo a guardare in dettaglio quello che c’è all’interno della scatola chiamata cloud? «Come diceva Provana, il cloud è un adolescente che comincia a trovare la sua strada, bisogna sicuramente alzare certi requisiti minimi» – conclude Spagnolatti. «Portare i dati in cloud e dimenticarli è una ricetta per il disastro, la responsabilità rimane del proprietario».

Gli stessi CIO, nel loro nuovo ruolo di broker di servizi esterni, dovranno maturare una serie di competenze in un percorso che è appena iniziato. Questo vale per un sistema iper-regolato e denso di tecnologie come quello bancario, ma anche – osserva Augusto Lambertino – per un’impresa di costruzioni come Impresa Pizzarotti & C. che ha dato molto spazio alla governance della sua trasformazione, curando anche l’aspetto delle competenze interne. «È necessario avere una grande capacità di controllo, soprattutto per quanto riguarda il dato che viene esternalizzato e che rappresenta il valore aggiunto di ogni azienda» – afferma il direttore IT di Impresa Pizzarotti & C. «Su questo punto il nostro management insiste molto, perché l’intero settore sta attraversando una fase di industrializzazione e digitalizzazione che altri ambiti, per esempio il manifatturiero, hanno già affrontato nella loro trasformazione».

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TRUSTED ADVISOR

Per Emanuele Cagnola di Dynatrace, governance e osservabilità sono strettamente correlate. «Un team che ha piena visibilità sul “paesaggio” applicativo può muoversi e decidere in modo corretto». Per sua natura – osserva ancora Cagnola – una strategia multicloud è democratica perché la dinamicità dei costi a consumo e il fatto di non avere una infrastruttura propria va a vantaggio delle piccole come delle grandi organizzazioni. Ovviamente, il passaggio a un approccio non più verticale ma orizzontale rispetto ai servizi non deve essere immediato. E se il cloud viene interpretato come strumento di crescita, il nuovo non si può gestire come “as is”. «Proprio per questa ragione, cerchiamo di maturare insieme ai clienti i contesti applicativi più opportuni, diventando i loro trusted advisor».

Quando si parla di digitalizzazione – avverte Gabriele Provana di ENI – non c’è dicotomia tra un business che scalpita per correre verso il futuro e fenomeni come la transizione energetica o l’economia circolare. «Tutti i nostri settori di business si misurano su un percorso di trasformazione molto sfidante. Ma un’azienda deve misurarsi anche sui propri scopi, non solo sull’ottimizzazione dei processi e questo complica lo sforzo che stiamo affrontando». Ripercorrendo la storia recente delle tecnologie che ci hanno aiutato a superare i mesi di lockdown, Provana esorta a riprogettare, in modo concertato, un mondo del lavoro che esce profondamente modificato proprio dall’impatto tecnologico e dalla pandemia. Gli elementi che aiutano a governare la trasformazione sono fondamentali perché se è vero che capacità finanziaria, servizi cloud e tecnologie sono grandi abilitatori, non possono bastare da soli. Servono anche e soprattutto organizzazione, cooperazione e un’evoluzione dell’assetto del modo di lavorare. «Il canone dei servizi cloud è il nuovo terreno di discussione dopo il copyright del software. Occorre creare situazioni win-win tra aziende e service provider» – afferma Provana. E un altro punto della progettualità che ci attende nel breve e medio periodo è il digital divide, considerato anche in termini culturali. Se lo scenario futuro vedrà solo una oligarchia di pochi provider, non ci sarà molta democrazia sul cloud. Anche per questo, assistiamo in Europa e altrove a tentativi di creare un approccio davvero pubblico e trasparente allo sviluppo di un’offerta di servizi. «Nel governo dell’hybrid cloud, dove certe competenze core rimangono in azienda, sarà opportuno sviluppare metodiche di automazione che aiutino a raggiungere l’obiettivo di una tecnologia delle persone per le persone» – conclude Provana. «Dobbiamo insomma ricostruire un’etica della tecnologia affinché essa non sia guidata solo dai trend commerciali del momento e non sia semplicemente fine a se stessa».

