rivistaluglioagosto2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 13:09:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaluglioagosto2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 #SiamoForty: Identità e trasformazione https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-identita-trasformazione/ Fri, 22 Jul 2016 12:29:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106611 Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente? L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, […]

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Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, gli italiani fanno i conti con la paura del terrorismo interno. Si aprono a Montreal (Canada) i XXI Giochi Olimpici. La benzina costa 53 centesimi di dollari al gallone. Felice Gimondi vince il Giro d’Italia, la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Scoppia lo scandalo Lockheed e Piero Pelosi viene condannato per l’omicidio Pasolini. Il 1976 è anche l’anno della prima stampante laser, l’IBM 3800, del sistema a terminali HP 3000 serie I di HP e del primo supercomputer commerciale, il Cray-1 realizzato da Seymour Cray. Debutta il sistema di scrittura TES 501 di Olivetti, si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. Steve Jobs e Steve Wozniak, un anno prima avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. E mentre si chiude la dolorosa pagina della guerra in Vietnam, ad Albuquerque, New Mexico, due giovanissimi Bill Gates e Paul Allen danno inizio a quella che oggi chiameremmo una startup con il nome di «Micro-Soft Company».


#innovazione Nel 1976, l’Italia entra nel #G7 e i #CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”
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Nel primo numero di Data Manager si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. Gli italiani si siedono per la prima volta davanti alla televisione e si dividono in due target per guardare la Domenica In di Corrado mentre sul Secondo Canale debutta L’altra domenica di Renzo Arbore. Intanto, la Corte costituzionale dichiara legittime le trasmissioni radiotelevisive a copertura locale di reti private e inizia una lunga stagione che avrebbe trasformato antropologicamente il popolo televisivo, da spettatori a trend setter, passando dal telecomando allo smartphone. Gli uomini di Al Fatah in Libano tentano di bloccare l’avanzata di truppe siriane. Il Napoli vince per la sua seconda volta la Coppa Italia. L’Unione Sovietica lancia nello spazio la navicella Soyuz 21 con due astronauti a bordo. Bettino Craxi diventa il nuovo segretario del PSI. La sonda Viking II atterra su Marte. Muore Mao Tse-Tung, leader della Cina moderna. Jimmy Carter è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Nello stesso anno, James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M si legge che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro. Sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico, l’Italia entra nel G7. In questa trasformazione, da Paese agricolo a potenza industriale europea, gli investimenti pubblici di Stato con le attività di Iri, Eni e Cassa del Mezzogiorno hanno un ruolo determinante. Nella seconda fase dello sviluppo del Paese, il “capitalismo senza capitali”, certe “relazioni pericolose” e il baratto tra spesa pubblica e consenso elettorale, faranno la differenza tra economia di mercato ed economia dei “salotti buoni”, tenendo l’Italia ai margini della competizione e aprendo alla grande svalutazione degli asset principali.


#innovazione In Italia #Investimenti pubblici e privati sotto la media europea
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Formiche o aquile?

Nel 1976, Eugenio Montale scriveva che “si deve attendere un pezzo prima che la cronaca si camuffi in storia: solo allora il volo di una formica sarà d’aquila”. Dopo 40 anni, le imprese italiane sono ancora formiche laboriose in un mondo di giganti. C’è un momento in cui si tracciano i bilanci e si guarda indietro prima di affrontare nuove sfide. Durante questi anni, i CIO hanno attraversato due modi molto diversi di “fare” informatica. E oggi, fanno i conti con gli effetti della digital transformation. Industria, cultura e innovazione sono le leve della crescita. La produttività debole è la causa principale del ritardo storico dell’economia italiana. Abbiamo attraversato anni molto difficili, resta il divario tra Nord e Sud del Paese, ma le imprese italiane ce la possono fare: bisogna – però – correre per recuperare tempo e competitività. Tra spinte contrastanti, tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese, offrendo proposte a chi governa il Paese e a chi guida le imprese. I dati ci raccontano un’Italia in cui l’innovazione è a macchia di leopardo, in cui gli investimenti pubblici, ma soprattutto privati, sono inferiori alla media europea, e in cui la pubblica amministrazione fatica a cambiare passo, nonostante l’accelerazione sui pagamenti con la fatturazione elettronica e il lancio del Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID). L’Italia ha enormi potenzialità ancora da esprimere. Il vero problema resta la mancanza di crescita che ci accompagna da 40 anni. Senza crescita non si innova e senza innovazione non si cresce. Un circolo vizioso nel quale l’Italia rischia di restare intrappolata, con un PIL che ha l’effetto di una zavorra troppo pesante. Guardare avanti significa anche prendere atto della realtà che i dati ci raccontano. Ma senza paura del futuro. Perché questo è il punto di partenza per cominciare a cambiare rotta. Secondo i dati della Commissione Europea, in Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75% della media europea) e quelli privati sono lo 0,67% del PIL (0,52% della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Il PIL dei 27 paesi europei supera quello degli Stati Uniti. Gli Stati dis-uniti d’Europa sulla carta contano di più degli Stati Uniti. Ma è vero solo sulla carta. Dopo il 1989 bisognava rendersi conto che non serviva fare l’Europa, ma bisognava costruire il mondo. L’Europa è rimasta un sogno anche perché abbiamo imposto all’Unione un solo obiettivo: la stabilità economica, ma con la sola stabilità contabile, non si può finanziare la crescita. Così, le nostre migliori aziende continuano a crescere sui mercati esteri, peccato che queste aziende contribuiscano a far crescere il PIL del mondo, più di quello nazionale.


Senza #innovazione non si cresce, tocca ai #CIO guidare il rinnovamento del Paese
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Decidere e competere

La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. La cooperazione tra pubblico e privato, e la sinergia tra imprese sono la formula per fare di necessità virtù, per un nuovo modello di sviluppo sostenibile e anche di formazione nella logica di un grande Politecnico o di un grande laboratorio nazionale per l’innovazione. L’innovazione è fonte di crescita, ma non si può sviluppare in un ambiente culturalmente povero. Sarebbe necessario creare alleanze e task force in grado di arruolare le università, i centri di ricerca, il Parlamento, le aziende di ogni dimensione, per un continuo miglioramento culturale. La prosperità cresce nelle società in cui la ricerca di conoscenza è un valore accettato e finanziato. Dentro un cellulare ci sono più di centomila brevetti che determinano il 30 per cento del suo valore. Inventare e brevettare sono il cuore dell’economia. Nel 2014, il numero dei brevetti italiani era sotto la media europea, nel 2015 è andata molto meglio. E nella classifica dei brevetti siamo diciottesimi al mondo. Il ruolo dei CIO è destinato a crescere nelle organizzazioni aziendali con una convergenza verso l’alto e con una fusione tra CIO e CEO. Ma non solo. In questa fase di trasformazione, che non lascia intatti ruoli e competenze, i CIO saranno chiamati a nuove responsabilità, saranno a capo dei dipartimenti di ricerca, dei CERT nazionali, delle forze di polizia e chissà – forse – anche alla guida di ministeri come l’Agricoltura, l’Ambiente e le Infrastrutture. Innovazione è la parola chiave dell’economia moderna. L’innovazione è un elemento necessario per competere sul mercato, ma questa innovazione ha costi che le piccole imprese non possono sostenere. Il pubblico deve esercitare un ruolo fondamentale, ma il motore dello sviluppo rimane l’impresa. A volte un intervento pubblico pesante e invasivo corre il rischio di mortificare capacità e spirito imprenditoriale, spesso creando inutili intralci alla competizione. Nel sistema italiano dell’innovazione, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Lazio sono le regioni che trainano il Paese. In Puglia e Basilicata, nonostante i bassissimi investimenti in R&D, aumenta la velocità di crescita delle imprese innovative. Tra indicatori e classifiche, le differenze di capacità innovativa rispecchiano, ma estremizzano le differenze di sviluppo economico fra Nord e Mezzogiorno, rilanciando una questione di infrastrutture mai risolta e di un Paese a due velocità.


Il vero problema resta la mancanza di #crescita che ci accompagna da 40 anni
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Quale politica industriale?

In Italia serve una vera politica industriale e non una politica di bandiera a sostegno di una malintesa italianità o di imprese senza futuro. Non si tratta di scegliere chi vince e chi perde, ma di stabilire una strategia e di essere capaci di attuarla. E invece siamo ancora a discutere “se fare” e “come fare”. C’è bisogno di stabilità di lungo termine per consentire di gestire processi di innovazione che devono durare anni. Serve una riflessione più radicale e organica sugli investimenti strutturali necessari e una lista vincolante delle priorità da realizzare. Serve una politica di investimenti pubblici, ma anche un’azione concreta contro l’illegalità, l’eccesso di burocrazia, i tempi della giustizia in grado di eliminare i freni agli investimenti privati, interni e internazionali. Un nuovo piano per lo sviluppo deve partire dalle nuove tecnologie, dal green, dalla banda larga su tutto il territorio, dall’unificazione di tutti i data center della PA, dal Sistema Pubblico di Identità Digitale, dall’Anagrafe estesa, dagli open data (veri), che sono l’ABC per rafforzare la competitività delle imprese. Nel 2020 un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. I lavori manuali ripetitivi e a basso valore aggiunto saranno assorbiti dalle macchine. I cosiddetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro, come il tempo libero, cambierà radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave di una grande multinazionale del software mi ha detto che le abilità valgono più delle credenziali accademiche. Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in cybersecurity, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. Gli imprenditori hanno ragione di chiedere flessibilità e semplificazione, ma devono essere i primi a credere nell’innovazione, raddoppiando gli investimenti in ricerca e sviluppo, e assumendo giovani talenti in grado di esprimere la loro creatività. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.


#innovazione Serve un nuova alleanza per lo #sviluppo tra società e #imprese
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Un nuovo patto per lo sviluppo

Ultimi in ordine di tempo i dati che arrivano dall’edizione 2016 del Global Information Technology Report del World Economic Forum (WEF), e che mettono l’Italia al 45esimo posto (su 139 paesi). Un’accelerazione di 10 posizioni, che le vale la qualifica di “top mover” – secondo gli esperti – più per il miglioramento della percezione che per il reale progresso sugli indicatori oggettivi.

