rivistasettembre2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 09 Oct 2018 14:26:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistasettembre2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Italtel per un mondo smart. Expo 2015, reti e applicazioni https://www.datamanager.it/2015/09/italtel-per-un-mondo-smart-expo-2015-reti-e-applicazioni/ Tue, 22 Sep 2015 12:27:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=84144 L’expertise conquistata sul campo dallo storico player del mercato italiano viene messa al servizio delle nuove frontiere della tecnologia, con un occhio di riguardo per aziende e pubblica amministrazione Da qualche tempo, si parla molto di Internet of Things, cioè di quell’evoluzione nell’utilizzo della Rete delle reti nella quale oggetti e persone comunicano e aumentano […]

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L’expertise conquistata sul campo dallo storico player del mercato italiano viene messa al servizio delle nuove frontiere della tecnologia, con un occhio di riguardo per aziende e pubblica amministrazione

Da qualche tempo, si parla molto di Internet of Things, cioè di quell’evoluzione nell’utilizzo della Rete delle reti nella quale oggetti e persone comunicano e aumentano le proprie potenzialità, acquisendo un ruolo sempre più attivo proprio grazie a Internet. E non c’è dubbio che le prospettive siano di grande interesse. Ma, in uno scenario che talvolta vede prevalere la dialettica sui fatti concreti, è necessario individuare chi è invece in grado di offrire soluzioni valide e attuabili. È il caso di Italtel, nome glorioso dell’ICT di casa nostra, che negli ultimi anni ha intrapreso un processo di profonda trasformazione e adesso può far valere sul mercato un’expertise conquistata sul campo attraverso numerosi progetti complessi.


#smartcity Roberta Rabino vice president @Italtel : « @Expo2015Milano è una grande smart city»
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Nuovo ruolo

«Il proliferare di nuove iniziative e di proposte concrete e industrialmente percorribili sia in termini di tecnologie sia di soluzioni, spinge il mercato verso l’adozione di modelli di business e di servizio basati sull’Internet of Things, modelli in grado di generare valore per le imprese e per la pubblica amministrazione» – spiega Roberta Rabino, vice president, responsabile Enterprise & Public Sector della società. «Le nostre origini sono – come noto – nelle telecomunicazioni ma, nel tempo, abbiamo sempre più abbracciato l’area IT, conquistando sul mercato il ruolo di azienda che si pone come valido system integrator al fianco delle imprese e della pubblica amministrazione nella realizzazione di progetti di rilievo, anche con l’ausilio di un solido reparto di R&D». In effetti – oggi – Italtel è un player di primo piano sia in Italia sia in numerosi paesi nel mondo, e si occupa di progettare, sviluppare e realizzare prodotti e soluzioni per reti e servizi di telecomunicazione di nuova generazione basati su tecnologie proprie o di terze parti.


#smartcity La sfida di @Italtel per un mondo connesso e smart
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L’importanza dell’infrastruttura, ma non solo

«L’Internet of Things non presenta unicamente il problema della progettazione e della realizzazione di una infrastruttura che comprende tecnologie eterogenee. La connessione a tutto campo di dispositivi di varia natura che si scambiano informazioni e l’enorme quantità di dati che viene generata introducono grandi complessità di integrazione, gestione e sicurezza. La sicurezza è senz’altro uno degli aspetti critici dell’IoT. Rilevante già in fase di progettazione, acquisisce un ruolo centrale in fase di autenticazione e autorizzazione» – sottolinea Roberta Rabino. «Italtel mette a disposizione dei propri clienti la sua solida conoscenza tecnologica, l’esperienza maturata nel corso di complessi progetti di integrazione tra tecnologie fisse e mobili e la competenza in tutti gli ambiti della sicurezza».


#smartcity Roberta Rabino vice president @Italtel : L’importanza dell’infrastruttura
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L’esperienza di Expo 2015

Un notevole laboratorio a questo riguardo è sicuramente costituito dall’esperienza di Expo Milano 2015: alla kermesse milanese, che si concluderà, come noto, il 31 ottobre prossimo, Italtel ha dato un notevole contributo tecnologico a fianco di player di rilievo come Cisco. «Expo Milano 2015 è assimilabile a una smart city. La partecipazione a questo progetto ci ha consentito di sviluppare nuove competenze e affinare il nostro bagaglio di esperienze nelle reti, nella sicurezza fisica e logica, nell’importante capitolo del controllo dei consumi energetici e del monitoraggio delle reti elettriche. Si tratta di esperienze preziose, in grado di generare notevole valore e soprattutto suscettibili di essere replicate con altrettanta validità in altri contesti, dai quali ci si aspetta grande sviluppo negli anni a venire» – afferma Roberta Rabino. Oltre ai più noti temi delle smart city, smart metering, smart grid, oppure ancora smart home e smart car, oggi emergono anche i nuovi paradigmi delle smart factory e della smart agriculture.

È anche qui che Italtel si candida a svolgere un ruolo di primo piano grazie al vasto e articolato bagaglio di competenze acquisite nel corso degli anni. «L’Infrastruttura in tutti i suoi aspetti, le problematiche di integrazione e sicurezza, unite alla capacità di sviluppo prodotti sono il nostro pane quotidiano da sempre» – conclude Roberta Rabino.

