rivistanovembre2022 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 25 Nov 2022 09:02:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistanovembre2022 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 100 ragioni per stimolare l’innovazione https://www.datamanager.it/2022/11/100-ragioni-per-stimolare-linnovazione/ Mon, 21 Nov 2022 13:59:28 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222908 Fine anno, tempo di bilanci. Per Data Manager, novembre è il mese della Classifica per eccellenza. Realizzata con il contributo degli analisti di IDC, la nostra Top 100 rimane uno strumento esclusivo. L’unico che permette di misurare la solidità economica delle aziende che sviluppano e commercializzano soluzioni software e servizi IT, entrando in un dettaglio […]

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Fine anno, tempo di bilanci. Per Data Manager, novembre è il mese della Classifica per eccellenza. Realizzata con il contributo degli analisti di IDC, la nostra Top 100 rimane uno strumento esclusivo.

L’unico che permette di misurare la solidità economica delle aziende che sviluppano e commercializzano soluzioni software e servizi IT, entrando in un dettaglio rivelatore dei trend in atto nei principali ambiti verticali del mercato. Utilizzata insieme ai dati provenienti da Confindustria, la Top 100 è dunque in grado di fornire un’immagine piuttosto fedele dell’innovazione tecnologica nell’Italia che produce, mostrando anche i livelli di vitalità dei suoi comparti. Che cosa ci dicono i numeri di quest’anno?

Innanzitutto, che in cima alla classifica, nelle prime 20 posizioni, la crescita è quasi sempre positiva (solo tre segni meno), a volte con punte decisamente vistose, soprattutto considerando che in questa zona l’indice di concentrazione è alto e addirittura in leggero aumento. Solo 11 imprese superano la soglia del mezzo miliardo di ricavi complessivi e insieme rappresentano, con circa 10,2 mld di euro generati, poco meno del 60% dell’intero valore della Top 100. Guardando alla classifica del software la concentrazione è un po’ più marcata, con 13 operatori sopra i 100 mln di fatturato che cubano quasi il 75% del valore totale.

Man mano che i valori assoluti diminuiscono, si osserva comunque una buona tenuta generale nei delta di fatturato anno su anno. Neppure il secondo anno di pandemia sembra aver portato a una contrazione generale. Al contrario, la netta maggioranza di segni positivi conferma che i clienti non solo non hanno smesso di investire, ma hanno saputo cogliere la necessità di svecchiare i loro processi interni, anche per far fronte a un’emergenza che secondo molti ha fatto da pungolo, specialmente sulla virtualizzazione del workplace.

Lo scorso luglio Assinform aveva del resto confermato che il biennio 2020-21 è stato anticiclico rispetto all’andamento del PIL. Nel 2020 il valore del mercato digitale italiano (75,3 mld di euro nel ‘21) ha subito un calo di appena lo 0,6% (quando il PIL precipitava a -9), per guadagnare nuovamente 5,3 punti l’anno dopo.

Tornando alla Top 100, sebbene i primi in classifica si rafforzino ulteriormente, l’Italia del software mostra una dinamica molto positiva. Anche l’ascensore sociale, nel mercato delle tecnologie, sembra funzionare meglio di quelli che dovrebbero rimescolare le carte dell’economia o dei salari. Le due classifiche separate dei “challenger” – le aziende che si posizionano a ridosso della centesima posizione – e dei “diversificati” (gli operatori che non vendono solo software e servizi correlati ma registrano significativi risultati nei due segmenti), offrono anch’esse molti spunti di ottimismo. I fatturati di 25 sfidanti su 30 proseguono il loro andamento tendenziale in rialzo, con diversi picchi di eccellenza.

Ma come si riflettono questi segnali positivi in cambiamento a livello di processi e cultura digitale delle imprese italiane? Come fattore abilitante, la trasformazione digitale non è mai altrettanto facile da quantificare. La lettura per ciascun classificato della composizione dei ricavi per aree di specializzazione può però essere la base per ipotesi di carattere qualitativo. In questo senso si osserva, per molti fornitori di software, una buona consistenza media della voce “Industria” e una discreta presenza nella PA. È possibile, come si è detto, che si tratti dell’eco di circostanze esterne, come gli incentivi alla Industry 4.0 e la progettualità forzata in materia di smart working. Ma se questa correlazione fosse confermata, sarebbe comunque il segnale che l’innovazione può essere stimolata con una buona politica industriale e con le giuste condizioni al contorno. Perché non provare a fare di più?

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Zscaler e Maire Tecnimont, l’ingegneria della sicurezza https://www.datamanager.it/2022/11/zscaler-e-maire-tecnimont-lingegneria-della-sicurezza/ Thu, 17 Nov 2022 10:58:19 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222771 La salvaguardia dei dati e dei sistemi di un’infrastruttura virtualizzata, in ufficio o in fabbrica, deve adattarsi ai suoi modelli di implementazione e consumo. La proposta dell’innovativo cloud security provider è funzionale alla trasformazione di un leader italiano dell’ingegneria La fiducia è una cosa troppo seria per concederla a cuor leggero. Specie quando si tratta […]

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La salvaguardia dei dati e dei sistemi di un’infrastruttura virtualizzata, in ufficio o in fabbrica, deve adattarsi ai suoi modelli di implementazione e consumo. La proposta dell’innovativo cloud security provider è funzionale alla trasformazione di un leader italiano dell’ingegneria

La fiducia è una cosa troppo seria per concederla a cuor leggero. Specie quando si tratta di cybersecurity, sia nei tradizionali luoghi del lavoro creativo e amministrativo sia – e in misura sempre più critica – quando l’informazione digitale permea le infrastrutture fisiche e impianti industriali ogni giorno più interconnessi. Per questo Zscaler adotta una strategia rigorosamente Zero Trust per una sicurezza basata su cloud che offre un inedito approccio integrato “as a service” alla protezione del dato sul posto di lavoro digitale: in ufficio, in remoto e in fabbrica. «Abbiamo una grande ambizione – dichiara Alessio Stellati, regional director di Zscaler in Italia – essere riconosciuti come la Salesforce della sicurezza informatica». L’innovatore nel campo della cybersecurity “senza perimetro” la cui quotazione al Nasdaq nel 2018 ha fatto parlare del fondatore Jay Chaudhry, già creatore di startup in ambito IT e cybersecurity nato in un umile villaggio dell’Himalaya occidentale, racconta il suo approccio attraverso l’esperienza di un cliente italiano particolarmente “demanding”. Maire Tecnimont, gruppo industriale leader in ambito internazionale nella trasformazione delle risorse naturali (ingegneria impiantistica nel downstream oil & gas, con competenze tecnologiche ed esecutive) e tramite la propria controllata NextChem, nel campo della chimica verde e delle tecnologie a supporto della transizione energetica, attivo in 45 nazioni del mondo, ha infatti affidato alla sicurezza Zero Trust di Zscaler un ruolo importante in un piano di trasformazione digitale molto ambizioso, che tocca in egual misura aspetti IT e OT in un ambiente distribuito e ad altissima complessità.

La questione della sicurezza dei sistemi digitali che guidano i processi industriali e le infrastrutture è strategica per Maire Tecnimont e in generale per tutti coloro che dipendono dal buon funzionamento di questi processi. «Zscaler è nata nel 2008 ed è stata tra i primi, se non la prima, a offrire soluzioni di web security come un servizio da consumare e non come prodotto a sé stante» – spiega Francesco Pettene, EMEA enterprise sales engineer. Da quel primo nucleo di servizi, aggiunge Pettene, Zscaler sta passando alla messa in sicurezza dell’accesso privato alle applicazioni, utilizzando gli stessi agenti software installati sui dispositivi endpoint connessi al Web pubblico. «Più recentemente abbiamo cominciato ad affrontare il problema della protezione di dispositivi OT. Un ambito – sottolinea il referente del progetto Tecnimont – non totalmente estraneo dal punto di vista della sicurezza informatica, ma con presupposti molto diversi. In cui le aziende non hanno ancora un totale controllo di tutti gli elementi che riguardano le reti di interconnessione dei sistemi di fabbrica».

PROTEZIONE INFORMATICA E OPERATIVA

Intervenire sulla connettività di questi sistemi è complesso, perché nel contesto delle aziende che operano in settori come la chimica, l’energia, o l’alimentare, i sistemi digitali che governano gli impianti non possono essere sotto il controllo diretto dell’IT né sulle reti sono stati implementati i livelli di segmentazione che in un ambiente IT impedirebbero, per esempio, che un dispositivo danneggiato possa compromettere a sua volta apparati ritenuti sicuri. Zscaler offre la possibilità di isolare i singoli asset di una rete OT, restituendo il controllo ai responsabili della sicurezza di tutti i processi digitali. Secondo Pettene, la cosiddetta microsegmentazione rappresenta un terreno di sperimentazione di nuove offerte fondamentale per Zscaler e per tutta l’industria della cyber security. Per questo è così importante sviluppare un vantaggio competitivo. «Fino a poco tempo fa, investire in sicurezza OT non era percepito come prioritario. Ma in un mondo che cambia, le conseguenze di un attacco subito da un sistema digitale non convenzionale come quello di un impianto industriale possono avere profonde ricadute di natura non informatica». Pensiamo solo alle conseguenze del malfunzionamento di un sistema per il rilascio del cloro in una piscina, come già accaduto negli ultimi anni. Per non parlare dei rischi umani, sociali e ambientali legati ai possibili incidenti cyber di una raffineria, o di una centrale elettrica.

Come se non bastasse, la sicurezza in ambito OT è molto sfaccettata perché ogni costruttore affronta il problema in modo specifico e gli standard emergenti non sono sempre facili da armonizzare, così come non è facile coordinare gli interventi di terze parti e consulenti che interagiscono intorno agli asset da proteggere. «Anche qui Zscaler si pone come un player particolarmente autorevole, perché attraverso le app utilizzate per dialogare con i sistemi di fabbrica abbiamo acquisito modalità che abilitano l’accesso autorizzato ai dispositivi OT. Con la stessa ottica Zero Trust che ci permette di separare tra applicazione da un lato e accesso in rete dall’altro» – rileva Pettene riferendosi a un’area di collaborazione che il fornitore di sicurezza as a service sta sviluppando insieme al suo cliente. «Un collaboratore di Maire Tecnimont che accede a un sistema SCADA localizzato in qualche parte del mondo potrà farlo in modo sicuro perché Zscaler è in grado di limitare l’impronta di accesso, separando l’applicazione che governa la funzione OT dagli apparati industriali che erogano questa applicazione».

Francesco Pettene EMEA enterprise sales engineer di Zscaler

UN LEADER DELL’IMPIANTISTICA INDUSTRIALE

Parlando con Andrea Licciardi, senior cybersecurity manager di Maire Tecnimont, è immediato percepire l’importanza che il management della multinazionale italiana, erede di una lunga tradizione ingegneristica, ha scelto di dare alla cybersecurity. Tra il 2004 e il 2005 nasce il Gruppo Maire Tecnimont dalla fusione di Fiat Engineering (che nel 1972 aveva inglobato tutte le attività di progettazione di impianti della Fiat) e Tecnimont (fondata nel 1973 da Montedison per combinare analoghe capacità al servizio della produzione di energia e della chimica ed erede delle competenze del premio Nobel per la chimica, Giulio Natta). Un lascito pesante, che Maire Tecnimont ha trasformato in una leadership riconosciuta in tutto il mondo su attività oggi di frontiera, come il rinnovabile. Un valore da proteggere anche dalle insidie degli hacker e dei ladri di proprietà intellettuale.

Andrea Licciardi è il responsabile del Cyber Fusion Center di cui fanno parte Alberto Carenzi, cyber security engineer, che segue in modo diffuso le attività di sicurezza “at large”, dalla definizione di strategie di prevenzione e individuazione delle minacce, alla detection degli incidenti, al coinvolgimento in sede di escalation delle contromisure necessarie, fino all’organizzazione di campagne interne di security awareness; e Andrea Sgarlata, identity & cybersecurity manager, referente della gestione delle identità digitali del gruppo.  «Siamo parte del Cyber Fusion Center del gruppo Maire Tecnimont – afferma Licciardi – una struttura dinamica, sinergica e collaborativa che combina tutte le funzioni di cybersecurity, la threat intelligence, security orchestration, security automation, security operation, incident response, threat response e altre soluzioni/servizi in un’unica unità in modo collaborativo, permettendo un nuovo approccio proattivo all’interno della struttura ICT. L’adozione del Cyber Fusion Center ha permesso di aumentare l’efficacia con cui l’integrazione tra le tecnologie, i loro processi e le persone aumenta la capacità di difendere applicazioni, infrastrutture e il business aziendale, affrontando al meglio il complesso panorama della cybersecurity, accelerando la risposta alle minacce. Tra gli obiettivi primari che il Cyber Fusion Center si pone, vi sono quelli di: eliminare la silotizzazione dei team che lavorano in modo indipendente e riunirli per lavorare sotto lo stesso cappello, con l’esecuzione di un processo di condivisione automatica, organizzata e in tempo reale delle informazioni tra i team; consentire all’azienda di collaborare attraverso la condivisione di informazioni strategiche e tecniche sulle minacce in tempo reale e di fornire un approccio di difesa collettiva alla risposta delle stesse; aumentare l’intelligenza contestuale raccogliendo informazioni specifiche su campagne malevole complesse, per identificare le strategie dei potenziali aggressori e determinarne i threat modelling assocaiti avendo una visione overall sui threat actors; facilitare l’orchestrazione interfunzionale tra ambienti diversi (IT-OT-IoT), offrendo la scalabilità e la flessibilità necessarie per collegare tutti i processi di sicurezza di un’organizzazione, monitorando tutti gli ambienti su un’unica piattaforma rendendo più veloce il processo decisionale».

Come nasce la partnership con Zscaler? Fin dall’inizio l’obiettivo era la protezione digitale di una realtà estremamente complessa e geograficamente distribuita. Quotata alla Borsa di Milano, Maire Tecnimont è in realtà capofila di un gruppo industriale che opera nel campo della trasformazione delle risorse naturali attraverso la realizzazione di impiantistica “downstream” a valle della pura estrazione di petrolio e gas, e di progetti relativi alla chimica verde e di tecnologie a supporto della transizione energetica per il tramite della propria controllata NextChem. «Ad oggi – precisa Licciardi – siamo presenti in 45 nazioni con circa 50 società operative per un totale di oltre 9mila persone tra dipendenti e collaboratori. Dal punto di vista della cybersecurity sono dimensioni molto vaste. Se nell’equazione inseriamo fattori come l’ampiezza, la digitalizzazione e la necessità di offrire un accesso remoto a tante persone, la superficie di rischio cresce considerevolmente».