Del resto, quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni? R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. Le nuove parole del business e della tecnologia sono collaborazione, cultura, sinergia. Nulla costa caro più della rigidità. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. La Silicon Valley fino a ieri è stata inimitabile. In molti hanno cercato di copiarla senza riuscirci. Oggi, quel modello di creatività e persino di “trasgressione” è diventato qualcos’altro, perché si diventa ricchi tramite la quotazione in Borsa, non più con le invenzioni. Ecco perché dobbiamo essere in grado di pensare a qualcosa di completamente nuovo, riscoprendo e reinventando la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e imprese.


giovanniniSviluppo sostenibile

Unica via per la crescita

I fattori dell’innovazione le incognite della crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse, ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Ma «le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere»

Parlando di nuovi modelli di sviluppo, è la sostenibilità, come stabilito dall’Agenda 2030 dell’ONU, l’unica strada possibile per lo sviluppo. «Una sostenibilità non solo ambientale, ma sociale per stimolare la crescita globale » – così spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e attualmente portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. «Se abbiamo accettato di non voler produrre solo PIL, dobbiamo promuovere istruzione e benessere. Il modello di un’economia lineare è obsoleto. Non possiamo continuare così, ma dobbiamo tenere insieme l’ecosistema ambientale e umano. Non c’è un prima e un dopo: tutto è collegato. L’indice di felicità lorda attuato nel Bhutan può essere un modello anche per noi perché l’economia ha scoperto che se le persone sono felici la produttività migliora. Le migrazioni e i cambiamenti climatici sono fenomeni collegati tra loro, questa è una nuova concezione del problema. È una sfida di grande portata, ma dobbiamo affrontarla, perché l’alternativa è la crisi».

Data revolution

«Nel rapporto per il segretario generale delle Nazioni Unite, abbiamo fatto presente che senza un intervento forte si rischia di avere un aumento delle disuguaglianze e dei divari tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, tra settore pubblico e privato, tra chi sa come usare i dati e chi non sa come farlo. Ci sono problemi tecnologici, ma anche di mindset, cioè di approccio nel comprendere che i dati sono un asset straordinario». Che cosa significa? «Significa che in primo luogo dobbiamo decidere quale futuro vogliamo realizzare. Vuole dire che la tecnologia è un elemento fondamentale per fare questo, vuol dire però coinvolgimento dei cittadini, vuole dire educazione e vuole dire politiche capaci di tradurre la complessità e di governarla. Le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere. Ma se i dati sono un asset strategico, l’Italia non li sta gestendo in questo modo».


.@ASviSItalia I #dati sono un asset, ma l’Italia non li sta gestendo in questo modo
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I fattori di successo

«L’Italia ha attraversato questi 40 anni con straordinari cambiamenti, ma anche perdendo gradualmente terreno. Ricordo quando nel ’99 il Presidente Ciampi doveva fare il suo primo discorso da Presidente della Repubblica e mi chiese tutta una serie di dati di fine del secolo. L’Italia si è collocata sempre sesta, settima, ottava. Negli ultimi dieci anni, è cresciuta mediamente meno degli altri paesi. Perché sottolineo mediamente? Perché anche in questo periodo ci sono state imprese, e non sono poche, che grazie all’innovazione sono riuscite a guadagnare posizioni e a riprendersi dalla crisi del 2009, anche rapidamente. La questione è che abbiamo un paese molto polarizzato, non più neanche dualistico. I fattori di successo sono sempre gli stessi. L’innovazione tecnologica, ma soprattutto investimento in capitale umano, capacità organizzativa e di domandarsi continuamente come possiamo cambiare per essere non solo più efficienti ma generare nuovi prodotti, nuove idee, aggredire nuovi mercati e così via. L’età conta molto, a parità di altre condizioni vediamo che le piccolissime imprese gestite da giovani sono più aggressive ma anche più di successo. La qualità del management è fondamentale. Essere imprese di successo vuol dire anche capire i nuovi bisogni perché le persone si stanno spostando verso prodotti e servizi non solo più sostenibili sul piano ambientale, ma sostenibili anche sul piano sociale».

L’Italia sta veramente mettendo i suoi soldi sulle cose che contano?

«Non lo so. Noi abbiamo speso dieci miliardi all’anno da qui all’eternità per i famosi 80 euro. E sa che cosa si può fare con dieci miliardi all’anno, tutti gli anni? Lei può trasformare le nostre università in MIT, avendo la fila dei migliori esperti che vengono in Italia. Lei può fare innovazione obbligando le imprese a lavorare con le università, creando quelle sinergie che oggi non ci sono, e dando un’accelerazione che oggi manca. E invece che cosa abbiamo deciso? Di finanziare i consumi nella speranza che i consumi tirino l’economia, sapendo come ci ha detto l’Istat, che la penetrazione sul mercato interno delle importazioni cresce. Se noi consumiamo invece di investire sul futuro, non stupiamoci che poi quando saremo nel futuro, ci accorgeremo di avere sprecato le nostre risorse».


mastronardiNon avrai altro DIO al di fuori di me

Università e imprese. Ma chi premia il talento? Nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo. L’evoluzione del ruolo del CIO e l’idea di un grande Politecnico nazionale per unire le forze ed eliminare il gap di sviluppo tra Nord e Sud

«Siamo un Paese che forma eccellenze, ma non sa premiare il talento». Parola di Giuseppe Mastronardi, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni del Politecnico di Bari e presidente di AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico. «Le università hanno il compito importante di formare i giovani per ottenere i migliori risultati sia sul piano della formazione di base sia sul piano di quella specialistica rivolta al mondo del lavoro. Dobbiamo avere fiducia in questi giovani perché è su di loro soltanto che si può veramente contare per una ripresa e una rinascita del nostro Paese. Noi non siamo esenti dall’assumerci le nostre colpe. Bisogna dare ai giovani lo spazio per proporre la loro visione del mondo, dando le competenze ma lasciandoli liberi di creare e sperimentare. I giovani sanno bene di vivere in un mondo globalizzato, ma sanno accettarne – più di noi – i rischi e le opportunità».

Innovazione e sapere

Le università con i laboratori, i fab lab, gli incubatori di impresa, gli acceleratori per il trasferimento tecnologico stanno costruendo nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo e per promuovere nuove attività imprenditoriali a carattere innovativo basate su un background di ricerca sviluppato in ambito accademico. Come spiega Mastronardi, l’università deve muoversi in modo positivo, creare occasioni di confronto e dialogo, eliminando i compartimenti stagni e invitando i giovani ad avere fiducia nel progresso e nella sua stretta relazione con l’avanzamento della conoscenza. «C’è da dire che nell’ambito delle università abbiamo avuto molte riforme che guardavano più alle carriere che ai contenuti. Nonostante tutto, le riforme non hanno destabilizzato il sistema universitario e abbiamo resistito. Diciamo che siamo stati “forti” anche noi, nel mantenere in piedi il sapere indipendentemente dalla cornice che ci volevano mettere. Oggi, i progetti di alternanza tra scuola e lavoro danno ai docenti la possibilità di essere in collegamento con il mondo dell’imprese, che hanno fame di competenze ma non le trovano».


.@PolibaOfficial Mastronardi: Premiare il talento e un grande Politecnico nazionale
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Come guidare il cambiamento

Nei percorsi di formazione ci sono ritardi e incertezze. «Non è un caso che si chiudono alcuni corsi di laurea e se ne aprano altri. Esistono molti problemi di finanziamento, di programmazione e sostegno costante della ricerca, di organizzazione, di selezione degli obiettivi e di misurazione dei risultati, di offerta formativa, ma anche di indipendenza e di stimolo alla ricerca. Nei primi anni Duemila, portavo nelle scuole una conferenza adatta agli studenti delle scuole medie dal titolo “Per Internet, con Internet, in Internet”, correndo il rischio di essere un po’ blasfemo e mischiando sacro e profano. In principio, c’era il verbo della programmazione. Ma alla figura di un CIO sacerdotale, troppo legato al suo dipartimento IT e alla liturgia funzionale, preferisco quella di un DIO, nel senso di digital innovation officer, in grado di fare da collegamento tra le diverse line of business, padroneggiando linguaggi e competenze multisettoriali e guidando la trasformazione digitale dall’interno. E in AICA stiamo allenando i CIO a diventare DIO per creare innovazione e guidare il cambiamento».

La lista delle priorità

Occorre soprattutto la capacità di valorizzare le idee, incentivando nel modo giusto chi lo merita. «Le riconosciute eccellenze, che una volta portavano ricchezza al Nord e all’estero, oggi sono in grado di attrarre capitali lì dove si consolidano. L’attuale globalità consente ai nostri giovani di esprimere al meglio la loro creatività, lavorando ovunque lo ritengano più produttivo, con minor costo e maggior profitto. Nonostante l’aumento delle imprese innovative, Nord e Sud continuano a viaggiare a due velocità diverse. Un grande “Politecnico nazionale” potrebbe essere lo strumento per realizzare una lista delle priorità in grado di eliminare questo divario aiutando tutto il Paese ad andare incontro al futuro».


stancaL’Italia vista da fuori e da dentro

Mancanza di una strategia condivisa tra pubblico e privato. Carenza di una forte governance istituzionale in grado di definire le priorità. E assenza di una continuità progettuale e di azione da un governo all’altro. Sono queste le tre cause principali della crescita lenta

La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM. La prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, come ministro dell’Innovazione e parlamentare. «Le cose da fare le sappiamo, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva» – spiega Lucio Stanca, che attualmente ricopre l’incarico di vicepresidente dell’Aspen Institute in Italia. «Nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti e abbiamo perso dieci anni sul digital divide. Nella classifica della Commissione Europea, siamo al 25esimo posto fra i 28 paesi dell’Unione. Dietro di noi Grecia, Bulgaria e Romania. E rispetto al 2014 abbiamo perso una posizione».