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Big Data in action https://www.datamanager.it/2015/09/big-data-in-action/ Mon, 21 Sep 2015 15:11:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82874 La tecnologia Big Data rivoluzionerà il settore della sicurezza. Si moltiplicano i progetti di cyber security che mettono in campo la potenza di fuoco dei big data analytics e i CIO lavorano per rimuovere gli ostacoli che ne frenavano la diffusione   La sicurezza IT è un malato grave. Gli attacchi perpetrati ai danni di […]

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La tecnologia Big Data rivoluzionerà il settore della sicurezza. Si moltiplicano i progetti di cyber security che mettono in campo la potenza di fuoco dei big data analytics e i CIO lavorano per rimuovere gli ostacoli che ne frenavano la diffusione

 

La sicurezza IT è un malato grave. Gli attacchi perpetrati ai danni di governi, organizzazioni industriali e militari hanno ampiamente dimostrato di poter assurgere a rischio globale. Il loro livello di sofisticazione, con l’importante corollario dei mezzi a disposizione, efficacia e complicità non lasciano presagire un futuro tranquillo. Ci si domanda come ciò possa accadere. Non si è abbastanza bravi oppure la tecnologia di cui si dispone non funziona? E si rischia di scivolare sul terreno minato di una vecchia questione: è più elevato il rischio derivante dall’infrastruttura tecnica o quello della fallibilità delle persone? Certamente, avere ben chiari i limiti degli strumenti di sicurezza a disposizione è un buon punto di partenza. Consapevoli delle capacità ma soprattutto dei limiti della tecnologia, occorre individuare le misure più efficaci per difendersi da ogni possibile rischio.


#security Anna Gandolfi @IndrainItalia I big data stanno rivoluzionando la sicurezza
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Una miniera di dati da sfruttare meglio

«La tecnologia Big Data sembra la più adeguata per far fronte alle nuove sfide di sicurezza. Non solo perché le nostre società dovranno affrontare uno scenario nuovo caratterizzato da una maggiore interazione e scambio di dati attraverso le reti sociali e gli oggetti intelligenti, ma anche per l’emergere di disruptive technologies come il cloud computing e le app di mobilità, ambiti nei quali i metodi tradizionali di sicurezza, basati sulla protezione perimetrale e i controlli statici di minacce note, diventano obsoleti» – afferma Anna Gandolfi, responsabile Competence Center di Indra in Italia. Il meno che si possa dire è che serve un approccio diverso nell’affrontare i problemi di sicurezza. Un primo passo praticabile da tutti o quasi è di riuscire a sfruttare meglio la mole di dati a disposizione. Sistemi SIEM, ids/ips, proxy, firewall producono un’alluvione di dati in continua espansione. Terabyte di dati relativi alla sicurezza, raccolti dalle aziende sia per rispetto alla normativa, sia per il monitoraggio.


#security #bigdata Gastone Nencini @TrendMicroItaly : Essere più reattivi e giocare d’anticipo
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Si stima che le grandi organizzazioni generino, a seconda delle dimensione, da 10 a 100 miliardi di eventi ogni giorno. Numeri enormi, destinati a crescere ancora. Perché nuovi dispositivi, software e persone alimenteranno i sistemi di raccolta, con altre info, non necessariamente di sicurezza: un profluvio di click, segnali provenienti da RFID, cellulari, sensori, testi, audio, transazioni commerciali e così via. «Il segreto non è la mera capacità di collezionare terabyte su terabyte di dati, ma sapere come utilizzarli» – rileva Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia. Secondo gli esperti, il volume di dati analizzati dalle grandi organizzazioni è destinato a crescere a doppia cifra. La buona notizia è un impiego più ampio e redditizio. Per esempio in cloud dalle tecnologie di sicurezza. «Da qualche tempo, alcuni vendor utilizzano le capacità di analisi intrinseche ai big data per applicarle al campo della sicurezza, utilizzandole in un sistema cloud» – nota David Gubiani, technical manager di Check Point Software. E in futuro lo saranno ancora di più. «I più grandi vendor e i grandi e medi system integrator forniscono consulenza e strumenti per utilizzare al meglio i big data: tali integrazioni proseguiranno parallelamente allo sviluppo del cloud computing e della sua security» – pronostica Luca Beltramino, managing director di TelecityGroup Italia.


#security #bigdata David Gubiani @checkpointsw Mancano competenze specifiche e collaborazione
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Un nuovo modo di operare

Oggi, chi attacca può impiegarci anche parecchio per penetrare una rete. Anche per ragioni di opportunità. Ma una volta entrato, l’obiettivo è di rimanerci il più a lungo possibile. Conquistata una posizione favorevole, l’intruso necessita di esplorare la rete, muoversi tra le subnet, identificare il luogo in cui si trovano le informazioni di maggiore interesse. Tutte azioni che per essere svolte in modo silente richiedono tempo; l’attaccante poi mira a conservare il varco per continuare a sottrarre info anche in futuro. E tenere sotto controllo le difese in campo. La risposta a questi attacchi non può che essere più innovativa rispetto a quella tradizionale. Per esempio, riuscire a variare dinamicamente la propria postura difensiva dalla detection real time alla cattura totale dei pacchetti e alla loro deep inspection. L’analisi offline del traffico – però – richiede tempo. E comporta costi notevoli in termini di latenza. Inoltre, le serie storiche di dati da analizzare possono essere molto estese. Si tratta di riuscire a correlare eventi molto distanti nel tempo tra di loro e provenienti da molteplici fonti. Tentativi falliti di loggarsi; l’aumento del traffico di rete; un utilizzo anomalo di risorse o l’esecuzione di processi sconosciuti, soprattutto se ripetuti – sono tutti eventi che i tool tradizionali di sicurezza non sono in grado di far dialogare tra loro e che possono essere messi in relazione ai tentativi di compromissione.