Nel processo di Digital Transformation e Cloud Adoption, interviene il collega Alberto Carenzi, è arrivata la spinta per la realizzazione di un “modern workplace” efficace ed efficiente, in grado di promuovere il benessere e la produttività delle persone. «Sin dal lontano 2016 Maire Tecnimont ha iniziato un percorso di esplorazione del cloud e di adozione di nuovi strumenti di comunicazione e collaboration e già nel 2018 ha introdotto lo smart working per i propri dipendenti, garantendo la possibilità di operare fuori sede fino a quattro giorni alla settimana. In questo contesto di totale flessibilità di tempi e luoghi di lavoro, la necessità di garantire l’accesso e la sicurezza di una vasta mole di dati sensibili, principalmente documenti di ingegneria, diventava ancora più pressante». Prosegue Andrea Licciardi: «La nostra trasformazione digitale ha di conseguenza aumentato la potenziale superficie di attacco presentandoci una sfida al cambiamento del vecchio approccio alla cybersecurity con castello e fossato che difende il perimetro tenendone fuori gli aggressori, che parte dal presupposto che chiunque e qualsiasi cosa al suo interno sia affidabile e che quindi non costituisca una minaccia per l’organizzazione; ovviamente questo approccio si basava su firewall e analoghe contromisure di sicurezza, ma risultava assolutamente inerme rispetto alle minacce avanzate di malintenzionati interni all’organizzazione che avessero ottenuto – o ricevuto – l’accesso; quindi la nostra esigenza era quella di un accesso adattivo, che considera il contesto e si basa sulla fiducia e sull’identità, motivo per cui abbiamo identificato nel modello Zero Trust Security il modo più efficace ed efficiente per proteggere un perimetro sempre più vasto fatto di componenti e infrastrutture convergenti come IT, OT e IoT. Il nostro modello è basato sulla convinzione che nulla, sia interno che esterno al perimetro di rete della nostra organizzazione, debba essere ritenuto automaticamente affidabile, quindi chiunque e qualsiasi cosa stia cercando di collegarsi al sistema all’interno della nostra organizzazione debba essere verificato prima di poter accedere, con l’obiettivo principale di mitigare il rischio di cyber-attacchi negli ambienti moderni. Per noi non esiste un’unica tecnologia Zero Trust, ma per una difesa in profondità e completa, la strategia più efficace è quella di avvalersi di un Mix di tecnologie e approcci esistenti, di cui Zscaler è stato il partner di riferimento per questa nuova sfida».

In aggiunta Andrea Sgarlata sottolinea che il processo di adozione delle soluzioni Zscaler in Maire Tecnimont è stato guidato dalla strategia aziendale relativa alla trasformazione digitale, adozione di soluzioni e servizi cloud, flessibilità e operatività worldwide. «Quando le infrastrutture e i servizi sono decentralizzati e non coincidono più con la tua sede fisica, risulta necessaria l’adozione di modelli che garantiscano la sicurezza del business e degli utenti, anche il layer di navigazione deve essere migrato verso soluzioni cloud» – afferma il responsabile dell’identity management del Cyber Fusion Center. Oltre a questi aspetti, la security posture aziendale è stata ulteriormente rafforzata con soluzioni passwordless che hanno portato all’utilizzo di metodi di autenticazione phishing-resistant quali Security Keys (Fido2) e Certificate Based Authentication (CBA), evitando così la gestione delle password utenti con conseguente rischio di compromissione.

Andrea Sgarlata identity & cybersecurity manager di Maire Tecnimont

IN FUNZIONE DELL’ESIGENZA

«A fronte delle nostre esigenze di business, Zscaler ci ha supportati a mettere in fila gli elementi del modello Zero Trust che cercavamo: verificare puntualmente chi richiedesse accesso ai nostri dati e in quali condizioni di contesto geografico e temporale, fornire un motore di valutazione del rischio complessivo della richiesta in uno spazio di lavoro in cloud e infine applicare le policy di accesso definite dalla nostra strategia» – sottolinea Carenzi. «Ci ha colpiti inoltre l’approccio olistico e la capacità di aiutarci a rispondere alle nostre reali esigenze grazie all’evoluzione delle soluzioni a disposizione». I dipendenti di Maire Tecnimont devono poter accedere ad applicazioni sia esterne che interne, che possono risiedere su cloud sia privato che pubblico. Per il team del Cyber Fusion Center un importante aspetto evolutivo riguarda la possibilità di razionalizzare e ridurre complessità e costi convergendo, grazie a Zscaler, verso un unico agente capace di proteggere il dialogo con qualsiasi ambiente. «In ambito cyber – rileva Licciardi – siamo molto dinamici, non amiamo lo status quo. Continueremo a cercare soluzioni che possano migliorare continuamente la nostra postura di sicurezza. Uno dei vantaggi che percepiamo in Zscaler è la possibilità di sviluppare soluzioni e integrarle in un contesto tecnologico complesso». Il team del Cyber Fusion Center continua a migliorare le proprie capacità di Detection and Response che si integrano con tecnologia Zscaler, come ad esempio la recente soluzione ZDX, Zscaler Digitale Experience, un potente tool di monitoraggio cloud, un “panopticon” che amplifica la visibilità sulle violazioni. «Così – spiega Licciardi – possiamo intervenire in modo automatizzato con diverse contromisure, rimuovendo i problemi in base alle loro priorità e riducendo a minuti, e non ore o giornate, il relativo intervento di mitigazione».

LA CYBERSECURITY COME OPPORTUNITA’ DI BUSINESS

«La cybersecurity è strategica anche nell’ottica di creare nuove opportunità di mercato, perché i clienti oggi cercano partner in grado di offrire la massima protezione dei loro dati e infrastrutture» – afferma Licciardi. Zscaler è stata fondamentale nell’agevolare in Maire Tecnimont il passaggio dal tipico approccio reattivo e compartimentalizzato a una sicurezza decisamente più proattiva e in grado di aumentare significativamente il customer value. Nelle parole di Sgarlata, la cybersecurity è uno strumento «che serve a prevenire, identificare, comprendere e rispondere nel più breve tempo possibile a minacce sempre più avanzate. Inoltre, abbiamo identificato in Zscaler un provider capace di inserirsi nella nostra tecnologia senza stravolgerla, anzi offrendoci l’opportunità di semplificare la nostra architettura, migliorandone i metodi di monitoraggio e controllo. Zscaler risulta essere una soluzione ready to use, un plus considerevole per chi opera in una geografia estesa».

NEL CYBERSPACE NESSUNO È MIO AMICO

Francesco Pettene interviene al proposito rilevando che Zscaler riesce a far leva su un momento particolarmente positivo della sua crescita – in particolare, in Europa, della filiale italiana che nell’ultimo anno, secondo Stellati, ha quintuplicato il numero di risorse – per alimentare, anche grazie alla sua solidità finanziaria, la sua politica di continuo sviluppo. «La ricerca va in direzione di una sicurezza continua coltivata dal lavoro dei nostri Threat Labs, che analizzano le minacce e immaginano sempre nuovi scenari di attacco, e dalle partnership con i cloud provider e una pletora di fonti specializzate nel fornire indicatori di compromissione aggregati da terze parti». A questo, Zscaler aggiunge lo sforzo di portare il suo esclusivo modello di enforcing “a consumo” anche dove Internet non c’è. «Per tutte le nostre soluzioni sono disponibili modelli ibridi che, in un certo senso, portano il cloud dal cliente e ci permettono di applicare le politiche di sicurezza sull’edge, ovvero su processori e dispositivi industriali normalmente esclusi dai modelli del cloud». Peraltro, osserva ancora Pettene, questo tipo di approccio si riflette anche nei modelli commerciali di Zscaler, la cui tecnologia as a service non è legata ad appliance da installare presso il cliente “a scatola chiusa”. «Ogni soluzione è intimamente legata alle esigenze del cliente e parte non a caso da un workshop iniziale in cui insieme studiamo le architetture di servizio più efficaci».

LA MIGLIOR DIFESA È L’INGANNO

In questo senso, per gli obiettivi di costante monitoraggio delle minacce illustrati dal team di Andrea Licciardi, una delle novità più interessanti introdotte sul mercato da Zscaler sullo Zero Trust Exchange si chiama Advanced Active Defence e nasce dall’integrazione di una tecnologia acquisita insieme alla startup Smokescreen. Il concetto, spiega Pettene, è proprio quello della cortina fumogena. «Active Defence agisce contro le minacce esterne e, aspetto molto importante, interne ingannando l’avversario con apposite “esche”. Finti database, server di facciata che impegnano le risorse dell’attaccante e ci permettono di studiarne i movimenti e preparare le risposte».

Giacomo Ballerini regional sales manager ed enterprise account director di Zscaler Italia

LA PROSSIMA GENERAZIONE DELL’IMPIANTO

Alle prese con un’imponente fase di digitalizzazione sia dei flussi informativi sia del dialogo con sistemi fisici sempre più densi di attuatori, sensori, capacità computazionale e intelligenza, Maire Tecnimont decide, su iniziativa del CIO Michele Mariella, che la sicurezza delle reti IT/OT dei clienti dev’essere un presupposto fondamentale per il business. «In altre parole tra business e cybersecurity deve esserci un equilibrio perfetto, è un binomio che viaggia in parallelo» – osserva Licciardi. «Operando come EPC contractor dobbiamo assumerci grandi responsabilità rispetto ai piani di trasformazione digitale dei nostri clienti, che prevedono una crescente integrazione tra IT e OT in tutti gli ambiti, sicurezza compresa». La cybersecurity di sistemi di controllo industriale non è però del tutto sovrapponibile a quella di un sistema IT. «Non si può intervenire semplicemente bloccando certe attività, ogni contromisura va studiata attraverso un’accurata valutazione dei rischi e dei benefici».

In un contesto industriale, per fronteggiare i rischi di sicurezza, è innanzitutto necessario avere chiaro quali asset siano passibili di attacco, definendo la cosiddetta “attack surface” del mondo OT contenente prodotti, protocolli, topologie di rete e loro correlazione con i processi produttivi. La convergenza IT e OT è un must per l’adozione di un modello di smart manufacturing, ma ha molte facce differenti e diverse implicazioni sia organizzative che tecniche. Originariamente questa separazione era generata dalle differenti tecnologie coinvolte e differenti competenze richieste. Oggi le cose stanno cambiando, e i processi di integrazione e convergenza fra le reti IT e OT sono principalmente trainati da motivi di business legati a maggiori efficienze e sinergie e a minori costi operativi. Tuttavia, le conseguenze sulla sicurezza informatica dei sistemi risultanti sono tutt’altro che banali. Infatti, un’integrazione mal gestita potrebbe portare alla compromissione dei sistemi OT. La criticità delle infrastrutture fisiche digitalizzate è tuttavia in costante aumento e bisogna dare una risposta convincente e omnicomprensiva. Tanto più in una realtà come Maire Tecnimont, che vuole estendere la propria trasformazione ai clienti attraverso iniziative come NextPlant, un portafoglio di soluzioni e servizi digitali per la progettazione di impianti in grado di essere digitali “by default”.

Queste risposte possono arrivare dalla collaborazione con Zscaler. «La partnership strategica consolidata negli ultimi anni con Maire Tecnimont, ha permesso a una realtà in forte crescita di affrontare le minacce che derivano da un modello di business sempre più digitale,» dice Giacomo Ballerini, regional sales manager ed enterprise account director di Zscaler Italia, entusiasta della collaborazione con Andrea Licciardi e i componenti del Cyber Fusion Center. «Il contributo del team e la partnership consolidata è stata determinante per permettere a Maire Tecnimont di fare importanti salti in avanti e dimostrarsi una delle realtà italiane più all’avanguardia su tematiche tecnologiche strategiche per la clientela che il Gruppo serve e supporta».

CYBER SECURITY NEI PIANI STRATEGICI DELLE AZIENDE

I vantaggi di un’unica piattaforma per gestire il traffico in uscita, l’accesso alle applicazioni e il traffico interno sono molteplici sul piano della continuità operativa, del controllo dei processi interni e del miglioramento dell’esperienza utente» – sottolinea Alessio Stellati. E il mercato comincia a rendersene conto. «Nel nostro settore poche realtà stanno attraversando una fase di crescita così esplosiva in Italia» – riconosce il regional director di Zscaler. «Ormai gli argomenti della cybersecurity vengono trattati a livello di board e purtroppo il contesto geopolitico attuale e la fase pandemica non ancora del tutto superata hanno rafforzato ulteriormente la sensibilità nei confronti di questi temi». La massa critica raggiunta, aggiunge Stellati, impone alcune scelte. «Innanzitutto, accelerare sull’apertura, ormai imminente, di un ufficio milanese che ci avvicini ai nostri clienti e partner. E non smettere di cercare nuovi talenti». Entrare a far parte del team italiano di Zscaler, in questo momento è una grossa opportunità per i giovani che ambiscono ad acquisire una professionalità di frontiera nel campo della cybersecurity e per i partner, fondamentali per un go to market centrato su un modello indiretto. «Lavoriamo con piccoli partner specializzati così come con grandi system integrator. Il punto di forza comune è il fatto di voler lavorare in modo strategico con tutti per creare un valore aggiunto tangibile ai nostri clienti ed essere al loro fianco nella trasformazione» conclude Stellati.

La pervasività del cloud e la mobilità hanno determinato un vero e proprio stravolgimento del mondo della sicurezza, dal punto di vista delle situazioni di rischio e da quello delle aspettative di protezione. Entrando nel contesto industriale il fronte della battaglia si allarga e la soluzione del problema si allontana da una forma di presidio ancora convenzionale. Zscaler ha avuto la felice intuizione di anticipare il mercato su un punto fondamentale, che può rappresentare un’arma competitiva formidabile. Non solo la sicurezza dev’essere pervasiva e convergente, come l’informatica degli uffici e delle fabbriche. Deve soprattutto essere flessibile, seguendo quei modelli di implementazione e di consumo che consentono a clienti come Maire Tecnimont di adattare la sicurezza al loro business.

Foto di Gabriele Sandrini

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Salute, sostenibilità, ambiente. Informazioni per addetti ai lavori https://www.datamanager.it/2022/11/salute-sostenibilita-ambiente-informazioni-per-addetti-ai-lavori/ Wed, 16 Nov 2022 14:24:53 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222932 Persone e futuro del pianeta (in azienda si dice HSE) nell’era delle macchine che diventano sempre più intelligenti e autonome. Tra vincoli normativi e trasformazione digitale. Con la partecipazione di Gruppo Montenegro, Prometeon, Alcatel-Lucent Enterprise, Pirelli, Siram Veolia, Wolters Kluwer, Falck Renewables, Marelli e Orange Business Services C’è un aspetto spesso trascurato quando si parla […]

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Persone e futuro del pianeta (in azienda si dice HSE) nell’era delle macchine che diventano sempre più intelligenti e autonome. Tra vincoli normativi e trasformazione digitale. Con la partecipazione di Gruppo Montenegro, Prometeon, Alcatel-Lucent Enterprise, Pirelli, Siram Veolia, Wolters Kluwer, Falck Renewables, Marelli e Orange Business Services

C’è un aspetto spesso trascurato quando si parla della rivoluzione che l’Internet delle cose sta portando nei luoghi di produzione. Mentre il lavoro nelle fabbriche, nei cantieri e nelle infrastrutture si evolve e l’intelligenza embedded e la connettività generano grandi volumi di informazioni che possono tradursi, grazie al software, in maggiore efficienza e durata degli impianti, produttività e qualità, la tecnologia trasforma anche il modo di approcciare la problematica della salute degli operatori, dell’impatto delle attività industriali sull’ambiente e la loro sostenibilità in termini energetici e sociali. Anche in questo ambito, la tecnologia ha moltissime cose da dire. Da un lato può contribuire a rendere più intuitive le interfacce uomo-macchina, semplificando e automatizzando il controllo sull’operatività degli impianti e dei singoli macchinari. Dall’altro fabbriche, acciaierie, cantieri, bacini di estrazione in territori desertici e oceanici, aeroporti e più in generale tutti i contesti a forte rischio lavorativo, oggi possono avvalersi di soluzioni software e hardware che aumentano la resilienza e la sicurezza degli impianti, consentendo al tempo stesso di gestire in modo smart l’organizzazione degli staff e monitorare lo stato di salute di chi opera in determinati ambienti o con determinate attrezzature, anche in ottica preventiva.