Innovazione e governance

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. «Quando agli inizi degli anni Novanta – racconta Lucio Stanca – IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer, cambiamento generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM, ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. Anche il Paese ha sottovalutato e non ha compreso la portata del cambiamento, ritardando decisioni e investimenti». Per l’ex ministro, la creazione di una moderna infrastruttura digitale va troppo a rilento. «La spending review non si riesce a fare, ma si cambiano i commissari ai quali si nega l’accesso alle informazioni. La tecnologia cambia, cambiano i governi, e ogni nuovo governo cambia la rotta. È da più di dieci anni che milioni di italiani aspettano di avere la Carta d’identità elettronica nelle loro tasche».


#innovazione Lucio Stanca Strategia, governance e continuità per la crescita
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Perché la politica ha fallito?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. «E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile» – avverte Lucio Stanca. «Siamo un Paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. C’è una forza di conservazione che sta nella politica, negli apparati della pubblica amministrazione, ma che è il riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri».

Piccole e grandi rivoluzioni

Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità delle scelte di ciascuno di noi. «C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Poi c’è la lentezza della giustizia civile, della burocrazia e di tutte quelle barriere invisibili che rendono difficile investire in Italia» – continua Lucio Stanca. «Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia. Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è un obiettivo e neppure una pratica. Così come nella scuola e nelle università, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente».


vaccaNon solo digital

Il divario, in Italia è culturale

Siamo più poveri perché siamo più ignoranti. Nei paesi più ricchi, i privati investono in R&D il doppio del pubblico. Nei paesi più poveri stanno allo stesso livello. In Italia, questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura

Ha troppi interessi e non ha il tempo di invecchiare. Stiamo parlando di Roberto Vacca, 89 anni compiuti da poco, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la differenza. In lui, l’uomo di scienza fa pace con l’umanista. Intellettuale poliedrico, per certi versi rinascimentale, ma con lo sguardo ben attento ai temi della contemporaneità. Lavoro, digital divide, conoscenza, crescita, innovazione e futuro. Nel suo ultimo libro, Come fermare il tempo (2016, Mondadori), descrive la riscossa dei “vecchi saggi” e ci mette in guardia da rischi e inganni. Più che un manuale di resistenza umana, il libro è un vero e proprio manifesto. E quella di Roberto Vacca è una mano tesa a tutti, top manager e giovani startupper, nonni pigri e direttori generali in pensione, CIO e venture capitalist.

Non ci sono scorciatoie

«Molte decisioni che ci riguardano sono sbagliate» – spiega Roberto Vacca. «Le prende chi ha potere su di noi. Girano miliardi di parole, disseminate da giornali, radio, TV, internet, social. Sono improvvisate, talora insensate. Non c’è una mano invisibile che sprona scienziati, tecnologi e imprenditori. Bisogna lavorare, studiare e impegnarsi molto. L’analisi dei sistemi nessuno sa più che cosa sia. La logica non è più insegnata in Italia dai tempi della riforma Gentile. Per fortuna è arrivata l’algebra booleana, che almeno chi si occupa di computer, un po’ di logica la sa. Le leggi che si scrivono in Parlamento e le iniziative che prende un governo sono attività essenzialmente culturali. Se la cultura è bassa non c’è un’opinione pubblica in grado di comprendere o appoggiare iniziative nuove. L’innovazione all’origine parte dal sapere e dal voler sapere e dal migliorarsi continuamente. In giapponese KAI ZEN, significa “correggere”, “migliorare”, “rendere giusto”. Un concetto che la politica non vuole prendere neppure in considerazione».


#innovazione Roberto Vacca Siamo più #poveri perché siamo più #ignoranti
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Ricerca e sviluppo

I paesi più avanzati si distinguono nettamente dagli altri perché le aziende private investono in ricerca e sviluppo il doppio di quanto investe il pubblico. «In Italia, non c’è molta differenza e si vedono le conseguenze» – spiega Roberto Vacca. «Siamo più poveri e più ignoranti e dovremmo smettere subito di far finta di niente e investire in cultura. Ciascuno di noi dovrebbe rendersi conto che saperne di più è l’unica strada per la salvezza. La Commissione europea pubblica ogni anno l’Innovation Scoreboard. L’Italia per molti decenni è stata al 15esimo posto su 28. Poi siamo scivolati al 16esimo posto, superati anche dalla Repubblica Ceca. Se guardiamo bene, i numeri sono abbastanza tristi. Uno dei fattori importanti per l’innovazione sono la ricerca e lo sviluppo e in Italia la ricerca pubblica investe poco meno della metà del’1% del PIL. I privati stanno molto peggio, poco sopra la metà della media europea. Non solo. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria in Italia è il 22,4%, il livello più basso nell’Europa dei 28».

Competizione o estinzione?

Per Roberto Vacca, il fatto che le aziende italiane investano in ricerca e sviluppo meno della metà della media europea è una cosa vergognosa. «Ma abbiamo sentito qualche politico importante che abbia parlato di questo? Forse, bisognerebbe dare degli incentivi alle aziende. Ma l’incentivo più forte dovrebbe essere la differenza che c’è tra competizione ed estinzione». La tecnologia dell’informazione e della comunicazione potrebbe essere uno strumento potente in grado di diffondere cultura e di creare una società avanzata e matura. «L’ICT è la risposta a moltissimi problemi, se adoperata bene e diffusa meglio, ma il fatto che nelle scuole non si insegni per niente è ridicolo. I linguaggi di programmazione si dovrebbero insegnare fin dalle elementari come l’ABC. Funziona sempre. I ragazzini imparano subito perché la programmazione è ragionevole e razionale, oltre che divertente. Di queste cose concrete bisognerebbe discutere. Invece non se ne parla».

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Bruno Camaggi (VM Sistemi), conoscenza, flessibilità e iperintegrazione https://www.datamanager.it/2016/07/bruno-camaggi-vm-sistemi-conoscenza-flessibilita-iperintegrazione/ Thu, 21 Jul 2016 14:53:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105676 Cloud e sicurezza, due leve per la competitività. Come governare il cambiamento e la trasformazione digitale con l’esperienza sul campo e le competenze aggiornate di continuo Incertezza, velocità e tecnologia sono le tre parole che Bruno Camaggi, vicepresidente di VM Sistemi utilizza per descrivere il futuro. Conoscenza, flessibilità e iperintegrazione sono invece i punti di forza […]

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Cloud e sicurezza, due leve per la competitività. Come governare il cambiamento e la trasformazione digitale con l’esperienza sul campo e le competenze aggiornate di continuo

Incertezza, velocità e tecnologia sono le tre parole che Bruno Camaggi, vicepresidente di VM Sistemi utilizza per descrivere il futuro. Conoscenza, flessibilità e iperintegrazione sono invece i punti di forza che hanno permesso in trent’anni di trasformare l’azienda in una realtà in costante crescita.

«Il Paese ha vissuto gli anni di maggiore benessere – racconta Camaggi – trainato dalla competitività di un sistema imprenditoriale basato sull’introduzione di innovazione nei settori tradizionali (alimentari e abbigliamento su tutti). I numeri ci dicono che altri paesi ci hanno raggiunto e persino superato in questi ambiti. Essere conservatori non basta più nemmeno per sopravvivere. L’innovazione è la leva del progresso. Serve quindi alzare nuovamente l’asticella, ritornando a esercitare il ruolo di protagonisti per compiere passi in avanti grazie alle opportunità offerte dall’ICT. In una società sempre più interconnessa, la corsa verso la competitività si svolgerà proprio su questo terreno. Solo chi riuscirà a governare il proprio business, restando al passo con lo stato dell’arte tecnologico, potrà giocarsela fino in fondo».

Cloud e sicurezza

Le esigenze di flessibilità, scalabilità e mobilità del business, mantenendo sotto controllo i costi, portano a un’unica soluzione: il cloud. «Pubblica, privata o ibrida che sia, la nuova “banca” dei patrimoni aziendali – spiega Camaggi – deve garantire sicurezza. E sicurezza significa soprattutto continuità del business e salvaguardia del valore di business. Cloud e sicurezza, rappresentando due leve per la competitività, devono essere opportunamente governate. Sono quindi necessarie competenze continuamente aggiornate ed esperienza maturata sul campo. È per questo che, sempre mantenendo il focus sul miglioramento del business dei nostri clienti, oltre a soluzioni “iperintegrate” di cloud computing e security, distribuiamo non solo i nostri applicativi ERP storici nelle nuove versioni web, ma offriamo un supporto a 360 gradi attraverso i nostri managed services».

Hyper Integration

Oltre trent’anni di investimenti continui, ricerca, applicazione sul campo e voglia di fare e grande passione per le nuove tecnologie hanno sospinto VM Sistemi sulla strada di un’evoluzione continua. Secondo Camaggi, la possibilità di far convergere diverse tecnologie, messe a disposizione attraverso la rete dei partner, in soluzioni uniche, è parte fondante della mission aziendale. «Le nostre competenze nell’integrazione dei diversi componenti rappresentano quel valore aggiunto che eleva le nostre soluzioni “oltre” alla semplice somma delle singole parti. Integrare in modo superiore al normale si traduce in Hyper Integration: un approccio orientato principalmente al miglioramento del business del cliente, con la potenza delle soluzioni ICT a necessario supporto».

Proposte innovative per il futuro

Nel settore delle ICT, «il futuro è già oggi – continua Camaggi – e il passo più importante che stiamo compiendo, con il supporto della nostra rete di partner internazionali di primo livello, ci indirizza verso sistemi intelligenti di analytics». La parola d’ordine è controllo, «perché senza di esso, anche la più astuta delle strategie, faticherebbe a raggiungere il risultato. Controllo dei mutamenti del mercato, attraverso strumenti innovativi di business analytics – uno su tutti IBM Watson – e controllo della sicurezza dei sistemi informativi, attraverso Security Information and Event Management (SIEM). Dall’intelligenza del sistema di analisi e dalla sua velocità dipende l’efficacia dell’arma necessaria a contrastare gli incidenti di sicurezza. QRadar rappresenta l’innovativa soluzione SIEM di IBM che consente, in maniera efficace e veloce, di identificare e risolvere le vulnerabilità dei sistemi IT, nonché di prevenire potenziali impatti sociali, che le imprese non possono permettersi di sostenere. E controllo dell’andamento del proprio business, mediante innovativi sistemi di gestione verticali, dotati di elevata copertura funzionale, fruibili sia dall’interno che dall’esterno dell’azienda, tramite interfacce web che permettono un’elevata user experience».