#security #bigdata Luca Beltramino @TelecityGroup Ma le aziende dovrebbero porsi le domande giuste
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Le soluzioni che generano analitiche big data sono in grado di analizzare quantitativi di dati superiori rispetto a quelle tradizionali. Inoltre, consentono un più rapido accesso ai dati raccolti, rendendo più efficace la correlazione delle informazioni interne ed esterne all’organizzazione. Ma bisogna fare in fretta. Le informazioni di eventi di sicurezza significativi perdono valore nel tempo. Perciò l’analisi tempestiva dei dati è un fattore critico per opporsi alla minaccia cyber, giocata anch’essa sulla velocità di esecuzione dell’azione. La capacità delle soluzioni big data di correlare dati provenienti da numerose fonti su periodi di tempo anche lunghi limita il numero di falsi positivi e consente di individuare con maggiore tempestività i segnali di un attacco APT (Advanced Persistent Threats) prima che siano inghiottiti dal rumore di fondo generato dalle attività legittime. Il risultato è un quadro più ampio delle minacce. «L’analisi di grandi volumi di dati può aiutare a rivelare modelli tipici di infiltrazione, attacchi mirati sofisticati che altrimenti rimarrebbero nascosti» – conferma Gastone Nencini di Trend Micro Italia.


#security #bigdata Mauro Cicognini @Clusit L’approccio evolutivo è l’unico che ha senso
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I big data analytics offrono un approccio e un modo di operare nuovo. Il monitoraggio e la gestione dinamica dei dati su larga scala abilitano l’eliminazione di tutte le informazioni non rilevanti provenienti dai sistemi in-house. Il consolidamento e la correlazione di dati proveniente da qualsiasi fonte nei casi migliori riescono a restituire una visione olistica dell’infrastruttura, consentendo alle organizzazioni di ottenere una visibilità e gestibilità migliore di minacce e vulnerabilità, abilitandole a fissare priorità più aderenti all’effettivo rischio. Ultimo aspetto, ma non meno importante, è che questi sistemi mitigano gli effetti di un attacco cyber. Tutto ciò consente alle aziende sia di essere più reattive sia di giocare d’anticipo, consentendo nei casi più riusciti di modificare il sistema di policy di sicurezza, quasi in tempo reale.

Perché l’analitica big data sia davvero efficace, l’azienda deve predisporre una propria analisi del rischio. Dotarsi di sistemi di risk management consentirà alle organizzazioni di implementare un processo di remediation automatizzato e così abbreviare i tempi di risposta, migliorare l’efficienza operativa ed elevare il livello di efficacia, generando – questo è l’auspicio – consistenti risparmi di tempo e denaro. Ma le aziende dovrebbero porsi le domande giuste – come suggerisce Beltramino di TelecityGroup Italia: «Con quali sistemi storare grandi quantità di dati e consentire veloci estrazioni e analisi? Quali sono i migliori software per analizzare i dati? Quali sono i migliori tools di analisi e le strutture cluster per la tecnologia Big Data»?


#security Claudio Ruffini #Augeos Sfruttare in positivo il valore aggiunto dei #bigdata
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In tal senso, le organizzazioni più lungimiranti interessate allo sfruttamento delle analitiche big data possono iniziare a sviluppare un piano d’azione per gradi, partendo da una strategia di business analytics che includa il data mining sui dati già in possesso. E in seguito, integrare l’architettura big data. «L’approccio evolutivo è l’unico che ha senso» – concorda Mauro Cicognini, membro del direttivo Clusit. «Un approccio tradizionale di “progetto”, con ambiti e obiettivi ben definiti e una concreta pianificazione di fasi, non è nemmeno pensabile se non su piccola scala». L’impiego per il data mining delle fonti di dati già presenti in azienda oltre a conferire maggior valore agli investimenti effettuati, a volte con finalità diverse, consente di conseguire in modo graduale i risultati desiderati.

Tecnologia, non magia. I limiti dei big data

Oggi, il termine “big data” è sulla bocca di tutti. «Come accaduto in altri campi dell’ICT, anche in questa materia si è presto incappati nella superficiale tentazione di descrivere il fenomeno come recente, privo cioè di correlazione con quanto ha caratterizzato gli ultimi 40 anni» – osserva Claudio Ruffini, presidente di Augeos. «Tale visione appare più che mai erronea perché il settore ICT si confronta pressoché da sempre con i (big) data». Oggi, l’approccio e la tecnologia impiegata dai big data mostra incoraggianti risultati, che fanno ben sperare per il futuro, ma che sono ancora difficili da valutare. «Non è ancora possibile sancire una matura consapevolezza di come e quanto i big data possano essere sfruttati appieno in un campo come quello della sicurezza IT. Il livello di complessità e di intangibilità degli investimenti nel campo della sicurezza appare molto più alto rispetto all’analisi finanziaria, l’elaborazione di proiezioni statistico-computazionali e lo studio dei modelli virali» – argomenta Ruffini. Ma detto questo, l’obiettivo non può che essere quello di riuscire a trarne tutti i vantaggi possibili. «Ciò che appare realmente sfidante per il settore è il saper sfruttare “in positivo” il valore aggiunto dei big data, procedendo verso la realizzazione di sistemi intelligenti capaci di prevenire, respingere e reprimere in autonomia un qualsiasi attacco» – afferma Ruffini. In altre parole, perché le soluzioni big data possano essere impiegate in ambienti di produzione, necessitano di alcune migliorie volte a rimuovere gli ostacoli esistenti.


