rivistamarzo2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 12 Mar 2020 10:20:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamarzo2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Gruppo Daman, portatori di innovazione https://www.datamanager.it/2020/03/gruppo-daman-portatori-di-innovazione/ Mon, 09 Mar 2020 14:55:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197103 Attraverso una miscela di tecnologie sapientemente selezionate sul mercato, unite alla capacità di sviluppare internamente app, servizi e contenuti multimediali, la boutique italiana dell’informatica porta il vento della trasformazione – e della cybersecurity – in casa della clientela top Se l’innovazione è una ricchezza da distribuire in modo il più possibile uniforme, le strade percorribili, […]

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Attraverso una miscela di tecnologie sapientemente selezionate sul mercato, unite alla capacità di sviluppare internamente app, servizi e contenuti multimediali, la boutique italiana dell’informatica porta il vento della trasformazione – e della cybersecurity – in casa della clientela top

Se l’innovazione è una ricchezza da distribuire in modo il più possibile uniforme, le strade percorribili, mutuate dall’esperienza in politica economica, sono due. In una visione per così dire “keynesiana” si possono cambiare le cose pianificando e incentivando grandi progetti di rinnovamento sistemico, agendo su intere aziende e interi settori, integrando diversi strumenti e piattaforme. Un approccio più “liberistico” persegue scenari meno sistemici, popolati di tecnologie più mirate, che sanno risolvere un insieme di problemi specifici – e facendolo – cambiano la testa delle persone, coinvolgendo – e ispirando – sempre più emulatori disposti a raccogliere e rilanciare la singola esperienza. Un cambiamento insomma che parte da piccole zone di forte rottura rispetto al passato e gradualmente si diffonde, goccia a goccia, verso strati più ampi.

Il parallelo tra innovazione ed economia è stimolato dal racconto dell’AD Gianni Baroni sull’evoluzione di Gruppo Daman, l’azienda di informatica fondata nel 2003, al termine di una lunga e proficua esperienza nel campo della prima generazione della business intelligence, con Datamat prima, e successivamente come responsabile europeo di Business Objects. Ma a differenza di quanto avviene in economia, i due modelli di innovazione proposti non sono alternativi, anzi spesso funzionano meglio quando possono agire simultaneamente. Da un lato la trasformazione legata, per esempio, all’adozione delle grandi piattaforme ERP. Dall’altro il cambiamento che ha origine da una esigenza più puntuale, risolto da una soluzione high-tech molto avanzata, forse limitata nel suo raggio di applicazione, ma capace di stimolare un nuovo modo di fare le cose.

NON UN SEMPLICE DISTRIBUTORE

Gruppo Daman, nel suo ruolo di selezionatore e rappresentante di prodotti informatici di alta caratura, in grado di colmare – sottolinea Baroni – «ampi gap industriali o tecnologici» – somiglia molto più alla seconda tipologia di operatori che al tradizionale system integrator. Ma sarebbe riduttivo pensare al Gruppo come a un semplice rappresentante di marchi altrui. Intorno ai prodotti che Daman veicola all’interno delle maggiori realtà industriali e di servizio in Italia, Pubblica Amministrazione centrale inclusa, la società italiana ha saputo costruire un ecosistema di conoscenze e skill certificate che permettono ai clienti di risolvere ogni aspetto implementativo, arrivando a coprire anche l’aspetto del supporto di primo livello per molte delle tecnologie proposte. Dopo quasi vent’anni di lavoro e la creazione di due veri e propri spinoff – Daman Digital Innovation e Cyber Guru – la definizione di “distributore” comincia ad andare decisamente stretta a una realtà che prende l’innovazione estremamente sul serio e che oggi genera cambiamento in piena autonomia, portando sul mercato diverse soluzioni e servizi sviluppati internamente accanto a una serie di relazioni commerciali di successo come Demisto e BeyondTrust, rivolti rispettivamente all’automazione del Security operation center e alla gestione dei privilegi di accesso. Da dove comincia questa storia? Siamo agli inizi del nuovo millennio e dopo la lunga, intensa esperienza vissuta in Datamat e nella business intelligence, Gianni Baroni lascia passare solo qualche mese di riflessione prima di gettarsi corpo e anima nella sua nuova iniziativa.

Gianni Baroni amministratore delegato di Gruppo Daman

«Avevo trovato un grande ispiratore in Pierluigi Zappacosta, il fondatore di Logitech, che aveva appena creato Digital Persona, specializzata in sistemi di riconoscimento delle impronte digitali. Casualmente, nel board di quella società sedeva l’ex CFO di Business Objects, che avevo lasciato come capo europeo. Fu lui a suggerirmi come distributore di Digital Persona e altre società». Per i primi anni, il business di Baroni prosegue sostanzialmente nella veste di “one man band”. Il nome stesso di Gruppo Daman nasconde un simpatico personalismo. In Business Objects, le felici intuizioni di Baroni e la sua capacità di usare soluzioni molto innovative dentro a una piazza diversificata come quella europea, avevano indotto i colleghi americani a soprannominarlo, in puro slang, “da man” (da “the man”, il risolutore), un’idea che Baroni ha voluto traslare nella nuova società, sottolineando l’importanza dell’elemento umano che, anche in un settore tecnologico, risulta essere sempre decisivo. Ma l’ingresso di nuovi soci, l’inevitabile crescita del volume d’affari e del numero di collaboratori, sfociano in un’azienda più complessa, che continua tuttavia ad avere come missione l’importazione di soluzioni informatiche di nicchia per un mercato italiano che – ricorda oggi Baroni – «soffriva di scarsa considerazione soprattutto da parte delle aziende tecnologiche americane, anche a causa di market practice non propriamente facili da metabolizzare. Per molti, Gruppo Daman fungeva da perfetto stato cuscinetto».

NASCE LA SOFTWARE FACTORY

All’incirca a metà del secondo decennio del 2000, due fattori contribuiscono a dare una svolta significativa, dando inizio a un nuovo corso negli uffici di Baroni e dei suoi soci Gianni Rossi e Luca Varini. «Il primo elemento – prosegue il fondatore – fu la decisione di imprimere una forte virata in direzione della cyber security. Fummo bravi però ad anticipare il rumore che le tematiche cyber avrebbero suscitato pochi anni dopo, in seguito all’inchiesta sugli hacker romani Occhionero». Nel radar di Baroni e dei suoi esperti, entrano i sofisticati prodotti dell’industria della cybersicurezza israeliana. In particolare, una soluzione tanto efficace quanto poco conosciuta e anticipatrice come Demisto, che introduce il concetto di SOAR, SOC orchestration automation and response, combinando in una unica piattaforma la completa gestione degli incidenti, l’orchestrazione di tutte le infrastrutture di sicurezza, le investigazioni interattive e la funzione di machine learning a partire dalle attività degli analisti. Le capacità di regia e orchestrazione di Demisto, servono a snellire e automatizzare le attività più ripetitive e i principali flussi di lavoro del SOC (Security operation center), potenziando l’efficacia degli analisti e ottimizzando il valore di una unità di misura decisiva per qualsiasi struttura informatica complessa colpita da un attacco o da un malfunzionamento: il cosiddetto, MTTR, mean time to repair, tempo medio di riparazione in seguito a incidente. Demisto viene incontro all’esigenza, da parte dei responsabili del SOC, di ridurre il più possibile gli interventi e le analisi manuali. In un’epoca di cyber attacchi mirati, approfonditi, infinitamente ripetibili, non ci si può permettere di perdere tempo su falsi allarmi e attacchi a bassa intensità e la soluzione permette di focalizzare l’attenzione del CISO sulle cose che contano. Tanta è l’abilità di Daman nel targetizzare il prodotto verso i suoi utenti naturali – amministratori di sistema, responsabili della sicurezza, CISO aziendali, operatori SOC – esclusivamente all’interno delle istituzioni bancarie, nella PA centrale, nelle grandi realtà industriali – che quando l’anno scorso Demisto viene acquisito da Palo Alto Networks per circa mezzo miliardo di dollari, il mercato italiano è già il secondo per volumi, subito alle spalle degli Stati Uniti. Un successo senza precedenti, che induce Gruppo Daman a promuovere a livello locale un network ufficiale di user, che diventa presto una community impegnata a scambiarsi consigli e buone pratiche, generando in parallelo un grosso valore promozionale.


#coverstory #GruppoDaman Il know-how del system integrator e lo spirito dello sviluppatore indipendente
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DATI, UN PATRIMONIO COLLETTIVO

La sicurezza non è però la sola specializzazione su cui Gruppo Daman comincia a far leva. «Ancora prima – rivela Baroni – avevo fondato quasi per gioco la startup Lambo che sviluppava una app per la facile archiviazione di documenti personali, in particolare gli scontrini e le note spese. Evidentemente, la voce si era diffusa perché un importante cliente della pubblica amministrazione a quel punto ci coinvolse come Daman nella progettazione e sviluppo di un’app informativa. Non solo. Dopo la app, progettammo e sviluppammo diversi portali e applicazioni per il cittadino». Il grande lavoro svolto per lo studio della corretta interfaccia, con l’ausilio di personale altamente specializzato, ha permesso alla squadra di Baroni di consolidare un know-how e una metodologia. E tutto viene fatto confluire nello spinoff Daman Digital Innovation (DDI) guidato da Luca Varini. Una società a sé stante, ma perfettamente inserita nel contesto del Gruppo. «Lo sviluppo di Lambo – ricorda oggi Varini – fu un’idea nostra, che non aveva a che fare con alcun cliente ed è stata davvero una grande palestra. L’app aveva raggiunto senza alcuna particolare promozione i 150mila download. Quando il cliente è arrivato davvero e ci ha chiesto di misurarci su qualcosa che il Gruppo non era ancora abituato a fare, abbiamo ripreso in mano le cose che avevamo imparato per centrare un obiettivo diverso: la realizzazione di un’applicazione che permettesse al committente, nel caso specifico una PA, di valorizzare i grandi volumi di dati in suo possesso».

Luca Varini direttore generale di Daman Digital Innovation

Per Daman Digital Innovation quell’applicazione di online data publishing è rimasta una forte vocazione su cui si concentra attualmente un team dedicato. «All’interno di un mercato molto più prudente e ponderato come quello dell’informatica per la pubblica amministrazione – spiega Varini – DDI si incarica di tutte le attività di progettazione, pianificazione, project management, realizzazione e testing, agendo anche da software factory per tutte le esigenze di gruppo. Lo scopo è quello di traslare un set di competenze professionali di alto profilo in un contesto oggettivamente poco sensibile all’innovazione digitale. La missione di DDI è quella di valorizzare il patrimonio informativo dei propri clienti rendendolo accessibile attraverso tecniche avanzate di online data publishing». Un altro aspetto particolarmente delicato è rappresentato dal target dei siti web e delle applicazioni realizzati da Daman Digital Innovation: il consumatore-cittadino. «La nostra metodologia deve mettere al centro gli utilizzatori, deve coinvolgerli in uno stile di progettazione molto partecipativo» – afferma Varini. Senza essere una vera e propria web agency, Daman Digital Innovation utilizza le metodiche più consolidate in questi casi. Le soluzioni di data publishing vengono progressivamente testate, e una sorta di comitato redazionale analizza le reazioni degli utenti, studia le “personas” che dovranno navigare tra le informazioni.

TOGLIERE IL FRENO ALLA BUROCRAZIA

«Il nostro è un continuo lavoro di affinamento – prosegue Varini – non ci innamoriamo della nostra prima idea ma la testiamo col cliente e non smettiamo di analizzare risultati e comportamenti, magari, variando la direzione presa». Se la pubblica amministrazione rappresenta forse la fetta più grossa del mercato generato da Daman Digital Innovation, l’azienda svolge le sue attività anche per conto di grandi clienti dell’industria privata. «I temi dell’innovazione digitale sono importanti per tutti, e anche all’interno della PA – spiega Varini – si incontrano tante persone appassionate di cambiamento in chiave tecnologica, capaci di mescolare tecnologie avanzate a eccellenti capacità. C’è però un aspetto culturale che induce a non adottare i comportamenti giusti, ad accettare di lavorare in modo diverso per ottenere risultati diversi». Su questo aspetto DDI è riuscita a far breccia in modo sorprendentemente efficace, contribuendo – con i siti e le app sviluppate per conto dei suoi clienti – a iniettare una forte dose di innovazione e trasparenza nella modalità di accesso a informazioni, dati e procedure che la burocrazia italiana è abituata invece a nascondere dietro spessi strati di complessità.


#coverstory #GruppoDaman Orchestratore di soluzioni ad alta caratura per l’impresa data driven
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L’assetto odierno di Gruppo Daman comprende anche una seconda realtà. Se Daman Digital Innovation scaturisce da una iniziativa legata ad una specifica esigenza di un cliente, Cyber Guru è fortemente influenzata dalla cultura verso la cyber security che la società di Baroni ha accumulato nella sua veste di distributore di prodotti come Demisto o BeyondTrust. La missione di Cyber Guru non riguarda tuttavia gli aspetti tecnologici della protezione. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla awareness, sulla sensibilità di chi opera all’interno di una organizzazione nei confronti della sicurezza. Il comportamento delle persone davanti a molte tipologie di attacco è forse il pezzo più importante del puzzle della protezione e Daman ha messo a punto una piattaforma di training che permette di costruire e rafforzare la consapevolezza dei singoli in materia di cyber security. Una specie di scuola di prudenza digitale.

Tutte le peculiarità di un distributore di tecnologie, che riesce ad avere in realtà aziendali molto complesse lo stesso impatto culturale e trasformativo di un big della system integration, emergono dalle parole del responsabile commerciale di Gruppo Daman, Gianni Rossi. «Sì, nei numeri siamo una piccola azienda di informatica e se escludiamo le attività di software factory portate avanti da Daman Digital Innovation, proponiamo soluzioni che non sviluppiamo direttamente». Perché un gruppo di 35 persone arriva ad avere un peso così determinante in clienti di dimensioni assai più estese di questa boutique dell’informatica? «Perché con i suoi prodotti, Daman porta innovazione vera. Non veniamo percepiti come semplici rivenditori, ma grazie alla nostra competenza tecnica riusciamo a stabilire relazioni di forte fiducia con tutti i nostri interlocutori, che ci chiamano a svolgere il ruolo di advisor, di consulenti in grado di inoculare nuove idee oltre che tecnologie».

Gianni Rossi sales manager di Gruppo Daman con il suo team di lavoro

L’ESEMPIO DA SEGUIRE PER INNOVARE

Il trucco sta anche nella cura che le persone di Daman – il team commerciale guidato da Rossi è composto da altri tre specialisti – hanno nel sistema di relazioni interno ai clienti. Il primo passo, in altre parole, sta nel selezionare prodotti disruptive, o come nel caso di Demisto, anticipare con il prodotto giusto la direzione verso cui stanno andando determinate applicazioni. Il secondo ingrediente è appunto l’insieme di competenze e dei livelli di assistenza che Daman mette al servizio dei suoi clienti, più con lo spirito dello sviluppatore indipendente che del distributore. Ma la terza componente, probabilmente la più fruttuosa, anche in termini di crescita di fatturato (raddoppiato nei tre anni trascorsi dal lancio di Daman Digital Innovation e Cyber Guru), è il dialogo con gli utenti, che spesso diventano i primi portabandiera della qualità ed efficacia dei prodotti. «La nostra capacità di investire tempo, risorse, persone, conoscenze tecniche e di mercato, è superiore allo sforzo che gli stessi sviluppatori riescono a mettere in gioco» – afferma Rossi. E diversa è anche la continuità dell’impegno. «Molti possono andare a caccia di novità sviluppate in Israele. Daman, oltre a svolgere quest’azione di scouting, a volte su mandato diretto del cliente, cura anche gli aspetti della localizzazione e dell’integrazione della soluzione tecnologica nello specifico contesto dei suoi utilizzatori finali». Non c’è troppo da stupirsi se questi ultimi riescono poi a diventare veri e propri ambasciatori, all’interno e all’esterno delle rispettive organizzazioni, creando per il gruppo numerose opportunità di up e cross-selling.