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Bill Gates – L’altra innovazione https://www.datamanager.it/2016/07/bill-gates-laltra-innovazione/ Thu, 21 Jul 2016 14:05:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106566 Immigrazione e povertà. Se vogliamo cambiare la vita delle persone, dobbiamo lavorare per ridurre le diseguaglianze. Nessuno squilibrio può resistere per sempre «Non si possono alzare muri contro l’immigrazione, l’innovazione e la globalizzazione». Parola di Bill Gates, intervenuto al convegno sul Global Fund, organizzato a Roma all’Istituto Superiore di Sanità. «Come paese in prima linea […]

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Immigrazione e povertà. Se vogliamo cambiare la vita delle persone, dobbiamo lavorare per ridurre le diseguaglianze. Nessuno squilibrio può resistere per sempre

«Non si possono alzare muri contro l’immigrazione, l’innovazione e la globalizzazione». Parola di Bill Gates, intervenuto al convegno sul Global Fund, organizzato a Roma all’Istituto Superiore di Sanità. «Come paese in prima linea sul fronte dell’immigrazione, l’Italia comprende che stiamo vivendo in un mondo interconnesso e che ognuno ha la responsabilità di aiutare le persone più svantaggiate ad accedere a un sistema sanitario migliore, a superare la povertà e a vivere in condizioni di sicurezza. Ci sono molti segni incoraggianti del rinnovato impegno dell’Italia nelle relazioni internazionali, non ultimo quello nello sviluppo dei piani di accoglienza e nella salute globale». La tutela della salute globale e l’equità dell’accesso alle cure sono un imperativo etico imprescindibile per il futuro del Pianeta, ha detto il fondatore di Microsoft e presidente della Fondazione Bill e Melinda Gates, principale benefattore del Fondo, che ha ringraziato gli italiani per la generosità nell’aiutare a ridurre l’ineguaglianza a livello globale. La tecnologia è empowerment. Serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. Serve a creare un futuro per chi vuole restare e una nave per chi vuole andare via. La tecnologia permette a un malato di SLA di comunicare e a un bambino che ha perso le gambe di tornare a correre. La tecnologia serve a imparare, a non sentirsi soli, a compiere imprese che sembravano impossibili, dalla ricerca alla medicina. E forse, in un futuro non troppo lontano, servirà anche a dare una speranza a chi scappa dalla guerra o dalle malattie e trova la morte su una carretta del mare.

La questione dell’immigrazione

L’Europa meticcia spaventa e la paura divide. Ma siamo tutti “stranieri” o “diversi” agli occhi degli altri. L’accoglienza è l’unica arma per disarmare gli integralismi e riconoscerci uguali. I genitori di Pierre Omidyar sono iraniani, quelli di Leonard Bosack erano polacchi. Sergey Brin ha origini russe. Lo stesso Bill Gates è un po’ inglese, scozzese, irlandese e tedesco. Mark Zuckerberg è di origine bulgara. Larry Ellison, un po’ ebreo un po’ italiano. E Steve Jobs era figlio di madre svizzera e padre siriano. L’innovazione nasce dall’incontro e anche dallo scontro con l’altro. Per Bill Gates, l’immigrazione è un tema controverso che richiede un’attenta riflessione sul passato. «Grazie all’immigrazione gli Stati Uniti sono diventati un grande paese. Respingere chi chiede di essere accolto, forse significa rinunciare anche a un pezzo del nostro futuro».

L’uomo che voleva un computer su ogni scrivania e in ogni casa ha compreso che nel futuro le nostre case saranno i computer e che l’integrazione tra l’intelligenza artificiale e intelligenza biologica segnerà i prossimi traguardi dell’industria informatica. Bill Gates dopo aver accumulato uno dei patrimoni più ingenti del mondo, dopo anni in cima alle classifiche, forse condivide con Sandy Weil, l’ex magnate di Citigroup, l’amara verità sulla gloria terrena: «Il lenzuolo che ti avvolge da morto non ha tasche». Bill Gates è un simbolo della nostra età contemporanea, che ha compreso che la ricchezza, come la tecnologia, non può essere fine a se stessa.

In Europa, l’immigrazione rappresenta uno dei temi più caldi. Il racconto “mainstream” amplifica l’immagine di una vera e propria invasione, i numeri però raccontano un’altra storia. In Italia, la ricerca “Migranti, la guerra del Mediterraneo” restituisce ai numeri la verità di una tragedia umana, spesso nascosta dalla contabilità discontinua della cronaca. Ogni anno, migliaia di persone attraversano il Mediterraneo, dirette verso le coste meridionali dell’Europa. Sappiamo molto, anche se non tutto, di coloro che, tra mille difficoltà, sbarcano con il loro carico di speranza, alla ricerca di una vita migliore. Tuttavia, non sappiamo nulla di tutti coloro che partono da qualche parte e in qualche momento, ma non arrivano da nessuna parte. Nulla delle migliaia di storie spezzate, di corpi inghiottiti per sempre dal mare, e che sfuggono a ogni statistica.


Immigrazione e povertà @BillGates Nessuno squilibrio può resistere per sempre
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Lotta alla povertà

Fin dall’inizio, l’Italia è stata una grande sostenitrice del Global Fund, fondato nell’ambito del G8 di Genova del 2001. Il contributo italiano al Global Fund per il prossimo triennio 2017-2019 è di 130 milioni di euro, 30 milioni in più rispetto al triennio 2014-2016. Ogni anno, Aids, tubercolosi e malaria uccidono tre milioni di persone. L’incremento annunciato da parte del Governo italiano contro queste tre malattie è un altro grande segno del fatto che l’Italia sta intensificando il suo impegno per i più poveri e i più vulnerabili. «Fra dieci anni, forse anche prima, potremo contare su un vaccino per l’Aids» – ha dichiarato Bill Gates nel suo intervento. «Questa battaglia è molto importante, perché nel frattempo siamo chiamati ad aiutare milioni di persone ad avere una vita e condizioni di salute migliori». Intanto però anche in Italia nel 2015, secondo i dati Istat, la povertà assoluta è in aumento e cresce il numero anche di quelli che rinunciano a farsi curare.

Si tratta di una tendenza che coinvolge tutto il Vecchio Continente e che riguarda in modo particolare i bambini. In Italia, il 25% dei minori è a rischio povertà, soprattutto nelle regioni del Sud, dove vivono in condizioni di deprivazione materiale e spesso anche culturale, sociale e relazionale. E la povertà educativa è generalmente correlata a quella economica. Il benessere economico dipende da tutti, nessuno escluso. I potenti algoritmi di ricerca confermano una verità, antica come il mondo: sapere è potere. E non si può continuare a far finta di niente. La conoscenza è il nuovo campo di battaglia. L’ICT libera le forze, espande lo spazio, comprime il tempo, ma logora le gerarchie, accorcia la catena della produzione e rende obsoleta l’intermediazione. La trasformazione è in atto e può diventare distruzione o cambiamento. L’innovazione ci porta a capire cose importanti di noi stessi e del mondo. L’economia digitale per funzionare ed essere sostenibile ci chiede in cambio rispetto delle regole, equità e trasparenza. Sapere e non agire significa accettare la responsabilità delle conseguenze. Perché nessuno squilibrio può resistere per sempre.

I programmi del Fondo

Il Fondo globale ha un ruolo di catalizzatore della crescita degli investimenti necessari per raccogliere sfide difficili ma realizzabili nella lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria nei paesi più poveri del mondo. Sfruttando i passi avanti compiuti dalla ricerca scientifica e applicando soluzioni innovative, il Fondo fino ad oggi ha erogato, secondo i cicli annuali, finanziamenti per un totale di 29,4 miliardi di dollari. Secondo i dati pubblicati dall’OCSE, il Fondo si è confermato il principale finanziatore multilaterale nel settore della salute. I programmi sostenuti dal Fondo hanno salvato 17 milioni di vite dal 2002, anno in cui sono stati erogati i primi fondi. In Etiopia, sono stati fatti grandi passi avanti nella lotta contro le tre malattie. I decessi per AIDS sono diminuiti del 70% fra il 2005 e il 2014. Mentre le morti dovute alla TBC e alla malaria sono scese rispettivamente del 49% e 80%. In collaborazione con il Fondo globale, l’Etiopia ha formato oltre 38mila operatori sanitari, che forniscono assistenza e cure nelle comunità rurali.

Questi progetti hanno permesso a migliaia di donne di entrare nel mondo del lavoro e hanno contribuito a trasformare i ruoli di genere nelle comunità. In Afghanistan, il partenariato del Fondo globale sta sostenendo gli sforzi compiuti dal governo per assumere e formare infermiere di comunità. Le infermiere di comunità assicurano servizi essenziali per la lotta contro HIV, TBC e malaria, attraverso la prevenzione e l’educazione sanitaria, l’individuazione di casi sospetti, la segnalazione di soggetti da sottoporre a diagnosi e il sostegno alle cure, e svolgendo anche un ruolo chiave nella lotta contro la malnutrizione e la mortalità infantile sotto i cinque anni. Nel triennio che inizierà dal 2017, la comunità mondiale avrà l’opportunità di accelerare il cambiamento e migliorare ulteriormente i notevoli risultati già raggiunti. L’Obiettivo di Sviluppo del Millennio numero sei relativo alla lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria è già stato conseguito e addirittura superato in molti paesi dove il Fondo globale investe. I decessi dovuti alle malattie sono in calo, come anche i nuovi contagi, a dimostrazione del fatto che il modello del partenariato rappresenta il modo più efficace per garantire la salute globale. Dall’innovazione scaturisce la capacità di valorizzare i progressi più recenti, molti dei quali compiuti durante l’attuale ciclo di finanziamento 2014-2016. I paesi hanno adesso la possibilità di realizzare uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: porre fine alle epidemie entro il 2030.