#security #bigdata Vincenzo Todisco @Traders_QSL Una perdita di tempo senza la qualità dei dati
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La correlazione tra serie di dati può portare a modelli predittivi di comportamento. Tuttavia, maneggiare dati non strutturati e utilizzarli in combinazione con quelli strutturati è tutt’altro che semplice. «Per saper interpretare i dati delle analisi, occorre sapere cosa si sta cercando, e quindi saper porre le domande giuste. A volte, è possibile anche notare delle nuove regolarità nei dati, che consentono di intraprendere ricerche nuove e inattese che, se ben sfruttate, aprono delle nicchie nuove per l’organizzazione. Non è facile farlo, ma qui sta la bravura dell’analista» – argomenta Cicognini (Clusit). E dunque perizia, esperienza e talento sono e saranno sempre indispensabili. Perché neppure la sicurezza IT potrà mai ridursi a una serie di azioni meramente automatiche. «L’analista di sicurezza deve saper cogliere da indizi disparati elementi di informazione nuovi. Non può farlo solo con le proprie forze, ed è per questo che ha a disposizione le tecnologie più avanzate di analisi» – nota Cicognini. In particolare, servono nuovi algoritmi capaci di processare quantitativi di dati sempre più grandi dalle fonti più disparate. Ma servono anche dati validi, anche dal punto di vista qualitativo. «Scopo di queste soluzioni software è stabilire automatismi di controllo standard per garantire la qualità dei dati, senza la quale, qualsiasi altra attività sarebbe una perdita di tempo con risultati imperfetti» – rileva Vincenzo Todisco, managing director di QSL Italia.


#security #bigdata Francesco Stolfo @ToolsGroup La sfida è sapere cosa fare dei dati
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Dunque, occorre migliorare la capacità di sfruttare dati provenienti da fonti non sicure. Migliorare i processi di storage, la processazione dei dati e la loro sincronizzazione. Rendere migliore la resa visiva dei dati processati sotto forma di report. E la sicurezza degli indicatori sensibili di compromissione. La sfida è sapere cosa fare di queste informazioni. «Chi deve prendere decisioni non ama essere messo di fronte alle evidenze che emergono dai dati» – nota Francesco Stolfo, partner di ToolsGroup. Anche una migliore condivisione delle informazioni è un aspetto da considerare. In questo senso, la rimozione delle resistenze di natura tecnica e psicologiche, insieme alla condivisione delle informazioni, rimane auspicabile. «L’unico vero ostacolo a questo approccio è dato dalla naturale reticenza dei clienti a condividere i dati inerenti gli attacchi» – afferma Gubiani di Check Point Software. «Posso dire – però – che questa situazione sta cambiando: tutti hanno finalmente capito che le informazioni utili sono solo quelle relative a malware e attacchi e quindi nulla di “sensibile” viene passato all’esterno». Un altro ostacolo su cui lavorare è la mancanza di competenze tecniche. Servono figure capaci sia nel campo della sicurezza informatica sia nel data mining e la statistica. «La principale difficoltà è l’assenza di data scientist capaci di finalizzare l’analisi dei dati agli obiettivi di business» – afferma Francesco Stolfo di ToolsGroup. La penuria di risorse e i problemi legati alla formazione di adeguate figure professionali da inserire nei Security Operation Center (SOC) rappresenta un aspetto sottolineato anche da Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp. «Il deficit di lavoratori specializzati (da 140mila a 180mila fino al 2018) rende estremamente difficile ingaggiare figure professionali adatte, in particolar modo quelle formate in ambito di sicurezza e analisi dei dati». Infine, diamo un’occhiata ai costi che l’integrazione di un sistema di analisi in un framework di sicurezza porta spesso con sé. Un aspetto sottolineato ancora da Patano, che tuttavia può essere superato attraverso soluzioni in cloud che semplificano implementazione e gestione, a costi più contenuti; oppure, acquisendo soluzioni chiavi in mano che consentono la rapida implementazione di infrastrutture specifiche e scalabili, possibilmente non limitate al solo mondo Hadoop.


#security #bigdata Roberto Patano @NetApp_Italia Semplificare implementazione e gestione
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“One-Stop Shop” per il Fashion Retail Planning

«I fashion retailer – spiega Fabio Lovesio, retail industry manager di BOARD International – hanno di fronte a loro sfide sempre più complesse e la velocità di esecuzione deve accompagnarsi a una pianificazione efficace e frequentemente aggiornata e monitorata nei suoi KPI fondamentali. Nonostante le mille promesse di tanti software vendor – però – c’è da chiedersi come mai nelle aziende “resistano” ancora gli Excel e i tanti custom “stratificati” negli anni. Forse perché – di fatto – tanti progetti si sono dimostrati in realtà troppo lunghi e complessi nell’assemblaggio dei presunti “best of breed”. BOARD, con l’avvento della version 9 che ha introdotto nuove funzionalità nel campo del forecasting, degli analytics e del clustering, intende posizionarsi con un approccio pragmatico, facendo leva sull’unicità del proprio toolkit in termini di semplicità di interfacciamento e modellizzazione di tutti i processi di planning. Ed esistono già progetti worldwide nel campo del Merchandise & Assortment Planning, del Replenishment, dell’Open to Buy, dello Store Workforce Management, etc. Per la prima volta, è possibile quindi avere una sola piattaforma che copre tutte le esigenze di pianificazione, non dimenticando poi la “vocazione” storica di BOARD per la BI e il CPM».


#security #bigdata Fabio Lovesio @BOARDSoftware Nuove sfide per il Fashion Retail
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Conclusioni

Per alcuni osservatori non ci sono dubbi: nei prossimi anni la tecnologia Big Data rivoluzionerà il settore della sicurezza, una delle grande sfide globali del nostro secolo. Queste soluzioni diventeranno uno dei driver principali di sviluppo del mercato cyber security. Migliorando sensibilmente le loro capacità di controllo e adattamento a tutti gli ambiti operativi, cloud e mobile compresi. Ambiti nei quali gli attuali sistemi di sicurezza mostrano ancora preoccupanti carenze. Ma prima di comprendere appieno la reale capacità predittiva di queste soluzioni dovremo probabilmente passare attraverso una sorta di disincanto che sgomberi il campo dai facili entusiasmi. In questo senso, la ricerca potrà fare chiarezza. A patto che continui a ricevere sostegno e risorse all’altezza della sfida. Detto questo, nonostante l’incoraggiante crescita dell’attività di business intelligence, numerosi ostacoli rendono ancora difficoltosa l’implementazione della tecnologia Big Data nell’ambito security. Ma il numero molto ristretto di implementazioni attive, soprattutto in Italia, dimostra che il mercato sta muovendo i primi passi. Solo di recente i vendor hanno iniziato a dimostrare l’efficacia delle proprie soluzioni. Né si può sostenere che a breve questa tecnologia sarà alla portata di molte organizzazioni. è vero – però – che disponiamo di tecnologia più friendly. L’offerta di soluzioni e servizi è più articolata e l’esperienza accumulata offre numerosi spunti perché si possa proseguire lungo questa strada. Molto rimane da fare, ma già oggi è possibile provare la potenza dei big data in numerosi ambiti di sicurezza.