Ancora una volta è Demisto l’esempio più visibile del grado di coinvolgimento che le tecnologie in portafoglio riescono a generare. L’interesse suscitato all’interno dell’user group italiano su una piattaforma di automazione, che dopotutto ha un target molto circoscritto, ha sorpreso lo stesso management dell’azienda italiana. I chief security officer di banche, ministeri e partecipate si ritrovano a discutere delle varie problematiche e di come risolverle, scambiandosi opinioni, suggerimenti e casi applicativi. «In questo modo – continua Rossi – le occasioni pubbliche di incontro sono un formidabile volano di crescita». Cosa che del resto si può dire per tutti gli eventi che rappresentano il motore della strategia di marketing, affidata a Maurizio Zacchi. I primi protagonisti degli incontri dedicati a un prodotto non sono mai i prodotti in sé, ma gli utilizzatori che vivono in prima persona l’impatto positivo che una determinata tecnologia può portare in una organizzazione. In quasi vent’anni, il catalogo di Gruppo Daman non ha mai smesso di evolversi, reagendo costantemente ai trend più innovativi del mercato informatico. «Tipicamente – interviene ancora l’AD Gianni Baroni – abbiamo cercato di limitare il nostro portafoglio a pochi prodotti, cercando sempre di individuare soluzioni che potessero dare continuità. Non è una formula semplice perché l’obiettivo naturale di molte startup innovative non consiste nel diventare grandi, ma nel farsi acquisire». In passato, c’è stato l’esempio di KXEN, un produttore di software per l’analisi predittiva che Daman rappresentò fino al 2013, anno in cui la piccola società americana si fuse con SAP. Demisto, al contrario, ha se possibile rafforzato la relazione con Daman anche dopo l’acquisizione da parte di Palo Alto Network. Su questa e altre tecnologie, il team di Baroni svolge anche un ruolo di cerniera nei confronti dei grandi system integrator, partecipando direttamente a progetti di integrazione di maggior respiro e spesso facendo da “nave scuola” nei confronti dei tecnici delle società di consulenza, quando queste sono chiamate a inserire le soluzioni Daman in contesti più estesi.

LOTTA ANTIMALWARE, A LEZIONE DAL GURU

L’anima più didattica del Gruppo in questo momento aleggia in Cyber Guru, creata appositamente per affrontare l’angoscioso problema del “fattore umano” nella cyber security. «I maggiori vendor di soluzioni di sicurezza avvertono che la miglior difesa contro determinate categorie di malware sta in un comportamento più avveduto – spiega Baroni –. Finora, nessuno però è riuscito a indirizzare il problema. E le soluzioni di e-learning che abbiamo preso in esame non ci hanno convinto. Così abbiamo deciso di costruirla da soli». E anche questa volta, i risultati vanno decisamente contro corrente. Il punto debole dei programmi di formazione in quest’ambito, sono i bassi livelli di redemption dei corsi erogati tradizionalmente ai dipendenti delle imprese. «Mediamente, un piano di e-learning raggiunge un 10-15% di redemption» – calcola Baroni. «Gli allievi, insomma, non seguono e soprattutto non ricordano le lezioni». La piattaforma Cyber Guru, sperimentata con i dipendenti di un grande gruppo bancario nazionale, raggiunge percentuali superiori all’80, fino al 95%. Anche la persistenza delle nozioni assorbite è molto più duratura. «Un gradimento e un rendimento così elevati ci hanno incoraggiati a lanciare la stessa formula anche al di fuori dei confini nazionali, partendo dal prossimo anno con il Regno Unito».


#coverstory #GruppoDaman Agire sulla formazione del fattore umano come prima linea di cyber defence
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Il concept alla base delle lezioni erogate da Cyber Guru ricorda molto lo stile delle lezioni di lingua “sceneggiate” della televisione d’antan. Tant’è vero che il messaggio – sottolineano i responsabili dell’iniziativa – non è affidato a cartoni animati e pupazzetti, ma ad attori professionisti in carne e ossa che affrontano situazioni molto realistiche, per esempio, il messaggio di posta con allegato, la chiavetta USB trovata che arriva chissà da dove e così via. I contenuti vengono accuratamente studiati da una redazione di esperti di sicurezza, formazione e comunicazione visiva e un sistema di calendarizzazione fa in modo che i destinatari possano regolarmente seguire lezioni che al momento vengono raggruppate in due distinti moduli: C.G. Awareness e C.G. Phishing. «Nel primo caso, vengono affrontati i temi più generali della cyber security, con un linguaggio e un approccio di problem solving personale e aziendale al tempo stesso. Nel secondo, è il singolo utente che impara come comportarsi davanti ai messaggi di posta sospetti attraverso un percorso sempre più articolato». Inoltre, l’apprendimento segue un principio di continuous learning che prevede un certo numero di sessioni da seguire nell’arco dell’anno secondo un piano di certificazione triennale. Malgrado l’età relativamente giovane, Cyber Guru è stata adottata da una dozzina di clienti verso cui sono già state erogate 300mila ore di lezioni. Ma soprattutto ha consentito a Gruppo Daman di centrare un risultato importante in un ambito della cyber security lasciato finora scoperto da molti big. In fin dei conti, è questa concretezza – la capacità di andare oltre ciò che Baroni definisce “slideware” con soluzioni che permettono di misurare il ritorno immediato in termini di trasformazione – a definire nel modo migliore il ruolo di un player diverso da tutti gli altri: il distributore con l’anima del system integrator.

Foto di Gabriele Sandrini

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Infrastrutture software defined. Fattore iperconvergenza https://www.datamanager.it/2020/03/infrastrutture-software-defined-fattore-iperconvergenza/ Mon, 09 Mar 2020 14:39:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197098 L’iperconvergenza apre la strada a nuove possibilità. Per avvicinarsi davvero alle esigenze di un business che corre, l’IT deve liberarsi del peso della monoliticità e sposare il modello del cloud ibrido. Piccola guida all’evoluzione del data center Sostenuta dal vento in poppa alla tendenza verso il software defined everything, l’iperconvergenza sta trasformando gli approcci architetturali […]

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L’iperconvergenza apre la strada a nuove possibilità. Per avvicinarsi davvero alle esigenze di un business che corre, l’IT deve liberarsi del peso della monoliticità e sposare il modello del cloud ibrido. Piccola guida all’evoluzione del data center

Sostenuta dal vento in poppa alla tendenza verso il software defined everything, l’iperconvergenza sta trasformando gli approcci architetturali e di governo delle grandi infrastrutture di calcolo e storage. E non solo. Le nuove infrastrutture iperconvergenti sono al centro di molte strategie di trasformazione del data center sia in situazioni centrali sia periferiche (branch office, edge) e caratterizzano inoltre una quota significativa di progetti di “privatizzazione” del cloud. Nel 41% dei casi analizzati dagli esperti di IDC, a conferma delle ottime condizioni di salute di questo nuovo mercato, il cloud privato passa per i nuovi apparati iperconvergenti, specialmente dove si punta a un modello di cloud sempre più ibrido. Se la semplicità del self-service è uno dei plus più interessanti per chi investe in soluzioni HCI, l’utenza può approfittare di numerosi vantaggi, ottenendo per esempio un supporto più immediato alle nuove architetture applicative, spesso attraverso la containerizzazione. In più può contare su sofisticate console di monitoraggio della performance e dell’impiego fatto delle risorse convergenti, per calcolare con molta più precisione i relativi ritorni sugli investimenti.

Le infrastrutture iperconvergenti si prestano molto bene alle iniziative dove la prima esigenza è la scalabilità, la possibilità di espandere le proprie risorse in modo molto lineare, semplicemente agendo sul numero dei nodi HCI installati. Infine, l’iperconvergenza si sposa alla pianificazione di infrastrutture ibride, per esempio, consentendo la creazione di isole HCI destinate a specifici carichi di lavoro, o a determinati obiettivi applicativi, inserite in contesti più tradizionali. A fronte del crescente interesse nei confronti di soluzioni HCI, gli analisti di IDC offrono una serie di considerazioni rivolte al potenziale acquirente di queste tecnologie, invitando i decisori aziendali a documentarsi il più possibile su questa nuova opportunità. In “Understanding hyperconverged infrastructure and buying the optimal system” la società di ricerche elenca cinque punti fissi. Primo: al contrario di quanto avviene con le architetture standard convenzionali, esistono tante architetture e varianti HCI e occorre operare opportune scelte strategiche. Secondo: ciascun vendor e ciascun prodotto ha i suoi esclusivi punti di forza e le sue debolezze. Terzo: ogni soluzione HCI di ultima generazione poggia su determinate tecnologie hardware, critiche per una operatività ottimale.

Quarto: nel mondo del software defined everything, il valore di un sistema HCI è soprattutto legato alla suite di funzionalità software offerte o supportate. Quinto: un sistema HCI ottimale diventa parte integrante di qualsiasi strategia IT e business concretamente olistica. «Le soluzioni iperconvergenti sono da sempre viste da IDC come l’elemento cardine su cui fondare il percorso evolutivo dell’infrastruttura del data center, per cogliere i vantaggi di gestione, scalabilità e performance – non solo – in un’ottica di IT tradizionale – quanto soprattutto per mettere le basi per la creazione di un ambiente di cloud privato in grado di interagire con le offerte di cloud pubblico in ottica multicloud e ancor più hybrid cloud» – spiega Sergio Patano, associate research director di IDC Italy.

Sergio Patano, associate research director di IDC Italy

UN’AZIENDA SU DUE

L’attenzione delle aziende verso queste soluzioni è molto alta, tanto che secondo le ultime analisi di IDC, la spesa per tali soluzioni è prevista crescere nel 2020 rispetto al 2019 del 31% e arriverà a sfiorare i 90 milioni di euro. Sul mercato italiano, secondo le ultime survey IDC a disposizione – prosegue Patano – sono meno del 30% le aziende che prevedono di adottare soluzioni iperconvergenti per andare a sostituire l’infrastruttura server o storage esistente». Ma d’altra parte le aziende italiane non puntano sull’iperconvergenza solo per sostituire l’infrastruttura in fase di refresh tecnologico. «Sono infatti oltre il 50% quelle realtà che andranno a investire in sistemi iperconvergenti per potenziare le capacità di calcolo e di archiviazione della propria infrastruttura IT, in aggiunta all’esistente». HCI e cloud sono legati a doppio filo anche nel percorso evolutivo infrastrutturale. In particolare, oltre il 30% delle aziende intervistate dichiara che la propria attitudine è quella di utilizzare i sistemi iperconvergenti per gestire ambienti multicloud. Non solo, le aziende nel 28% dei casi dichiarano che tali sistemi sono fondamentali per lo sviluppo del proprio private cloud per fornire ai propri clienti interni servizi “public-cloud-like” da un ambiente on premise. Infine, completano il quadro del valore percepito dalle realtà italiane, il 18% di aziende che affermano l’importanza critica dei sistemi HCI nello sviluppo e nella realizzazione della propria strategia di hybrid cloud.

Questa tendenza avviene all’interno di un quadro più ampio in cui la priorità delle aziende, per quanto riguarda l’operatività del data center, è nel 71% dei casi la modernizzazione delle proprie infrastrutture di base. «Modernizzazione – specifica Patano – che necessariamente passa da un approccio iper-centralizzato, a tratti monolitico, della concezione dell’IT aziendale, verso una informatica distribuita, in cui l’edge diventa il vero cuore pulsante dell’azienda dove i dati vengono generati, raccolti e analizzati e dove sempre più grazie al continuo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale e machine learning le decisioni (almeno alcune) verranno prese in modo autonomo e automatizzato». Questo fenomeno di “decentralizzazione funzionale” caratterizzerà molto le future scelte di investimento. Secondo le ultime previsioni di IDC, infatti, dentro a un orizzonte temporale non troppo lungo, da qui al 2023, il 60% dell’infrastruttura risiederà all’edge anziché nei data center tradizionali. E su queste infrastrutture “gireranno” un numero sempre crescente di applicazioni, siano esse mission critical o meno. «Questo comporterà una inevitabile crescita nella complessità di gestione e nella governance di dati, applicazioni e infrastrutture che le aziende puntano di affrontare anche grazie all’implementazione di sistemi iperconvergenti che integrano soluzioni di monitoraggio di ambienti così distribuiti» – conclude Patano.


#iperconvergenza HCI e cloud sono legati a doppio filo. Investimenti in crescita @IDCItaly
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IL PIONIERE DELLA TRASFORMAZIONE

Per cercare di tracciare, insieme a un quadro introduttivo, l’atteggiamento che oggi i decisori aziendali assumono nei confronti dell’iperconvergenza, Data Manager ha chiesto l’aiuto di Nutanix, un brand relativamente nuovo (ha compiuto i dieci anni di vita a settembre dello scorso anno), salito rapidamente alla ribalta come primo portavoce delle infrastrutture di calcolo distribuito e storage virtualizzate. Dagli analisti di mercato, Nutanix è considerata un leader assoluto delle infrastrutture software defined. Abbiamo parlato con Christian Turcati, technical director Italy, chiedendogli innanzitutto di illustrare in modo più dettagliato l’approccio adottato dalla sua azienda.

Christian Turcati, technical director Italy di Nutanix

«Nutanix – riconosce Turcati – è fortemente associato all’iperconvergenza. A nostro parere, la metodologia più semplice per introdurre un concetto tanto disruptive consiste nel cercare di renderlo semplice ed è su questa semplicità che facciamo leva». In realtà, prosegue il technical director, Nutanix ha una visione che va al di là del concetto di iperconvergenza in sé. «Vogliamo affiancare i clienti nella loro trasformazione digitale, aggregando public e private cloud ed edge. Il primo passo consigliato è proprio la modernizzazione del data center». Quando i servizi di public cloud sono entrati nella realtà quotidiana delle organizzazioni, imprese e uffici hanno cominciato a toccare con mano concetti interessanti come la flessibilità o la convenienza del pay per use. Una flessibilità che viene nativamente incontro alla prima richiesta fatta dalle aziende ai loro dipartimenti IT: essere sempre più veloci nell’assecondare i servizi erogati con una infrastruttura adatta a quei servizi, non un MIPS di meno non un MIPS di più.

Perché le infrastrutture HCI sono un punto di partenza così naturale? «Semplicemente perché è complicato far parlare tra loro due mondi troppo diversi: cloud e infrastrutture tradizionali» – ribadisce Turcati. Ancora oggi, nonostante l’uso diffuso della virtualizzazione e il crescente uso del software defined, il modello di riferimento del data center è ancora quello del rack, dei singoli server, dell’appliance di storage. «Il trucco – spiega Turcati – è rendere il data center più simile al nuovo paradigma del cloud». Affrancandolo dall’identificazione tra hardware e servizio e adottando invece il binomio hardware come generica risorsa e software come gestore, “automatizzatore” di quella risorsa.