Applicazioni strategiche

Lo stesso vale per le soluzioni che possono affiancare i responsabili della sicurezza e della tutela ambientale nelle loro azioni volte a controllare e minimizzare il rilascio di sostanze inquinanti o dannose e fare scelte riferite alla sostenibilità anche ambientale delle loro aziende. Per esempio riducendo i consumi di energia, ricorrendo a fonti di approvvigionamento più sostenibili e sempre più contribuendo al fabbisogno complessivo con iniziative di auto-generazione e interconnessione con le reti di distribuzione dell’elettricità, dei fluidi per riscaldamento e così via. Tutto il comparto Health and Safety sta diventando un elemento essenziale nelle strategie delle aziende i cui livelli di produttività dipendono dal buon funzionamento di un sistema informatico o di un macchinario industriale, ma ancora di più dalla buona salute e dalla tutela dell’operatività del personale umano. Il settore è sicuramente vincolato al rispetto di tutta una serie di norme cogenti sulla tutela del lavoratore e dell’ambiente. Un apparato legislativo che non è solo locale. Normative come la nuova direttiva europea sulle macchine industriali connesse, che prescrive opportuni approcci sia per quanto riguarda gli aspetti della “industrial confidentiality”, sia per quanto riguarda la “safety” la sicurezza degli impianti e del loro impiego, trovano applicazione in un contesto più globale. Inoltre, alle leggi vigenti a livello nazionale e internazionale, si aggiungono poi le certificazioni volontarie, che a loro volta comportano lunghi e ripetuti processi di adeguamento e verifica.

Il valore della sicurezza

Ma la compliance in materia Health and Safety non è solo una scelta obbligata, un investimento che serve a evitare multe e cause giudiziarie. Essere in linea con le normative e fare in molti casi un passo in più, assumendo comportamenti proattivi, incide sempre di più sui bilanci reputazionali e sociali di aziende che costruiscono il loro valore economico anche attraverso questo tipo di intangibili. Un intangibile dalla posta in gioco molto concreta. L’ambito HSE diventa un fattore determinante nell’immagine e nella cultura aziendale, per il ruolo che le imprese grandi e meno grandi svolgono dentro a un sistema globale.

Anche alla luce degli eventi dell’ultimo triennio, la tavola rotonda vuole mettere a confronto il mondo della domanda e dell’offerta delle soluzioni che aiutano a gestire l’operatività aziendale in chiave di protezione della salute delle persone coinvolte, curando per esempio aspetti come il distanziamento, o la loro prossimità a punti di maggior rischio; utilizzando tecniche di monitoraggio remoto per misurare in qualsiasi momento la corretta postura e i parametri vitali di chi esegue lavori ad alto rischio; o fornendo agli operatori – tramite l’applicazione di concetti come la realtà virtuale o aumentata – costanti flussi informativi che aiutano a intervenire in modo più puntuale, evitando manovre sbagliate. Nel corso della discussione gli interlocutori si sono confrontati sui progetti e sui cambi organizzativi in ambito HSE, analizzando le situazioni di rischio che imprese di settori diversificati devono normalmente affrontare sui luoghi di produzione o intervento e le soluzioni tecnologiche adottate di conseguenza.

Ma al di là delle tecnologie, tutti si sono focalizzati sulle problematiche al contorno. Per esempio le difficoltà di integrazione, implementazione e adozione di queste soluzioni. Gli accorgimenti adottati per gestire la trasformazione che inevitabilmente strumenti e interfacce spesso innovative possono indurre nella quotidianità. La difficoltà di stare al passo di regole che richiedono puntuali risposte sul piano del rispetto delle prescrizioni e della complessa documentazione da produrre. I conflitti che spesso si nascondono tra le righe di queste normative, a partire da un corretto equilibrio tra la necessità del controllo e le limitazioni poste alle forme più invasive del monitoraggio.

Qualità di vita

In un consesso dove l’industria manifatturiera è rappresentata da imprese impegnate in lavorazioni pesanti e meccaniche, Alberto Longhi, HSE di Gruppo Montenegro, rappresenta un brand, anzi, un’etichetta storica del food&beverage italiano. L’amaro Montenegro racchiude quasi 140 anni di storia e tradizione, a partire da un nome concepito per celebrare le nozze reali tra Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro. Nell’assetto proprietario dell’azienda c’è in realtà un legame profondo con l’industria metalmeccanica perché Montenegro appartiene – insieme ad altre aziende produttrici di liquori, tisane e alimentari (tra questi Buton, Bonomelli, Cannamela, Polenta Valsugana) – a una dei quattro eredi dell’industriale bolognese Enzo Seragnoli, che con il cugino Ariosto aveva convertito una fabbrica di motocicli in quello che sarebbe diventato un leader della macchine per confezionamento.

Oggi, spiega Longhi, anche grazie alla forte motivazione alla trasformazione impressa dall’AD Marco Ferrari, Montenegro punta sul consolidamento e la sostituzione di molti impianti dei diversi stabilimenti italiani, nonché sulla creazione di nuove strutture per le sue cantine di invecchiamento. «Alcuni fabbricati storici recuperabili vengono ristrutturati, altri verranno abbattuti e ricostruiti. L’obiettivo, in questi spazi, è rispettare i regolamenti non solo per garantire la sicurezza e una migliore qualità di vita ai lavoratori. Nella nostra visione, in futuro i locali saranno una destinazione turistica esperienziale e accoglieranno visitatori dall’esterno, per tour guidati e degustazioni». Una svolta importante, prosegue Longhi, la cui responsabilità per la “protezione e sicurezza” è estesa ad altre società del gruppo, si è verificata diversi anni fa, con la decisione di acquisire la certificazione ISO 45001. «Questo ha dato vita a un circolo virtuoso di miglioramento continuo – spiega Longhi. Ogni anno cerchiamo di fare qualcosa in più, con le tecnologie e, da un punto di vista più strutturale, con la riorganizzazione del lavoro e con tanta formazione del personale».

Gestire insieme il cambiamento

I processi industriali in casa Montenegro, sottolinea il responsabile HSE, possono sembrare poco onerosi da un punto di vista meccanico, ma comportano molte situazioni di rischio. «Quando si utilizza l’alcool come materia prima si rientra nello stesso ambito di una azienda chimica. Mi trovo per esempio a gestire rischi legati agli incendi, alle emissioni di gas e di polveri». In Italia per definire livelli di pericolosità particolarmente rilevanti si utilizza un termine che suona particolarmente doloroso ai più anziani: “rischio Seveso”.  A questo tipo di pericoli si aggiungono quelli comunque legati alla manutenzione meccanica, al suolo e in quota, o alla compresenza di persone e mezzi nelle aree di produzione e stoccaggio. In certi ambienti bisogna definire percorsi obbligati e adottare su ogni mezzo in movimento, inclusi i carrelli automatizzati nei magazzini, opportune misure di segnalazione e allarme, visivo e sonoro.

L’automazione stessa, insieme a tanti vantaggi, ha ripercussioni che la funzione HSE deve tenere in conto. Automatizzando i suoi impianti, Montenegro ha snellito le operazioni necessarie per la preparazione delle ricette e ridotto il numero di addetti. Determinando però condizioni di lavoro in isolamento, e la necessità di monitorare lo stato di salute di operatori che non possono chiedere aiuto in caso di malore. Secondo Longhi, la parziale digitalizzazione dei processi che sono alla base di una politica di sicurezza efficace è solo uno degli ingredienti della ricetta della trasformazione.

I cambiamenti dovuti al contributo delle tecnologie sono di natura essenzialmente culturale ed è su questo piano che occorre intervenire, proprio per favorire una migliore presa di coscienza di soluzioni che devono essere “comprese” per funzionare appieno. La strategia che Montenegro ha adottato è quella di creare gruppi eterogenei intorno a ogni impianto nuovo. Veri e propri team interdisciplinari che mettono insieme le funzioni HSE, le risorse umane, l’ufficio acquisti, la manutenzione per analizzare i vantaggi e le eventuali minacce, facendo leva sulle rispettive esperienze per affrontarle. «Abbiamo visto che intervenire in seguito non serve – conclude Longhi – è meglio partire col piede giusto anche per convincere le persone stimolando il loro interesse, responsabilizzandole».

Dall’emergenza alla prevenzione

Con Laura Zanellotti la discussione entra subito nel vivo della cultura del dato che si sviluppa intorno ai sistemi industriali 4.0 e della smart factory. Laura Zanellotti, corporate HSE manager di Prometeon Tyre Group, ha la responsabilità della sicurezza di un’azienda che è nata dal conferimento della produzione di pneumatici per camion, trattori e autobus a un nuovo spinoff. La struttura da lei coordinata è composta da una serie di squadre che presidiano gli stabilimenti dell’azienda in tutto il mondo e un ambiente di lavoro in esterno rappresentato dal sito che Prometeon allestisce per le prove su strada dei suoi prodotti.

«I nostri investimenti nel campo muovono dal costante rinnovamento dei macchinari alle attività svolte nei luoghi di produzione, con sempre maggior interesse per la raccolta dei cosiddetti leading indicators» afferma Zanellotti riferendosi a dati e situazioni che nell’ottica del responsabile della sicurezza possono portare a un concreto mutamento prospettico nella gestione del rischio sul posto di lavoro rafforzando in prima battuta la prevenzione. Anche in Prometeon si registra dunque l’adozione di sistemi in grado di segnalare e isolare le situazioni pericolose legate – sottolinea la responsabile HSE – ai rischi di natura meccanica e di movimentazione delle merci, in spazi di lavoro non sempre ampi.

Uno dei punti di interesse più recenti, afferma Zanellotti concludendo il suo primo intervento, riguarda tuttavia l’ergonomia, una migliore gestione delle posture e dei movimenti dei collaboratori tesa a diminuire lo stress lavorativo e, su un orizzonte più ampio, a prevenire le malattie professionali. Insomma, la salute vista in una prospettiva temporale non limitata alle 8 ore quotidiane. «Stiamo approcciano il sistema attraverso un software sviluppato in India e sperimentato qui in Italia dall’Università di Modena che, analizzando le riprese video, può fornire una valutazione del rischio muscolo-scheletrico collegato a certe azioni».

Comunicare meglio, per ridurre lo stress

Disporre di sistemi di comunicazione e collaborazione remota efficaci, ricorda al proposito Pasqualino Capitani, carrier channel sales manager di Alcatel-Lucent Enterprise, aiuta certamente a fare monitoraggio in chiave preventiva. «Poter monitorare un ambiente di lavoro in modo opportuno ci dà anche la possibilità di essere efficaci nella risposta alle emergenze». In linea con le situazioni fin qui descritte, aggiunge, Capitani entra nel merito di soluzioni che proprio attraverso la remotizzazione e la visione computerizzata consentono, per esempio in ambito ospedaliero, di rendere gli interventi degli assistenti sanitari più tempestivi anche quando il numero di operatori è ridotto rispetto al numero di pazienti. La tecnologia consente per esempio di localizzare un paziente a distanza tramite avanzati bracciali radio, o di rispondere subito all’urgenza che può verificarsi all’interno di una camera d’ospedale. Anche quando il personale deve tenere sotto controllo decine di stanze videosorvegliate. «Alcatel-Lucent Enterprise fornisce i mezzi per agire in questi contesti complessi tramite dispositivi e piattaforme che permettono di comunicare e gestire un’azione coordinata», precisa Capitani, aggiungendo anche l’elemento oggi imprescindibile della flessibilità architetturale del cloud, della necessità di ricorrere ad applicazioni e potenza di calcolo che possono risiedere nel cloud pubblico, in un data center di proprietà, nei server dislocati alla periferia degli impianti industriali.

La complessità dell’ambiente di lavoro è un altro fattore fondamentale da considerare nelle strategie che riguardano il gruppo Pirelli. Lo racconta in modo molto efficace Alberto Schiavon, group safety, ergonomics and management systems, ricordando che per il tipo di produzione, Pirelli può essere considerata un’azienda chimica con forti componenti meccaniche. «Pirelli utilizza sistemi industriali che vengono progettati internamente e questo comporta tra l’altro problematiche di sicurezza fisica by design. Per quanto riguarda la sua funzione, precisa Schiavon, l’azione si svolge su due fronti. Una parte tecnica sulle macchine, l’automazione e l’interazione della macchina con l’uomo. E una parte organizzativa che comprende piani come “Excelling in safety”, un programma di leadership comportamentale finalizzata a un obiettivo di riduzione del 90% degli incidenti in un arco di 10 anni».

Convivere con le macchine

Come Prometeon, anche Pirelli si muove molto nell’ambito degli analytics, utilizzando la conoscenza del dato come fondamento della strategia in ambito sicurezza. «Su tutto quello che concerne l’interazione uomo-macchina, nei sistemi di controllo cerchiamo per esempio di introdurre una crescente automazione delle procedure, digitalizzando le verifiche di controllo là dove le checklist procedurali sono ancora su carta». L’intelligenza di un macchinario industriale, spiega Schiavon, oggi permette di impostare un processo facendo in modo che un impianto non può essere avviato prima di portare a termine una serie di verifiche preventive.

Il mondo dell’automazione, prosegue il responsabile HSE di Pirelli, permette anche di affrontare il problema dell’ergonomia di lavorazioni che richiedono ancora un certo grado di manualità. «Ma questo a sua volta può dar luogo a ulteriori problemi di sicurezza in ambienti dove bisogna gestire la contemporanea presenza di robot, cobot e persone». Gli stabilimenti del gruppo, aggiunge Schiavon, sono piccole città popolate da migliaia di persone dove uomini, macchine e mezzi devono essere monitorati e dotati di sistemi anti-collisione. E la trasformazione digitale riguarda anche gli aspetti “culturali” dell’educazione alla sicurezza, con una formazione che serve a potenziare la capacità di identificare i rischi e passa in misura crescente per l’adozione di strumenti che dematerializzano attività un tempo basate su documentazione cartacea e corsi tradizionali.

Siram Veolia, gruppo di riferimento in Italia per la gestione efficiente di energia, acqua e rifiuti speciali, affianca clienti pubblici e privati nel percorso di trasformazione ecologica attraverso soluzioni sostenibili e tecnologicamente innovative, è l’azienda in cui Umberto Torricelli, ricopre il ruolo di QHSE manager per la regione North West Italy.

Operatività consapevole

La funzione di Torricelli, spiega il manager, è organizzata su base geografica e nella regione Nord Ovest deve garantire la sicurezza di un insieme di circa 400 operatori, su un totale di 3500 dipendenti in Italia. «La sfida principale consiste nel mettere in sicurezza collaboratori presenti in un territorio vasto e impegnati in attività molto diverse. L’attenzione agli aspetti comportamentali è elevata e dal mio punto di vista le soluzioni digitali sono un supporto alla diffusione della cultura della sicurezza, per garantire la buona salute di tutti, dal manutentore dell’acquedotto a chi lavora in uno dei duecento ospedali italiani serviti da Siram Veolia. Devo essere certo che tutti ricevano i miei messaggi».

Torricelli cita l’esempio dell’Ospedale di Bergamo dove Siram Veolia ha da diversi anni in concessione tutte la parte non medica, compresi il riscaldamento, lo smaltimento dei rifiuti, il servizio mensa, la pulizia e la distribuzione delle divise. «Il nostro prossimo progetto di digitalizzazione, ancora in fase preliminare, riguarda ambiti – ambientale, tecnico, sicurezza – in cui le normative da conoscere e rispettare sono sterminate» sottolinea il responsabile HSE. Occorre, conclude Torricelli, tenere le fila di una interazione che utilizza ogni mezzo disponibile dalla carta all’online e uno degli aspetti prioritari è lo studio di interfacce semplici e uno stile comunicativo capace di centrare il difficile bersaglio della comprensione e dell’accettazione da parte delle persone.