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Il paradigma olivettiano, l’impresa nel terzo millennio https://www.datamanager.it/2015/09/il-paradigma-olivettiano-limpresa-nel-terzo-millennio/ Mon, 21 Sep 2015 14:44:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=83041 “Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo”. Così scriveva un oscuro funzionario sulla copertina del dossier che la questura di Aosta aprì su Adriano Olivetti nel giugno 1931. Forse, perché in ogni società che rifiuta il cambiamento per paura di essere cancellata, anche le idee “buone” possono spaventare. Quella di Adriano Olivetti fu un’esperienza unica nel capitalismo […]

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“Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo”. Così scriveva un oscuro funzionario sulla copertina del dossier che la questura di Aosta aprì su Adriano Olivetti nel giugno 1931.

Forse, perché in ogni società che rifiuta il cambiamento per paura di essere cancellata, anche le idee “buone” possono spaventare. Quella di Adriano Olivetti fu un’esperienza unica nel capitalismo italiano e internazionale perché si basò su una concezione del lavoro che metteva al centro gli aspetti sociali in luogo del profitto. Il paradigma olivettiano è anche il fulcro della riflessione di due volumi della collana Piccola Biblioteca d’Impresa di Inaz e rappresenta un punto di partenza obbligato per tutti coloro che concepiscono l’imprenditorialità come un fattore essenziale per il progresso di una società aperta e giusta. Ma che cos’è il “bene dell’azienda”? Per Vittorio Coda, professore emerito dell’Univeristà Bocconi, esperto di strategia e politica aziendale, si identifica con il suo sviluppo duraturo. «Ma si badi bene, non crescita quantitativa».


#impresa Il paradigma olivettiano nel terzo millennio @Inaz_SRL
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Per l’economista d’impresa, Marco Vitale, che punta il dito contro «la peste della finanziarizzazione del mondo», l’impresa non deve essere autoreferenziale. «La legittimazione dell’impresa è nell’essere utile alla collettività e al suo sviluppo». Ali Reza Arabnia, presidente e AD del Gruppo Geico (geicotaikisha.com), è convinto assertore dell’innovazione e della responsabilità sociale di chi fa impresa. Persiano d’origine vive e lavora in Italia dal 1980. «Nel periodo più brutto della nostra vita aziendale nel 2009, abbiamo investito senza paura. Mentre tutti i nostri concorrenti tagliavano il personale e bloccavano gli investimenti, noi puntavamo sull’innovazione e i giovani talenti».

E del resto, come ricorda Carlo G. Lacaita, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, la prima fabbrica di Camillo Olivetti a Ivrea aveva il suo cuore proprio nel laboratorio. (nella foto da sinistra, Ali Reza Arabnia, Marco Vitale, Linda Gilli, AD di Inaz, Carlo G. Lacaita e Vittorio Coda)

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UniCredit Pavilion, un seme germogliato a Milano https://www.datamanager.it/2015/09/unicredit-pavilion-un-seme-germogliato-a-milano/ Mon, 21 Sep 2015 14:27:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=83037 «L’architetto è un contadino e io ho piantato un seme per Milano». Parola del designer, Michele De Lucchi, che ha spiegato l’idea da cui nasce il nuovissimo UniCredit Pavilion. «C’è dentro l’essenza della vita e la magia delle materie che si trasformano e si rigenerano. Questo seme è diventato un edificio di legno al bordo […]

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«L’architetto è un contadino e io ho piantato un seme per Milano». Parola del designer, Michele De Lucchi, che ha spiegato l’idea da cui nasce il nuovissimo UniCredit Pavilion.

«C’è dentro l’essenza della vita e la magia delle materie che si trasformano e si rigenerano. Questo seme è diventato un edificio di legno al bordo di un grande parco cittadino». Un seme che è germogliato a pochi passi dai Giardini di Porta Nuova, accanto all’imponente UniCredit Tower, crocevia di economia, arte, cultura e innovazione. Non solo un luogo per meeting aziendali, ma uno spazio aperto alla città, un luogo inclusivo, in linea con piazza Gae Aulenti.

La nascita e lo sviluppo del progetto sono stati raccontati nelle cinque puntate di un documentario diffuso via web sul sito www.unicreditpavilion.it, primo esperimento nel suo genere condotto da un’azienda italiana.


#UniCreditPavilion un seme germogliato a #Milano @UniCredit_PR
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Realizzato in poco più di un anno con un investimento complessivo di 22 milioni di euro, per l’AD di UniCredit, Federico Ghizzoni, è un punto di partenza, non di arrivo. «Si tratta di uno spazio che esprime l’identità di un’azienda profondamente innovativa, europea e allo stesso tempo dotata di solide radici locali, impegnata a costruire una costante relazione con i territori in cui opera, contribuendo al loro sviluppo economico in modo sostenibile. Un progetto di grande impatto, destinato a tutti gli stakeholder del Gruppo, che coinvolgerà i nostri dipendenti, le aziende, le istituzioni e la comunità intera».