Nutanix è particolarmente titolata ad affrontare questo ulteriore livello di astrazione proprio perché il percorso seguito è stato per molti versi pionieristico. «Prima di Nutanix, l’iperconvergenza non esisteva neppure, Gartner non aveva ancora uno specifico quadrante» – fa notare Turcati. «Nasciamo nel 2009 e tra i primi ci siamo svincolati dal concetto di hardware e software combinati in una appliance a sua volta inserita in un rack, spostandoci verso l’idea di una infrastruttura completamente software defined». Un salto – aggiunge l’esperto di Nutanix – che non avviene per caso, ma rappresenta il punto di arrivo di una precisa storia evolutiva del data center. Il passo intermedio è quell’idea di infrastruttura convergente che sostituisce: il primo paradigma della sala macchine “parcellizzata” dove le singola macchine e le unità di storage lavoravano insieme sotto una sommaria regia di insieme. Una infrastruttura iperconvergente, funzionalmente definita attraverso un software che “alloca” risorse di calcolo e archiviazione in base alle necessità, stravolge però completamente questo concetto di base.

PARTIRE DALLO STANDARD

«I data center con cui oggi abbiamo a che fare sono il risultato di vent’anni di esperienza» – spiega Turcati. «L’HCI ci invita a compiere un salto generazionale, ripartendo quasi da zero». E vedremo dopo che cosa significa questa ripartenza in termini pratici. Il salto compiuto da Nutanix è estremo, “software only” e nasce da un modello “Web scale” dove tutto è distribuito (distributed everything), tutto gestito a livello di software. Un esempio? Nella gestione del dato si parla da decenni di sistemi RAID, che Nutanix gestisce in modo totalmente SD (software defined) e svincolata da controller RAID hardware. «Nutanix ha scelto di sviluppare la propria soluzione totalmente svincolata dall’hardware, per cui le nostre soluzioni possono adottare sistemi di tipo standard, contrariamente ad altri approcci che per risolvere certe sfide utilizzano hardware proprietario». Tuttavia, restano alcuni vincoli da rispettare, almeno quando si cerca di ragionare sull’iperconvergenza in ottica di protezione degli investimenti. In un approccio convenzionale, l’aspetto fondamentale che viene stravolto è che senza iperconvergenza, la parte computazionale, lo storage e il network rappresentano tre livelli separati. Nelle HCI, i tre livelli vengono gestiti in modo integrato dal software, anche se dal punto di vista strettamente hardware in un substrato inferiore continuano a lavorare server collegati con reti convenzionali. Questo vuol dire forse che l’iperconvergenza può essere sovrapposta a qualunque strato hardware? «Dipende» – risponde Turcati. «In linea generale, determinati investimenti si possono proteggere, ma l’HCI introduce nuove sfide e alla base richiede hardware di nuova generazione». In altre parole, se si tratta di installazioni particolarmente recenti, dotate di determinate caratteristiche, forse è possibile pensare di riutilizzarle, ma con sistemi progettati per una classica architettura three-tier, si possono avere limitazioni che impediscono alle soluzioni iperconvergenti di funzionare al massimo delle potenzialità.

In ogni caso, reinvestire può essere conveniente. Sono stati realizzati studi che quantificano il risparmio ottenuto in termini di rack unit e spazi occupati, corrente, condizionamento. Ma quando si parla di “convenienza”, il cartellino del prezzo o il totale in bolletta possono non essere gli unici fattori. «L’aspetto più evidente è che con un hardware troppo specializzato ho a disposizione una serie limitata di funzionalità» – osserva Turcati. «Se svincolo l’aspetto delle funzionalità dall’hardware, il mio potenziale presente e futuro aumenta notevolmente. E’ la differenza delle potenzialità che abbiamo quando per esempio compravamo una fotocamera digitale o un navigatore rispetto a uno smartphone di ultima generazione. Questa è forse la differenza più marcata tra appliance e software defined».

Altra chiave di differenziazione suggerita da Nutanix riguarda il superamento di alcune limitazioni legate per esempio a certe tecnologie di storage. Con il tempo ci si è accorti che la potenza dei dischi interni ai server non era più sufficiente per certe applicazioni e da qui nasce tutto il mercato delle unità “esternalizzate” e delle reti di interconnessioni storage. In questo modo, abbiamo risolto determinati problemi di disponibilità, ma di fatto abbiamo allontanato i dati dalle applicazioni che ora devono attraversare diversi strati hardware e software. Nel disegno della sua soluzione, Nutanix cerca invece di avvicinare il più possibile il dato alla app che lo utilizza. «Non solo, l’approccio software defined aggrega tutto lo spazio disco virtualmente disponibile intorno alle app, e cerca di avvicinarlo il più possibile». Le minori latenze – secondo Turcati – consentono di sfruttare in modo più efficace le tecnologie oggi disponibili, tipicamente le architetture SSD o le famiglie di prodotti basati su NVME, non-volatile memory express, migliorando le prestazioni e i tempi di risposta delle applicazioni.


#iperconvergenza come elemento cardine su cui fondare l’evoluzione del data center @nutanix
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DATI E APPLICAZIONI

E a proposito di applicazioni, contrariamente all’opinione generale, l’iperconvergenza non sembra avvantaggiare solo specifici carichi di lavoro su altri. Come spesso succede con le tecnologie emergenti, in fase iniziale spesso si impongono determinati casi d’uso. Per l’HCI – ricorda Turcati – uno dei carichi di lavoro più motivanti era il supporto della virtualizzazione del desktop nei progetti di smart working che hanno contraddistinto la storia iniziale della trasformazione digitale. Di fronte a un carico di lavoro di questo tipo, le infrastrutture tradizionali vengono messe sotto stress. Passare da carichi di lavoro generati da singole applicazioni monolitiche a una situazione in cui cento o mille desktop virtuali accedono contemporaneamente ad applicazioni e servizi diversi – fa subito emergere la necessità di interporre, tra le postazioni di lavoro smart e il data center, un substrato hardware molto performante e di conseguenza costoso. Oggi, Nutanix permette di realizzare questa infrastruttura in modo rapido e performante, implementando il VDI in modo veloce – spiega Turcati. Con grande apprezzamento di tutti perché se è vero che l’accesso fluido a un database è spesso considerato critico, avere qualche centinaio di utenti su desktop virtuale che si lamentano per la lentezza del loro lavoro rappresenta un bel grattacapo per l’IT.

Sull’onda dei primi successi ottenuti in quest’ambito, Nutanix ha incoraggiato i suoi clienti a valutare l’uso delle proprie soluzioni in altri ambiti, come la virtualizzazione dei server, il consolidamento dei database. «E abbiamo aiutato le aziende a comprendere il valore dell’iperconvergenza per la virtualizzazione server, il consolidamento DB e le applicazioni di nuova generazione. Soprattutto in fase iniziale abbiamo aggredito le aree applicative del Test&Dev interessati all’aspetto della facilità e della flessibilità». Ma i livelli di accettazione delle infrastrutture HCI sono diventati velocemente più generalizzati. «Non è raro – osserva Turcati – trovare clienti che hanno trasferito le applicazioni di produzione e mission critical sui nostri sistemi inizialmente identificati per il Test&Dev e riutilizzato i sistemi tradizionali per questi ultimi carichi di lavoro. Oggi, si può affermare che non esiste un uso specifico per un’infrastruttura sempre più “multipurpose”. Ormai si lavora su tutti i fronti e l’Italia si rivela molto innovatrice: molte app medicali o di Big Data, per esempio, sono state certificate su richiesta di clienti italiani».

Il livello di gradimento lo dimostra. Dai feedback che arrivano dai suoi clienti, Nutanix ritiene che la caratteristica più apprezzata è la semplicità. Le soluzioni HCI vengono progettate con in mente i due principi cardine della user experience: la fluidità e l’intuitività. Tutto viene ottimizzato e automatizzato in funzione di questo, per assicurare la massima efficienza possibile. «Il cliente può scegliere la strategia da seguire, pianificando investimenti di lungo termine o diluendo le spese in base alle necessità del momento. Con infrastrutture di tipo più tradizionale questa potenzialità si riduce».

Un terzo motivo è la maggiore libertà di movimento nel tipo di scelte hardware da effettuare. L’iperconvergenza di Nutanix pone l’utente di sistemi software defined in una zona meno vincolata, a metà strada tra la pura appliance e il puro software. La flessibilità non viene intaccata, ma il cliente mantiene tutto il controllo del data center. Nutanix ha realizzato una matrice di selezione dell’offerta hardware esistente per individuare i sistemi compatibili in grado di assicurare la massima performance e permettere di gestire la scelta in proprio o di utilizzare configurazioni pre-selezionate o in modalità OEM. In più non dimentichiamo tutto l’aspetto della sicurezza. «Per avere una soluzione ad ampio spettro di protezione – spiega Turcati – siamo partiti da un rigoroso criterio di sicurezza by design, costruendo un ambiente nativamente sicuro. Nutanix piace molto in ambito militare, perché per esempio se un admin dovesse impostare delle configurazioni potenzialmente “a rischio”, il sistema stesso ripristina automaticamente i livelli minimi di sicurezza».

IL FUTURO È DELLE PERIFERIE

Resta un’ultima considerazione da fare. L’iperconvergenza determina particolari shock culturali in chi la usa? È una scelta che richiede molto coraggio e preparazione? «Il nostro compito è aiutare il cliente nella sua trasformazione, avvicinandolo al business. L’approccio “keep the lights on” non ha più molto senso: dobbiamo trovare il tempo di andare verso modelli nuovi, come la containerizzazione». Davanti all’esortazione di rimuovere, attraverso l’automazione, il carico di lavoro dalle spalle dei responsabili IT in genere comporta due tipi di reazione: c’è chi si innamora da subito delle risorse che questo approccio consente di liberare e altri, magari nelle organizzazioni più grandi e strutturate, che reagiscono irrigidendosi. «Il nostro lavoro è far capire che non si perde nulla, che anzi c’è la possibilità di evolvere, fare nuove esperienze, concludere i progetti che la complessità aveva lasciato in sospeso».

L’iperconvergenza apre la strada a nuove competenze, alla capacità di sfruttare le infrastrutture IT per fare la differenza sul piano del business. È il modo più indicato per avvicinarsi alla visione dell’hybrid cloud, a questo mondo di servizi componibili, non più specializzati o da sviluppare ex novo. La storia dell’informatica come servizio è da sempre caratterizzata da grandi ere. Dal mainframe alle reti di personal computer. Oggi, siamo in una fase in cui i servizi sono sempre più distribuiti ma fisicamente concentrati in grandi data center, che sta però diventando anch’esso distribuito, fluido. Nutanix sta lavorando molto su quello che avviene all’esterno di queste isole, sull’edge computing e sull’IoT, o nei territori dove i dispositivi wearable danno la possibilità di operare in modo radicalmente diverso. Dove tecnologie come il riconoscimento dei volti e l’AI possono prendere il posto delle tradizionali relazioni commerciali, delle decisioni prese da un pilota o da un medico di base. In questi spazi periferici, lontani dal data center, ci sarà un crescente fabbisogno di potenza di calcolo, di capacità di machine learning. Anche per questo motivo l’iperconvergenza smette di essere un dominio esclusivo dei grandi progetti di trasformazione e viene adottata anche da aziende e organizzazioni di medie dimensioni. Se tutti i servizi risiedono nel cloud, la progettualità delle infrastrutture software defined diventa interesse di tutti, a partire dal grande data center che deve rinunciare alla propria monoliticità, fino a una utenza sempre più fluida e granulare.

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Smart factory. La persona è sempre al centro https://www.datamanager.it/2020/03/smart-factory-la-persona-e-sempre-al-centro/ Mon, 09 Mar 2020 14:17:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197094 Un viaggio nel mondo delle smart connected manufacturing. Negli ultimi anni, si sono susseguite novità tecnologiche sempre più adatte a rendere l’azienda moderna. Inoltre, dal piano Industria 4.0, le imprese manifatturiere hanno rinnovato gran parte del loro parco macchine ma, in alcuni casi, non hanno modificato il loro approccio culturale Mentre l’Istat certifica la flessione […]

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Un viaggio nel mondo delle smart connected manufacturing. Negli ultimi anni, si sono susseguite novità tecnologiche sempre più adatte a rendere l’azienda moderna. Inoltre, dal piano Industria 4.0, le imprese manifatturiere hanno rinnovato gran parte del loro parco macchine ma, in alcuni casi, non hanno modificato il loro approccio culturale

Mentre l’Istat certifica la flessione della produzione industriale 2019, tre sono i punti chiave che, secondo le imprese di ogni settore e dimensione, sono di un’urgenza straordinaria quando si parla di smart connected manufacturing. La rivoluzione industriale pienamente in atto. L’Italia, partita in ritardo, oggi deve accelerare. In secondo luogo, ha urgente bisogno di networking perché il digitale spinge in modo naturale alla collaborazione sia interna alla fabbrica sia esterna con il territorio di riferimento. Infine, il terzo punto è il cambiamento non solo tecnologico, ma culturale: si deve, cioè, infondere nella popolazione, specie nei giovani, il concetto che la fabbrica di oggi non è più la fabbrica del Novecento.

La chiave del successo è data dal livello di integrazione della tecnologia digitale con quella operativa. Sono questi due ambiti che devono convergere per dialogare, superando barriere e difficoltà. Data Manager, grazie al contributo degli analisti di IDC che tracceranno lo scenario di mercato, spiegherà come si stanno evolvendo le aziende, alla luce del fatto che i dati, in particolare, sono diventati sempre più preziosi e, a questi, si affiancano tecnologie nuove – come blockchain e machine learning – che rendono sempre più importanti l’analisi delle informazioni e l’affidabilità dei dati. Nell’ottica della fabbrica come ecosistema connesso, la smart factory è molto più di una fabbrica automatizzata, con significative implicazioni anche per la sicurezza a 360 gradi, che vanno dalla protezione dagli attacchi alla business continuity per passare alla salvaguardia dell’incolumità delle persone.

NUOVE CONNESSIONI

Uno degli asset su cui si è tradizionalmente appoggiato lo sviluppo industriale italiano, insieme alla grande azienda con una forte componente statale, è stato tra gli anni 70 e gli anni 90 il cosiddetto sistema dei “distretti industriali” a forte vocazione territoriale e con un’alta propensione all’esportazione. Attualmente, ISTAT riconosce circa 141 aggregazioni individuate da uno specifico perimetro in termini di attività industriale (codici ATECO attività primarie e secondarie) e in termini di espansione geografica (aree comunali di estensione dei distretti). Una ricerca di IDC ha sottolineato i limiti di questo modello di sviluppo, basato sulla specializzazione produttiva e sull’integrazione con le risorse locali per ovviare ai limiti di scala delle aziende partecipanti. Le cosiddette “Binding connections” (connessioni che uniscono) diventano “blinding connections” (connessioni che accecano, ossia non permettono di vedere oltre la dimensione locale).

Per restare competitivi, c’è stata nel corso degli anni una tendenza da parte della maggior parte delle aziende distrettuali a privilegiare il contenimento dei costi rispetto all’aumento della produttività tramite innovazione. Questa è una caratteristica molto frequente nel sistema delle PMI italiane – afferma Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights EMEA. Inoltre, in molti distretti, non essendo perfettamente definito il confine tra comportamenti collaborativi e competitivi, in molti casi la «coopetizione» avviene al di là della volontà specifica delle aziende. Vi sono esempi di processi formalizzati di condivisione delle informazioni (es. sulla meccatronica a Bergamo), ma in molti casi il meccanismo di innovazione è affidato a fenomeni di spillovers accidentali e non pianificati.

LA DIGITALIZZAZIONE È GREEN?

Andrea Bianchi, direttore Politiche industriali di Confindustria, infatti, afferma che le macchine sono il cuore tecnologico del Paese, contribuiscono in modo determinante al saldo della bilancia commerciale e sono sempre state l’ambito di evoluzione e innovazione tecnologica che ha smosso le PMI. Oggi, ci sono trasformazioni e due driver nella manifattura: «La digitalizzazione delle applicazioni e la sostenibilità ambientale. Sono due elementi che stanno cambiando il modo con cui si produce». Bianchi – che sottolinea come Confindustria abbia da sempre lavorato a stretto contatto con il governo del Paese – sostiene che l’Italia deve perseguire un modello di Industria 4.0, seguendo le orme della Germania, che già nel 2011 aveva attuato un’idea di piano molto simile al piano varato cinque anni dopo dall’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Per incentivare innovazione, produttività e competitività è necessario cambiare rotta come emerge dalle raccomandazioni del Consiglio europeo.