Wolters Kluwer Italia commenta Alessandro Febbo, compliance software sales manager, si ritrova in tutti gli scenari applicativi descritti fino a questo momento, grazie a un’offerta di soluzioni rivolte a imprese e professionisti lungo tre assi fondamentali: l’aggiornamento normativo sugli adempimenti, la formazione del personale e il supporto gestionale software correlato a queste competenze di dominio. Proprio il tema di una corretta acquisizione di una soluzione tecnologica e informatica sollevato da Siram Veolia è interessante. «Per noi il primo obiettivo dev’essere il coniugare tecnologia avanzata e semplicità d’uso – dice Febbo. Per questo l’evoluzione tecnologica che abbiamo avuto in questo settore non potrà mai essere indipendente dalla fruibilità e richiede opportune strategie di change management».

Protezione a norma di legge

Il cambiamento, rileva ancora Febbo, oggi riguarda l’intera organizzazione aziendale. In base alla sua esperienza sul campo, aggiunge, le soluzioni hi-tech hanno subito una forte evoluzione, ma il loro successo, in termini di quanto certi strumenti vengano poi realmente utilizzati, non è mai scontato. Questo perché anche i punti di vista non sono più quelli di un tempo e come tutto ciò che riguarda l’uso di strumenti informatici, c’è stato un grande fenomeno di “democratizzazione”: siamo passati dall’offerta di tool riservati al solo responsabile del servizio di prevenzione e protezione, utilizzati per registrare eventi ed azioni, a soluzioni aziendali che vengono scalate su una vasta platea di soggetti che entrano in gioco nei vari processi HSE, ognuno con il proprio grado di interazione.

«Rendere fruibile quello che oggi è possibile grazie alla potenza di calcolo e all’analisi del dato è fondamentale per Wolters Kluwer, perché se un progetto di trasformazione digitale in ambito HSE non viene sfruttato al meglio delle sue possibilità, a rimetterci non sono solo le aziende che investono». Gli strumenti di business intelligence e machine learning, che oggi aiutano il top management di qualsiasi organizzazione a prendere in tempi molto rapidi le decisioni più opportune, senza doversi affidare solo all’istinto o a informazioni ottenute dai dati storici con grande dispendio di tempo e di energia, sono un’arma preziosa anche nelle mani dei responsabili HSE. Inoltre, ricorda Febbo, per un software di questo tipo è importante garantire anche la cybersecurity, la crittografia dei dati sensibili e la garanzia della web collaboration tra gli attori coinvolti.

Una energia con conseguenze meno impattanti sull’ambiente è anche il leit motiv di un’industria come Falck Renewables, afferma Alessia Galbiati, global head QHSE di una realtà che progetta, costruisce e gestisce impianti per la generazione di energia pulita, come la nuova generazione di campi eolici galleggianti che sfruttano l’energia del vento anche al largo della costa. I contesti geografici in cui si trovano a funzionare questi impianti possono essere molto impegnativi, racconta Galbiati.

Prevenire ogni rischio

Dopo una lunga esperienza di lavoro nel settore chimico, la responsabile della sicurezza globale di Falck Renewables, si trova ad affrontare rischi che non riguardano solo le sostanze tossiche o i lavori usuranti, ma anche i possibili attacchi subiti dagli orsi selvatici. «Per questo – rileva l’esperta di Falck Renewables, sento fortemente il problema della comunicazione nella gestione di emergenze che possono riguardare l’evacuazione di personale dislocato in parchi eolici di svariati chilometri quadrati, non coperti dalla telefonia cellulare convenzionale e dove persino gli elicotteri che dovrebbero trasportare la vittima di un incidente all’ospedale più vicino, non possono atterrare».

Anche quello della compliance è un terreno irto di ostacoli. «Ce ne siamo resi conto tutti in questi due anni di pandemia, con la necessità di stare al passo con regole che venivano frequentemente modificate, per giunta su scala locale.» La tecnologia, auspica Galbiati, dovrebbe aiutare ad affrontare scenari sempre più complessi, tenendo conto di fattori di natura squisitamente non-tecnica. Come la difficoltà di adottare in modo uniforme e compatibile con una molteplicità di leggi vigenti, sistemi di sorveglianza e geolocalizzazione. O la necessità di formare in ottica di buone pratiche di sicurezza persone che operano in contesti isolati, obbedendo a lingue e culture diverse, con vincoli contrattualistici che spesso non sono l’assunzione diretta ma vengono stabiliti dalle terze parti che vengono fatte intervenire in un cantiere.

La presenza di Stefano Faccio in una discussione focalizzata sulla salute nell’ambiente di lavoro è una sorta di verifica sperimentale del principio di multidisciplinarietà di un tema ormai pervasivo e prominente. Stefano Faccio è titolare dell’incarico di head of machinery safety – industry 4.0 & digital manufacturing nella divisione Automotive Lighting di Marelli, la multinazionale nata dalla fusione di due entità, Magneti Marelli e Calsonic Kansei, facenti capo in passato a due grandi gruppi automobilistici, FCA (ex Fiat, attuale Stellantis) e Nissan. Nel suo ruolo riunisce dunque due aree di competenza, la fabbricazione “smart” e la sicurezza dei macchinari industriali che rendono possibile questa nuova modalità. Sicurezza tra l’altro inquadrata in un sistema di regole fissato dalla direttiva europea sulle macchine e dalle leggi che ne recepiscono il dettato.

Comportamenti virtuosi

«Due cappelli, l’operation e il manufacturing, che possono sembrare distinti ma di fatto non lo sono più – osserva Faccio. La mia è una responsabilità globale che riguarda una ottantina di unità produttive in una divisione che genera circa il 40% del fatturato consolidato. Non mi occupo direttamente della ingegnerizzazione degli impianti, ma della compliance a livello di sicurezza delle macchine che Marelli Automotive Lighting detiene e acquisisce». Questo, aggiunge Faccio, in un contesto produttivo che sta registrando una grande evoluzione di sistemi di illuminazione che non cambiano singolarmente, ma per “gruppi ottici”, cioè per combinazioni fari frontali/fanali posteriori che devono essere progettate nell’insieme. E che quasi sempre comportano l’acquisizione di linee di fabbricazione in gran parte nuove.

«Questa evoluzione continua – prosegue Faccio – avviene all’insegna di tecnologie abilitanti di tipo informatico e Industry 4.0 che a loro volta non costituiscono più due mondi separati. Il ruolo della Internet of Things viene del resto riconosciuto anche dai nuovi regolamenti europei, che contemplano una quota parte dedicata alla cyber security». Se i colleghi come Galbiati e Torricelli devono affrontare la sfida di campi di intervento estesi e distribuiti nonché rischi legati anche alla conformazione dei territori, Faccio si trova a dover applicare le regole in luoghi di produzione organizzati in maniera molto complessa proprio a causa degli spazi limitati. Dove assume una valenza particolare anche la logistica dei materiali che devono essere movimentati intorno alle presse a iniezione su cui si basa la lavorazione dei gruppi ottici Marelli. Intorno a questi macchinari si sviluppano imponenti attività relative allo spostamento di materie prime, attrezzi e prodotti finiti. «Stiamo già sperimentando una gestione la più informatizzata possibile di momenti come l’identificazione di materiali e componenti, il controllo dei mezzi di sollevamento, la viabilità interna da e verso i magazzini». Ma tutto, rileva Faccio, rimane legato alla disciplina dell’operatore umano, al rispetto di procedure di controllo per le quali l’automazione digitale non sostituisce del tutto il comportamento, spesso istintivo, abitudinario, della persona.

Le parole di Pier Giuseppe Dal Farra, smart industries business expert di Orange Business Services, aiutano a individuare gli elementi essenziali di una moderna strategia HSE. Inclusa la necessità di adottare un approccio pragmatico e interdisciplinare, che tenga conto degli aspetti di natura culturale e comportamentale emersi nel corso della discussione per orientare al meglio le scelte tecnologiche e favorire la loro usabilità.

La centralità dell’uomo

Dal Farra rappresenta il punto di vista di una multinazionale dei servizi di system integration collegato a Orange, un grande operatore di telecomunicazioni. «Un gruppo presente a livello mondiale – sottolinea Dal Farra – in grado di progettare soluzioni in base alle specifiche del cliente, per rispondere a esigenze molto concrete. L’approccio è strettamente legato ai dati e all’evoluzione del modo in cui essi vengono trattati, trasportati e conservati, sui sistemi legacy e nel cloud. La mia divisione si occupa delle tecnologie della smart industry e dell’IoT, sensori, meters e tutto quello che ci consente di estrarre informazioni utili, anche nel campo della sicurezza sul posto di lavoro».

La sicurezza fisica, riconosce Dal Farra, rappresenta un settore tendenzialmente conservativo, ma per ottime ragioni. «È giusto ragionare a fondo su ogni cambiamento, considerando l’impatto che questi possono avere sulla sicurezza». L’esperto di smart industries ripercorre i punti essenziali della discussione, rivedendoli alla luce delle tecnologie che oggi dominano nei progetti che Orange Business Services realizza per i suoi clienti. «Quando si parla di operatori distaccati in zone non facilmente raggiungibili, costretti a intervenire in ambienti rischiosi, o della necessità di trasmettere sui campi di intervento informazioni custodite centralmente, per esempio per guidare a distanza l’azione di un manutentore, la realtà aumentata resa possibile da occhiali connessi e da altri dispositivi wearable può fare la differenza» sottolinea Dal Farra.

Intorno al tavolo si è discusso dell’importanza di un costante, accurato monitoraggio del comportamento del personale, vuoi per verificare il corretto impiego di dispositivi e indumenti di protezione, vuoi per segnalare situazioni di rischio. Anche qui la tecnologia è la base di avanzate applicazioni di tracking, in grado di verificare che l’addetto a un impianto chimico non entri in contatto con impianti e sostanze pericolose; o per scatenare una pronta reazione in caso di incidente. «La Computer Vision ci viene in aiuto con software capaci di effettuare controlli di questo tipo, su grandi numeri di persone e in forma completamente anonimizzata, nel pieno rispetto alle normative» ha spiegato Dal Farra.

Il tracciamento interviene, insieme all’analisi automatica delle immagini, nelle fasi più delicate dell’interazione uomo-macchina, per prevenire incidenti e potenziali collisioni con materiali e veicoli durante i loro spostamenti, ma anche per identificare la postura non corretta del lavoratore. L’essenziale – conclude Dal Farra – è fare in modo che la tecnologia possa portare valore, che sia pensata per casi d’uso molto concreti. «Le applicazioni di cui abbiamo parlato oggi non devono rimanere solo un bel proof of concept: devono essere fruibili e rendere sicuri per le persone e meno impattanti per l’ambiente anche i più difficili contesti lavorativi». Nel futuro dei cobot e delle fabbriche intelligenti, l’uomo e l’ambiente dovranno rimanere prioritari.

Foto di Gabriele Sandrini


Poit of view

Intervista a Pasqualino Capitani, carrier sales manager Italia di Alcatel-Lucent Enterprise: Un arcobaleno di sicurezza

Intervista a Pier Giuseppe Dal Farra, smart industries business expert di Orange Business Services: La prevenzione funziona meglio quando è supportata dai dati

Intervista ad Alessandro Febbo, compliance software sales manager di Wolters Kluwer Italia: L’ERP al servizio dell’HSE manager

 

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L’ERP al servizio dell’HSE manager https://www.datamanager.it/2022/11/lerp-al-servizio-dellhse-manager/ Wed, 16 Nov 2022 14:16:02 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222598 Garantire la tutela delle persone, della qualità e dell’ambiente nei luoghi di lavoro richiede consapevolezza e rispetto di regole molto complesse Dalla discussione intorno al tavolo HSE emerge tutta l’importanza che la voce salute, sicurezza fisica e sostenibilità ambientale sta assumendo nel contesto del bilancio aziendale. Anche a fronte di normative e linee guida sempre […]

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Garantire la tutela delle persone, della qualità e dell’ambiente nei luoghi di lavoro richiede consapevolezza e rispetto di regole molto complesse

Dalla discussione intorno al tavolo HSE emerge tutta l’importanza che la voce salute, sicurezza fisica e sostenibilità ambientale sta assumendo nel contesto del bilancio aziendale. Anche a fronte di normative e linee guida sempre più cogenti, il valore di un’impresa in termini di qualità della vita lavorativa e di basso impatto energetico e ambientale è tutt’altro che “intangibile” e scatena un insieme di processi interni che vanno controllati.

Risorsa e fattore competitivo

La funzione HSE, secondo Alessandro Febbo, compliance software sales manager di Wolters Kluwer Italia è insomma una risorsa, un fattore competitivo degno di un sistema ERP specializzato. «La compliance in quest’ambito è stringente e prevede una serie di adempimenti che si aggiungono alle azioni volontarie che molte grandi imprese intraprendono per meritare certificazioni come la ISO 45001. Wolters Kluwer offre gli strumenti per conoscerli, comprenderli e rispettarli». Strumenti, sottolinea Febbo, che non riguardano soltanto il governo delle complesse procedure in materia, ma tutti gli aspetti informativi e formativi che rappresentano il marchio Wolters Kluwer. «Il nostro target di riferimento sono le aziende e i professionisti che operano in un ambito dove intervengono specializzazioni diverse. Non a caso parliamo di Expert Solutions. Le competenze di dominio trasversali, la pluriennale attività di produzione, implementazione e personalizzazione dei processi di salute, sicurezza, qualità ed ambiente, hanno portato SIMPLEDO a consolidare nel tempo il proprio know-how e a mantenere la posizione di leader nel settore».

A queste si aggiungono i pacchetti educativi della Scuola di Formazione Ipsoa e lo strumento operativo della piattaforma software SIMPLEDO: attraverso i suoi moduli è possibile monitorare e gestire, a 360°, tutte le attività dell’HSE manager in conformità al D. Lgs 81/2008 e agli standard definiti dalle norme ISO in materia. La soluzione consente, grazie alla sua estrema modularità, di rispondere alle necessità specifiche di ogni azienda, garantendo performance ottimali e un costante aggiornamento sulle normative vigenti. Tutti i dati sensibili dei lavoratori vengono crittografati attraverso un sistema di cifratura, che ne garantisce la totale sicurezza, in conformità con quanto prescritto dal GDPR 2016/679.

Tutto in una piattaforma di automazione

Questa strategia a tre punte fatta di informazione, formazione e automazione dei processi serve a colmare il bisogno di gestire in modo corretto le numerose attività che gli uffici HSE delle imprese devono portare avanti, coinvolgendo tra l’altro una quantità di figure tecniche interne ed esterne che devono occuparsi di complicati test e verifiche di variabili fisiche, chimiche e biologiche. «Gli strumenti che Wolters Kluwer mette a disposizione affrontano aspetti diversi – precisa ancora Febbo – ma sono tutti strettamente interconnessi in una piattaforma di automazione in cui ogni azione ha una determinata ripercussione e la gestione di un processo si integra con le informazioni e i momenti formativi necessari.» Oltre a essere dotata di avanzate funzioni di reportistica dinamica, SIMPLEDO si avvale di tecnologie di intelligenza artificiale e machine learning per analizzare gli eventi passati e dare capacità predittiva sui trend futuri. SIMPLEDO vanta infine un ulteriore primato. «È il primo gestionale sviluppato in Italia sul tema della sicurezza e della salute in ambito lavorativo. Supportato dagli esperti della nostra sede italiana si adatta quindi nativamente ai compiti dell’HSE manager fissati dal D. Lgs 81/2008 e dalle altre normative locali ed europee» – conclude Febbo. Al tempo stesso, un brand globale come Wolters Kluwer può garantire a tutte le aziende, pubbliche e private, un sostegno puntuale, anche in un ambito soggetto a obblighi e interpretazioni non omogenei.