L’UniCredit Pavilion si sviluppa su tre livelli. Al pianterreno, l’Auditorium può ospitare sino a 700 persone. Grazie a una concezione flessibile, è possibile suddividere lo spazio in più ambienti di dimensioni ridotte. Dall’Auditorium, attraverso la scala elicoidale, si ha accesso alla Passerella dell’Arte, un sistema espositivo flessibile destinato a mostre temporanee, che potrà essere utilizzato anche per creare percorsi narrativi visuali a supporto delle altre attività ospitate dall’edificio. Al secondo livello, si colloca l’area “Mini-Tree”, un asilo nido al servizio dei dipendenti, ma aperto anche alla comunità, per 60 bambini da 3 a 36 mesi. Al terzo livello, si trova la “Greenhouse”, location destinata a meeting ed eventi di business. L’edificio è caratterizzato da due “ali” apribili, lunghe 12 metri, dotate di maxischermi rivolti verso il parco e la piazza. L’intera struttura è stata progettata con la massima attenzione alla sostenibilità ambientale ed è stata realizzata con materiali naturali e moderne tecniche costruttive.

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Ve(n)dere nel futuro https://www.datamanager.it/2015/09/vendere-nel-futuro/ Mon, 21 Sep 2015 14:06:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=83483 Dalla tavola rotonda sui pagamenti elettronici è emersa la ricetta di una visione diversa, davvero integrata, che unisce i mondi del commercio elettronico e tradizionale Dietro la spinta di un aggregato tecnologico costituito da mobilità, nuove modalità di trasmissione, grandi volumi di interazione e sicurezza avanzata, il mondo dei pagamenti in denaro ha subito una […]

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Dalla tavola rotonda sui pagamenti elettronici è emersa la ricetta di una visione diversa, davvero integrata, che unisce i mondi del commercio elettronico e tradizionale

Dietro la spinta di un aggregato tecnologico costituito da mobilità, nuove modalità di trasmissione, grandi volumi di interazione e sicurezza avanzata, il mondo dei pagamenti in denaro ha subito una trasformazione epocale rispetto ai modelli basati essenzialmente sul contante o su strumenti di credito e debito alternativi. Dalla convergenza con i mondi del mobile commerce e dell’e-commerce, gli strumenti di pagamento elettronici e virtuali rappresentano ormai un mercato autonomo delle transazioni in atto tra esercenti e consumatori, attraverso l’intermediazione dei cosiddetti issuer o gestori delle varie piattaforme. Mercato che come tutti gli altri è esposto a una crescente pressione liberalizzatrice.

La tavola rotonda promossa da Data Manager in collaborazione con Unicredit Business Integrated Solutions, si è prefissa lo scopo di analizzare le prospettive di questo mercato sotto vari punti di vista. Gli strumenti più interessanti e il loro substrato tecnologico e infrastrutturale. I vincoli di natura giuridico-normativa. I temi fondamentali come la sicurezza e la fiducia. I progetti che originano da nuovi entranti, gruppi consortili, categorie professionali, pubbliche istituzioni. Le strategie che il mondo bancario sta mettendo in atto per riaffermare, trasformandolo, il loro primato.

Intorno al tavolo dedicato alla payment (r)evolution ha preso posto una autorevole rappresentanza di protagonisti già affermati, brand commerciali attivi in un contesto multicanale, service provider e startup. Una discussione stimolante per la ricchezza dei temi trattati e per la spontaneità del dibattito che senza mai abbandonare un piano professionale e qualificato, ha portato a una insolita concretezza un argomento che è stato oggetto, in questi anni, di faticose sperimentazioni contornate da paludati, ma poco costruttivi convegni.

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VICINI AL PUNTO DI SVOLTA

Proprio citando la parola chiave “casi d’uso”, ha esordito Giulio Carmignato, anche nelle vesti di padrone di casa di un evento che il responsabile della linea prodotti transazionali di Unicredit Business Integrated Solutions definisce molto stimolante. «Raramente in contesti di questo tipo, riescono a incontrarsi rappresentanti di mondi diversificati, trasporti, ristorazione, editoria, viaggi, consentendo quindi di confrontare esperienze non solo lato servizi di pagamento ma soprattutto sul piano della fruizione di questi servizi». Cinque anni fa, ha aggiunto Carmignato, il fenomeno dei pagamenti elettronici, esploso nella prima fase di sviluppo del commercio elettronico, era ancora in larga misura una moda. «Oggi, viceversa, è un tema fattuale: siamo vicini a un punto di svolta rispetto all’uso di strumenti di pagamento virtuali, o se vogliamo tecnologici. Ancora la carta ha una sua predominanza, ma siamo molto vicini a questo tipping point. Dobbiamo cercare di capire come, insieme, possiamo accelerare questo avvicinamento, dando luogo a una crescita che non sarà più lineare, ma esponenziale».

Come è emerso con forza durante il dibattito, l’idea di una azione coordinata, in grado di coinvolgere davvero tutti gli stakholder tecnologici, bancari e non bancari, commerciali, legislativi, deve assolutamente predominare rispetto a una lunga fase storica in cui l’attesa rivoluzione italiana della monetica non è riuscita a emergere in maniera unitaria da una miriade di singole sperimentazioni. Lasciando aperti varchi che nuovi entranti stranieri come Paypal – una sorta di convitato di pietra della nostra tavola rotonda – hanno saputo presidiare.

Se Carmignato ha sentito di poter parlare di tipping point è perché siamo in presenza di segnali significativi sul versante infrastrutturale e delle spinte innovative che arrivano da molte direzioni, a incominciare da operatori come Apple e che contribuiscono a creare un contesto molto favorevole. «Quindi infrastrutture, tecnologie, contesto e infine – ha proseguito Carmignato rivolgendosi ai suoi interlocutori –  i casi d’uso di strumenti che devono essere utili ma divertenti da usare, a costo quasi nullo. Devono procurare un vantaggio ai loro utilizzatori, dando al tempo stesso una sensazione di praticità e sicurezza». Un ultimo fattore in questa equazione, ha concluso Carmignato, è quello legislativo, «che deve favorire lo sviluppo di queste applicazioni, magari imponendo l’uso di certi strumenti di pagamento e dall’altra deve dare regole chiare. La regolamentazione degli operatori di pagamento è un tema che va affrontato perché un mercato sicuro e regolamentato può davvero raggiungere l’auspicato tipping point».