In questo scenario, il direttore delle politiche industriali di Confindustria pone l’attenzione sul concetto di Fabbrica 4.0. «L’impresa acquista una macchina 4.0 con l’agevolazione ma sa già che dovrà inserirla in un contesto produttivo che prevede non solo una riorganizzazione aziendale, ma anche una formazione precisa del personale e attenzione all’ambiente». Anche Stefano Firpo, responsabile Solution Imprese di Intesa Sanpaolo, è stato forte sostenitore del piano Industria 4.0, ai tempi in cui Calenda era ministro, ma lo è ancora oggi alla luce del Piano Transizione 4.0, la nuova politica industriale del Paese, che promette di essere più inclusiva e attenta alla sostenibilità. Sentito a un recente evento a cui ha partecipato, Firpo sottolinea l’importanza di un piano che prosegua e che aiuti l’Italia a superare – «il gap profondo sugli investimenti accumulato durante il periodo della crisi, specie se pensiamo al rapporto con la Francia e la Germania. C’è stata un’accelerazione dopo il 2015, si è ricominciato a parlare di politiche industriali, recuperando terreno, ma non si è ancora lavorato abbastanza sulla qualità degli investimenti. Abbiamo anche un problema di produttività nel nostro Paese. Il settore della meccanica strumentale è cresciuto, fino a ora, parallelamente a quanto è accaduto in Germania. Ed è grazie a settori come questo – continua Firpo – che, nonostante il debito pubblico italiano, si riesce a stare a galla». Quindi continuare a fare politica industriale è condizione necessaria per la crescita. Non a caso gli attori con la maggiore influenza sull’ecosistema locale risultano spesso, e un po’ paradossalmente, essere le medie-grandi aziende con una visione internazionale, che di fatto fungono da tramite per facilitare i processi innovativi a livello locale attraverso la loro value chain. Forse, sarebbe il caso di demistificare l’importanza del presunto spirito di collaborazione che caratterizzerebbe i distretti industriali, mentre andrebbe affermato lo spirito di innovazione e sperimentazione che anima le singole realtà territoriali.

LE FABBRICHE HANNO FAME DI DATI

Esistono in ogni caso dei promettenti presupposti all’implementazione delle tecnologie innovative, derivanti dalla necessità impellente di innovare di fronte alla mancanza di investimenti passati, al ricambio generazionale della forza lavoro, e al costante processo di acquisizione e investimento da parte di aziende estere. Questa innovazione si esplicita sui principi che Veronesi di IDC definisce “Smart Manufacturing” e che sono orientati verso fabbriche del futuro “affamate di dati”. In pratica, ciò significa che i dati saranno al centro e pervaderanno tutte le fasi chiave del processo di produzione. «Nell’input, le materie prime e i componenti vedranno incorporate le informazioni sulla loro genealogia e sui fornitori, nonché le istruzioni di assemblaggio. Il processo stesso sarà sempre più definito digitalmente e supportato da una continua interazione e trasferimento di informazioni tra lavoratori, macchine e applicazioni aziendali. Pertanto, ogni passaggio in un moderno impianto di produzione può essere potenzialmente digitalizzato e reso visibile in tempo reale. Nella fase di output – prosegue Veronesi – anche il prodotto finale è incentrato sui dati. Molte fabbriche saranno dedicate alla produzione di prodotti connessi e intelligenti, che forniranno feedback e riferiranno il loro stato all’impianto durante il funzionamento, per richiedere un pezzo di ricambio da produrre per un lavoro di manutenzione o per segnalare un problema di qualità che può essere potenzialmente indirizzato sul prodotto reale tramite una rilavorazione in fabbrica, o sulla linea di prodotti, tramite una messa a punto del processo». Tecnologie come IoT, cloud, mobilità pervasiva, strumenti AR e blockchain stanno tutte contribuendo o contribuiranno a questa visione. Ma soprattutto, è la prospettiva delle aziende che vedono l’impianto come un fattore tecnologico di innovazione che consente il successo aziendale. Per la prima volta nella storia, le aziende si stanno rendendo conto che i loro impianti sono in grado di generare molti più dati di quanti ne possano trarre beneficio dal processo attuale. Questa trasformazione basata sull’infusione di dati intelligenti su tutta la linea e sulla creazione di processi “ad alta intensità di informazioni” ha implicazioni di vasta portata nel modo in cui i processi di produzione vengono eseguiti dal punto di vista del modo in cui le persone lavorano nel processo di produzione.

LE COMPETENZE 4.0

Fabio Massimo Marchetti che in ANIE Automazione presiede il WG Software Industriale, fa un passo avanti, parlando di competenze, di persone e gestione dei dati, sempre più lavorati dove sono prodotti. «Oggi, possiamo dire che la tecnologia c’è così come gli attori qualificati. Il mondo è soggetto a una situazione di cambiamento significativo che porta le aziende a una discontinuità col passato. Che non è istantanea, ma si inserisce da un lato nel percorso di digitalizzazione dei prodotti e dall’altro nell’area del mondo virtuale a supporto di queste digitalizzazioni. Secondo noi, sono i macro temi che occorre utilizzare e sviluppare per progredire in un concetto di trasformazione industriale complessivo. All’interno di questi macro temi, esistono delle tecnologie come l’IoT che aiuta in modo significativo a recuperare i dati da dove sono generati. Si parla, infatti, di Edge come di un elemento che permette di gestire il dato, integrarlo e creare le condizioni per fare un’elaborazione là dove nasce il dato stesso in modo da essere reattivi, ottimizzare e rendere di qualità i dati che si andranno a gestire». Anche come Var Group – di cui è head of Digital Process Division – Marchetti punta sul fattore culturale come cardine della smart factory. «E questo vale in tutte le imprese di tutte le dimensioni. L’Industria 4.0 non è una tecnologia, ma un paradigma. Le tecnologie abilitano questo paradigma, che deve essere assimilato. L’Industria 4.0 non è disruptive. È un percorso che crea una competenza bilaterale. Le aziende si verticalizzano: ognuna ha trovato il modo, contestualizzandolo al proprio layout. Ma la rivoluzione si fa con le persone». I progressi della tecnologia di automazione avanzata stanno rendendo possibile il concetto di manifattura a “luci spente”, un concetto sempre più accettato. Allo stesso tempo, nelle economie moderne, non è possibile considerare le persone una semplice risorsa. La smart factory ha bisogno di una organizzazione altrettanto nuova.

LA FABBRICA DEL FUTURO

La visione IDC della fabbrica del futuro è incentrata sulla capacità dei decisori di fornire i livelli necessari di flessibilità e agilità ai processi attraverso la loro capacità decisionale. Questo sta creando una competizione tra i produttori per attirare i migliori talenti. Secondo Veronesi di IDC – la soluzione a questa apparente dicotomia è capire che entrambe queste tendenze sono giuste e che entrambe contribuiscono alla trasformazione incentrata sui dati, che è basata su tre principi. «Il primo principio riguarda l’efficienza e afferma che ogni fase del processo che è descrivibile, ripetibile e standardizzata verrà infine automatizzata. In altre parole, le macchine e l’automazione prenderanno il posto di questi processi transazionali e ripetibili, dove tutti i passaggi saranno altamente o completamente automatizzati con poche o nessuna persona coinvolta nelle operazioni di produzione. Ovviamente, in un processo di produzione ad alta velocità e bassa variabilità come l’high-tech, questo principio può essere per lo più pervasivo, mentre in altri settori più limitato. Il secondo principio – continua Veronesi – riguarda la gestione del processo stesso ed è incentrato sull’idea di utilizzare in modo estensivo la tecnologia dell’informazione per la programmazione della produzione, i sistemi di esecuzione della produzione, la gestione della qualità, la gestione delle risorse aziendali, e così via. Questo principio è particolarmente rilevante nei processi ad alta complessità, a elevata variabilità o ad alta velocità come nel settore automobilistico, dei prodotti chimici e dei beni di consumo.

Il terzo principio riguarda le persone, che saranno al centro della fabbrica del futuro in quanto forniscono il grado di flessibilità e le capacità decisionali necessarie per far fronte alla crescente complessità operativa. In altre parole, le persone saranno rese libere da compiti ripetitivi e saranno abilitate dai sistemi informativi a concentrarsi su attività a valore aggiunto come l’ottimizzazione della produzione e la reinvenzione dei modelli di business. Questo principio si applica fortemente alle produzioni a bassi volumi e alta intensità di lavoro, come per esempio l’aerospaziale, le macchine industriali e i prodotti fortemente ingegnerizzati». A fronte di questo ultimo principio, Bianchi di Confindustria pone l’accento proprio sulla rivoluzione culturale. «Che cosa è la fabbrica? Se lo chiedessimo a un giovane, la risposta sarebbe scontata: un luogo rumoroso, sporco, dove c’è inquinamento e ripetitivo. Sarebbe già un bel passo avanti riuscire a inculcare nella testa delle persone, specie i giovani, la definizione di fabbrica come luogo del futuro». L’Italia è un paese industrializzato ma vede contrapporsi ancora troppe spinte anti-industriali che, di fatto, mettono un ostacolo all’obiettivo di rendere attrattivo il concetto di fabbrica del futuro. Abbiamo bisogno di continuità e di politiche che ne garantiscano lo sviluppo».

FROM DATA TO VALUE

Se il fattore culturale è la costante che caratterizza la velocità di assimilazione della rivoluzione tecnologica, i dati sono il nuovo fattore produttivo come mette in evidenza Cristina Cristalli, innovation director di Loccioni Group. Fondata più di cinquant’anni fa dall’intuizione di un visionario Enrico Loccioni, allora artigiano elettricista, oggi l’azienda marchigiana conta 150 dipendenti e un forte focus sulla system integration. «Lavoriamo su commessa e risolviamo le sfide di grandi gruppi internazionali» – racconta Cristina Cristalli. Per ottenere questi risultati, coltiviamo le competenze del territorio per farle crescere. Nel 2018, avevamo circa 80 ragazzi per il progetto di convergenza digitale, che l’azienda ha accompagnato anche dopo questo percorso, per esempio nei tirocini e nei dottorati, attraverso la condivisione con le imprese, la Regione e le università». La lezione è semplice. Per trasformare le fabbriche occorre pensare anche alle competenze delle persone, partendo da principio. Ed ecco spiegato, il sostegno alle maestre delle scuole elementari che seguono corsi di coding per sviluppare le app necessarie affinché i giovani – alunni e alunne – riescano a fare esperienza dei nuovi linguaggi attraverso il gioco.

INNOVAZIONE E FORMAZIONE

Sostenibilità ambientale, innovazione, educazione e formazione. I temi STEM sono sempre più di attualità. Specie se si tratta di pensare percorsi di crescita delle competenze scientifiche e tecniche che garantiscano parità di scelta senza distinzione fin dai primi gradi dell’educazione scolastica. Secondo i dati del MIUR, le donne rappresentano oltre la metà degli iscritti ai corsi di laurea (55,5%), del totale dei laureati (57,6%), degli iscritti a corsi di dottorato (50%) e del totale dei dottori di ricerca (51,8%). La presenza femminile diminuisce drasticamente con il salire nella scala gerarchica, fino al 23% medio tra i professori ordinari e a un misero 6% in area STEM. Così come si riduce il numero di iscrizioni femminili in funzione dell’ambito di studio: infatti a fronte del 55,5% medio, nell’area lettere e arti le studentesse sono la stragrande maggioranza con un 77,6% che scende al 48,1% in scienze agrarie e veterinarie, fino a scemare al 27,4% nelle discipline STEM.

I centri di competenza possono fare la differenza. Durante l’evento Connected Manufacturing Summit di Milano, abbiamo incontrato Lorna Vatta, executive director di Artes 4.0, il centro di competenza di Pisa che federa università, enti di ricerca e istituti di alta formazione con l’obiettivo di creare un dialogo tra innovazione e imprese. «Abbiamo lavorato un anno per avviare i primi bandi per progetti dedicati alle PMI» – spiega Lorna Vatta. «I centri di competenza lavorano su progetti di innovazione con un contenuto nuovo che devono attuare le imprese. Le università portano un contributo intellettuale e il centro di competenza facilita la commistione tra università e aziende. Vi sono progetti cofinanziati dove vorremmo che anche le università si impegnassero. Ci sono ancora poche ragazze negli istituti superiori e nelle università che si sono appassionate alla tecnologia. Se non parliamo in tempo con le famiglie e con le ragazze prima che intraprendano un percorso scolastico, si rischia che gran parte di questa popolazione lasci perdere e intraprenda un percorso che le allontanerà da quelle che sono le professioni che già oggi e nel futuro serviranno alle imprese». Sempre più, le aziende parlano di formazione e competenze. Mario Merlo, manufacturing and program management optimization, senior VP quality di Leonardo pone l’accento sull’integrazione dei processi e il ruolo determinante della formazione a tutti i livelli. «Coinvolgiamo le persone che possono dare maggiore contributo, creando una roadmap su processi e competenze per dare una spinta alla trasformazione digitale e al tempo stesso per agire sul piano del trasferimento delle competenze su tutti i team di lavoro, sviluppando processi automatizzati». Coinvolgere il personale è la chiave di volta della trasformazione della fabbrica. «Se le persone non accettano il cambiamento in atto si rischia di fallire» – afferma Enzo Bonato, CEO di Tecnoacciai. Gli investimenti del Piano Industria 4.0 si sono tradotti in un aumento di occupazione, nuovi macchinari e crescita delle competenze. Le aziende sane e lungimiranti che hanno fatto un percorso Industria 4.0 hanno registrato un importante vantaggio competitivo». Il sostegno finanziario da parte degli istituti di credito è un tema molto sensibile per il tessuto imprenditoriale quando si parla di investimenti.

L’INCASTRO DELLE COMPETENZE

L’integrazione della robotica come intelligenza artificiale “embodied” trasforma i processi produttivi e cambia il modello tradizionale di global business services. La Robotics Process Automation trasforma i processi di lavoro esistenti secondo principi di efficienza. L’attuale rivoluzione enfatizza la trasformazione delle fabbriche in strutture intelligenti. Ma le fabbriche italiane sono pronte per questa rivoluzione che prevede non solo alti livelli di automazione ma anche di interazione diretta tra uomini e robot. Iperautomatizzare un processo richiede un costo molto alto in termini di risorse e di gestione. Pensare di azzerare la componente umana richiede investimenti elevati e processi totalmente da ridisegnare. Come cambia la mappatura delle competenze? E quali figure professionali saranno in grado di interfacciarsi con i robot?

Gianfranco Messina, digital transformation officer di Hitachi Rail che fa parte della grande famiglia Hitachi, spiega che le imprese hanno difficoltà a selezionare figure professionali di questo tipo. Quale può essere la ricetta allora? «Fare networking e non isolarsi. In un progetto di trasformazione digitale, il network è importante, così come la collaborazione con le università e i centri di ricerca». I centri di formazione italiani hanno compreso il gap esistente e le università si stanno muovendo per rendere i giovani pronti al mondo del lavoro, ma c’è un fattore temporale che penalizza qualsiasi buona azione. Prendiamo il caso dei data scientist. «Se un’azienda oggi ha bisogno di assumerne uno, non può farlo in Italia perché dovrà aspettare minimo cinque anni» – afferma Messina. Che fare dunque? «Se li va a prendere all’estero»! Bisogna fare network con le università perché i modelli tradizionali di formazione sono stati stravolti dal modello digitale». Ma non solo. Una risorsa importante è la creatività per stimolare l’apprendimento e l’assimilazione delle nuove competenze. «Nel contesto della fabbrica del futuro – conclude Merlo di Leonardo – «la creatività sarà uno dei fattori principali e strategici di selezione delle persone».