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Dallo smart workplace allo smart building https://www.datamanager.it/2016/07/dallo-smart-workplace-allo-smart-building/ Thu, 21 Jul 2016 13:56:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106564 La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro (fisico) è il prossimo passo delle tecnologie UCC (unified communication & collaboration), che si aprono a una nuova fase evolutiva Dopo un momento di stallo, a partire dal 2016 le tecnologie di unified communication & collaboration hanno ripreso ad attirare l’attenzione delle medie e grandi aziende italiane, […]

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La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro (fisico) è il prossimo passo delle tecnologie UCC (unified communication & collaboration), che si aprono a una nuova fase evolutiva

Dopo un momento di stallo, a partire dal 2016 le tecnologie di unified communication & collaboration hanno ripreso ad attirare l’attenzione delle medie e grandi aziende italiane, lasciando intravedere una nuova prospettiva di crescita del mercato e soprattutto una nuova fase evolutiva. Rispetto a qualche anno fa, ora sono molte le imprese che riconoscono ampiamente i vantaggi di un approccio progettuale all’implementazione di soluzioni tecnologiche per facilitare il lavoro in mobilità e l’integrazione delle comunicazioni con i processi di business. Questa nuova consapevolezza è stata generata non solo da device, piattaforme tecnologiche e reti wireless che hanno proseguito la loro corsa ridisegnando il modo di comunicare e lavorare, ma soprattutto dalla nascita di nuovi modelli economici basati sulla condivisione di conoscenze e risorse, dove lo scambio di informazioni online in tempo reale è fondamentale per generare nuovo valore. La “mobilizzazione” del posto di lavoro è diventata inevitabile per tutte le imprese (piccole, medie e grandi) che devono fare i conti con un contesto economico più veloce e complesso, radicalmente diverso rispetto a quello degli anni pre-crisi. Portare con sé ovunque le proprie informazioni di lavoro è essenziale: smartphone e tablet con Internet e la posta elettronica integrata in soluzioni di UCC (soprattutto nelle aziende medie e grandi) sono stati il primo passo. Ma ora, la nuova frontiera è quella della digitalizzazione del posto di lavoro, dove le piattaforme UCC si evolvono diventando parte delle tecnologie per gestire gli ambienti di lavoro fisici e umani, via via che si amplierà il vortice della trasformazione digitale, cambiando regole di comunicazione, comportamento e competizione. Vedremo presto l’inizio di questa nuova fase evolutiva in cui le piattaforme UCC integrano funzioni di mobilità, collaborazione e social tipiche dello smart workplace e si sviluppano aggiungendo funzioni di smart building, preparandosi a diventare poi soluzioni integrate di business process management.


Daniela Rao @IDCItaly La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro
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Transformation e “consumerization”

Le piattaforme UCC evolvono con strumenti che abilitano la digitalizzazione dei processi. Negli ultimi due anni, l’attenzione dei players ICT e delle aziende si è gradualmente spostata su soluzioni centrate su applicazioni di collaborazione (Intelligent Collaborative Environment) affiancate da diversi servizi voce, video e messaging, a sostegno del lavoro da remoto e in mobilità. In previsione, aumenterà ancora il focus sulle applicazioni che facilitano la collaborazione dell’intera business community (addetti interni, partner, fornitori, clienti) e sulla velocità esecutiva dei processi operativi e decisionali. Videocomunicazione e strumenti a favore di un’esperienza di comunicazione “immersiva” (ologrammi, immagini 3D), insieme a software per la condivisione di file e device in grado di sincronizzarsi in base alla localizzazione, ai device e alle esigenze dell’utente, diventeranno centrali. Tuttavia, adottare soluzioni di UCC che coinvolgono diversi processi di business e molti addetti rappresenterà sempre una sfida sotto diversi punti di vista. Iniziare un percorso di adozione di queste tecnologie implica spesso dover affrontare le sfide della complessità tecnologica (sicurezza in primis), cambiamenti organizzativi e vincoli di budget, ma i benefici tangibili e intangibili saranno talmente evidenti che nessuno potrà restare indifferente. Inoltre, man mano che nuovi strumenti e applicazioni entreranno nella nostra sfera personale, anche le comunicazioni aziendali dovranno seguire: gli impatti della “consumerization” continueranno a essere inarrestabili, ma crescerà anche la consapevolezza di player e sviluppatori che è l’esperienza di utilizzo individuale il principale driver del successo di mercato delle tecnologie dell’informazione. La domanda di sistemi e soluzioni di digitalizzazione del posto di lavoro continuerà a essere sostenuta da esigenze di produttività e flessibilità, che non potranno essere separate dalla sperimentazione di nuovi metodi di produzione, nuovi stili di comunicazione, con un diverso approccio alla produttività individuale e alla valutazione del successo personale e dell’impresa.


Daniela Rao @IDCItaly #UCC come piattaforma per il #BPO
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Processi, Presenza e Permission

Le 3P dello smart workplace e la digitalizzazione degli ambienti di lavoro. Nelle aziende, in cui molti addetti lavorano in mobilità o da remoto, sono sparite le postazioni individuali e si sono moltiplicati gli spazi per la collaborazione (meeting room, sale attrezzate per videoconferenza, spazi comuni anche per i momenti di break). I dispositivi e le soluzioni tecnologiche per la comunicazione wireless indoor e outdoor diventano l’infrastruttura di base del sistema delle comunicazioni aziendali, mentre cambiano sotto il flusso di molteplici sollecitazioni (organizzative e di business) le piattaforme su cui girano nuovi processi. In un contesto come questo non sono solo il controllo, la gestione e l’ottimizzazione delle risorse ICT a diventare cruciali, ma anche l’intero apparato tecnologico dei “building” aziendali, in relazione alla presenza e a quello che fanno (permission) le persone. In sintesi, gli ambienti di lavoro (proprio come le persone e le risorse ICT) dovranno essere pronti a diventare più flessibili, perché insieme alla connettività, ai device e ai flussi delle applicazioni, cambia il livello di sicurezza logica e fisica, quello dei consumi energetici e dei parametri ambientali. I sistemi informativi e le reti aziendali si estenderanno quindi incorporando componenti non tradizionalmente ICT, in grado di dialogare con le persone e con i processi, tra cui per esempio: sistemi per l’accesso (RFID, NFC…), telecamere di videosorveglianza, allarmi, sensori per il tracciamento dei prodotti, della catena di produzione, degli accessi, soluzioni di controllo dei consumi energetici e del riscaldamento e condizionamento dei locali. La digitalizzazione dei processi e la mobilizzazione delle persone sono strettamente correlati con lo sviluppo delle soluzioni di smart building, in una prospettiva dove anche l’ambiente di lavoro si trasforma offrendo alle persone nuove applicazioni e servizi digitali (ma non solo ICT), per facilitare le operazioni, collaborare a distanza ed essere più veloci ed efficienti.


Daniela Rao @IDCItaly Dallo smart #workplace allo smart #building
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Convergenza e integrazione

Secondo le più recenti ricerche di IDC, le nuove piattaforme di smart building tenderanno presto a non essere più centrate sulla gestione degli edifici, ma a convergere e integrare tutti i servizi che supportano le operazioni e i processi aziendali, incluse comunicazione e collaborazione, come parte dell’evoluzione digitale degli ambienti fisici di lavoro, in ottica smart workplace. In quest’evoluzione sono incluse applicazioni e servizi per gestire e controllare attraverso una piattaforma integrata e un pannello di controllo centralizzato tutti i sistemi tecnologici degli ambienti di lavoro, sia riguardanti aspetti fisici (come ingressi, sorveglianza, illuminazione, riscaldamento…) che logici (come connettività, sicurezza IT, mobile device management…). Anche sul fronte delle soluzioni UCC la metamorfosi è in corso: le nuove sono centrate sull’integrazione voce/dati e sulla convergenza fisso/mobile, dove la voce diventa una delle tante applicazioni IP offerte dalla suite, mentre il messaging assume il ruolo centrale e lo scambio di dati con persone e oggetti connessi inizia a diffondersi. Le nuove piattaforme UCC non solo offrono strumenti di collaborazione e “ubiquitous connectivity”, ma tendono a includere quelli per gestione delle reti aziendali convergenti, che sempre più spesso integrano servizi per la gestione degli ambienti fisici e logici di lavoro, estendendo e applicando il paradigma della software defined network.

Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia

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Le sorti delle startup https://www.datamanager.it/2016/07/le-sorti-delle-startup/ Thu, 21 Jul 2016 13:50:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106559 Analisi dei processi decisionali e operativi dei venture capital nella selezione delle startup vincenti. L’analisi della personalità e del team contano più di qualsiasi cosa Si sente parlare di venture capital solo e soltanto quando una startup da loro finanziata riesce a ottenere un’incredibile exit così da rimanere negli annali della storia dell’imprenditoria (anche se […]

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Analisi dei processi decisionali e operativi dei venture capital nella selezione delle startup vincenti. L’analisi della personalità e del team contano più di qualsiasi cosa

Si sente parlare di venture capital solo e soltanto quando una startup da loro finanziata riesce a ottenere un’incredibile exit così da rimanere negli annali della storia dell’imprenditoria (anche se oggi sarebbe più appropriato dire nella top list delle app mobile o dei siti web con maggior numero di utenti e di accessi). In realtà, il momento in cui i venture capital assumono maggiore rilevanza non è alla fine del processo di investimento, bensì proprio all’inizio. E’ in questa fase che i venture capital non si limitano a essere un mero sfondo di background ma si comportano da protagonisti. Ed è altresì in quest’occasione che i VC si ritrovano a dover prendere le decisioni più importanti. Come fare per decidere quali startup siano in grado di offrire prodotti vincenti? Quando i venture capitalist valutano gli imprenditori in cerca di finanziamenti, cercano fondamentalmente due cose: un prodotto forte che ruoti intorno a una tecnologia dotata di grandi opportunità e un solido team di gestione. Quale dei due elementi sia più importante non è ancora stato chiarito.