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La prevenzione funziona meglio quando è supportata dai dati https://www.datamanager.it/2022/11/la-prevenzione-funziona-meglio-quando-e-supportata-dai-dati/ Wed, 16 Nov 2022 14:15:59 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222720 La forza del dato è sempre alla base dei progetti di Orange Business Services. Vicina al cliente anche nel governare il cambiamento Trasversale come nessun altro comparto dell’IT aziendale, l’insieme delle tecnologie in ambito HSE (Health, Safety and Environment) pone una serie di sfide direttamente connesse alla gestione dell’informazione. «Non si deve pensare che l’aspetto […]

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La forza del dato è sempre alla base dei progetti di Orange Business Services. Vicina al cliente anche nel governare il cambiamento

Trasversale come nessun altro comparto dell’IT aziendale, l’insieme delle tecnologie in ambito HSE (Health, Safety and Environment) pone una serie di sfide direttamente connesse alla gestione dell’informazione. «Non si deve pensare che l’aspetto della salute e della sicurezza fisica delle persone sia slegato dal mondo digitale – avverte a questo proposito Pier Giuseppe Dal Farra, smart industries business expert di Orange Business Services, di fatto un recente rapporto Gartner evidenzia un forte legame tra gli attacchi alla cybersecurity e la safety». Su queste premesse, non a caso, l’azienda che in tutto il mondo concentra le attività di system integration dell’operatore di telecomunicazioni francese combina la progettualità in ambito HSE nella stessa struttura commerciale che si occupa di fabbrica intelligente.

La sicurezza passa dalla prevenzione

Guardando all’evoluzione del mercato nell’ultimo anno, aggiunge Dal Farra, si coglie un marcato aumento di sensibilità nei confronti dell’uso di dati per la prevenzione degli incidenti e la gestione delle emergenze e delle attività pericolose. «In questo – sottolinea l’esperto di Orange Business Services – l’asticella si alza in perfetta sintonia con quanto avviene in generale nel campo dell’Industria 4.0, dove si assiste inoltre al tentativo di estendere e potenziare la funzione degli strumenti analitici in direzione di una maggiore predittività aiutata dall’intelligenza artificiale. Come è emerso anche nel corso della discussione – enfatizza ancora Dal Farra – la sicurezza fisica passa sempre di più per la prevenzione. «Si tratta di anticipare le situazioni di rischio anche grazie ai dati che raccogliamo».

Questa attenzione spiega per esempio il crescente interesse dei clienti di Orange nei confronti della sensoristica o del monitoraggio assistito dalla computer vision. «Sulla base dell’analisi automatica delle immagini si possono definire percorsi che riducono la pericolosità. O verificare che gli addetti ai lavori in ambienti molto rischiosi indossino correttamente i loro indumenti protettivi, anche in presenza di centinaia di collaboratori e contractors esterni» – afferma Dal Farra. Un ambito di intervento di Orange riguarda il tracking e l’adeguato supporto, on site e in remoto, delle attività del cosiddetto “connected worker”. Anche a livello di sicurezza ed ergonomia. «Pensiamo a un ambiente ad altissimo rischio come la miniera. Per un cliente australiano è stata studiata una soluzione che, attraverso un visore di realtà aumentata, consente a chi deve realizzare le infrastrutture di sostegno agli scavi di ricorrere alla guida ingegneristica che fa capo all’headquarter».

Resistenze e ostacoli da superare

Tra le mansioni di un system integrator non deve tuttavia mancare la capacità di accompagnare un progetto attraverso le fasi di ideazione, implementazione e adozione. Il settore della sicurezza, spiega Dal Farra, proprio perché legato al rispetto di normative molto stringenti, tende a essere conservativo e le tecnologie hanno un forte impatto sul modo di lavorare delle persone. Non sorprende se il tema del change management ha caratterizzato una parte significativa degli interventi alla tavola rotonda.  «Spesso – conclude Dal Farra – il fallimento di un progetto è dovuto proprio alla resistenza al cambiamento. Per questo cerchiamo di affrontare insieme al cliente tutte le difficoltà, imparando dagli errori. Per costruire il successo un passo alla volta».

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Un arcobaleno di sicurezza https://www.datamanager.it/2022/11/un-arcobaleno-di-sicurezza/ Wed, 16 Nov 2022 14:15:55 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222596 La piattaforma di Unified Communication and Collaboration as a Service Alcatel-Lucent Rainbow al centro di soluzioni per la tutela del lavoratore in un workplace digitale produttivo e meno stressante La sicurezza e la qualità della vita lavorativa dipendono anche dalla capacità di comunicare in modo tempestivo con le persone, le applicazioni e gli oggetti fisici […]

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La piattaforma di Unified Communication and Collaboration as a Service Alcatel-Lucent Rainbow al centro di soluzioni per la tutela del lavoratore in un workplace digitale produttivo e meno stressante

La sicurezza e la qualità della vita lavorativa dipendono anche dalla capacità di comunicare in modo tempestivo con le persone, le applicazioni e gli oggetti fisici che popolano il workplace digitale, uno dei pilastri della trasformazione in atto. Per Pasqualino Capitani, carrier sales manager di Alcatel-Lucent Enterprise in Italia, la strategia del colosso delle telecomunicazioni è incentrata sul posto di lavoro e punta ad abilitare un nuovo modo di comunicare. «Creando al tempo stesso le condizioni per un lavoro sicuro, produttivo e meno stressante».

Massima utilità in ambito sanitario

Capitani parla per esempio della tipica applicazione “man down” pensata per chi deve operare in ambienti pericolosi o nel quadro di attività volte alla tutela della salute di altre persone. Alcatel-Lucent Enterprise è molto presente nel mondo della sanità con questo tipo di soluzioni. «Una clinica per malati di Alzheimer utilizza un braccialetto che permette di monitorare gli spostamenti e le condizioni dei pazienti grazie all’integrazione del dispositivo con la nostra piattaforma di comunicazione. Operatori sottoposti a una costante situazione di stress possono intervenire solo dove necessario, garantendo comunque un alto livello di salvaguardia delle persone in cura». La tecnologia serve anche ad “aumentare” le prestazioni associate ai servizi più tradizionali. «Pensiamo al classico pulsante di chiamata degli infermieri dal letto d’ospedale. In passato al massimo si accendeva una lucina rossa in corridoio. Oggi, con le soluzioni di videosorveglianza e di comunicazione unificata as a service rese possibili dalla soluzione Rainbow di Alcatel-Lucent Enterprise, il personale medico riesce a rispondere in modo molto rapido ed efficace a una richiesta di assistenza del paziente». Gli operatori sanitari possono così operare in condizioni di minore stress, garantendo al meglio la cura del paziente.

Gestire al meglio le emergenze

«Un altro punto fondamentale – afferma Capitani – passa infatti per l’interconnessione di sensori, videocamere, applicazioni e persone. Nell’ambiente ospedaliero, in funzione dei parametri vitali e al superamento di determinate soglie limite, la comunicazione integrata e semplificata è la base di un’organizzazione corretta, che si traduce in efficacia delle attività svolte, maggiore focalizzazione sugli aspetti che contano davvero e serenità dei pazienti e dello staff». Un’esigenza forte è quella di gestire al meglio le emergenze. «Quando tutte le contromisure preventive non riescono a evitare l’insorgere di problemi – sottolinea ancora Capitani – le soluzioni Alcatel-Lucent Enterprise aiutano a gestire meglio le emergenze. Un aspetto molto importante quando il tempo a disposizione scarseggia, è fare in modo che notifiche e allarmi giungano a tutte le persone coinvolte nella risposta emergenziale. Visual Notification Assistant ci permette di farlo attraverso una interfaccia estremamente semplice e si unisce alle tecnologie di asset tracking per coordinare l’invio di addetti e strumentazione di emergenza non solo all’interno di ospedali, ma anche in altri contesti come ad esempio centrali dell’energia, stazioni ferroviarie e metropolitane, ecc.». Altra soluzione molto interessante e utile per la gestione delle comunicazioni a valore aggiunto è la Dispatch Console. L’interfaccia intuitiva consente all’operatore di lavorare in modo semplice, con maggiore tranquillità nell’indirizzare le chiamate in modo intelligente, nel gestire al meglio le code di chiamata e le audio e video conference a seconda del contesto.  Alla base di tutto, la suite di soluzioni di comunicazioni aziendali Rainbow di Alcatel-Lucent Enterprise e le sue funzionalità di Communication Platform as a Service (CPaaS), offrono ai manager della sicurezza una infrastruttura virtuale, che permette di collegare qualunque dispositivo fisso e mobile per una comunicazione integrata video, audio, testuale e documentale. «L’interazione tra persone, mondo IoT e API software è il vero valore aggiunto per chi deve progettare un sistema HSE per salute sicurezza e ambiente» – conclude Capitani.

 

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Gruppo Nicolaus nella digitalizzazione che rilancia il Turismo https://www.datamanager.it/2022/11/gruppo-nicolaus-nella-digitalizzazione-che-rilancia-il-turismo/ Fri, 11 Nov 2022 09:13:53 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222894 Con l’adozione del CRM evoluto di Salesforce, l’azienda delle vacanze investe in un percorso di trasformazione digitale che mette al centro l’interazione umana con il cliente Il turismo è uno dei settori che più ha subito il contraccolpo della pandemia. Forse proprio per questo è quello che ha meglio risposto alla ripresa, sia in avvicinamento […]

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Con l’adozione del CRM evoluto di Salesforce, l’azienda delle vacanze investe in un percorso di trasformazione digitale che mette al centro l’interazione umana con il cliente

Il turismo è uno dei settori che più ha subito il contraccolpo della pandemia. Forse proprio per questo è quello che ha meglio risposto alla ripresa, sia in avvicinamento ai mesi estivi che successivamente, spinto della voglia dei consumatori di riprendere finalmente a viaggiare. Secondo una ricerca realizzata a settembre 2021 dal Centro Studi Turistici di Firenze per conto di Assoturismo Confesercenti, il terzo trimestre dell’anno ha effettivamente segnato il ritorno alla normalità delle vacanze e un importante consolidamento della crescita dei flussi turistici. La tecnologia ha avuto un ruolo determinante, con i consumatori sempre più pronti ad affidarsi alle piattaforme online per scegliere i viaggi.

Lo sa bene Gruppo Nicolaus che si occupa di offrire pacchetti turistici in Italia e nel Mondo. Le due business unit dell’organizzazione si dedicano rispettivamente all’hospitality, gestione diretta o in affiliazione di catene alberghiere, e al tour operator per la commercializzazione dei pacchetti turistici, non solo con marchi proprietari. I brand di catena sono Nicolaus Club e il marchio Valtur acquisito nel 2018, a questi marchi si affiancano Turchese e Raro, quest’ultimo focalizzato su esperienza luxury all’estero.

IL TURISMO HA SPOSATO IL DIGITALE

Che il binomio turismo e digitale sia tra i più riusciti del mercato è chiaro. Meno evidente però quanto la digitalizzazione abbia invaso i processi e i flussi interni delle aziende. A raccontarci un esempio di evoluzione digital è Sara Prontera, CMO di Gruppo Nicolaus. «Le due direttrici che hanno guidato la trasformazione digitale di Nicolaus sono l’evoluzione della domanda e le necessità degli operatori di incontrare gli utenti sui nuovi canali. Gli anni pandemici hanno accelerato il processo di consapevolezza del cliente verso l’organizzazione della vacanza, anche grazie all’accesso allargato alle informazioni che oggi internet permette. Ciò ha cambiato il modo stesso di offrire pacchetti, con una maggiore segmentazione su servizi, tipologia di viaggio e, ovviamente, budget di spesa. Se la domanda si evolve, la segmentazione riguarda non solo l’offerta ma anche l’audience di riferimento. Per approcciare tale esigenza serve una piattaforma tecnologica in grado di elaborare grandi moli di dati. Allo stesso modo, la trasformazione digitale ha cambiato il lavoro dei tour operator» – aggiunge il CMO. «Digitalizzare un parco clienti non vuol dire solo trasferire anagrafiche dalla carta al computer, ma sposare l’idea che un software possa migliorare il rapporto con il cliente, sia in forma fisica che digitale». Serve, per Prontera, un nuovo know-how da parte degli operatori, che miri a conoscere gli strumenti con cui servire i clienti e personalizzare l’offerta.

L’INTERAZIONE AL CENTRO DEL SERVIZIO

Nel 2018, Gruppo Nicolaus ha intrapreso un concreto processo di trasformazione informatica, tanto da dedicare un ufficio alle attività di digitalizzazione. Una visione lungimirante, che ha permesso all’azienda di svoltare verso nuove metriche di interazione tra domanda e offerta non solo ai fini di un acquisto ma nell’importanza, percepita, dell’interazione umana, come la definisce Prontera. «La scelta di un sistema di gestione delle relazioni, un CRM, è ricaduta su Salesforce perché giunta alla fine di un benchmark di mercato ben preciso. Ci serviva un ecosistema fluido, capace di evolversi e che ci consentisse di ampliare la base utenti tenendo però sempre al centro l’importanza della relazione con le persone, consumatori da fidelizzare con la loro soddisfazione».

Dove guarda il futuro di Nicolaus in quanto a tecnologia? «Il mio sogno è che le attuali piattaforme di acquisto diventino portali di servizio. Per farlo c’è bisogno di un’unione di intenti, anche con soggetti pubblici. Un primo passo – risponde Prontera – lo stiamo compiendo con la produzione di una serie di podcast che raccontino una destinazione turistica. Un modo per restituire al viaggiatore qualcosa in più di quanto si aspetta, seguendo sempre il mantra dell’interazione che vogliamo far percepire a chi sceglie il Gruppo Nicolaus».

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Smartworking verso un modello ibrido e sicuro https://www.datamanager.it/2022/11/smartworking-verso-un-modello-ibrido-e-sicuro/ Thu, 10 Nov 2022 13:00:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222864 Nel contesto post-pandemico fatto di iperconnettività e nuove modalità di lavoro si fanno i conti con nuovi scenari di rischio cyber. A partire da una maggiore superfice di attacco e da malware in continua evoluzione. Integrazione e sicurezza le parole d’ordine del lavoro agile I modelli di lavoro ibridi rappresentano un terreno di conquista e […]

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Nel contesto post-pandemico fatto di iperconnettività e nuove modalità di lavoro si fanno i conti con nuovi scenari di rischio cyber. A partire da una maggiore superfice di attacco e da malware in continua evoluzione. Integrazione e sicurezza le parole d’ordine del lavoro agile

I modelli di lavoro ibridi rappresentano un terreno di conquista e una sfida per le aziende italiane. Da settembre 2022, per lo smartworking servono accordi individuali tra datori di lavoro e dipendenti. Nelle numerose novità introdotte dalla legge di conversione del decreto Semplificazione c’è anche la comunicazione semplificata degli accordi al ministero del Lavoro, al fine di agevolarne l’iter e favorire il passaggio alla cosiddetta fase 2, quella del superamento del lavoro agile emergenziale. «Per la maggioranza dei dipendenti l’esperienza di lavorare insieme all’interno di uffici o stabilimenti è stata interrotta dalla pandemia» osserva Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia. «L’emergenza ha imposto a molti il lavoro da remoto e negli ultimi mesi abbiamo assistito alla progressiva emersione di nuove modalità, comprese alcune che lasciano ai lavoratori la facoltà di decidere se lavorare in ufficio o da casa. Sono situazioni destinate a coesistere in un modello certamente diverso rispetto al passato e che possiamo definire ibrido».