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Intelligenza esponenziale, la vera killer application https://www.datamanager.it/2020/03/intelligenza-esponenziale-la-vera-killer-application/ Mon, 09 Mar 2020 14:06:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197092 Artificial intelligence e machine learning per aiutare le aziende a diventare più efficienti e competitive. L’importante è comprendere a fondo che cosa significa ricorrere a sistemi basati sui nuovi paradigmi e fare le scelte più adeguate per non replicare logiche di automazione elementari Il mercato dell’artificial intelligence (AI) e del machine learning (ML), in Italia, […]

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Artificial intelligence e machine learning per aiutare le aziende a diventare più efficienti e competitive. L’importante è comprendere a fondo che cosa significa ricorrere a sistemi basati sui nuovi paradigmi e fare le scelte più adeguate per non replicare logiche di automazione elementari

Il mercato dell’artificial intelligence (AI) e del machine learning (ML), in Italia, ha grandi possibilità di crescita. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, la spesa per lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale, nel 2018, è stata di 85 milioni di euro. A questa quota, si aggiungono le spese per progetti che coinvolgono assistenti vocali intelligenti, un mercato che ha avuto, nello stesso anno, un valore di 60 milioni di euro e che potrebbe evolvere grazie a nuovi servizi e applicazioni. Inoltre, il mercato dei robot collaborativi usati in ambito industriale, già nel 2017, si è attestato a oltre 145 milioni di euro. Tuttavia, in questo scenario, solo il 12% delle imprese italiane ha attivato, nel 2018, un progetto di intelligenza artificiale, ma quasi una su due pensa di valorizzare le opportunità offerte da artificial intelligence e machine learning. Tra i progetti più diffusi nelle aziende che hanno già iniziato il percorso, ci sono quelli di virtual assistant/chatbot. Molte imprese hanno ancora una visione confusa sulle opportunità offerte dall’artificial intelligence e solo il 14% ha compreso che l’AI può replicare specifiche capacità umane.

L’intelligenza artificiale è uno degli acceleratori tecnologici che caratterizzano la quarta rivoluzione industriale, ma la sua influenza – secondo Maria Chiara Carrozza, ordinario di Bioingegneria industriale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – andrà ben oltre il mondo della produzione di beni e della offerta di servizi, perché avrà un impatto sociale e culturale dirompente. Tecnicamente non si può parlare veramente di intelligenza, ma della capacità adattiva di ottenere insights e risultati migliori con meno risorse. Non solo. Quando parliamo di intelligenza artificiale non dovremmo pensare tanto a un dispositivo – «quanto alla più grande riserva di capacità di problem solving (a costi accessibili) che l’umanità abbia mai conosciuto» − come dice Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford. La tecnologia oggi ci permette di disarticolare la capacità di essere “intelligenti” dalla capacità di svolgere un compito con successo. Ed è qui che sta la vera killer application.


#AI #ML Giancarlo Vercellino Italia non così indietro rispetto all’Europa @IDCItaly
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UN BINOMIO VINCENTE

Artificial intelligence e machine learning sono correlate tra loro. Il machine learning è una via fondamentale per l’applicazione dell’artificial intelligence, una via che si dirama in tre segmenti. Il primo è costituito dal model prediction, che comprende tecniche per raccogliere informazioni e apprendere modelli da applicare ai nuovi dati. Analisi qualità, rilevamento frodi, gestione del magazzino e della logistica, marketing e analisi delle reti sociali sono alcuni ambiti in cui è applicato il model prediction. Il deep learning, invece, comprende tecniche che simulano i processi di apprendimento del cervello tramite reti neurali artificiali stratificate. Riconoscimento delle immagini, comprensione della lingua parlata, identificazione delle frodi sono aree in cui è applicato il deep learning. L’online learning, infine, studia tecniche per problemi in cui i dati diventano disponibili in sequenza, l’uno dopo l’altro, e le decisioni devono essere prese man mano che un dato diviene accessibile. Questa modalità di machine learning è applicata nell’ottimizzazione delle campagne pubblicitarie e delle pagine Web. L’applicazione di artificial intelligence e machine learning pone alcuni interrogativi alle imprese. Anche se l’introduzione di questi paradigmi è spesso vista come un’opportunità, alcune aziende pensano che sarà necessaria una riorganizzazione interna che può implicare l’introduzione di nuovo personale o la ricollocazione di quello esistente.


#AI #ML Giancarlo Vercellino In Italia, un’azienda su 2 preoccupata del livello elevato dei costi
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SINERGIE TECNOLOGICHE

Secondo IDC, in Italia l’interesse verso artificial intelligence e machine learning, nel segmento enterprise, è vivace. «Circa un’azienda su cinque ha piani di sviluppo a 12 mesi o sta facendo scouting sul tema degli advanced analytics e dell’intelligenza artificiale» – spiega a Data Manager Giancarlo Vercellino, associate research director di IDC Italy e leader della practice Algorithm Economy. «Se guardiamo allo stato di adozione attuale, forse c’è ancora strada da fare, ma non siamo così indietro rispetto all’Europa: una grande azienda su tre ha avviato progetti specifici nell’area e in alcuni settori ad alta intensità di informazione, come il banking, superiamo la “early majority” del mercato».

I timori delle aziende verso artificial intelligence e machine learning sono contenuti; spaventano, però, i costi. «Meno del 5% delle imprese italiane vede nella resistenza culturale dei dipendenti e nel cambiamento organizzativo temi che possono incidere sulla decisione di adottare l’intelligenza artificiale in azienda» – osserva l’associate research director di IDC. «Il timore di tanti imprenditori è legato al costo end-to-end delle soluzioni di AI, considerando non solo la componente software e hardware, ma anche quella relativa a servizi, formazione e riorganizzazione. Oltre la metà del mercato italiano teme che, introducendo soluzioni di questo tipo, in azienda i costi possano essere elevati».

Secondo Vercellino, dietro l’espressione artificial intelligence si nascondono declinazioni tecnologiche diverse, perché gli ambiti applicativi sono vasti e cambiano in modo radicale dalla piccola alla grande azienda, e da settore a settore. «Quando chiediamo alle imprese italiane in quali direzioni si stanno muovendo, o si muoveranno, solo una piccola percentuale ha idee chiare su come procedere e questo ristretto gruppo – meno del 10% delle aziende – indica applicazioni verticali legate al core business, alla produzione e alle operations, dalla produzione all’erogazione di servizi» – continua Vercellino. «I sistemi di recommendation e collaborative filtering hanno grande attrattiva nel retail, mentre nel banking le soluzioni per la previsione del rischio di default sono la principale espressione degli algoritmi di machine learning.


#AI #ML Il machine learning è il cuore dell’analisi dei dati Marco Tesini @Hitachi_ITA
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Nel comparto industriale, dove prevalgono architetture IoT più sofisticate, gli algoritmi sono usati per gestire direttamente le variabili fisiche dei processi di produzione. Osserviamo interessanti sinergie tecnologiche tra artificial intelligence, cloud e IoT. Il valore di alcune architetture complesse trova concretizzazione solo se gli algoritmi di machine learning guidano i processi e istruiscono le decisioni, altrimenti si rischia di tornare indietro rispetto a logiche di automazione elementari». Guardando agli sviluppi futuri, l’introduzione dell’intelligenza artificiale, dell’augmented intelligence e di forme di automazione più evoluta e flessibile impatterà su alcuni processi aziendali, semplificandoli.

«Si pensi alle funzioni di supporto – amministrative, di controllo contabile e finanziario – ma non solo: ci saranno impatti nella gestione del front-end come l’automazione dei primi livelli dei servizi di supporto, come nella produzione con un ridisegno per esempio dei processi produttivi dallo shop floor che si riverbererà sulla supply chain di interi settori» – conclude Vercellino. «Le trasformazioni saranno non lineari da comparto a comparto e il mondo dei servizi andrà incontro a una profonda industrializzazione dei processi».

UN MERCATO IN CRESCITA

Ma come le aziende vedono oggi il mercato italiano dell’artificial intelligence e del machine learning? Le imprese percepiscono questo mercato in crescita, una crescita a volte un po’ lenta, ma destinata a non fermarsi. «Il mercato alimentato da iniziative di “data driven digital trasformation” è una opportunità per quanti operano in questo settore» – afferma Marco Tesini, vice president South Europe & country manager Italy di Hitachi Vantara. «I settori a maggior tasso di investimento sono finanziario, industriale, energetico e, in prospettiva, quello dei servizi al cittadino (mobilità, smart city, salute). Ci sono però aspetti che frenano il decollo del mercato: la difficoltà nel valutare i ritorni degli investimenti, la necessità di revisione dei processi relativi al perimetro di adozione, la carenza di nuove professionalità». Anche per Francesco Stolfo, vice president business development di ToolsGroup c’è crescita. «L’Italia – spiega Stolfo – è stata tra le prime a sperimentare e sviluppare strumenti di prediction nei processi aziendali. Nel primo decennio del nuovo millennio, si sono però create competenze ancora troppo legate alla ricerca e il mercato non ha ancora compreso la portata di questa innovazione». Crescita lenta ma positiva è quella vista da Massimo Ruffolo, founder di Altilia e ricercatore di ICAR-CNR, per il mercato italiano.


#AI #ML Opportunità da cogliere e qualche paura da superare Francesco Stolfo @ToolsGroupItaly
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«L’adozione di tecnologie AI e machine learning è limitata dalla difficoltà di coglierne i benefici immediati derivanti dall’applicazione ottimale e su vasta scala nei processi di business» – constata Ruffolo. «Molte aziende italiane concepiscono l’intelligenza artificiale solo nella forma di assistenti virtuali o chatbot. Ma nei prossimi 5-10 anni la crescita sarà centrata sull’intelligent process automation, che sta già provocando un cambiamento profondo nei processi aziendali e nel modo di lavorare dei singoli, soprattutto nei settori più pronti, per competenze manageriali e tecnologiche, ad accogliere la digital transformation, come mondo bancario ed e-commerce». Christian Turcati, senior system engineer manager di Nutanix, rileva che in Italia il mercato dell’intelligenza artificiale è partito timidamente, ma i contorni sono destinati ad ampliarsi: «Oggi, abbiamo a disposizione una grande quantità di dati che ci permette di istruire l’intelligenza artificiale tramite il machine learning. Su questo fronte, numerose aziende esplorano nuove potenzialità, come è confermato dallo studio di McKensey secondo cui, entro il 2030, l’impatto di queste tecnologie sull’attività economica globale sarà molto alto e con risvolti sui PIL nazionali».

INTERESSE E FIDUCIA

L’interesse da parte delle aziende verso artificial intelligence e machine learning è concreto, ma c’è ancora qualche paura da superare. Secondo Stolfo di ToolsGroup non è una questione di interesse ma di fiducia. «Come dice Yuval Noah Harari nel suo Homo Deus – gli algoritmi non si ribelleranno per renderci schiavi. Gli algoritmi saranno così capaci nel prendere decisioni per noi, che sarebbe una follia non seguire i loro consigli». Riguardo al percepire artificial intelligence e machine learning come un’opportunità o minaccia dipende dal contesto tecnologico. «Oggi – dichiara Stolfo – se ci dicono che una macchina sostituirà un essere umano nel prendere decisioni possiamo pensare al rischio di perdere un posto di lavoro e non alla possibilità di lavorare meglio. È una questione culturale». Per Marco Bubani, innovation director di VEM sistemi, il dibattito è aperto. Intelligenza artificiale e iperconnessione sono tra gli argomenti più caldi. In Europa, AI e machine learning sono viste come un’opportunità, ma l’uomo resta al centro.


#AI #ML L’intelligent automation che fa la differenza Massimo Ruffolo @altiliagroup
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Secondo Tesini di Hitachi Vantara, le aziende modernamente organizzate comprendono che l’adozione di una strategia data driven è cruciale per competere in un mercato sempre più digitalizzato: «Strumenti come il machine learning e l’artificial intelligence, che aumentano le capacità aziendali, rendono più efficienti i processi e aprono a nuovi modelli di business. Chi tarderà nell’adozione di queste tecnologie potrà perdere competitività». Per Paolo Aversa, managing director di Ally Consulting, quando parliamo di innovazione, la diffidenza è più volta al cambiamento che verso la soluzione. «In azienda – spiega Aversa – novità come artificial intelligence e machine learning sono spesso abbinate alla riduzione dell’organico, una visione lontana dalla realtà. Le opportunità stanno nella possibilità, per molte azioni time consuming, di essere eseguite da macchine controllate da un software le cui logiche e il controllo sono dettate dall’essere umano. Per questo, prima di adottare nuove tecnologie occorre intraprendere un percorso di knowledge transfer. Solo dopo un processo di analisi dettagliata, si può procedere con l’adozione delle soluzioni. Per esempio, l’operatore di una linea produttiva continua a cui è stato affidato il controllo del ciclo produttivo può intervenire, con un comando diretto all’assistente vocale dell’impianto, modificando i parametri di produzione per evitare il protrarsi di un difetto. Su questo il machine learning può far sì che nel tempo una macchina riceva vari input, per immagazzinarli e analizzarli fino ad autoregolarsi per operare con efficienza. Le due tecnologie possono collaborare, mantenendo centrale il ruolo dell’essere umano».

APPLICAZIONI EVOLUTE

Come abbiamo visto, il machine learning può essere declinato in varie modalità. «Senza perdersi in tassonomie, il machine learning è il cuore dell’analisi dei dati» – spiega Tesini di Hitachi Vantara. «I dati modellati rappresentano l’affinamento delle capacità di interpretazione e previsione dei fenomeni del business, dalla customer experience, all’operational excellence. L’uso pervasivo dell’analisi dei dati è da anni, con la statistica, il fattore abilitante di risultati di business di successo. Oggi, ci sono tecnologie che non lavorano solo su dati strutturati, ma sull’intera gamma dei big data. Basti pensare alle possibilità offerte dall’IoT in ambito industriale, energetico e in altri settori, e dal video computing/analytics applicato sia in contesti di public safety e sicurezza sia in ambito marketing e commerciale.

In Hitachi crediamo nel data blending, ossia nella capacità di costruire una rappresentazione olistica dei fenomeni orchestrando dati di diversa provenienza e formato che arricchiscono il patrimonio informativo necessario alla scoperta di informazioni sempre più affinate e granulari. L’AI è utile non solo in fase di predizione dei modelli ma anche nell’estrapolazione di informazioni dai dati». Alcune applicazioni IoT permettono di raccogliere informazioni ambientali dal campo da apparecchiature quali i LIDAR (radar di movimento) o sensoristica indossabile (weareable device) per trasformarli in modelli di interpretazione e arricchimento della realtà consentendo lo sviluppo di molte applicazioni: miglioramento della fruizione di servizi in un grande magazzino, controllo della sicurezza sul lavoro, miglioramento delle operazioni di manutenzione su impianti complessi, gestione degli spazi di un ufficio.


#AI #ML Impatto sempre crescente, ma fattore umano centrale Marco Bubani @vemsistem
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L’innovazione rappresenta il supporto decisionale: «La possibilità di far prendere decisioni complesse alla macchina» – spiega Stolfo di ToolsGroup. «In passato, i dati erano di supporto alle decisioni strategiche, al monitoraggio e all’analisi. Oggi, l’uso è rivolto all’automazione dei processi decisionali quotidiani. Occorre definire i processi, individuare i dati disponibili e nominare un data manager responsabile del corretto flusso».