La forza di gestione

All’inizio dei processi di finanziamento, almeno nella fase pre-seed ed early-stage, per molti venture capital, ciò che veramente conta è la presenza di un team solido ed efficiente. Perfino la migliore idea alla ricerca di mercati più redditizi non riuscirà da sola a superare le lacune di una leadership debole. D’altra parte, Arthur Rock, un leggendario investitore conosciuto per aver realizzato i primi round di investimento in Intel e Apple, ha sostenuto che «un grande team sarà sempre in grado di trovare una buona occasione, anche nel caso in cui debba fare un salto enorme dal mercato che attualmente occupa». Se la forza di gestione è il primo più importante fattore preso in considerazione nel processo di selezione di una startup, sarà necessario che i venture capital abbiano un quadro generale della personalità degli imprenditori.


#venturecapital @simeoneantonio1 Le sorti delle #startup come selezionare il team
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Le regole del gioco

Ma cosa prendono veramente in considerazione i venture capital quando si ritrovano a dover decidere tra una quantità innumerevole di startup? La stragrande maggioranza del capitale di rischio va alle aziende fondate da uomini. E non si tratta di un’affermazione tipica da mero maschilista (quale non sono). Sono i dati a parlare. Secondo un’analisi di Bloomberg del 25 maggio 2016, solo il 7% dei 2.005 fondatori di startup presi in considerazione sono donne. Inoltre, tra le aziende prese in considerazione nel report è risultato che le aziende fondate da donne hanno ottenuto meno profitti con una media di 77 milioni di dollari rispetto ai 100 milioni delle startup guidate da uomini. Questo deficit equivale al divario di retribuzione complessiva Stati Uniti, dove le donne sono pagate con una media di 79 centesimi per ogni dollaro guadagnato da uomini. Oltre le differenze di genere, passando ad analizzare altri piani di differenziazione, si deve considerare come in psicologia generalmente valga il cosiddetto “principio di maturità” in virtù del quale all’aumentare dell’età sembra che corrisponda un aumento proporzionale di ragionevolezza, coscienziosità e stabilità emotiva. Sicuramente, si tratta di elementi positivi che possono contribuire a ridurre i fattori di rischio, ma sembra che per i venture capital non abbia rilevanza l’età, quanto l’imprenditore con l’idea giusta. «Un fondatore dovrebbe essere il tipo di persona al quale la squadra può guardare come modello e perché ciò accada spesso si richiede una grande esperienza» – ha dichiarato Bob Goodman, general partner di Bessemer Venture Partners. «Tuttavia, alcuni fondatori molto giovani sono diventati amministratori delegati di notevole livello grazie a un apprendimento veloce e al sostegno di validi gruppi di consulenti». Della stessa opinione, Gil Beyda, storico Venture Capitalist di Genacast Ventures. «L’età non è importante. Tuttavia, se si è in cerca di aziende con potenzialità dirompenti, allora sicuramente sarà meglio indirizzarsi su qualcuno di più giovane, maggiormente propenso al rischio».

Come selezionare il team

Secondo Josh Wolfe, cofondatore di Lux Capital, le prime tre persone all’interno di un team di gestione sono i veri e propri genitori della startup, quelli che impostano il DNA, i valori, l’etica, la struttura. E ogni nuovo dipendente è come un bambino che deve guardare i genitori per capire come debba comportarsi. E Goodman ha aggiunto: «Se un dirigente non mostra comportamenti che si desidera siano emulati dal resto della squadra, potrebbe essere il momento di guardare altrove». Ma per Gil Beyda «se si ha un organico di 10-12 dipendenti, sicuramente l’80% sarà formato sulla cultura dell’azienda e probabilmente ci saranno altre assunzioni che potranno portare a un riequilibrio di tale percentuale, ma è necessario stabilire quale sia la cultura e quali i valori dell’azienda già con le prime assunzioni». Sembra quindi che i venture capital nel loro processo di selezione diano particolare rilevanza al team e alle sue capacità gestionali e manageriali.


#venturecapital @simeoneantonio1 Esordienti o seriali? Le regole del gioco
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Capacità di giudizio

Quanto conta invece la personalità dei singoli imprenditori? Forse, non quanto saremmo propensi a credere. Almeno, non nelle fasi iniziali. Secondo Wolfe, «quello che cerchiamo di capire è piuttosto che cosa stimoli una determinata persona, quali esperienze siano volte a influenzare il suo giudizio, quali saranno i possibili comportamenti futuri. Dal momento che tutte le grandi domande legate alla personalità sono destinate a rimanere nell’ignoto, l’unico modo per decidere di investire è basato sulla nostra migliore capacità di giudizio sulle persone». Molto semplicemente, «la storia personale di uno dei fondatori non è importante quanto piuttosto assume rilevanza dimostrare che sia riuscito ad assemblare una squadra idonea e giusta per affrontare un grande mercato competitivo». Infine, bisogna anche considerare che la scelta si divide spesso tra un imprenditore seriale o veterano in grado di offrire un “track record” da cui sarà possibile analizzare i suoi successi o fallimenti e un imprenditore all’esordio della propria carriera, completamente sconosciuto e non sperimentato.

Esordienti o seriali

Che cosa potrebbe indurre un VC a propendere per l’uno o per l’altro? Per Goodman, «ogni imprenditore di successo ha bisogno di profonda empatia con il suo cliente insieme a una notevole dose di grinta e determinazione per farlo anche in tempi difficili». In generale questa capacità si ravvisa nei fondatori che hanno vissuto i problemi che stanno risolvendo e hanno una storia di successo nonostante le grandi battute d’arresto. Pertanto, non si richiede che si tratti necessariamente di un imprenditore seriale. Secondo Beyda, l’imprenditore esordiente ha una particolare visione di uno spazio, di un problema, di una tecnologia e possiede altresì il potenziale di trasformare radicalmente quello stesso spazio in cui opera. E questo è il fattore veramente interessante». Donne, uomini, giovani, meno giovani, laureati e diplomati. Alla fine, quello che conta è soltanto la capacità di saper guardare oltre, perché abbiamo gli occhi, ma non tutti sono in grado di vedere veramente.

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Architettura sostenibile https://www.datamanager.it/2016/07/architettura-sostenibile/ Thu, 21 Jul 2016 13:46:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106557 Come valorizzare l’ambiente urbano utilizzando la realtà aumentata spaziale per vivere le città e riscoprire il paesaggio in modo nuovo Per Le Corbusier, il rivoluzionario architetto del Novecento, “l’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La costruzione è per tener […]

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Come valorizzare l’ambiente urbano utilizzando la realtà aumentata spaziale per vivere le città e riscoprire il paesaggio in modo nuovo

Per Le Corbusier, il rivoluzionario architetto del Novecento, “l’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La costruzione è per tener su, l’Architettura è per commuovere”. E per Frank Lloyd Wright, architetto di pari fama, “ogni grande architetto è necessariamente un grande poeta. Deve essere l’interprete originale del suo tempo, della sua epoca, del suo istante”. Ma allora come ci spieghiamo l’esistenza di tante città indifferenti nei confronti dell’arte e delle emozioni che questa, espressa nelle sue diverse forme, suscita? Viviamo, come ci suggerisce Le Corbusier, in ambienti urbani costruiti, città non più portatrici di valori, ma di notizie, informazioni velocissime; ambienti e luoghi che sono nati e si sono evoluti con poca attenzione verso i valori socio-storici: risultano difficili da interpretare e vivere poiché concepiti per subire o consumare. Ci ritroviamo a fare i conti con un’urbanistica che, impegnata a pianificare fin troppo concretamente il sistema città, spesso tende violentemente a ridurre le espressioni creative. Quel rapporto stretto tra artisticità e ambiente cittadino, che nel passato riusciva a esprimersi, ora manca e ci manca.


#smartcity @urbanocreativo Architettura sostenibile per un ambiente a misura d’uomo
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Ambiente urbano e arte

Una città deve “formare vie di comoda transitabilità […] fornite di servizi pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”, recita Treccani. Servizi pubblici, vita sociale, così come eventi e iniziative che possano esprimere la cultura di un territorio e delle sue tradizioni, e valide proposte turistiche, sono dunque parte fondamentale nella valutazione della qualità della vita. Ed è l’esistenza di queste condizioni che fa sì che le città possano essere vissute e che possano poi restituire, in uno scambio reciproco, un ambiente accogliente e quindi attraente. É un circolo virtuoso, che ha bisogno di essere costantemente stimolato. In questo senso, dunque, l’arte potrebbe essere il mezzo attraverso cui riconoscere e apprezzare l’ambiente urbano in cui viviamo. Non passiva tutela e conservazione del patrimonio artistico e del paesaggio, ma soprattutto valorizzazione, che implica un approccio attivo e propositivo. Valorizzare un territorio significa renderlo più interessante non solo per potenziali turisti, ma anche per i cittadini stessi. Non significa solamente aprire un museo minore anche nei giorni feriali o creare una nuova piattaforma tecnologica per raccogliere ogni evento. Significa anche accogliere le novità, ricreare occasioni per liberare espressività e creatività individuali, non “limitarsi” alla fruizione dell’arte, ma far nascere nuovi interessi e stimoli.