NUOVI MODELLI NUOVE SFIDE

La transizione è in corso e le aziende lo sanno. Anche le ricerche ne danno conferma evidenziando che la gran parte dei dipendenti prevede di doversi alternare di più tra casa e ufficio. Ecco allora presentarsi nuove sfide per le aziende: dalla necessità di un adeguamento tecnologico e organizzativo che agevoli la collaborazione, al benessere psicofisico dei lavoratori. Tenendo la barra su produttività e protezione dei dati. «Sono obiettivi in vista dei quali le aziende devono necessariamente adottare nuove strategie e nuove soluzioni per ambienti di lavoro ibridi, dinamici e digitali», sottolinea Rao.

Quello che inizia a delinearsi è un ecosistema in forte evoluzione, composto da imprese iperconnesse e distribuite nel quale le tecnologie digitali stanno plasmando una nuova cultura lavorativa e nuovi modelli di organizzazione aziendale; uno spazio dove nuove modalità comunicative e la condivisione delle competenze implicano il superamento delle tradizionali gerarchie aziendali. In ambienti popolati da persone in movimento e dispositivi sempre più eterogenei, le postazioni di lavoro fisiche da tempo hanno iniziato a essere sostituite da piattaforme digitali dove ogni lavoratore accede in maniera univoca alle proprie informazioni indipendentemente dal luogo, dal momento o dal device utilizzato. «Ora però siamo entrati in un’ulteriore fase della trasformazione digitale» – dice Rao di IDC. «Uno scenario nel quale è fondamentale che l’innovazione sia orientata alla dimensione umana – comunicazione, collaborazione, knowledge management, ottimizzazione dei processi – e sia supportata dalle tecnologie emergenti, in primis l’intelligenza artificiale, già oggi fondamentali nel workplace. In questa transizione – prosegue Rao – l’individuo sarà al centro della trasformazione dei processi di comunicazione e di gestione della conoscenza aziendale e dipenderà dalle persone la circolazione e l’utilizzo delle informazioni che servono al business».

PERSONE E STRUMENTI

La comunicazione e l’interazione tra impiegati, partner e clienti, in una parola collaborazione, sono indispensabili in un ambiente di lavoro sano e produttivo. «Ma la creatività e le capacità dei singoli necessitano di adeguati strumenti per potersi effettivamente trasformare in una collaborazione di valore» – afferma Daniela Rao. «Non si tratta soltanto di un problema tecnologico: la trasformazione digitale non può prendere forma all’interno di un dipartimento senza il coinvolgimento di più linee e figure aziendali con idee, prospettive e approcci diversi». Guardando alle imprese italiane, gli studi le descrivono sempre più attente agli strumenti di remote working e alla flessibilità oraria. «In futuro – sottolinea Rao – è prevedibile che le micro e le piccole imprese, da sempre più sensibili alla comunicazione personale attraverso i social media, guarderanno all’introduzione di piattaforme tecnologiche in grado di ridisegnare il workplace con l’obiettivo di creare e diffondere la conoscenza attraverso strumenti di collaborazione efficienti e flessibili, del tutto simili a quelli utilizzati per le comunicazioni personali. Piattaforme di collaborazione che da una parte rispecchiano il nuovo trend comunicativo social, dall’altra permettono di gestire meglio i processi, analizzare e storicizzare i flussi comunicativi, anche destrutturati, per creare una conoscenza aziendale condivisa e al contempo favorire l’impegno individuale delle persone». Nelle previsioni di IDC, questi strumenti costituiranno l’infrastruttura portante del nuovo digital workspace. Un portato di innovazione e tecnologia che necessita tuttavia di essere integrato ai meccanismi dell’organizzazione. In sicurezza.

COLLABORATION E CYBERSECURITY

Il boom digitale abilitato dal cloud e poi lo smartworking e la didattica a distanza hanno liquefatto il perimetro di sicurezza tradizionale che difende i sistemi IT dagli attacchi informatici. Lo abbiamo visto tutti: la necessità di convertire rapidamente il modello di lavoro tradizionale, di fatto polverizzando sul territorio quello che prima era l’ufficio centralizzato, ha trascinato molte organizzazioni in una preoccupante sottovalutazione della cybersecurity. Davanti alla necessità di salvaguardare la continuità operativa, spesso le aziende non si sono preoccupate di predisporre un ambiente sicuro, o lo hanno fatto solo parzialmente e con colpevole ritardo. In questo modo hanno esposto il proprio patrimonio di dati alle minacce più eterogenee.

Difficile non attribuire alla mancata pianificazione le conseguenze in termini di impatto e danni economici provocati dagli incidenti informatici della fase emergenziale. Secondo i dati contenuti nel dossier annuale del Viminale presentato dal Comitato per l’ordine e la sicurezza, nel periodo che va dal 1° agosto 2021 al 31 luglio 2022 gli attacchi informatici sono passati dai 4938 dei 12 mesi precedenti a 8814, con un incremento vicino all’80 per cento. Più di recente, le statistiche pubblicate dal Sole 24 Ore sulla criminalità del primo semestre 2022 estratte dalla banca dati interforze dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno hanno evidenziato una tendenza ancora più preoccupante: il raddoppio dei reati online e un aumento delle truffe informatiche, in crescita del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e degli attacchi ransomware (+23% nel primo semestre). Il venir meno dei punti di riferimento tradizionali della sicurezza informatica ha lasciato il campo aperto a cybercriminali di ogni risma. Con costi per il sistema solo in parte quantificabili, ma duraturi sulla stragrande maggioranza delle organizzazioni. Pensando allo smartworking, un modo per incrementarne la sicurezza è una pianificazione dell’infrastruttura più aderente alle modalità lavorative, alle policy di accesso, al monitoraggio delle attività, alla sicurezza Zero Trust, supportato da un adeguamento delle tecnologie in uso sia all’interno sia all’esterno del perimetro aziendale.

IL DISASTER RECOVERY PENSI AL BUSINESS

In realtà sono ancora numerosi gli errori in cui incappano aziende e organizzazioni nella valutazione dei rischi legati allo smartworking. «La cultura che prevede l’adozione di contromisure di sicurezza come conseguenza dei risultati di un’analisi del rischio ICT è ancora poco diffusa» – afferma Roberto Obialero, advisory board di Clusit. «Spesso assistiamo all’implementazione di specifici progetti di sicurezza, a carattere perlopiù tecnologico, caratterizzati dall’assenza di una visione di insieme e di una valutazione oggettiva dei benefici associati e delle eventuali dipendenze rispetto ad altri interventi complementari». Anche nella redazione dei piani di business continuity permane una generale assenza di cultura improntata alla prevenzione: «Gli interventi messi in campo sono spesso di carattere sporadico e reattivo, come dimostra la diffusione degli attacchi ransomware, molti dei quali portati a compimento con successo. Una situazione – continua Obialero – che sottolinea la necessità di far comprendere prima di tutto al management l’enorme differenza di costo tra interventi pianificati in tempi di normale attività rispetto agli oneri derivanti dalla gestione di situazioni di emergenza in seguito ad attacchi informatici». Disaster recovery e business continuity si confermano temi ancora scarsamente indirizzati in modo univoco, soprattutto nei settori in cui le aziende non sono soggette a regolamenti specifici. «Molto spesso si assiste ad analisi effettuate in modo del tutto parziale, concentrate solo sugli aspetti di natura business oppure su quelli specifici alla gestione ICT, indirizzando esclusivamente la tematica disaster recovery. Senza neppure prendere in considerazione le significative interdipendenze tra i due ambiti», sottolinea Obialero.

DATI, INFRASTRUTTURA E CONNESSIONE

L’analisi del Clusit non fa sconti ed è confermata dall’evidenza che durante la prima fase dello smartworking obbligato le aziende hanno soprattutto aggiustato o semplicemente rappezzato l’infrastruttura esistente per far fronte all’emergenza. Ora si può e si deve necessariamente fare di più e meglio per integrare il lavoro da remoto come modello destinato a rimanere. Perciò resta urgente, se non lo si è fatto prima, adottare tutte quelle misure di sicurezza necessarie alla protezione dell’infrastruttura attraverso una strategia di difesa su tre direttrici principali: protezione del dato, dell’infrastruttura (VPN, patch, applicativi) e della connessione (router e wi-fi). Un buon punto di partenza a cui fare riferimento sono i controlli della ISO 27001 – di recente aggiornata – due dei quali dedicati ai dispositivi mobili e allo smartworking.  In particolare, il controllo A 6.2.1 è incentrato sulla necessità di adottare policy e misure di sicurezza ad hoc per gestire i rischi legati all’uso di dispositivi mobili. Policy che dovrebbero includere la protezione sia fisica sia logica dei dispositivi registrati, l’assegnazione di limiti alle capacità degli utenti di installare software, la gestione da parte dell’organizzazione degli aggiornamenti e delle patch, così come dei controlli di accesso e dei backup. Nel controllo A 6.2.2 si trovano invece tutte le linee guida utili per la definizione di policy specifiche per lo smartworking in termini di protezione delle informazioni secondo le normative esistenti. Le organizzazioni sono altresì tenute a fornire dispositivi e tool di comunicazione adeguati, sicurezza fisica, hardware e supporto software ai lavoratori remoti. Inoltre, l’organizzazione dovrebbe stabilire una serie di regole per l’uso delle reti domestiche e wireless, la classificazione delle informazioni e le politiche di autorizzazione per accedere a sistemi e servizi. Sempre nell’ambito della ISO 27001, il controllo A.7.2.2 ribadisce infine la necessità per tutti i dipendenti dell’organizzazione di ricevere un’adeguata formazione sui possibili rischi di sicurezza che il lavoro da remoto comporta, finalizzata a garantire che politiche e procedure adottate dall’organizzazione trovino sempre una corretta esecuzione.

CONVERGENZA MA SENZA LOCK-IN

Tutto quanto detto finora potrebbe anche non bastare. Poiché il perimetro dell’infrastruttura IT si estende e cambia in base agli utenti, ai dati e alla loro localizzazione, sempre più organizzazioni guardano con interesse verso infrastrutture in grado di adattarsi dinamicamente ai cambiamenti in termini di accessi, carichi di lavoro e ambienti applicativi. Secondo i dati in possesso di IDC la spesa delle aziende europee per soluzioni di Zero Trust Network Access (ZTNA) crescerà con un incremento medio annuo superiore al 28%, sfiorando i 340 milioni di euro entro il 2026. «In un mondo guidato dal cloud e dal lavoro da remoto, la sicurezza deve essere integrata, non un componente aggiuntivo» – commenta Rao di IDC. «Anche per questo una strategia ZTNA implementata con un’architettura Secure Access Service Edge (SASE), che combini capacità VPN, SD-WAN e sicurezza in un’unica piattaforma cloud, può rappresentare un decisivo passo in avanti nella protezione applicazioni e dati, indipendentemente da dove e come gli utenti li utilizzano».

Se la convergenza di rete e sicurezza nel cloud, un modello che ha nella flessibilità e nella velocità di implementazione i suoi punti di forza, può dunque contribuire a superare le limitazioni tipiche delle architetture di rete tradizionali, Obialero del Clusit mette in guardia dalle criticità rispetto all’adozione di un’unica piattaforma di sicurezza: «L’approccio ZTNA può essere d’aiuto nel miglioramento della cosiddetta security posture. Ma così viene meno il principio fondamentale della “difesa in profondità” che sancisce la necessità di introdurre diverse misure di sicurezza a contrasto di un’azione di attacco. Inoltre, affidarsi a un unico fornitore di servizi cloud espone al rischio di lock-in. Il vendor, per quanto tecnologicamente avanzato, efficiente e competitivo, potrebbe un giorno rivedere le sue politiche commerciali; oppure si potrebbero registrare peggioramenti nella qualità dei servizi offerti con ripercussioni sul livello di fiducia». Infine, indipendentemente dall’approccio che si potrebbe decidere di abbracciare, bisogna sempre considerare il fattore competenze e maturità raggiunta dall’azienda. «La messa in pratica delle politiche restrittive, prerogativa dell’architettura Zero Trust, prevede una ottima conoscenza da parte dei team preposti alla sua gestione di una serie di aspetti che vanno dall’inventario degli asset hardware e software alla corretta assegnazione dei privilegi degli utenti; dalla classificazione delle informazioni sulla base della criticità per l’organizzazione all’Identificazione dei repository di quelle sensibili. «In base alla mia esperienza – osserva Obialero – è molto difficile incontrare organizzazioni che abbiano definito un buon livello di presidio di tutti questi aspetti. Per cui l’introduzione di tali tecnologie richiederà ancora dei percorsi di attuazione con un orizzonte temporale a medio termine».

DALL’OROLOGIO AI RISULTATI

Anche se secondo il Sole 24 Ore lo smartworking cresce solo nel settore privato ed è in diminuzione nel pubblico, in futuro sarà inevitabile affrontare il tema del lavoro in modalità ibrida in termini strategici. «Se il recente passato ci ha insegnato qualcosa – argomenta Obialero – è che le organizzazioni che hanno risposto in modo più efficace alla situazione di emergenza sono state quelle che si erano già preventivamente preparate con politiche e accordi contrattuali per il lavoro da remoto, e che si erano attrezzate da un punto di vista tecnologico, definendo ad esempio delle architetture con dei punti di accesso standardizzati  e monitorati, e attrezzando le postazioni di lavoro in modo da garantirne l’utilizzo solo a fronte del rispetto di opportuni protocolli di sicurezza, come l’autenticazione a più fattori degli utenti».

Altri nodi però rimangono da sciogliere, alcuni da parte del management aziendale. «Uno è il cambio di mentalità e la riorganizzazione delle attività, passando da una misurazione del lavoro basata sul tempo dedicato a una che tenga conto del raggiungimento degli obiettivi prefissati. È importante, inoltre, che le organizzazioni – prosegue Obialero – analizzino con cura i rischi di sicurezza derivanti dalle attività lavorative svolte in modalità smartworking oppure ibride. Solo così saranno in grado di predisporre le necessarie policy e procedure a supporto dei processi legati al lavoro da remoto. Mettendo a disposizione le apparecchiature e le infrastrutture di elaborazione dei dati in grado di garantire un livello di sicurezza adeguato».

LA NUOVA ROTTA DEGLI INVESTIMENTI

Lo smartworking ha introdotto maggiore flessibilità e favorito l’adozione di soluzioni per sostenere i processi di trasformazione digitale, a cominciare dall’accesso ai servizi cloud. Una cesura che ha ridefinito le condizioni di sicurezza all’interno dello spazio fisico e digitale delle organizzazioni e sancito il progressivo abbandono delle misure tradizionali di sicurezza incentrate sui perimetri fisici, inadeguate a fronte delle nuove minacce. Cambiamenti che hanno impattato anche sulle strategie di cybersecurity, favorendo la diffusione di soluzioni automatizzate e scalabili per innalzare il livello di continuità e sicurezza del business. «La sicurezza informatica è stata un’area di investimento importantissima per il 60% delle aziende italiane nel corso degli ultimi 12 mesi» – sottolinea Rao di IDC. «Quando le aspettative di crescita delle imprese diventano negative, alcuni investimenti tecnologici assumono una chiara finalità anticongiunturale, per contrastare o contenere la diminuzione del fatturato. Oltre un terzo delle imprese che prevedono una contrazione dei risultati – prosegue Rao – investe in soluzioni di collaborazione e soluzioni più servizi di sicurezza. Sono tante le imprese che investono anche per dotare i dipendenti di computer e stampanti, servizi di connettività, smartphone e tablet in ottica smart working».