BENEFICI PER OGNI SETTORE

Un po’ tutti i settori potranno ottenere benefici dall’applicazione di AI e machine learning. «L’adozione pervasiva – afferma Tesini di Hitachi Vantara – porta beneficio in tutte le industry. La timeline di adozione è solo condizionata alla capacità di investimento. In Hitachi, abbiamo una forte propensione verso l’industria 4.0 e le applicazioni di IoT. Le applicazioni finali in molti casi sono accomunate da un substrato tecnologico, come un virtual digital assistant che contribuisce a migliorare la customer experience in un’azienda commerciale e condivide parte dei fondamenti tecnologici di un sistema di remote support con augmented reality per il maintenance e repair di una installazione industriale».

Artificial intelligence e machine learning consentiranno a molte aree tecnologiche di evolvere, portando a un guadagno in termini di efficienza operativa e ottimizzazione dei processi di produzione industriale. «Aumenteranno la capacità delle aziende di intercettare, prevedere e orientare la domanda del mercato, migliorando la qualità del lavoro dei dipendenti e dei prodotti e servizi» – afferma Tesini. «Soprattutto offriranno l’opportunità di elevare la qualità della vita in tanti ambiti, da quello della mobilità a quello sanitario, dalla sicurezza sul lavoro ai servizi al cittadino, dalla riduzione dell’inquinamento alla prevenzione dei disastri e cosi via».

Per Antonio Rizzi, senior manager, solution consulting di ServiceNow, l’intelligenza artificiale può ridurre le attività ripetitive, che portano all’alienazione e non favoriscono creatività e produttività. In un contesto lavorativo, artificial intelligence e machine learning porteranno benefici all’automazione dei processi, specialmente dove è necessario prendere decisioni basate su grandi quantità di dati. «ServiceNow – spiega Rizzi – fa ampio uso di artificial intelligence e machine learning nella piattaforma di monitoraggio e gestione degli incidenti per risolvere o prevenire automaticamente i problemi e dove è necessario guidare l’operatore nella risoluzione».

Secondo Bubani di VEM sistemi l’impatto è trasversale: «Dal manifatturiero alla finanza, dall’agroalimentare al retail, in tutti i settori l’AI ha e avrà un impatto sempre crescente. La predictive maintenance per ridurre i tempi di fermo della produzione, gestire un portafoglio di investimenti in modo automatizzato, prevedere il rendimento di un allevamento o selezionare il grado di maturità della frutta in modo automatico, sono applicazioni reali, che generano impatti sul mercato». Tra le aree tecnologiche che evolveranno di più grazie ad AI e machine learning – continua Bubani – ci sono quelle legate alla computer vision. Trarrà beneficio anche l’Internet of Things perché i molti dati raccolti devono essere analizzati in modo automatico ed efficiente.


#AI #ML Più efficienza per Sanità, manufacturing, finance e smart city Christian Turcati @nutanix
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Per Stolfo di ToolsGroup, l’elenco di settori influenzati potrebbe essere lungo: «In quanto precursori dell’uso del machine learning nell’ottimizzazione dei processi SCP, possiamo affermare che quella è un’area critica dove applicazioni di questo tipo possono portare vantaggi nei processi di demand, inventory e supply planning».

Tra i settori che trarranno beneficio da AI e machine learning, secondo Turcati di Nutanix c’è quello sanitario. Cartelle cliniche elettroniche di nuova generazione, prevenzione sanitaria, individuazione precoce e diagnosi sono aree in cui l’AI apporterà più efficienza. Anche il settore finanziario potrà abilitare nuovi servizi auto-gestiti, mentre nel manufacturing si potranno migliorare il controllo della qualità e la gestione delle scorte. Gli studi professionali potranno usare queste tecnologie per ridurre le mansioni di routine, smaltire le pratiche accatastate sulle scrivanie e interagire con i clienti tramite chatbot. In ambito smart city, con la videosorveglianza intelligente sarà possibile rendere più sicuri luoghi pubblici grazie a videocamere smart che riconoscono persone sospette prevenendo furti, atti vandalici o terroristici.


#AI #ML Knowledge transfer per accompagnare l’adozione Paolo Aversa #AllyConsulting
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RIORGANIZZARE I RUOLI

La diffusione di artificial intelligence e machine learning porterà a una riorganizzazione del personale aziendale con una revisione dell’organizzazione e dei ruoli. «Questa revisione dovrà partire dalla riqualificazione professionale di molti lavoratori» – afferma Tesini di Hitachi Vantara. «L’AI apporterà un miglioramento della qualità del lavoro e genererà posti di lavoro che valorizzeranno le capacità tecniche, intellettuali e creative dell’uomo. È fondamentale – però – che i benefici di questa innovazione siano distribuiti e non creino diseguaglianze. In questo senso sarà importante l’indirizzo politico e la guida del legislatore per mitigare la logica del puro profitto, trasferendo i benefici in modo diffuso a tutta la società».

Per Rizzi di ServiceNow e Bubani di VEM sistemi saranno le mansioni a cambiare. «Molti ruoli muteranno, altri spariranno e nuove mansioni nasceranno» – afferma Rizzi. «L’outbound marketing potrebbe essere sostituito da algoritmi di intelligenza artificiale che alimentano l’advertising personalizzato, ma darà spazio al ruolo di data scientist nella definizione dei modelli». Secondo Bubani, sempre più le persone dovranno abituarsi a lavorare di fianco a sistemi intelligenti in modo collaborativo. Sarà necessario anche focalizzare ricerca e innovazione verso sistemi che affianchino l’uomo senza sostituirlo. Concludendo, AI e machine learning potranno evolvere ulteriormente, consentendo alle persone di impegnarsi in nuovi ruoli, di maggior valore.


#AI #ML Nuove interfacce e cambiamento di mansioni Antonio Rizzi @ServiceNow_EMEA
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«L’adozione pervasiva dell’intelligenza aumentata sarà in futuro la normalità nel supporto dei processi operativi, nelle relazioni tra individui e nella quotidianità del lavoro» – siega Tesini di Hitachi Vantara. Per Ruffolo di Altilia, l’intelligent automation, che vede persone e macchine collaborare per la realizzazione di processi complessi, indica che gli algoritmi saranno sempre più capaci di svolgere in maniera scalabile, accurata e affidabile, compiti cognitivi che richiedono l’interpretazione del contesto, abilità finora esclusivamente umana. Non si tratterà, però, di sostituire le persone, ma di liberarne e potenziarne le energie per attività di maggior valore strategico.

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Scontrino elettronico, un passo avanti verso la digitalizzazione https://www.datamanager.it/2020/03/scontrino-elettronico-un-passo-avanti-verso-la-digitalizzazione/ Mon, 09 Mar 2020 13:56:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197089 Al via lo studio di soluzioni alternative a registratore telematico e il trattamento dei dati previsto dalla lotteria degli scontrini. Uno step ulteriore verso il futuro, non privo di sforzi. Gli operatori pronti a raccogliere la sfida per aiutare tutte le imprese a sperimentare concretamente il valore e i benefici del digitale Dopo la rivoluzione […]

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Al via lo studio di soluzioni alternative a registratore telematico e il trattamento dei dati previsto dalla lotteria degli scontrini. Uno step ulteriore verso il futuro, non privo di sforzi. Gli operatori pronti a raccogliere la sfida per aiutare tutte le imprese a sperimentare concretamente il valore e i benefici del digitale

Dopo la rivoluzione della fatturazione elettronica, continua la digitalizzazione dei processi gestionali del punto vendita, con l’entrata in vigore dello scontrino elettronico e l’invio telematico dei corrispettivi. Dopo i grandi retailer e gli operatori commerciali con fatturato superiore ai 400mila euro, che si sono già adeguati (dal primo luglio 2019) – l’obbligo (in vigore dal primo gennaio 2020 con una moratoria di sei mesi fino al 30 giungo 2020) di adeguarsi alla nuova contabilità di cassa scatta anche per tutti coloro che svolgono attività con Partita IVA di commercio al minuto o assimilate, interessando quindi artigiani, alberghi, commercianti, ristoranti, piccoli negozianti al dettaglio, bar, centri fitness, hotel e catene alberghiere, che dovranno confrontarsi con il passaggio alla trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri e dotarsi delle soluzioni hardware e software necessarie. Un processo che porta, inevitabilmente, a un cambio di abitudini tale da impattare direttamente sull’operatività più spiccia, obbligando l’esercente ad abbracciare l’era dei processi digitali. Insomma, aspetti positivi (tanti) e alcuni negativi (più per i costi) per uno switch che rappresenta comunque un upgrade della cultura tecnologica a livello di sistema, visto che trasmissione telematica dei corrispettivi e scontrino elettronico mirano non solo a combattere gli illeciti, ma anche a migliorare il livello di maturità digitale, per allinearci agli altri paesi d’Europa.

Oltre al via libera del Garante privacy al trattamento dei dati previsto dalla lotteria degli scontrini, gli operatori software accolgono con favore il proseguimento dei lavori del tavolo di discussione tra Agenzia delle Entrate, Sogei e Assosoftware sulla possibilità di sviluppare soluzioni digitali per la memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi alternative al registratore telematico, e che potranno essere integrate ai gestionali contabili in uso, per offrire quindi al mercato una pluralità di possibilità, garantendo non solo i medesimi requisiti di sicurezza e inalterabilità dei dati, ma anche la flessibilità del software, l’utilizzo in mobilità e l’economicità – come spiega a Data Manager, Roberto Bellini, direttore generale di AssoSoftware.

Un taglio con il passato

Come è noto, la procedura indicata nel Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 182017/2016, circa l’invio dei dati dello scontrino elettronico, prevede l’utilizzo del Registratore di Cassa telematico, che di fatto va a sostituire il cosiddetto “misuratore fiscale” tradizionale. Primo punto quindi, una connettività veloce e affidabile. Inoltre, secondo il decreto legislativo n. 127 del 2015 (articolo 2), la memorizzazione e la trasmissione telematica dei corrispettivi devono essere “effettuate mediante strumenti tecnologici che garantiscano l’inalterabilità e la sicurezza dei dati, compresi quelli che consentono i pagamenti con carta di debito e di credito”. Ecco che si fa riferimento a “strumenti realizzati da componenti hardware e software atti a registrare, memorizzare, elaborare e trasmettere telematicamente i dati fiscali introdotti attraverso dispositivi di input, nonché da ulteriori elementi hardware e software tra cui, necessariamente, un dispositivo per la stampa e uno per la visualizzazione”.


#scontrinoElettronico #corrispettivi Pronti a raccogliere la sfida – Angeleri #WoltersKluwer @Prof_Digitali
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Dematerializzazione della contabilità di cassa

Quindi entra in gioco un fattore ulteriore, che prevede la necessità per i produttori di registratori telematici di ottenere il certificato di fabbricante da parte dell’Agenzia delle Entrate, una sorta di autorizzazione a realizzare il dispositivo, che a sua volta arriva, mezzo Agenzia, da un’istituzione scientifica, quale il Consiglio nazionale delle ricerche (ma non solo). C’è questo primo aspetto, legato alla produzione, e un secondo che riguarda l’acquisto. Messe le mani sul mezzo telematico, bisogna richiedere le credenziali per accedere a Fisconline (le stesse per il servizio di fatturazione elettronica). Tecnici specializzati devono compiere un setup del registratore, da censire e collegare al portale dell’Agenzia delle Entrate, tramite un QR Code unico fornito in fase di prima registrazione. Tutto ciò, per raggiungere un obiettivo: elaborare e memorizzare in modo inalterabile i dati di vendita, giornalieri e, in generale, richiamarli per periodi a seconda delle esigenze, in maniera rapida ed efficace. Poggiando su una memoria permanente, la dematerializzazione degli incassi è servita. Non a caso, la trasmissione dei dati al fisco deve avvenire tra la mezzanotte e le 22 del giorno successivo, di ogni giorno lavorato e, in caso di problemi, entro un totale di cinque giorni.

I vantaggi per l’esercente

Fin qui gli “obblighi” da sostenere ma i vantaggi per l’esercente non mancano. Prima di tutto, la manutenzione degli apparecchi passa da uno a due anni. Centinaia di euro, per negozio, risparmiati in rotoli di carta (necessari comunque qualora l’acquirente chieda lo scontrino); nessun obbligo di tenuta del registro corrispettivi; riduzione dei termini di accertamento da cinque/sei a soli due anni. Ci sono altri punti fondamentali: la necessità di avere un server RT per un negozio con oltre tre casse (nei locali o altrove), la possibilità di aggiornare il proprio misuratore via software (se previsto), oppure sfruttare il Bonus Registratori Telematici, con un risparmio a titolo credito di imposta del 50% della spesa sostenuta. Ma non solo: se proprio si vuole continuare a lavorare come in passato, l’Agenzia delle Entrate permette di usare un servizio web su cui caricare o compilare direttamente foglio per foglio, le entrate giornaliere, generando così un file compatibile. Fino a luglio, i commercialisti possono agire come intermediari non delegati, inviando i dati dei corrispettivi giornalieri dei loro clienti. Proprio come accaduto per la fattura elettronica, anche le sfide non mancano. L’evoluzione si preannuncia più grande per la portata culturale di quella della fatturazione elettronica, visto che riguarderà i comportamenti dei clienti finali, che potranno farsi intestare con partita IVA o codice fiscale gli scontrini, al fine di detrarre gli importi.


#scontrinoElettronico #corrispettivi Un altro passo verso la digitalizzaizone – Lombardo #TeamSystem
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Facciamo il punto

Alcune aziende sul nostro territorio sono già ben avviate, sicure che il cambiamento porterà benefici per tutto il panorama nostrano. Come ci spiega Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia: «Siamo pronti a raccogliere la sfida degli scontrini elettronici. Questa nuova disposizione impone un cambiamento epocale non soltanto per gli esercenti ma anche e soprattutto per i commercialisti che, grazie agli strumenti che mettiamo loro a disposizione, potranno accompagnare i propri clienti verso un futuro digitale più sereno. La contabilizzazione dei dati diventa più veloce perché gli applicativi integrano, grazie a un flusso automatizzato e digitale, il passaggio dei corrispettivi dall’esercente al commercialista. Le nostre soluzioni tecnologiche, oltre ad essere adeguate, andranno ad affiancare quanto già sviluppato per sostenere le attività dei commercialisti e degli intermediari in genere nel periodo di transizione dall’entrata in vigore della disposizione legislativa e il termine del periodo di moratoria concesso dal legislatore. Il mondo dei commercianti e quello dei loro commercialisti potrà avere la possibilità di adottare la soluzione digitale che meglio risponde non soltanto alle proprie esigenze, ma che si integri con efficacia ed efficienza alle soluzioni digitali di studio. L’armonizzazione digitale sarà fondamentale anche per mantenere o recuperare efficienza ed efficacia negli adempimenti».

Lo scontrino elettronico permette di consolidare il percorso iniziato con la fatturazione elettronica e si posiziona come un ulteriore strumento in mano alle aziende per innovare i propri processi e incrementare la propria competitività. Questo provvedimento, infatti, prevedendo l’utilizzo di Internet per la trasmissione dei corrispettivi, avrà una spinta propulsiva anche sulla crescita capillare delle infrastrutture digitali nel nostro Paese. Quando un esercente effettuerà la chiusura di cassa giornaliera, il registratore telematico – o altre soluzioni software alternative validate – elaborerà i dati di compravendita di beni e servizi memorizzati durante tutta la giornata lavorativa, li sigillerà elettronicamente e ne garantirà l’autenticità. Inoltre, il terminale procederà all’invio telematico dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate. «Le tempistiche si abbrevieranno e i processi saranno più agili e snelli. Non ci sarà più bisogno di conservare il registro dei corrispettivi, non si verificheranno errori contabili e il punto cassa disporrà di un canale di comunicazione diretto con l’Agenzia delle Entrate» – conclude Angeleri.