 

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I VANTAGGI DELLA COOPETITION

Sulle infrastrutture, lo stesso Carmignato ha voluto subito coinvolgere Liliana Fratini Passi, direttore generale di CBI, il consorzio che riunisce 600 banche italiane. Una posizione che le ha consentito di spiegare quello che il sistema bancario sta facendo per promuovere nuovi modelli di architettura e servizio alla base dell’offerta che le banche rivolgono al cittadino, all’impresa, alla pubblica amministrazione. «La forza di una banca –

ha spiegato Fratini Passi –  si esprime attraverso la sua capacità di competere non solo come singola entità, ma come sistema nel garantire interoperabilità e accessibilità ai servizi». Le azioni coordinate erano importanti quando le banche si trovavano a operare in un contesto di sostanziale esclusività. «Oggi, le normative emanate a livello europeo, come la Payment Service Directive 2 recepita in Italia, fa sì che i nuovi competitor non siano più quelli con cui ci siamo confrontati fino a ieri. La “disruptive competition” di soggetti come Google e Apple, che hanno la forza dei numeri delle grandi economie di scala, obbliga il sistema a cooperare sempre meglio dove si può cooperare, cioè nelle infrastrutture, per competere sui servizi a valore aggiunto». Quali sono i servizi abilitati dalle infrastrutture e i protocolli sviluppati da CBI? «Per esempio, il Corporate Banking, il sistema che permette a un milione di imprese di governare pagamenti, incassi, moduli F24, gestendo in modo efficiente la loro tesoreria. Proprio a fine 2014, è stato lanciato CBILL, la rete per il pagamento dei bollettini postali online. In Italia, il bollettino postale è uno degli strumenti più amati, se ne emettono 630 milioni all’anno. Metà arrivano dalla PA, il restante dalle utility, le grandi aziende, le piccole imprese. E le poste incassano il 90% della quota parte online attraverso il loro canale fisico, gli sportelli. Con CBILL, la banca permette ai suoi clienti di visualizzare e pagare il bollettino direttamente, in multicanalità, con qualsiasi device inclusi i canali fisici degli ATM». Un aspetto che Fratini Passi sottolinea con forza riguarda il problema di fondo del sistema Paese: l’Italia non riesce a liberarsi del contante e dei notevoli costi associati alla sua gestione. «Lo sforzo da compiere è ancora notevole perché il livello di virtualizzazione delle operazioni di pagamento che crediamo di aver raggiunto riguarda in realtà meno del 10% del transato in Italia. Questa mole di pagamenti fisici determina un costo equivalente a un punto percentuale di PIL, suddiviso tra imprese e intermediari. Costo rappresentato da sicurezza, controlli, gestione». Liberandosi dal peso del denaro contante, sostiene Fratini Passi, l’Italia potrebbe liberare una cospicua mole di risorse e il consorzio CBI lavora, sullo sfondo delle infrastrutture, per abilitare questo affrancamento operando nella logica della coopetition.

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UNO SFORZO DI SISTEMA

La direttrice generale di CBI, riprendendo lo spunto dell’importanza del quadro regolamentare, ha sottolineato come le leggi sulla fatturazione elettronica hanno indirizzato i rapporti delle imprese con la pubblica amministrazione. «La PA è il maggior pagatore in Italia: il 50% dei pagamenti viene effettuato dall’amministrazione a fronte delle fatture emesse da 300mila fornitori. Adesso, il legislatore sta già discutendo un pacchetto di norme attuative della delega fiscale, all’interno del quale sono previsti incentivi e semplificazioni per le aziende che spontaneamente adotteranno misure di fatturazione elettronica tra privati. Le infrastrutture che abilitano già i pagamenti sono trasparenti, possono portare messaggi, documenti strutturati, fatture elettroniche, mandati, rendicontazioni. Il mondo può essere integrato. Ma l’intero sistema deve spingere verso il cambiamento e investire».

In questo sistema, hanno una parte consistente i circuiti di carte di credito e debito, i primi, storicamente, ad aver imboccato un percorso alternativo. Per Francesco Tornatore, che come head of digital & partnerships di American Express, ha la responsabilità dell’acquisizione dei clienti dei servizi online, una chiave di lettura fondamentale è la semplificazione della user experience. «Su questo fronte stiamo lavorando su tematiche come la firma digitale, con l’obiettivo di semplificare il processo di acquisizione. Oggi, anche chi va sui nostri siti per ottenere una carta deve compilare moduli, stamparli, firmare, inviarli: una user experience troppo frammentata». Tornatore propone un esempio dal Regno Unito, nazione molto più avanzata in questi ambiti. American Express, sottolinea il manager, ha una presenza diretta nel percorso di acquisto dei biglietti aerei dal sito British Airways. «Il viaggiatore si reca sul sito, richiede un biglietto e nel momento in cui deve effettuare il pagamento gli viene proposto l’acquisto di una carta American Express, che viene richiesta contestualmente. Se i controlli, tutti automatici, vanno a buon fine, il cliente riceve il numero della sua carta e lo può usare per la transazione. La tecnologia per questo tipo di servizi c’è, i vincoli sono di natura procedurale, normativa». American Express, spiega ancora Tornatore, sta lavorando su processi di acquisizione dei clienti single session, in cui le necessarie operazioni di identificazione e valutazione del cliente avvengono in un solo passaggio, attraverso una procedura di riconoscimento tramite bonifico e con firma digitale. In Gran Bretagna, esistono le stesse regole di precisa identificazione dei clienti, ma i controlli incrociati vengono demandati a “consumer reporting agency” che semplificano al massimo il percorso di acquisizione. Le verifiche sulla posizione creditizia e l’identità sono integrate. «In Italia, discutiamo troppo, spesso le regole per il digitale sono una mera trasposizione di quello che avviene nel mondo fisico. Abbiamo bisogno di un supporto legislativo diverso se vogliamo accelerare l’offerta di questi servizi».