Per Marco Corsi, l’intera tematica della governance è soprattutto di natura culturale. «Per cui formazione e ingaggio di risorse native diventano molto importanti, come hanno rilevano in molti». Il CIO e CDO di SACMI dice di ritenersi privilegiato nel suo ruolo di progetti focalizzati sulle Operation Technologies dell’automazione “embedded” che caratterizza il mondo manifatturiero. «IT e OT sono una “doppia agenda” aperta su una pagina di continuo confronto in un contesto di open innovation: una sfida in cui il cloud appare come un fattore strategico».

ALLA VELOCITÀ DEL BUSINESS

Tanto più – aggiunge il CTO di ITReview Andrea De Rossi – se nel suo ruolo di orchestratore di questi servizi il CIO sarà davvero chiamato a fare letteratura su dati molto difficili da leggere e analizzare. «Il problema della governance è anche un problema di data literacy, di alfabetizzazione dei dati. Per Gartner, l’intelligenza artificiale ci ha fatto entrare in un’era di digitalizzazione che porterà entro il 2030 a una nuova rivoluzione industriale. Un salto che avviene nell’arco di una, due generazioni, non sei, e che richiede interventi radicali sulla formazione scolastica».

In Italgas – spiega Domenico D’Amore – il tema del reale controllo dei livelli di servizio si affronta anche attraverso un ampio commitment, a partire dal top management. «Non è solo perché si tratta di progetti molto importanti sul piano dei costi, ma proprio perché su tematiche come la cybersecurity, per esempio, occorre un impegno trasversale in azienda, pensando soprattutto alla compliance». Un altro aspetto da non trascurare – osserva D’Amore – è la gestione dei costi nel tempo, perché questi sono per forza destinati a lievitare, specie in funzione dell’aumento dei volumi di dati generati. «La bravura del management può comprimere leggermente certe dinamiche, ma il vero obiettivo è la piena trasparenza sulle modalità con cui esse sono determinate». Un altro aspetto su cui interviene il responsabile dell’innovazione in Italgas è la partnership tra fornitori e system integrator. «Abbiamo trasformato l’impianto dei nostri contratti, compresi quelli relativi ai servizi cloud, preferendo parlare di “premialità” anziché di penalità e abbiamo ottenuto risposte molto positive».

Paolo Fila di Citterio si dice convinto che la “democrazia del cloud” è prima di tutto un tema di apertura e trasparenza dei costi, e offre sulla governance un punto di vista più generale, abbastanza in linea con quanto auspicato da Gabriele Provana di ENI. «La governance si declina in diversi aspetti, uno dei quali deve coinvolgere le istituzioni internazionali e i governi: si deve insomma partire da un controllo di tipo istituzionale». L’altro punto fermo è che tutto deve passare dalla sicurezza del dato e delle transazioni e dalla certezza nei confronti di chi opera sul cloud. «Non a caso in Citterio – conclude Fila – la governance sui contratti cloud è affidata a chi si occupa di sicurezza».

Un fatto certo rilevato da Cristian Meloni di Rubrik, sulla scia delle considerazioni di Fila, è che il cloud porta con sé un cambiamento dei ruoli di responsabilità nelle aziende. «Lo dice la nostra esperienza relativa alle figure che dobbiamo convincere come vendor. Per chi adotta il cloud in modo massiccio e si trova a dover orchestrare tanti servizi dall’esterno, è più facile vedere il ruolo della tecnologia nell’abilitare e dare operatività. Tutti i reparti aziendali vedono questo valore e smettono di considerare l’IT come un centro di costo». Proprio in quest’ultimo anno, abbiamo potuto apprezzare le doti di creatività e velocità dei CIO che restano centrali nell’anticipare il cambiamento, traducendolo in strategia. «Il prossimo passo  – conclude Meloni – sarà consentire loro di diventare sempre più propositivi al tavolo del management: perché proprio grazie alla flessibilità di adozione del cloud, la trasformazione può viaggiare alla stessa velocità del business».


Point of view

Intervista a Emanuele CagnolaItaly director di Dynatrace: Un cannocchiale sull’IT

Intervista ad Andrea De Rossi, CTO e fondatore di ITReview: Dentro la nuvola dei dati

Intervista a Cristian Meloni, country manager Italia di Rubrik: Backup on cloud