#scontrinoElettronico #corrispettivi Alternative al registratore telematico – Bellini DG di @Assosoftware
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Ma come detto, il primo vero passo verso una concreta digitalizzazione dei flussi e processi vi è stata con la fatturazione elettronica. Ce lo ricorda Daniele Lombardo, direttore marketing e digital di TeamSystem: «Lo scorso gennaio, con l’entrata in vigore dell’obbligo di fatturazione elettronica tra privati, l’Italia è diventata un paese all’avanguardia in Europa in tema di transazioni digitali. Al di là dei risvolti positivi legati alla fiscalità e all’ambiente, lo scontrino elettronico amplificherà anche i benefici della fatturazione elettronica a livello di sistema e amplierà la platea dei soggetti interessati dalla trasformazione digitale. Inoltre, permetterà di digitalizzare la garanzia sui prodotti acquistati, di “dematerializzare” gli scontrini ai fini della detrazione fiscale e della dichiarazione dei redditi. Il digitale, in sostanza, permetterà agli esercenti di gestire in modo più efficiente i processi amministrativi, con una conseguente riduzione di costi ed errori». L’Italia, tra i paesi europei con il più vasto sostrato di piccole e medie imprese, non è certo un gigante in quanto a produttività. «Con circa il 66% del tessuto composto da PMI e microimprese, il problema della produttività è all’ordine del giorno. Negli ultimi 10 anni, l’Italia ha avuto un tasso di crescita del lavoro pari al 2% posizionandosi tra gli ultimi in Europa. Proprio su questo aspetto interverrà il digitale apportando effetti benefici. Infatti, introdurre e sostenere l’adozione di processi digitali tra le imprese e tra imprese e PA è il modo migliore per incrementare quella produttività che serve a competere sui mercati globali e a tornare a crescere in modo solido. Secondo quanto emerso in recente report OCSE, per esempio, a un aumento del 10% dell’uso di internet a banda larga e del cloud in una media azienda manifatturiera corrisponde un +1,4% di produttività media dopo un anno e un +4% dopo tre anni. Senza contare gli impatti positivi sull’indotto o i fornitori che possono contare su interazioni più veloci ed efficienti, oppure anche per i concorrenti che sono indotti ad aumentare a loro volta la loro produttività. Fatturazione elettronica e scontrino elettronico, in questo scenario, sono due importanti tasselli e possono innescare un processo virtuoso, aiutando le aziende italiane a sperimentare concretamente il valore e i benefici del digitale» – conclude Lombardo.

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SARS-CoV-2, malware della modernità https://www.datamanager.it/2020/03/sars-cov-2-malware-della-modernita/ Mon, 09 Mar 2020 13:46:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197086 È stata fin da subito la crisi sanitaria più high-tech della storia. Sicuramente dal punto di vista della comunicazione, anche se i risultati forse non sono stati particolarmente brillanti. Anzi, l’immediata socializzazione del coronavirus, diventata addirittura frenetica dopo il focolaio infettivo esploso nell’Italia del Nord-Est, non ha dato un contributo sempre positivo, in termini di […]

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È stata fin da subito la crisi sanitaria più high-tech della storia. Sicuramente dal punto di vista della comunicazione, anche se i risultati forse non sono stati particolarmente brillanti. Anzi, l’immediata socializzazione del coronavirus, diventata addirittura frenetica dopo il focolaio infettivo esploso nell’Italia del Nord-Est, non ha dato un contributo sempre positivo, in termini di razionalità e invito alla calma.

Del resto, il problema numero uno dei social è ormai del tutto evidente: la difficoltà nel far fronte all’imponente flusso di fake news e di sfiducia generalizzata nei confronti delle uniche armi di cui disponiamo davanti a una emergenza sanitaria così imponente: la scienza, una politica responsabile e, appunto, un minimo di razionalità.

Pazienza, a questo livello si può sempre rimediare, confidando che le stesse autorità prendano in mano la gestione dei flussi informativi ufficiali, centralizzandola e riordinandola. Bisognerebbe evitare, per esempio, che il cittadino debba saltabeccare da un sito Web all’altro invece di avere a disposizione, riunite attraverso un unico sportello virtuale facile da identificare, tutte le informazioni emesse dagli organi competenti riguardanti le linee di comportamento da seguire, le limitazioni da rispettare, i numeri e gli indirizzi, fisici e virtuali, da contattare. È un problema serio, perché mettere a punto strumenti davvero efficaci per la disseminazione di notizie ufficiali non sembra essere una mission impossibile, anche nel paese dei portali turistici “very belli”. Sapendo tra l’altro che una volta stabilite le regole e avviati i meccanismi giusti, questi ci serviranno per affrontare le crisi che sicuramente ci colpiranno in futuro.

Al di là dell’aspetto comunicativo, l’epidemia di coronavirus ha però messo in evidenza la funzione che informatica e tecnologia possono avere nel limitare almeno in parte l’impatto che una malattia contagiosa e cattiva – forse più letale di una normale influenza, in particolare sulla parte più fragile della popolazione – sta avendo sul normale fluire delle nostre attività lavorative, produttive, educative. Quando le misure di contenimento di un virus prevedono la chiusura delle scuole, lo svuotarsi di uffici e aziende, i discorsi che le testate specializzate hanno elaborato in questi anni di assidua cronaca delle iniziative di smart working, assumono un carattere molto concreto, quasi “politico”.

Non si tratta soltanto di pensare allo smart working come telelavoro. Ma di immaginare un nuovo modo di concepire le attività lavorative di carattere più intellettuale (anche la robotica di nuova generazione consente di accedere a livelli di controllo molto più ampi) all’interno di uffici e gruppi virtuali che le piattaforme collaborative permettono di realizzare con investimenti tutto sommato “leggeri”. Quando la fase acuta dell’emergenza sarà finita, sarà opportuno rimettere mano alle normative sulla “business continuity”, per cercare di sistematizzare il lavoro smart, attraverso opportune estensioni delle regole che oggi riguardano soprattutto il funzionamento dei servizi finanziari, o di certi tipi di infrastruttura. Perché per esempio non parlare seriamente di smart working su larga scala nelle aule scolastiche?

Dobbiamo cominciare a pensare all’informatica, non come un semplice “nice to have” nelle situazioni più piacevoli della nostra esistenza, quando vogliamo comprare un biglietto e prenotare la camera per la nostra vacanza, ma in un’ottica per così dire salvavita, a fondamento e protezione di una modernità sempre più articolata e complessa. Che senza la tecnologia corre rischi potenzialmente mortali.

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Blockchain, filiere e nuovi ecosistemi. Quali opportunità? https://www.datamanager.it/2020/03/blockchain-filiere-e-nuovi-ecosistemi-quali-opportunita/ Mon, 09 Mar 2020 13:35:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197084 Nei prossimi anni, saranno principalmente l’industria di processo e il settore del retail a impiegare la blockchain per l’efficientamento delle attività di supply chain, la tracciabilità di prodotto e la tutela del marchio Una delle tecnologie che oggi, più delle altre, è in grado di suscitare curiosità, entusiasmo e anche dubbi è la blockchain. Questa […]

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Nei prossimi anni, saranno principalmente l’industria di processo e il settore del retail a impiegare la blockchain per l’efficientamento delle attività di supply chain, la tracciabilità di prodotto e la tutela del marchio

Una delle tecnologie che oggi, più delle altre, è in grado di suscitare curiosità, entusiasmo e anche dubbi è la blockchain. Questa è progettata per essere una rete incorruttibile e decentralizzata, in grado di abilitare in maniera sicura transazioni, condivisione e scambio di dati. Il registro digitale che costituisce la blockchain è condiviso infatti da una rete di partecipanti in modalità peer-to-peer ed è in grado di tracciare le transazioni attraverso un sistema di firma digitale o crittografata. Inoltre, i nodi all’interno della rete contengono una copia dell’intero “registro”, rendendolo disponibile a coloro che hanno il diritto di accedervi. Queste particolari caratteristiche contribuiscono a rendere la blockchain una novità assoluta per le transazioni finanziare, per la stipula di contratti, per la tracciabilità di prodotti, abilitando la collaborazione tra aziende e tra industrie, nella logica dell’ecosistema con funzionalità di certificazione.

LE POTENZIALITÀ DELLA BLOCKCHAIN

Le potenzialità della blockchain sono enormi e già oggi si contano diversi progetti pilota e in produzione a livello mondiale che vedono la collaborazione di diversi attori a vari livelli: aziende dello stesso settore, aziende che operano nella stessa filiera, oppure aziende appartenenti a industrie differenti. Grazie alla blockchain, anche realtà tra loro concorrenti possono collaborare per contribuire a migliorare l’efficienza di sistema. La fiducia è un elemento fondamentale al centro dei progetti basati su blockchain e gli ambiti di collaborazione tra le aziende sono numerosi: trasporti, logistica, certificazione di prodotti, transazioni finanziarie, smart contract. In base alle stime di IDC, in Europa il settore del banking si posiziona al primo posto per investimenti in blockchain, seguito dall’industria discreta, industria di processo e dal retail. Nei prossimi cinque anni, saranno però proprio questi ultimi settori nel nostro continente a far registrare le crescite maggiori degli investimenti in progetti legati alla supply chain, soprattutto l’industria di processo e il retail.

FILIERA ALIMENTARE

Il settore alimentare è uno di quelli che sta già mostrando un forte interesse per questa tecnologia: aziende appartenenti alla stessa filiera stanno infatti collaborando attivamente su progetti volti a rendere più efficienti i processi di certificazione di origine dei prodotti e a fornire forme estese di trasparenza, controllo e garanzia. Sono molti gli esempi concreti: dalla certificazione dei prodotti ittici nel Regno Unito alla filiera del riso o dell’olio extra vergine di oliva in Italia. In questi casi, la tecnologia blockchain è in grado di garantire in maniera sicura il monitoraggio e la tracciabilità del marchio, dal coltivatore allo stabilimento di produzione, fino addirittura ai mercati di esportazione, ottimizzando i processi di scambio di informazioni tra i diversi soggetti (coltivatori, impianti di trasformazione, controllo di qualità, impianti di confezionamento, distributori) e riducendo anche i costi dei processi di certificazione e le procedure cartacee. Grazie alla partecipazione di numerosi e differenti soggetti e alle caratteristiche intrinseche della blockchain, è possibile verificare e controllare tutti i partecipanti alla filiera, fornendo una maggiore trasparenza sui processi e garantendo una maggiore tutela ai consumatori, contribuendo a evitare frodi. In alcuni casi, i progetti su blockchain legati ai prodotti alimentari vedono anche la collaborazione con i settori a valle: per esempio, retailer e ristoranti.

SANITÀ E INDUSTRIA FARMACEUTICA

Altri due settori che stanno sperimentando in maniera rilevante la blockchain sono il farmaceutico e il sanitario. In questo caso, la tecnologia permette lo scambio di informazioni tra aziende della stessa filiera per garantire e verificare l’autenticità di medicinali, ma anche tra aziende di settori adiacenti, all’interno della rete ospedali-farmacie. La collaborazione tra le aziende farmaceutiche consente di efficientare i processi, certificare la provenienza dei farmaci e gestire in totale sicurezza i dati dei pazienti: per l’intera filiera, la certificazione dei medicinali con tecnologia blockchain permette di contrastare il fenomeno oggi in crescita della contraffazione, generando efficienze a livello di sistema con impatti positivi sulla salute dei cittadini. Il settore della sanità, inoltre, potrebbe far parte di un ecosistema basato sulla collaborazione con le aziende farmaceutiche per la condivisione di dati storici su pazienti e cartelle cliniche, in formato anonimo (o comunque attraverso la richiesta del consenso al trattamento dei dati personali), fornendo in questo modo alle società di ricerca dati effettivi e di vario genere sui quali poter basare le proprie analisi. In ambito sanitario, inoltre, i dati dei pazienti possono essere condivisi tra medici e tra strutture sanitarie per efficientare i servizi erogati e migliorare in generale l’offerta sanitaria. Le sperimentazioni della blockchain stanno quindi significativamente aumentando al di fuori del settore finanziario come diretta conseguenza del miglioramento della tecnologia e della maggiore consapevolezza e conoscenza da parte delle aziende. In base alle stime di IDC, gli investimenti in blockchain raggiungeranno i 5 miliardi di dollari nel 2020 a livello mondiale, registrando una crescita importantissima rispetto al 2019 (+76%), il che conferma il forte interesse da parte delle aziende, soprattutto nel settore del manufacturing e nel retail. Gli investimenti delle aziende in innovazione si orientano sempre più verso nuove tecnologie e piattaforme in grado di ottimizzare la condivisione di dati, insights, informazioni, e di ottimizzare e migliorare i processi di business, soprattutto in modo sicuro: la blockchain – da questo punto di vista – si conferma in grado di trasformare il modo in cui le aziende collaborano le une con le altre, abilitando elevati livelli di fiducia e di trasparenza end-to-end tra tutti i partecipanti all’ecosistema.

ASPETTI CRITICI

Non mancano certo gli aspetti critici che vanno considerati e che in parte contribuiscono a generare scetticismo ancora presso molte realtà. Innanzitutto, la progressiva adozione e diffusione della blockchain richiederà nuove competenze in grado di operare con tale tecnologia. Le professionalità in grado di sviluppare, integrare e gestire progetti di questo tipo saranno sempre più richieste, alla pari dei professionisti in grado di operare con il cloud computing, con soluzioni di advanced analytics, IoT o con applicazioni di intelligenza artificiale. Al tema delle competenze si aggiungono poi le preoccupazioni che le aziende mostrano per gli elevati costi di implementazione e per l’interoperabilità tra sistemi. La blockchain è una tecnologia ancora relativamente recente e senza grandi casi di applicazione ancora diffusi: per queste ragioni, un altro aspetto che preoccupa le aziende è la poca maturità della tecnologia. Molti dei nuovi progetti blockchain hanno di fatto portato alla progettazione e allo sviluppo di nuove piattaforme, anziché all’utilizzo di quelle già esistenti: questo dimostra come, in effetti, il mercato sia ancora in una fase di definizione di standard e infrastrutture tecnologiche.

Diego Pandolfi Research and Consulting manager di IDC Italia

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Industria aeronautica, l’intelligenza artificiale dispiega le ali https://www.datamanager.it/2020/03/industria-aeronautica-lintelligenza-artificiale-dispiega-le-ali/ Mon, 09 Mar 2020 13:30:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197081 Co-piloti virtuali, gestione e pianificazione del traffico aereo. Ma anche sicurezza, ottimizzazione delle rotte e dei consumi. Ma anche usi militari, manutenzione preventiva e miglioramento della customer experience. Ecco come l’AI sta rivoluzionando l’industria aeronautica Airbus ha di recente completato con successo i primi test per far decollare in completa autonomia un aereo dotato di […]

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Co-piloti virtuali, gestione e pianificazione del traffico aereo. Ma anche sicurezza, ottimizzazione delle rotte e dei consumi. Ma anche usi militari, manutenzione preventiva e miglioramento della customer experience. Ecco come l’AI sta rivoluzionando l’industria aeronautica

Airbus ha di recente completato con successo i primi test per far decollare in completa autonomia un aereo dotato di un sistema totalmente automatico basato sull’image recognition. Il principio tecnologico in questione si basa sugli stessi principi usati dalle autovetture autonome, e dimostra che anche nel settore aeronautico c’è l’intento di utilizzare sempre più l’intelligenza artificiale.