Ci stiamo dunque lasciando alle spalle quella fase in cui solo poche aziende avevano regolamentato le attività in smartworking? Certamente stiamo assistendo a una transizione che potremmo definire anch’essa ibrida e a diverse velocità, anche se la linea pare tracciata. Ci si aspetta che le aziende insistano nel percorso verso la consapevolezza dei vantaggi di una strategia orientata all’efficienza e alla sicurezza. La sfida sarà quella di garantire l’accesso e la produttività a tutti i dipendenti, anche al di fuori degli spazi fisici aziendali, innalzando al contempo la capacità di controllo sulle risorse e di monitoraggio sui comportamenti degli utenti. Si rende necessario un cambio di paradigma che passa attraverso la capacità di progettare un modello di governance più integrato ed efficiente, frutto di una pianificazione meno improvvisata e lacunosa rispetto ai tempi della pandemia. Consapevoli che mobile e smartworking stanno modellando prepotentemente il nostro futuro lavorativo.

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Un futuro sempre più 4.0 per l’agroalimentare in Italia https://www.datamanager.it/2022/11/un-futuro-sempre-piu-4-0-per-lagroalimentare-in-italia/ Thu, 10 Nov 2022 09:30:07 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222513 La tradizione lascia il posto alla trasformazione digitale. Investimenti in app, droni, sensori e mezzi agricoli “intelligenti” ridisegnano aziende oggi impegnate su tracciabilità, sostenibilità, sicurezza, risorse e ambiente. I casi di Mutti, Granarolo, Planet Farms, Irritec e Ruffino L’agroalimentare ha un posto di rilievo nel nostro Paese, sia perché il made in Italy in questo […]

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La tradizione lascia il posto alla trasformazione digitale. Investimenti in app, droni, sensori e mezzi agricoli “intelligenti” ridisegnano aziende oggi impegnate su tracciabilità, sostenibilità, sicurezza, risorse e ambiente. I casi di Mutti, Granarolo, Planet Farms, Irritec e Ruffino

L’agroalimentare ha un posto di rilievo nel nostro Paese, sia perché il made in Italy in questo settore ha una qualità riconosciuta in ogni parte del mondo, sia per le sue dimensioni, che ne fanno uno dei pilastri della nostra economia. Il sistema agroalimentare italiano, dall’agricoltura alla ristorazione, rappresenta il 15% del Pil nazionale, classificandosi primo in Europa per valore aggiunto (dati annuario Crea, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’economia agraria). Nonostante il Covid, lo scorso anno il settore ha segnato un primato nelle esportazioni, che hanno superato per la prima volta i 50 miliardi, +11,3% rispetto all’anno precedente. Sintomo di buona salute, quindi, anche se il caro-energia sta portando delle grandi nubi nere, con effetti che si potranno valutare in dettaglio soltanto nei prossimi mesi.

AGROALIMENTARE 4.0 IN CRESCITA

Tra i settori industriali più antichi, da sempre considerato molto tradizionale, l’agroalimentare nell’ultimo decennio ha via via scoperto come l’agricoltura di precisione, o Agricoltura 4.0, possa essere di grande aiuto per le proprie attività. Anche negli ultimi due anni, nonostante il Covid-19, il percorso di crescita in Italia è continuato: secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia, gli investimenti in questo ambito sono passati dai 540 milioni del primo semestre 2020 ai 760 del secondo semestre (1,3 miliardi complessivi), fino a raggiungere lo scorso anno 1,6 miliardi (+23%). La crescita del mercato è trainata dagli incentivi, in particolare dalle agevolazioni dei programmi di sviluppo rurale e del Piano transizione 4.0: tre quarti delle aziende agricole hanno impiegato almeno un incentivo di Agricoltura 4.0 e l’84% sostiene che hanno avuto un impatto determinante sulle scelte di investimento, consentendo di anticiparli (per il 44% delle aziende), di investire in più soluzioni (20%) o in una soluzione più costosa (20%). Secondo l’Osservatorio, il 60% degli agricoltori italiani utilizza almeno una soluzione di Agricoltura 4.0, e oltre quattro su dieci ne utilizzano almeno due, in particolare software gestionali e sistemi di monitoraggio e controllo delle macchine. Gli investimenti sono stati fatti soprattutto nei macchinari connessi (47%) e nei sistemi di monitoraggio e controllo di mezzi e attrezzature (35%). In parallelo, è cresciuta la superficie coltivata con strumenti di Agricoltura 4.0, che lo scorso anno ha toccato il 6% del totale, il doppio dell’anno precedente. Si prevede che il settore si manterrà in crescita, anche grazie ai fondi previsti nel PNRR: si tratta di quattro diverse misure, per complessivi 4,9 miliardi di euro. Un primo importo è destinato alla logistica: si punta a contrastare lo spopolamento delle aree rurali, al miglioramento della capacità di stoccaggio e di trasformazione delle materie prime, a rafforzare la digitalizzazione nella logistica destinata alla tracciabilità dei prodotti. Una parte dei fondi è destinata all’installazione di pannelli solari nell’ambito del Parco Agrisolare, ai sistemi di accumulo e riuso dell’energia pulita auto-prodotta e alla creazione di sistemi automatizzati di ventilazione e riscaldamento. Una terza misura prevede investimenti per aumentare l’efficienza dei sistemi irrigui per l’agricoltura, attraverso la riduzione delle perdite sulle reti di distribuzione esistenti e l’utilizzo di nuove tecnologie per un uso più efficiente delle risorse idriche esistenti. Infine, la misura Innovazione e meccanizzazione, che prevede l’ammodernamento del parco automezzi e mezzi agricoli, e incentivi all’introduzione di soluzioni innovative al fine di ridurre le emissioni dei mezzi agricoli, l’uso di pesticidi e i consumi idrici.

ESEMPIO DI INNOVAZIONE, IL PLANET FARMING

Automazione, digitalizzazione e robotica stanno modificando radicalmente il processo di produzione anche sulla spinta delle richieste dei consumatori: tracciabilità, controllo della filiera, sostenibilità, sicurezza, migliore gestione delle risorse alimentari e idriche, riduzione degli agenti inquinanti e, in generale, una maggiore attenzione al tema dell’ambiente. Un esempio virtuoso, in questo ambito, è Planet Farms società leader nel vertical farming. L’azienda ha sviluppato un sistema di coltivazione verticale unico al mondo, che permette di armonizzare perfettamente tutti i parametri fondamentali per la crescita degli ortaggi ottenendo un prodotto ricco di gusto e di proprietà nutritive. Planet Farms usa il meglio della tecnologia e il meglio della tradizione agronomica italiana per creare un mondo ideale e sostenibile intorno alle colture: le piante ricevono l’ideale intensità e tonalità di luce grazie a speciali lampade LED ad alta efficienza e risparmio energetico; temperatura e umidità sono ottimali grazie a un sofisticato sistema di climatizzazione; non sono necessari pesticidi, erbicidi o altri agro-farmaci grazie al filtraggio dell’aria che blocca l’ingresso di parassiti, di microrganismi e di particolato. L’acqua di irrigazione e i sali minerali vengono riciclati, riducendone il consumo ed evitandone la dispersione nell’ambiente; la coltivazione su più piani, in prossimità dei luoghi di distribuzione, riduce il consumo di suolo e l’impatto dei trasporti; l’ambiente protetto creato da Planet Farms consente di valorizzare e utilizzare sementi pure e non trattate chimicamente o geneticamente. Inoltre, Gaia VF, un sofisticato sistema di monitoraggio della crescita degli ortaggi, genera un costante flusso di dati che, una volta analizzati, permettono di creare intorno alle colture un ambiente sempre più ideale, migliorando la produzione ad ogni ciclo. Tra i suoi prodotti, insalate pronte al consumo e il pesto, per i quali è garantita una tracciabilità completa grazie alle più evolute tecnologie come la blockchain.

AGROALIMENTARE 4.0: PERCHÈ?

Le aziende agricole di tutto il mondo spendono in tecnologie per l’agricoltura di precisione l’8% del loro fatturato annuo (dato IDC), percentuale che varia a seconda della dimensione delle organizzazioni, dell’area geografica in cui sono situate e del sottosettore di appartenenza. In una survey di IDC del 2021, oltre il 77% degli intervistati del settore agroalimentare ritiene importante l’adozione del digitale per il miglioramento delle proprie attività: si tratta del settore più attento alle nuove tecnologie, un ampio riconoscimento della loro importanza, a conferma degli investimenti previsti nei prossimi anni. Per IDC, tra maggio 2021 e febbraio 2022 l’adozione di soluzioni di Intelligenza Artificiale (AI) in questo settore è aumentata complessivamente del 6,8%; a utilizzarle di più sono le aziende con 5-9 dipendenti (17%) e quelle con oltre 1000 dipendenti (23%). «Sempre di più gli attori della filiera agroalimentare riconoscono le opportunità e i benefici dell’innovazione digitale che oggi rappresenta una leva strategica per la resilienza e la competitività del settore» – conferma Andrea Bacchetti, direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood. «La Smart Agrifood ha compiuto molta strada, ma molta ne resta da percorrere, a cominciare dalla necessità di aumentare la superficie coltivata con pratiche 4.0 e il ricorso ad applicazioni che integrino i diversi stadi della catena del valore». Secondo IDC, la digitalizzazione dell’agricoltura nell’intera filiera ha consentito di aumentare l’efficienza e la sostenibilità della produzione e di ridurre le pressioni ambientali attraverso un impiego sinergico e interconnesso di sensori, automazione, IoT, robotica e analisi dei dati. Grazie all’AI, i processi vengono automatizzati, dalla produzione agricola fino ad arrivare alla distribuzione finale, e si riducono le ore di lavoro degli operatori destinate ad attività ripetitive. Viene impiegata anche la Computer vision: camere ad alta risoluzione migliorano l’efficacia nell’esame del prodotto e dei trattamenti che riceve, e permettono di identificare anomalie, aiutando a ridurre lo spreco durante la lavorazione. Le tecnologie digitali includono la raccolta automatica delle caratteristiche fisiche e biochimiche del suolo, la previsione dell’insorgenza di alcune malattie che potrebbero colpire il raccolto, il calcolo del fabbisogno idrico di una determinata coltura per evitare gli sprechi.

Uno dei leader mondiali nel settore dell’irrigazione di precisione è l’italiana Irritec che progetta, produce e distribuisce in tutto il mondo soluzioni altamente tecnologiche e innovative per l’irrigazione a pieno campo, in serra e per il settore residenziale, con l’obiettivo di ottimizzare l’uso dell’acqua e delle altre risorse. Irritec nel suo sviluppo ha seguito l’evoluzione dei sistemi d’irrigazione di precisione: i sistemi di micro-irrigazione hanno preso il posto dei sistemi tradizionali, poi la filtrazione automatica ha consentito l’uso di acque di qualità scadente, e ancora la fertirrigazione ha favorito l’ottimizzazione della distribuzione dei nutrienti. Oggi le aziende agricole, alle prese con cambiamenti climatici e fenomeni meteorologici estremi, chiedono nuove tecnologie per migliorare l’uso degli impianti e risparmiare acqua, fertilizzanti, energia e lavoro. Per questo Irritec ha sviluppato sistemi di automazione 4.0 per l’irrigazione che consentono di migliorare le prestazioni dei sistemi irrigui grazie alla gestione integrata, al monitoraggio costante e ad un completo controllo da remoto. L’utilizzo di nuove tecnologie in agricoltura e nei sistemi di irrigazione consente di monitorare lo stato degli impianti e di posizionare una rete di sensori che rilevano i fabbisogni idrici delle piante per regolare l’irrigazione. La conservazione delle serie storiche dei dati relativa ai volumi distribuiti e alla quantità di nutrienti impiegata, settore per settore del campo, favorisce una conoscenza migliore dei fabbisogni delle coltivazioni e interventi di tipo preventivo. I benefici dati dall’applicazione di questo tipo di sistemi di irrigazione riguardano un miglior uso dell’acqua e sono quindi in generale vantaggi ambientali, ma per l’azienda agricola la sostenibilità ambientale diventa anche sostenibilità economica: la riduzione del consumo di acqua porta anche una diminuzione del consumo di concimi azotati e ad un risparmio di gasolio e di elettricità.

CONTROLLO DEL SUOLO E VITICOLTURA DI PRECISIONE

Le reti neurali analizzano i dati dei sensori che misurano temperatura, umidità, livelli di irraggiamento, composizione del terreno, così da poter fornire informazioni su quale sia la migliore strategia di gestione dei campi, su come organizzare senza sprechi l’irrigazione, su come e dove utilizzare la concimazione, sulla quantità di fertilizzante da utilizzare, e molto altro. L’obiettivo è porre fine all’era dei diserbi a calendario, sostituita da una gestione dell’apporto di concimazioni o trattamenti più mirata e più legata alle caratteristiche dei terreni. Le nuove tecnologie mettono a disposizione differenti tipi di mappature (dalla satellitare, a quella della vegetazione), così da avere a disposizione un quadro generale dello stato di salute del campo e delle colture: in base alle caratteristiche del terreno e del tipo di colture si possono tenere sotto controllo tutti i parametri che possono influire sulle rese produttive. Secondo IDC, entro il 2023 il 35% delle aziende agricole utilizzerà i droni per monitorare e gestire le colture e il bestiame, riducendo i costi del lavoro e riuscendo a gestire una superficie maggiore. Inoltre, entro il 2025, il 45% dei trattori e delle attrezzature agricole avrà integrato i sensori IoT per la mappatura della resa e per la registrazione del raccolto; questo ridurrà dell’80% la probabilità di applicare i fertilizzanti in modo errato.

L’applicazione di queste tecnologie non è nuova, in qualche azienda è utilizzata anche da diverso tempo: il progetto di viticoltura di precisione di Ruffino per esempio, è iniziato oltre 10 anni fa e poi è stato ampliato negli anni. Ruffino ha prima creato delle mappe di vigore dei vigneti delle tenute di Chianti Classico, per caratterizzare la variabilità dei vigneti, il vigore, la produzione e la qualità delle uve, elaborando un metodo di gestione sito-specifica del vigneto per aumentare la qualità e la quantità delle uve. Si è quindi passati alla realizzazione di mappe della qualità delle uve da utilizzare come prescrizione per la vendemmia: una vendemmiatrice a tecnologia è in grado di utilizzare queste mappe di prescrizione per svolgere vendemmia selettiva automatizzata direttamente nel vigneto. Si raggiungono così, in un unico passaggio, due livelli di qualità delle uve destinate ad essere inviate in cantina separatamente per eseguire vinificazioni differenziate. Poi il progetto di viticultura di precisione si è esteso, con lo scopo di ottimizzare gli interventi agronomici, riducendo sprechi di prodotto nella concimazione, di avere una conoscenza di dettaglio del vigneto, di poter garantire la miglior efficienza e giusta produttività, ma soprattutto di conseguire la migliore qualità possibile delle uve destinate a Chianti e a Brunello di Montalcino. La piattaforma utilizzata permette di tracciare completamente il processo di gestione della produzione vitivinicola, dalla coltivazione fino alla vinificazione: uno strumento capace di elaborare e visualizzare i dati della attività agricola facendoli diventare informazioni utili alla programmazione e alle decisioni. Si possono ottenere informazioni sulla storia del vigneto, mappe di vigore, modelli previsionali sullo sviluppo delle malattie, stime di produzione, informazioni sul sito di prelievo di un campione di uva o sull’andamento della maturazione, avere il collegamento con i dati meteo delle capannine aziendali.