Realtà aumentata spaziale

C’è una tecnica artistica, che fa parte di quella macrocategoria che si definisce street art, dal grandissimo potenziale per installazioni urbane e rappresentazioni artistiche effimere e immateriali. Si tratta del video mapping, detto anche realtà aumentata spaziale: immagini, video, giochi di luci e animazioni vengono proiettati su superfici piatte o strutture più complesse per ottenere inedite scenografie e spettacoli multisensoriali, dando alle architetture una nuova estetica. L’installazione è un’esperienza collettiva che coinvolge attivamente il paesaggio urbano in modo sempre originale per ogni territorio, vista l’unicità degli edifici di volta in volta scelti. Si inganna la percezione visiva di chi fruisce dell’opera, creando un effetto surreale e illusionistico. Il successo e il grande interesse verso questo strumento risiede nella caratteristica di adattarsi a superfici varie e senza mai intaccarle con segni permanenti. La tecnologia, applicata in modo creativo e consapevole ad ambiti come l’arte e la cultura, offre i mezzi per lo sviluppo di un ambiente sostenibile, e a bassissimo impatto. E, non c’è bisogno di specificarlo, il valore aggiunto non sta nella tecnica ma riguarda la valenza culturale che si vuol comunicare con il progetto artistico.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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La privacy europea https://www.datamanager.it/2016/07/la-privacy-europea/ Thu, 21 Jul 2016 13:38:06 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106554 La figura del DPO e l’introduzione del registro delle attività di trattamento. Nuovo approccio e nuovi criteri, anche quantitativi, per misurare la conformità in materia di protezione dei dati personali La normativa (GDPR – Regolamento UE 2016/679) introduce fra i vari concetti innovativi quello di “protezione dei dati fin dalla progettazione e protezione per impostazione […]

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La figura del DPO e l’introduzione del registro delle attività di trattamento. Nuovo approccio e nuovi criteri, anche quantitativi, per misurare la conformità in materia di protezione dei dati personali

La normativa (GDPR – Regolamento UE 2016/679) introduce fra i vari concetti innovativi quello di “protezione dei dati fin dalla progettazione e protezione per impostazione predefinita”. I titolari o i responsabili di trattamento dovranno pertanto valutare qualunque iniziativa che coinvolga un trattamento di dati personali, considerandone da subito i possibili impatti, al fine di predisporre tutti i presidi atti alla loro protezione. Il concetto di protezione dei dati personali è decisamente più esteso del concetto di sicurezza, tanto è che l’attuale normativa privacy italiana si chiama Codice in materia di protezione dei dati personali, e che GDPR sta per Regolamento generale sulla protezione dei dati.

Sono quindi molteplici gli elementi che è necessario prendere in considerazione, fin dalla progettazione, al fine di soddisfare i requisiti del Regolamento e tutelare i diritti degli interessati. Il titolare o il responsabile (e questa è un’altra novità introdotta dal GDPR), è tenuto a “rendicontare” le azioni intraprese, fin dalla progettazione, per garantire il rispetto dei requisiti normativi: un impegno non da poco, rispetto all’approccio tradizionale. Una normativa che impone una costante valutazione “ex ante” delle azioni intraprese richiede per il proprio rispetto anche metodi adatti di valutazione del loro impatto, possibilmente di natura quantitativa.


#privacy Giancarlo Butti @Clusit Nuovi indicatori e responsabilità per misurare la conformità
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Cosa e come misurare

Ma per misurare è innanzitutto necessario individuare “cosa misurare, quindi quali indicatori usare. In genere, si preferiscono misurare i risultati (lag indicators), perché sono più facili da valutare, sono precisi e in genere inconfutabili. Se si vuole sapere quanto si è venduto, basta consultare i registri delle vendite. Se si desidera sapere se il nostro peso è aumentato o diminuito, basta la bilancia. Ma se si desidera vendere di più o perdere qualche chilo di troppo, queste misure aiutano poco. Si è informati sulla situazione attuale, ma si hanno poche informazioni su quali siano le azioni da intraprendere per migliorare la situazione in base alle proprie aspettative. Per influenzare il futuro è necessario utilizzare un altro tipo di misura, in grado in qualche modo, di anticiparlo. Per esempio, se si desiderano aumentare le vendite, si potrebbe aumentare il numero di clienti contattati mensilmente o fare campagne più estese di marketing. Per perdere qualche chilo di troppo, si potrebbero misurare le calorie che vengono assunte giornalmente e correre per almeno 2 km al giorno.

Indicatori e responsabiltà

La misura di queste attività fornisce un insieme di lead indicators. Questi hanno la caratteristica di misurare non tanto il risultato, quanto il processo (quanti contatti, quante calorie, quanti km, etc.) messo in atto per raggiungerlo. Si tratta quindi di indicatori predittivi. Rispetto ai lag indicators, sono più difficili da definire e non danno alcuna garanzia di successo. Questo non solo rende difficile decidere quali indicatori scegliere, ma può anche essere fonte di dibattiti e disaccordi fra i soggetti impegnati nella loro individuazione, la quale richiede competenze specifiche rispetto al processo da misurare. In ogni caso, per confermare i risultati attesi, si devono definire altrettanti lag indicators. È inoltre necessario che qualcuno se ne prenda la responsabilità preventiva: l’accountability, infatti è uno dei requisiti che sta alla base del GDPR. Non solo. Nell’ottica del nuovo Regolamento, è opportuno evidenziare come aver definito una serie di lead indicators possa da una lato costituire una evidenza dell’attività di analisi e verifica messi in atto da chi effettua il trattamento e dall’altro rappresentare un fattore esimente nel caso in cui sia inflitta una sanzione pecuniaria per la cui valutazione l’autorità di controllo tiene conto delle misure tecniche e organizzative messe in atto ai sensi degli articoli 25 e 32.

Giancarlo Butti, internal auditor, docente CLUSIT

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Mezze stagioni e hacker romantici https://www.datamanager.it/2016/07/mezze-stagioni-hacker-romantici/ Thu, 21 Jul 2016 13:33:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106552 Si sarebbe portati a cedere alla rassegnazione, ma nemmeno certe notizie possono piegarci, persino dinanzi a eventi incontrovertibili La notizia è tanto drammatica, quanto prevedibile. Sopravvissuti alla scomparsa delle mezze stagioni, ora ci tocca fare i conti con la sparizione degli hacker idealisti e romantici. Mentre sul primo tema, le dissertazioni si sono sprecate (lasciando […]

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Si sarebbe portati a cedere alla rassegnazione, ma nemmeno certe notizie possono piegarci, persino dinanzi a eventi incontrovertibili

La notizia è tanto drammatica, quanto prevedibile. Sopravvissuti alla scomparsa delle mezze stagioni, ora ci tocca fare i conti con la sparizione degli hacker idealisti e romantici. Mentre sul primo tema, le dissertazioni si sono sprecate (lasciando democraticamente anche ampio spazio di discussione a chi per mezza stagione ha sempre considerato “autu”, “inv”, “prim” ed “esta”) – sul secondo fronte – le chiacchiere hanno sempre assicurato un atteggiamento scaramanticamente rispettoso. La paura di finirne vittima ha sempre fatto parlare degli hacker come di supereroi pronti a duellare per qualche sano principio, ma in alcune circostanze la loro aureola ha dato segni di mancamento come certi neon in qualche bar di periferia. Una recente ricerca di Kaspersky Lab ha acceso i riflettori sui cosiddetti “hacking for-profit”, in altre parole su quelli che anziché “pirati” sarebbe più opportuno etichettarli come “corsari” (pur in assenza della “lettera di corsa” che li autorizza alle scorribande sui mari di Internet).

Una ricognizione nei sotterranei di Internet ha consentito di scovare un sorprendente mercato nero dove è possibile acquistare le credenziali per accedere illecitamente a oltre settantamila server le cui protezioni sono state compromesse. Il posto magico in cui si spacciano account e password illegali è la piattaforma di trading “xDedic”. È lì che chi vuole provare emozioni proibite può trovare un “biglietto” per scorrazzare a propria scelta in uno (o più) dei 70.264 server che in 173 paesi del mondo espongono “involontariamente” segreti e curiosità di enti governativi e “corporations”. Considerato che un simile “ticket” – costituito da identificativo e parola chiave o da qualche grimaldello software – apre orizzonti che nemmeno Disney World saprebbe regalare, sarebbe logico aspettarsi un pedaggio salato e magari inavvicinabile.


#security @Umberto_Rapetto La cyber-kasbah è dietro l’angolo
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Invece chi vuole togliersi lo sfizio di dribblare severe procedure di autenticazione può cavarsela con pochi spiccioli e magari, se si è divertito, ripetere l’esperienza su altri server al prezzo di soli sei dollari alla volta. Qualcuno si chiederà dove possa trovarsi fisicamente questa Tortuga virtuale, e non mancherà chi la immagina lontana e irraggiungibile. A dispetto di certe radicate convinzioni, la cyber-kasbah è dietro l’angolo, visto che è dislocata nel Vecchio Continente e che una simile circostanza non rassicura sulla forza delle leggi e sulla capacità di deterrenza di chi a diverso titolo è chiamato a farle rispettare.

Il quattro per cento delle opportunità vietate è tricolore, ma non consola il sapere che “solo” (più o meno) 2800 importanti realtà pubbliche o private possano essere a rischio di visite inopportune. Il dato è ciclopico e dovrebbe lasciare sbigottiti anche i più scettici: è il segno fin troppo evidente della “proletarizzazione” degli attacchi hacker, resi incredibilmente facili, diventati alla portata di tutti per economicità di risorse tecniche e finanziarie necessarie allo scopo. Chi sbarca su xDedic ha solo l’imbarazzo della scelta non solo di obiettivi da prendere di mira, ma anche e soprattutto di strumenti da utilizzare. Quasi ci si trovasse nella fornitissima armeria di una riserva di caccia, il malintenzionato può scegliere quel che gli occorre, individuando il grado di difficoltà di impiego e il livello di precisione. Dalla rudimentale balestra alla bomba atomica, virtuali ovviamente ma non meno efficaci: si possono trovare bug ed exploit per gli amanti del fai-da-te, oppure optare per password “passepartout” o magari scegliere software e applicazioni che automatizzano l’attacco e non richiedono abilità o sforzi. Chi dovrebbe preoccuparsi non lo fa. Mi dirà qualcuno, e allora perché agitarsi tanto? Non lo so, forse io lo faccio per vizio, per abitudine. Mi spiace brontolare di queste cose da quasi trent’anni, ma proprio non riesco a farne a meno. E quel che mi commuove è che trovo sempre la solita simpatica indifferenza. Almeno questa non è scomparsa.