Nel test in questione, i piloti hanno attivato già l’auto-pilota durante la fase di allineamento alla pista di decollo, e si sono dovuti limitare a muovere le manette dell’aereo. L’aereo ha poi proceduto in maniera autonoma ad accelerare, mantenendosi allineato alla linea centrale della pista di decollo, ad alzare la punta dell’aereo, e ad alzarsi in volo con l’angolo di incidenza anticipato. Mentre buona parte della tecnologia esistente si basa sulla ILS (Instrument Landing System), questo decollo automatico si è basato esclusivamente su tecnologia di riconoscimento di immagini. L’azienda ha lavorato su questa tecnologia già da un paio d’anni e i prossimi test sono volti a confermare la potenzialità di automatizzare oltre alla fase di decollo anche le fasi di rullaggio e atterraggio. Ha senso però investire su queste applicazioni d’uso quando il consumatore medio è spesso preoccupato per applicazioni simili in ambito automobilistico?

NUOVE SPERIMENTAZIONI

Airbus ha storicamente investito molto nella tecnologia e ha assunto molti rischi nel passato per essere tra le prime a introdurre i sistemi di volo fly-by-wire, sistemi che sostituivano i tradizionali controlli manuali con un’interfaccia elettronica, oggi uno standard dell’industria. Prima, come oggi, l’obiettivo non è quello di sbarazzarsi dei piloti. Lo scopo reale dei test appena condotti è quello di sfruttare l’AI per automatizzare processi e confrontare i comportamenti dell’AI rispetto a quelli attuali, di modo che si possano notare inefficienze dal punto di vista della sicurezza e delle prestazioni dell’aereo. Sebbene l’aereo sia il mezzo di trasporto più sicuro – solo venti incidenti fatali nel 2019 – la più grande preoccupazione dell’industria è sempre stata quella della sicurezza a bordo.

L’industria dell’aeronautica sta investendo molto sull’AI con varie applicazioni d’uso, ma la maggiore attenzione è proprio sulla sicurezza. Infatti, secondo un sondaggio di NewVantage Partners, oltre il 95% delle aziende aeronautiche ha investito sull’intelligenza artificiale per aumentare le misure di sicurezza. I sistemi basati sull’AI possono aiutare a risolvere o ridurre i problemi legati al controllo del traffico aereo, alla gestione delle risorse nella cabina di pilotaggio e alla manutenzione del veicolo.

Ad oggi, gli utilizzi principali si limitano all’addestramento e l’educazione di futuri piloti e assistenti di volo, ma le applicazioni legate alla sicurezza vengono utilizzate sempre con maggiore frequenza anche al di fuori di ambienti di test. Alcune società utilizzano l’AI per leggere e interpretare le informazioni meteo ricevute a bordo dell’aereo nel tempo. L’AI studia nuovi percorsi in base al cambiamento del meteo, prima del decollo e durante il volo stesso. Sulla base delle informazioni analizzate, l’AI può suggerire un percorso ottimizzato per risparmiare carburante o per rendere più sicuro il tragitto per l’atterraggio, il tutto senza mai perdere conto dei continui cambiamenti nelle condizioni meteorologiche. Airbus ha anche lavorato a un sistema che ricorda quello della frenata assistita nelle automobili. Il sistema si chiama Runway Overrun Protection System (ROPS) e avvisa i piloti se ci sono potenziali incompatibilità all’atterraggio.

I dati che prende in considerazione sono la lunghezza della pista, la velocità dell’aereo, il peso dell’aereo e le condizioni meteo. Se la modalità di freno automatica è attiva, il sistema autonomamente riduce la velocità qualora prevedesse un’eventuale fuoripista. La US Air Force sta lavorando invece all’utilizzo di un co-pilota realizzato con intelligenza artificiale. Il progetto, chiamato Skyborg si pone l’obiettivo di aumentare le capacità del singolo pilota liberandolo di alcune task. Il pilota può, per esempio, attivare il co-pilota virtuale con comandi vocali e assegnargli il compito di individuare un obiettivo da abbattere. Tra le aziende che hanno lavorato su queste tecnologie con il Pentagono ovviamente non poteva mancare Boeing. Quest’ultima sembra essere pronta a usare la tecnologia anche in ambito civile, per esempio nel processo di selezione di una rotta da seguire.


#AI Ecco come l’AI sta rivoluzionando anche l’industria aeronautica – @simeoneantonio1
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PIANIFICAZIONE E SICUREZZA

Oltre a migliorare la vita dei piloti, l’intelligenza artificiale è già utilizzata nella gestione del traffico aereo. Non è una novità che con la proliferazione delle compagnie low-cost la quantità di voli è in continuo aumento in tutto il mondo. La gestione del traffico aereo è uno degli aspetti più importanti per garantire la sicurezza di tutti i passeggeri. In questo, l’AI può aiutare nella pianificazione del traffico aereo includendo migliori previsioni di eventuali problematiche. L’AI con questo compito può inevitabilmente anche aiutare a ridurre i ritardi e gli sprechi di carburante grazie all’ottimizzazione che può portare. Sebbene gli incidenti aerei siano rari, vi sono molti casi ad alto rischio dove le tragedie vengono sfiorate, e sulla base dello storico di questi dati, un’AI può – a differenza di un essere umano – aiutare a creare misure per prevenire che questi errori si possano ripetere. Inoltre, l’AI potrebbe anche essere usata nell’analisi di informazioni geopolitiche per valutare la sicurezza dello spazio aereo di alcuni paesi. Infine, l’AI può anche essere utilizzata per ottimizzare la gestione della manutenzione di un aeromobile, analizzando dati delle condizioni tecniche in tempo reale e segnalando autonomamente elementi da ripararare o sostituire. Non solo, l’AI può prevedere l’erosione o la rottura di alcuni pezzi, potenzialmente evitando tragedie o comunque risparmiando danni maggiori alla compagnia aerea.

Come ha descritto James Jackson di Delta Air Lines: «Con la digitalizzazione dei dati, vogliamo che i nostri tecnici specializzati si dedichino maggiormente a convalidare i dati della manutenzione invece di raccoglierli e analizzarli». Ovviamente, questi compiti sono già svolti ottimamente dagli esseri umani, ma l’AI può migliorare l’efficienza. Come? Incrementando la sicurezza e al contempo riducendo i costi. Prendo in prestito le parole di Vincent Metz di Air France KLM: «Se ci accorgiamo con trenta cicli di anticipo della potenziale rottura di un pezzo, quello che succede è che improvvisamente la manutenzione imprevista diventa una manutenzione pianificata, e questo ci permette di risparmiare molto sui costi, aumentando la sicurezza per il passeggero». La sicurezza è uno degli aspetti più importanti dell’industria dell’aviazione civile, ed è tra i pochi settori in cui i consumatori sono disposti a rinunciare a parte della loro privacy per avere garanzie di maggior sicurezza. Con queste premesse è più facile raccogliere dati e creare tecnologie in grado di mettere a frutto questi dati. L’AI viene utilizzata anche per cambiare i prezzi dei biglietti aerei, massimizzando i profitti delle compagnie aeree, ma viene anche usata per migliorare l’esperienza dei consumatori. Non dimentichiamo – però – che i nostri dati vengono studiati da diverse macchine per personalizzare la nostra esperienza, riducendo ritardi e rendendo in generale meno faticoso un viaggio lungo.

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Casella email dell’ex dipendente. Quando chiuderla? https://www.datamanager.it/2020/03/casella-email-dellex-dipendente-quando-chiuderla/ Mon, 09 Mar 2020 13:22:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197079 Come contemperare l’esigenza di continuità operativa del datore di lavoro e di riservatezza dei dati dell’ex dipendente? Il Garante della Privacy ha risposto ricordando l’importanza del rispetto dei principi di liceità e trasparenza del trattamento in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro Il caso, che si potrebbe definire quasi di “vita quotidiana”, sottoposto al […]

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Come contemperare l’esigenza di continuità operativa del datore di lavoro e di riservatezza dei dati dell’ex dipendente? Il Garante della Privacy ha risposto ricordando l’importanza del rispetto dei principi di liceità e trasparenza del trattamento in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro

Il caso, che si potrebbe definire quasi di “vita quotidiana”, sottoposto al Garante Italiano riguarda la questione del presunto illegittimo trattamento dei dati personali di una ex lavoratrice: questa scopriva come il suo “vecchio” account di posta elettronica aziendale fosse rimasto operativo per oltre un anno e mezzo dalla cessazione del rapporto e l’ex datore di lavoro continuasse a leggerne i messaggi che ivi pervenivano. L’account di posta veniva chiuso solo in seguito alla diffida dell’ex lavoratrice e l’azienda precisava che venivano letti i messaggi riguardanti l’attività lavorativa e le esigenze commerciali e che si era reso necessario un lasso temporale così ampio per poter consentire di dar evidenza a tutti i clienti e potenziali clienti dei nuovi contatti e referenti.

Il Garante censurava tale condotta dell’azienda, ritenendo illegittimo il trattamento poiché posto in violazione del principio di riservatezza: anche la sola lettura dell’oggetto delle mail e/o l’esame dei vari mittenti (eventuali contatti personali e non aziendali) comporta il trattamento di dati personali che la lavoratrice, anche se non più in forza, ha diritto a che siano mantenuti riservati. In altre parole, richiamate anche le linee guida sulla casella di posta aziendale emanate nel lontano 2004, il Garante ha ribadito che tanto in costanza di rapporto lavorativo che ancor più dopo, l’azienda non può legittimamente leggere i messaggi di posta elettronica del dipendente, autorizzato (ove non espressamente avvisato del contrario) a utilizzare l’account anche per fini personali.

Non bisogna però fermarsi a questa prima lettura del provvedimento: approfondendo i presupposti fattuali oggetto del ricorso al Garante promosso dalla ex dipendente, si apprende che la società aveva omesso (quanto meno non aveva fornito adeguata prova) di dare un’adeguata informativa sul trattamento dei dati anche post rapporto di lavoro così come dei tempi di durata del trattamento successivo, nonché di porre in essere le “tipiche” misure previste nel caso di interruzione della relazione lavorativa. Il Garante evidenzia come non risulti ragionevole, e comunque ecceda il principio di proporzionalità tra le esigenze imprenditoriali e quelle del titolare del dato, mantenere attivo un indirizzo di posta elettronica di un ex dipendente per oltre un anno e mezzo e come si possa ottenere analoga continuità nelle comunicazioni con un messaggio di risposta che indichi il nuovo indirizzo di posta da utilizzare per i contatti commerciali e l’avvenuto re-inoltro del messaggio a tale nuovo destinatario.

Si apre così uno spiraglio per i datori di lavoro che potranno mantenere aperto l’indirizzo di posta elettronica del proprio ex dipendente purché – ma queste sono le regole base del legittimo trattamento – abbia adeguatamente e correttamente informato il lavoratore di tale possibilità, abbia indicato un ragionevole lasso di tempo di prosecuzione del trattamento e, comunque, predisponga una serie di misure volte ad “accelerare” il subentro del nuovo contatto e destinatario, senza dover proseguire per anni a trattare dati di un ex dipendente.

Ancora una volta – attenendosi proprio ai principi di privacy by design e by default – la creazione a monte di processi che informano e formano sul corretto e normato trattamento dei dati consentirà di proseguire nel trattamento anche in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro, purché non si voglia eccedere nel limite temporale.


Avv. Paola Gobbi partner – UNIOLEX Stucchi & Partners – www.uniolex.com

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Ogni impresa è fatta di software. Le applicazioni sono l’azienda https://www.datamanager.it/2020/03/ogni-impresa-e-fatta-di-software-le-applicazioni-sono-lazienda/ Mon, 09 Mar 2020 13:10:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197069 Il software una volta velocizzava le attività manuali, poi passò a velocizzare i processi e adesso i processi e l’organizzazione li incarna. Le applicazioni sono il modo in cui l’azienda esiste al suo interno e si rapporta al mondo esterno Una volta realizzata l’identità tra azienda e le funzionalità del suo software (il cosiddetto approccio […]

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Il software una volta velocizzava le attività manuali, poi passò a velocizzare i processi e adesso i processi e l’organizzazione li incarna. Le applicazioni sono il modo in cui l’azienda esiste al suo interno e si rapporta al mondo esterno

Una volta realizzata l’identità tra azienda e le funzionalità del suo software (il cosiddetto approccio “digital”) è sulle applicazioni che occorre lavorare per costruire posizioni di vantaggio competitivo. Occorre costantemente migliorare le funzionalità, farlo in velocità, e migliorare anche la sicurezza. La velocità è fondamentale: se sto lanciando il nuovo prodotto, ho comprato gli spazi pubblicitari e ho registrato gli spot, non posso permettermi che i commerciali non abbiano in tempo la app che serve a concludere la vendita. Negli anni, il miglioramento del ciclo di sviluppo è stato affidato alle metodologie. Structured programming, rapid prototyping, RAD, extreme programming, Agile sono alcune delle parole chiave. Il contesto architetturale era stabile: su un mainframe, in ambiente client server o web, l’applicazione era sempre “in casa”: al massimo, con Internet, poteva essere esterna la postazione utente. L’arrivo del Cloud Native Computing cambia tutto. Il cloud non è più solo un modo più semplice, rapido ed economico per ottenere quello che prima richiedeva tempi lunghi di progettazione e approvvigionamento, ma abilita una nuova architettura applicativa.

In luogo di applicazioni monolitiche, i microservizi, ognuno completamente indipendente, con tutto il necessario per il proprio funzionamento all’interno di un container, garantiscono flessibilità. Ogni container può “girare” su qualunque fornitore di servizi CaaS (Container as a Service). I container vengono “orchestrati” da piattaforme che gestiscono i carichi di lavoro, il numero di istanze di un micro servizio e il cloud su cui tali istanze girano. Una prima implicazione in termini di sicurezza è la “scomparsa del perimetro”: non esiste più una entità al cui interno girino le applicazioni, queste possono essere su qualunque fornitore CaaS. Si parla quindi di Software Defined Perimeter: un perimetro “virtuale”, con rilevanti implicazioni di sicurezza. I microservizi “containerizzati”, completamente autonomi, consentono enormi guadagni di velocità di sviluppo. A rallentare il processo, resta il Security Testing.


#CyberSecurity Le #applicazioni sono il modo in cui l’azienda esiste @Clusit
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Oggi, si usano tecnologie di Dynamic Application Security Testing (DAST) e Static Application Security Testing (SAST). Le prime sono semplici da usare, relativamente precise, ma la copertura del codice non supera il 30-40 per cento, e per potere testare una applicazione in funzione, questa deve essere completa. In altre parole, il mantra Shift-left (spostare il test il più possibile vicino all’inizio della scrittura del codice) non è applicabile. Con SAST, si lavora anche su porzioni incomplete del codice e quindi si rispetta il criterio Shift-left. I tools, più complessi di DAST, coprono tutto il codice, ma sono molto meno precisi, anche se uno strumento recente promette il 75 per cento della detection sul benchmark OWASP (lo standard “di fatto” per la sicurezza applicativa) contro il 25-30 per cento di tutti gli altri. Una nuova tecnologia sembra promettere la pace dei sensi. IAST, ovvero Interactive AST, è una tecnologia che prevede l’utilizzo di un plugin per web server che consente di monitorare l’applicazione al livello dello unit testing (il test iniziale che il programmatore fa non appena una porzione di codice è completa). Il sistema è banale da usare, consuma pochissime risorse, è il massimo possibile dello Shift-Left e sui test OWASP garantisce il cento per cento di accuratezza, con zero falsi positivi. Che si sia quadrato il cerchio?

Paolo da Ros membro del Comitato Scientifico CLUSIT

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