LO SFRUTTAMENTO DEI DATI

Secondo l’Osservatorio, il 26% delle aziende agricole prevede investimenti nei sistemi di analisi dei dati e di supporto delle decisioni. Già, perché il futuro dell’agroalimentare è legato anche alle analisi avanzate della mole di dati generata durante la lavorazione, archiviati nei sistemi e interrogabili via smartphone o tramite dispositivi montati sui trattori e centraline collocate nei campi. Si tratta di dati molto diversi tra loro, perché arrivano da fonti differenti; quindi, necessitano di strumenti di Advanced Analytics per essere elaborati, analizzati e diventare utili nel dare risposte concrete ai problemi. Questi strumenti non possono essere utilizzati da tutti, ma richiedono personale preparato e specializzato: occorre investire anche nello sviluppo di nuove competenze del personale, non solo in questo ambito, ma in generale per tutte le attività delle aziende agroalimentari 4.0. Gli investimenti in queste tecnologie sono solitamente recuperabili in pochi anni, grazie ai risultati immediati che apporta alle attività: costi inferiori per ettaro coltivato, ottimizzazione dei raccolti, riduzione dello spreco di risorse, maggior controllo sui costi di produzione e, aspetto da non sottovalutare, miglioramento delle condizioni di lavoro e riduzione delle ore spese nei campi. Le analisi sui dati permettono un forte controllo di ogni particolare, supportando gli imprenditori dell’agroalimentare nel processo decisionale: con questi strumenti riescono a pianificare con molta precisione tutte le fasi di coltura, semina e raccolta, con un miglioramento dell’efficienza dei processi e delle attività. Inoltre, hanno più conoscenza e consapevolezza sia di tutti i processi interni alle loro aziende, sia delle interazioni con l’intera filiera, del mercato e della concorrenza. Un altro aspetto importante, il controllo costante e preciso di ogni fase della lavorazione fa sì che i prodotti inseriti in una filiera ad alto tasso tecnologico mantengano intatte le loro proprietà e risultino, quindi, più salutari. Questi strumenti non sono utilizzati solo nei campi, ma in tutta la filiera fino ai punti vendita.

È il caso di Granarolo azienda che opera in un mercato caratterizzato da prodotti a shelf life breve con una fortissima pressione promozionale, che richiede una gestione degli stock ottimizzata e la capacità di fornire tempi di reazione immediati. Anche grazie a diverse acquisizioni, Granarolo deve gestire un elevato numero di referenze, più di 1200 di cui circa 200 solo di latte: per questo, ha rivisto completamente i propri processi logistici, per avere una visibilità completa sulla domanda e la produzione. Il processo di pianificazione della domanda, innovativo e affidabile, comprende la raccolta delle informazioni dalla base, legate a promozioni, assortimenti, stagionalità e altro, con l’obiettivo di definire un piano della domanda (che si traduce anche in un piano di produzione e di distribuzione) che ottimizza lo stock e massimizza il livello di servizio, nel rispetto di tutti i vincoli logistici. Granarolo ha adottato un modulo innovativo di pianificazione delle promozioni che utilizza un motore di machine learning in grado di tradurre le informazioni storiche in stime affidabili per le promozioni future. Granarolo ha portato l’affidabilità previsionale a una media dell’80- 85% (con picchi di circa il 95% per latte e panna freschi, e dell’88% per yogurt e dessert), i livelli di stock si sono ridotti di più del 50%, i tempi di consegna si sono dimezzati.

IL DIGITALE PER LA TRACCIABILITÀ ALIMENTARE

L’agricoltura di precisione ha un ruolo importante anche nella tracciabilità alimentare. I consumatori finali richiedono maggiore sicurezza e trasparenza: secondo l’Osservatorio Smart AgriFood, oltre metà degli italiani (53%) ricerca sempre o spesso informazioni legate alla tracciabilità del cibo che acquista, il 35% lo fa ogni tanto e soltanto il 12% non è interessato. Tra le varie informazioni, c’è attenzione in particolare per la provenienza geografica, tanto che l’italianità del marchio e l’origine della materia prima sono i fattori che maggiormente influenzano l’acquisto. Il sito internet è lo strumento principale per avere accesso alle informazioni di tracciabilità sul prodotto, consultato spesso dal 22% dei consumatori, seguito dalle piattaforme social di terze parti (13%) e dai QR Code (13%). Spinti da finalità di marketing e di comunicazione nei confronti del consumatore finale, quindi, le aziende stanno investendo molto nel digitale per gestire la tracciabilità. Le nuove tecnologie, durante ogni passaggio, dal campo al confezionamento, sono in grado di raccogliere e memorizzare dati utili a mantenere sotto controllo ogni step del processo di produzione. Le soluzioni digitali innovative più usate per la tracciabilità alimentare sono la blockchain, il QR Code, le mobile app, il data analytics e l’IoT, talvolta combinate tra loro. Il settore agroalimentare continua a guardare con forte interesse alle tecnologie Blockchain, tanto da essere il quarto settore per adozione di questa tecnologia nei progetti internazionali: sono utilizzate soprattutto per avere maggiore efficienza nella gestione della supply chain e per avere maggiore efficacia ed efficienza in caso di richiamo dei prodotti per qualche criticità.

Entro il 2023, secondo IDC, il 45% delle più grandi aziende agroalimentari del mondo avrà implementato una soluzione di tracciabilità alimentare basata su blockchain per fornire ai clienti trasparenza dalla fattoria alla tavola. Per ottenere una chiara e completa tracciabilità, azzerando la filiera, si possono utilizzare anche metodi molto semplici, ma nello stesso tempo innovativi: è il caso di Mutti che ha lanciato due anni fa il progetto “Passata sul Campo”. L’innovazione visionaria consiste nella trasformazione del pomodoro direttamente sul campo, grazie all’ideazione di InstaFactory, un impianto mobile che raggiunge e si colloca nei terreni scelti, annullando le distanze tra campo e stabilimento, raccolta e lavorazione. Ovunque si individui una varietà di pomodoro di qualità eccelsa sarà possibile andare a lavorarla direttamente sul posto. In questo modo il pomodoro viene lavorato appena colto, catturando così il suo gusto e il suo profumo nella sua piena e perfetta maturazione, e imbottigliato sul posto, nel pieno rispetto delle regole di sicurezza alimentare, con una inequivocabile garanzia di tracciabilità. Se in media dalla raccolta alla trasformazione passano dalle 6 alle 8 ore prima che il pomodoro diventi passata, con InstaFactory la produzione è in tempo reale: dopo che il pomodoro viene raccolto, il trattore lo conferisce all’impianto sul campo, e questo permette di arrivare al prodotto finito nel giro di 20 minuti. L’impianto è in grado di operare per parecchi giorni 24 ore su 24. I benefici sono molteplici, a partire dalla valorizzazione dell’impegno di ogni agricoltore fino alla totale trasparenza per il consumatore. Essere sul campo consente di avere un tempo molto ridotto tra la raccolta e la lavorazione, elemento essenziale per avere un prodotto della massima qualità organolettica. La trasparenza, il rispetto e il dialogo tra Mutti e i suoi agricoltori rimane un anello imprescindibile della filiera. L’attenzione dedicata alla selezione dei conferitori e dei territori rimane sempre centrale per il Gruppo Mutti, dove il valore aggiunto dei rapporti con gli stessi viene premiato con il riconoscimento più alto del premio “Pomodorino D’oro”. InstaFactory è un progetto industria 4.0, una fabbrica completamente gestita da un sistema di supervisione, accessibile e comandabile anche da remoto: tutto per rispondere alla sempre maggiore attenzione del consumatore finale verso la provenienza delle materie prime che acquista e porta in tavola. Infine, InstaFactory è anche un’Academy di formazione e di inserimento al lavoro di giovani laureandi dell’università di Parma, che vengono coinvolti nel progetto ogni anno al fine di contribuire ad attirare i migliori talenti per il futuro sviluppo dell’azienda.

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Konica Minolta, soluzioni armonizzate, semplici e fruibili https://www.datamanager.it/2022/11/konica-minolta-soluzioni-armonizzate-semplici-e-fruibili/ Thu, 10 Nov 2022 09:28:10 +0000 https://www.datamanager.it/?p=222230 La divisione Digital Solutions è a fianco delle aziende nella migrazione al cloud ed entra a pieno titolo nel mondo delle soluzioni di videosorveglianza. Con Mobotix, la linea di telecamere intelligenti, porta l’AI nelle ottiche. Parole d’ordine: sostenibilità, cloud e sicurezza Da anni si parla di Digital Transformation, ma qual è lo stato dell’arte dell’infrastruttura […]

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La divisione Digital Solutions è a fianco delle aziende nella migrazione al cloud ed entra a pieno titolo nel mondo delle soluzioni di videosorveglianza. Con Mobotix, la linea di telecamere intelligenti, porta l’AI nelle ottiche. Parole d’ordine: sostenibilità, cloud e sicurezza

Da anni si parla di Digital Transformation, ma qual è lo stato dell’arte dell’infrastruttura di rete abilitante la trasformazione digitale? In Italia esistono paradossalmente zone a bassa presenza di aziende con un’ottima connettività ed aree che vedono la presenza di realtà industriali rilevanti con connettività ancora inadeguata. Se da un lato il PNRR rappresenta un’occasione unica per colmare questo divario, dall’altro i fondi andranno indirizzati considerando questa caratteristica infrastrutturale ma cogliendo anche l’opportunità per agire sul fronte dell’ottimizzazione dei processi.

«In uno scenario in evoluzione, in cui molte aziende hanno comunque già intrapreso un percorso di trasformazione spinte dall’emergenza pandemica, vogliamo accompagnare i clienti nel processo di digitalizzazione in essere rendendo le soluzioni realmente armonizzate e fruibili. Le imprese devono infatti razionalizzare le proprie scelte rendendo efficace il lavoro già svolto attraverso l’integrazione dei processi», spiega Massimiliano Macchia, digital solutions director di Konica Minolta Business Solutions Italia, filiale italiana di Konica Minolta, multinazionale giapponese di prodotti e servizi tecnologici. E proprio per creare un dialogo con soluzioni già esistenti, Konica ha sviluppato Connetto, un tool RPA (Robotic Process Automation) in grado di rispondere a due esigenze fondamentali: automatizzare le attività ripetitive, fortemente soggette a errore umano, e permettere ai vari elementi di integrarsi efficacemente.

L’assessment per gli interventi più urgenti

Ad oggi, però, sono ancora tante le aziende che non hanno adottato soluzioni digitali per la gestione dei processi. Secondo Macchia, da questo punto di vista la situazione è paradossalmente più semplice.
Konica Minolta suggerisce infatti di partire da un assessment allo scopo di individuare gli interventi più urgenti. «Se si tratta di esigenze specifiche come, per esempio, la gestione della nota spese, dell’archivio, del processo di fatturazione passiva, di gestione dei contratti o del processo di firma offriamo il nostro portfolio Digital Easy, semplice e sicuro, studiato proprio partendo dalle esigenze dei nostri clienti» – afferma Macchia. «Se si tratta invece di esigenze a più ampio spettro, offriamo soluzioni end2end customizzate che garantiscono la gestione completa di tutto il processo». In tal senso, sia Industry 4.0 sia il PNRR offrono specifiche modalità di accesso a soluzioni, studiate per aiutare le aziende che intendono investire in trasformazione digitale.

«Industry 4.0 abbraccia molto bene le nostre soluzioni in grado di ottimizzare i processi direttamente legati alla produzione. In ambito PNRR, invece, la nostra offerta può costituire un indicatore abilitante per l’ottenimento di fondi per lo sviluppo di progetti, per esempio, in ambito pubblico o smart cities», puntualizza Macchia.

Mobotix è un fil rouge con il passato

Minolta nasce nel primo ventennio del secolo scorso come azienda produttrice di soluzioni di imaging, più precisamente macchine fotografiche, stampanti e fotocopiatrici. «Quasi a creare un fil rouge con il passato, riprendendo il concetto di ‘immagine’, oggi Konica Minolta si occupa anche di intelligenza artificiale abbinata alle ottiche, attraverso Mobotix, la nostra linea di telecamere intelligenti», spiega Macchia.

Mobotix è un’azienda tedesca, partner di Konica Minolta dal 2019, che offre alle aziende soluzioni di videosorveglianza e di video analisi di nuova generazione. «Le applicazioni spaziano in ambiti diversi e sono davvero numerose» – racconta Macchia. «Tra tutte, spicca il controllo qualità in produzione dove, attraverso la cattura dell’immagine di un prodotto difettoso, si riesce ad isolarlo separandolo dai prodotti senza difetti. Ma è anche possibile evitare blocchi della produzione con impatti positivi dal punto di vista dell’ottimizzazione dei costi e della prevenzione dei danni. Un’altra applicazione interessante è il monitoraggio del traffico tramite soluzioni ottiche che consentono anche di regolare l’intensità della luce dell’illuminazione stradale a seconda del flusso dei veicoli, con evidente saving energetico. Fino ad arrivare alla prevenzione degli incendi, al controllo dello smaltimento dei rifiuti, degli atti vandalici e, all’occorrenza, anche al controllo del passaggio di animali selvatici, spesso causa di incidenti, e molto altro ancora».

Il mantra: sostenibilità, cloud e sicurezza

Per la divisione Digital Solutions di Konica Minolta, la trasformazione digitale è in linea con l’esigenza di un minore impatto ambientale. «Il documento più rimane in digitale e meglio è per l’ambiente. Inoltre, le nostre soluzioni sostituiscono spesso l’occhio umano per monitorare aree che possono essere oggetto di incendi molto pericolosi o di disboscamento abusivo. Vanno quindi a salvaguardare, anche in modo diretto, le aree verdi che sono a rischio di impatti negativi», spiega Macchia.

Un altro trend è rappresentato dal cloud, ambito per cui il PNRR ha stanziato importanti risorse per spingere le aziende, pubbliche e private, a effettuare investimenti digitali in cloud. «Il cloud genera sicurezza. Le soluzioni sono infatti sempre aggiornate attraverso i gestori e sono quindi più sicure a tutti gli effetti», dice Macchia.

La sicurezza non può che essere al centro di tutti i progetti presenti e futuri di Konica Minolta. La digitalizzazione impone infatti la necessità di rendere tutte le piattaforme e i servizi sicuri in caso di attacchi esterni. Per questo motivo, l’azienda ha potenziato i sistemi di cybersecurity a corredo dell’offerta di soluzioni.

La semplicità d’uso secondo Konica Minolta

«Connettività, integrazione e semplicità d’uso: sono questi tre gli ingredienti fondamentali affinché l’innovazione rappresenti una vera evoluzione» sottolinea Macchia. «Konica Minolta crede molto nel concetto di semplicità d’uso. A questo proposito, mette in campo Digital Easy, un panel di soluzioni, semplici da utilizzare e facili da comprendere, che nascono dalle esigenze delle imprese. Qualsiasi investimento si rivela infatti inutile se il prodotto è difficile da usare».

Il brand Digital Easy riassume la filosofia del provider: semplicità di implementazione e utilizzo in una soluzione che copre a 360 gradi la digitalizzazione dei processi aziendali. I processi interni sono infatti fondamentali per il successo delle aziende; da essi dipendono la qualità del servizio offerto e la soddisfazione dei dipendenti. In tal senso, la Digital Transformation può avere un impatto ancora più significativo sui workflow aziendali.

Digital Easy copre l’intero processo di digitalizzazione dei documenti. Si compone di diverse soluzioni, tutte basate sulla RPA: Expense, per la gestione della nota spese, Sign Book, per firmare i documenti da qualsiasi luogo, anche con lo smartphone, Contract, per la gestione digitale dell’intero ciclo di vita del contratto, Archive, per l’automazione della conservazione digitale a norma, Procure to Pay, per l’automazione di tutto il ciclo passivo e Autodoc, per generare automaticamente e in modo massivo i documenti da inviare al cliente. «Digital Easy comprende soluzioni a pacchetto che rispondono a esigenze molto specifiche delle imprese, ma anche piattaforme documentali che gestiscono tutta la vita di documenti sia interni sia esterni alle imprese, sempre in una logica di semplificazione dei processi», conclude Macchia.

 

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