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SDA Bocconi e Accenture, l’Academy dove nascono i nuovi CIO https://www.datamanager.it/2016/07/sda-bocconi-accenture-lacademy-nascono-nuovi-cio/ Thu, 21 Jul 2016 13:30:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106549 «Un’academy per talenti IT, per chi crede in una digitalizzazione utile, possibile e sostenibile». Ce la descrive così, Paolo Pasini, direttore Unit Sistemi Informativi di SDA Bocconi School of Management, che, insieme a Giuseppe Gorla (head technology consulting di Accenture), si occuperà della direzione scientifica del corso. Un’academy pensata per chi ha l’obiettivo di acquisire […]

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«Un’academy per talenti IT, per chi crede in una digitalizzazione utile, possibile e sostenibile». Ce la descrive così, Paolo Pasini, direttore Unit Sistemi Informativi di SDA Bocconi School of Management, che, insieme a Giuseppe Gorla (head technology consulting di Accenture), si occuperà della direzione scientifica del corso.

Un’academy pensata per chi ha l’obiettivo di acquisire in poco tempo la capacità di guidare gli impatti sistemici delle tecnologie digitali, la conoscenza delle metodologie e degli strumenti per gestire o per collaborare ai progetti di digitalizzazione e per operare in una funzione IT nell’era digitale. I nuovi scenari competitivi, la crescente digitalizzazione delle imprese e la disponibilità di nuove tecnologie obbligano le aziende ad accelerare i propri processi e a rivedere le proprie logiche di funzionamento. Se l’IT è il motore di tale trasformazione, i CIO del futuro devono immaginare nuove modalità di allineamento non sequenziale ma reciproco con l’azienda stessa, attraverso strumenti e metodi capaci di creare valore. Per guidare e vivere da protagonisti il cambiamento, le funzioni IT/Digital devono cambiare mindset e metodi di management e gli specialisti IT sono chiamati a modificare il proprio profilo professionale, basandolo su tre aree di competenza fondanti, ci spiega Pasini.


’Academy per i nuovi #CIO SDA Bocconi e @Accentureitalia @sdabocconi
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«La capacità di comprendere le sfide e le opportunità che l’impresa si trova ad affrontare in un mondo digitale. La capacità di gestire e collaborare a progetti tecnologici in cui agilità e velocità sono una caratteristica imprescindibile. E la capacità di lavorare all’interno di funzioni IT moderne, adottando i più attuali modelli di IT management». Lo sviluppo di queste tre aree di competenza è la sfida che l’Academy vuole affrontare, unendo le energie di due importanti attori complementari nel contesto italiano, SDA Bocconi, leader nella formazione manageriale in Italia e unica istituzione posizionata nei ranking internazionali, e Accenture, leader nella realizzazione della trasformazione digitale delle imprese italiane e internazionali.

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Che cosa significa “valore” per un business analyst? https://www.datamanager.it/2016/07/cosa-significa-valore-un-business-analyst/ Thu, 21 Jul 2016 13:25:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106546 Come posso contribuire al pensiero sistemico e analitico, in modo che la soluzione raggiunta fornisca un valore esattamente corrispondente alle reali esigenze del business? Se si parla di requisiti ai business stakeholder, cioè alle parti interessate nel business, si rischia di sentire affermazioni come: «Vorrei un altro schermo che mi mostri i totali di produzione […]

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Come posso contribuire al pensiero sistemico e analitico, in modo che la soluzione raggiunta fornisca un valore esattamente corrispondente alle reali esigenze del business?

Se si parla di requisiti ai business stakeholder, cioè alle parti interessate nel business, si rischia di sentire affermazioni come: «Vorrei un altro schermo che mi mostri i totali di produzione giornalieri. Vorrei che Excel mi visualizzi le vendite per il trimestre precedente. Vorrei sapere quanti dipendenti nuovi si aggiungono ogni mese». Oppure, si sentono racconti come questo: «In qualità di direttore di produzione, vorrei uno schermo che mostri la produzione di ogni fabbrica in modo da vedere la produttività di tutti i nostri stabilimenti». In ciascuno di questi esempi, lo stakeholder sta esprimendo la soluzione da lui percepita per una qualche necessità inespressa. Ma non sappiamo perché lo stakeholder vuole i totali di produzione giornalieri, dato che non ha spiegato cosa farà con i dati di vendita. Solo quando si conosce il motivo per cui qualcuno sta chiedendo qualcosa, allora si è in grado di fornire un valore. Cioè, è possibile fornire una soluzione che corrisponda alla reale esigenza di business, anche se la vera necessità è ancora inespressa. In questo senso, qualsiasi soluzione che non soddisfa un bisogno reale è uno spreco di risorse.


#RequirementsProcess Che cosa significa valore? @techtran
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Ascoltare le richieste

Bisogna quindi prendere in considerazione il motivo per cui vengono chieste soluzioni, e cosa si può fare per arrivare alla reale esigenza. In primo luogo, è abbastanza naturale per un essere umano chiedere una soluzione che sia vicina alla propria realtà tangibile. Se si sta progettando un viaggio si è più propensi a dire: «Prendiamo l’autobus delle 9.30» – invece di dire – «Voglio spostarmi da casa al lavoro con mezzi di trasporto che mi portino in tempo al meeting delle 10.15». Qui il punto è che si parla in termini tangibili invece che per astrazioni. Uno skill chiave di business analysis è quello di ascoltare le richieste degli stakeholder, e poi applicare il pensiero analitico e sistemico per scoprire la reale esigenza. E questo scopo si raggiunge soprattutto chiedendosi perché: «Perché avete bisogno dei totali di produzione giornalieri? Per confrontare le unità prodotte con quelle vendute? E poi cosa ne farete? Per regolare il ciclo produttivo della prossima settimana in modo da coprire le previsioni di vendita»?

Il risultato di questa conversazione è che l’analista comincia a comprendere la reale esigenza di business: «In qualità di responsabile di produzione, posso confrontare le unità prodotte ogni giorno con quelle vendute, in modo da sapere come regolare il ciclo produttivo per la prossima settimana e assicurare che siamo in grado di soddisfare tutti gli ordini dei nostri clienti». Va anche notato che adesso vengono usati termini come “posso” invece di “voglio”, dove “posso” indica un bisogno, mentre “voglio” suggerisce una soluzione.


#TechnologyTransfer Suzanne Robertson sarà a Roma 17-19 ott per @techtran
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Fornire valore di business

Applicando il pensiero analitico e sistemico, il business analyst scopre cosa può fornire valore al business. Anche se può sembrare strano, spesso gli stakeholder non chiedono direttamente valore di business, e lo fanno per molteplici ragioni. Gli stakeholder pensano in termini di come le cose vengono fatte ora. Non sanno cosa è possibile. La mentalità a silos mette pareti intorno al loro modo di pensare, rendendo difficile vedere il quadro più ampio. Pensano in termini di come fare qualcosa, invece che di quello che deve essere fatto. Il loro pensiero è centrato su se stessi, invece che sul business complessivo. In considerazione di tutto questo, l’analista di business può (e deve) chiedere perché la richiesta è stata fatta: comprendendone la ragione, il business analyst è in grado di fornire una soluzione che produce reale valore di business. Ma l’analista ha anche bisogno di esplorare altre possibilità di miglioramento del business. Per esempio, dovrebbe suggerire idee innovative per migliorare la policy di business esistente: anche se il business analyst non la determina, può però fare raccomandazioni in modo che gli stakeholder di business siano in grado di scegliere le innovazioni che forniranno il massimo valore.

L’analista deve quindi chiedere agli stakeholder: «Quanto sarebbe utile essere in grado di fornire una soluzione che offre un ciclo di produzione giornaliero rettificato al fine di evitare ordini inevasi? Quanti ordini sono inevasi in questo momento? Quanto ci costano questi ordini inevasi? Ci sono altri fattori che causano ordini inevasi? Potrebbe essere utile correlare il programma di produzione con le consegne dei materiali da parte dei fornitori»? Queste domande indicano che l’analista di business sta usando il pensiero sistemico per trovare le reali esigenze, guardando all’intera attività e all’effetto di ciascuna parte sulle altre. È solo trovando la reale esigenza che la soluzione ottimale può essere realizzata. La soluzione ottimale è quella che corrisponde alle reali esigenze e fornisce il massimo valore di business per il suo costo.

La scoperta dei bisogni reali è responsabilità dei business analyst, ma la scelta della soluzione ottimale è di solito responsabilità degli stakeholder: operando insieme, entrambi possono garantire che stanno fornendo il massimo valore di business.


#TechnologyTransfer James Robertson sarà a Roma 20-21 ott 2016 per @techtran
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James Robertson

Consulente, insegnante, autore e project leader. La sua opera nel campo della Business Analysis e della raccolta dei requisiti è apprezzata in molte parti del mondo. È co-autore di “Mastering the Requirements Process”, “Requirements-Led Project Management” e dell’approccio Volere per l’engineering dei requisiti. È anche fondatore dell’Atlantic Systems Guild, un think thank conosciuto in tutto il mondo per le sue tecniche innovative di systems engineering.

Suzanne Robertson

Principal dell’Atlantic Systems Guild. Indiscussa autorità nel mondo della system analysis e requirements modeling. È co-autrice con James Robertson di “Complete Systems Analysis: the Workbook, the Textbook, the Answers” e di “Mastering the Requirements Process”. È roving ambassador per il Reuse Group della British Computer Society e ha fatto parte del comitato per Object Technology 97.

Suzanne Robertson presenterà a Roma per Technology Transfer il seminario “Mastering the Requirements Process” il 17-19 ottobre 2016 e James Robertson terrà sempre a Roma il seminario “Mastering Business Analysis” il 20-21 ottobre 2016.

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