 

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TECNOLOGIA E NORMATIVA

NO ALLE DUE VELOCITÀ

Lo stesso problema di “doppia velocità” tra evoluzione tecnologica e adeguamento normativo, è riconosciuto da un altro operatore bancario, Banca Popolare di Sondrio, rappresentato al tavolo dal suo responsabile per il governo del sistema informativo e innovazione, Marco Buratti. «Dobbiamo cercare di predisporre meglio il mercato verso questi strumenti. Se la tecnologia ha velocità e fluidità molto pervasive, l’attore bancario deve svincolarsi da time-to-market non abbastanza veloci. Il cliente corre dietro le tecnologie, si aspetta nuove cose, e sul versante offerta si rischia di non riuscire a stare al passo». Le aziende storiche di questo settore devono cambiare per contrastare la concorrenza di operatori over the top (OTT) capaci di agire in modo molto più tattico. «Occorre grande concentrazione su investimenti, ricorso a soluzioni quasi plug and play, e come si è visto in questi ultimi anni, forte cooperazione tra i vari attori per un più veloce time-to-market, puntando su situazioni capaci di generare fin da subito determinati volumi. Un esempio potrebbe essere costituito dagli strumenti P2P, per il trasferimento di fondi tra privati». Un modo per fare concorrenza a Paypal? Forse. «Magari introducendo strumenti innovativi sul nostro mercato» – ha risposto Buratti, subito confortato da Giulio Carmignato di Unicredit Business Integrated Solutions che ha ricordato i recenti test con soluzioni P2P “stile WhatsApp” che sfruttano l’infrastruttura europea SEPA. In Europa e fuori dall’Europa, ha aggiunto Buratti, le logiche vanno spesso nella direzione della disintermediazione dell’operatore bancario, che spesso viene coinvolto solo nella fase finale, quella che autorizza gli spostamenti dei soldi da un conto all’altro. «Penso per esempio a un operatore assicurativo che oggi può pensare di utilizzare formule pay per use su piattaforme proprie. In questo senso, c’è un enorme potenziale nella scatola nera a bordo delle auto, una tecnologia che generando molti dati può spalancare la strada a un mondo di servizi. Noi stiamo lavorando anche su concetti come il bancomat mobile per assicurare tutti gli aspetti di compliance. Anche per la cultura IT della banca, la mobilità rappresenta l’apertura di un fronte nuovo, un “terzo silos” di attività che si affianca a quello che è stato fatto per l’internet banking dei clienti aziendali e per l’home banking».

 

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PMI, UNA NUOVA CULTURA DEL PAGAMENTO

A questo punto della discussione, ha preso la parola Daniele Melato, direttore area grandi clienti di Corvallis, sviluppatore e system integrator che vanta una lunga storia di collaborazione con il settore bancario e assicurativo. Melato fa anche parte della commissione che, in Confindustria, segue il mercato dei servizi di pagamento. «Tutte le idee di cui stiamo discutendo oggi ci vedono coinvolti in prima persona come fornitori di servizio» – ha esordito Melato, lamentando una situazione in cui, l’Italia – malgrado infrastrutture di rete di pagamento all’avanguardia in passato – «non è riuscita ad avere un ruolo di leadership in Europa, consentendo ad altri Paesi di fare evoluzioni che ancora, a mio parere, non sempre sono all’altezza del nostro sistema». A proposito della confusione di ruoli che domina in una fase in cui tutti sembrano volersi costruire strumenti di pagamento ad hoc, ha detto Melato, certe operazioni richiedono «logiche di sicurezza, connessioni con entità abilitate ad accedere a informazioni sui conti correnti, possibilità di effettuare operazioni di addebito e accredito immediato». E queste sono le caratteristiche del sistema MyBank, una piattaforma europea di pagamento e identità digitale cui aderiscono già circa 150 tra banche e operatori di servizi di pagamento (PSP) e sulla quale Corvallis sta sviluppando una serie di servizi. Anche qui, il messaggio rivolto al settore bancario italiano è chiaro: piattaforme come MyBank sono aperte a organismi che promuovono una cultura del pagamento autonomo e disintermediato rispetto ai circuiti tradizionali. Le banche devono muoversi se non vogliono perdere competitività. «Molte evoluzioni in questo settore riguardano i privati» – spiega Daniele Melato. «Non c’è ancora una cultura dei servizi tra aziende piccole e medie. In ambito SEPA, vedremo novità anche nell’ambito dell’acquisto online dei titoli. Nel giro di due o tre anni potremo fare operazioni oggi impensabili».

A questo punto della tavola rotonda, il dibattito si è animato da un proficuo scambio di esperienze e idee da parte dei responsabili tecnologici e finance di imprese di produzione e servizio, direttamente interessate al pagamento virtuale come tool non solo transazionale ma anche di “customer relation”. Il primo a intervenire è stato Remo Gattiglia, CFO del Gruppo tessile Miroglio, una realtà, spiega Gattiglia, che vende 18 milioni di capi di abbigliamento all’anno (di proprietà del Gruppo, per esempio i negozi dell’insegna Motivi). Miroglio può ritenersi soddisfatta di una percentuale di transazioni in elettronico pari al 60%, ma ritiene che i margini di miglioramento siano ampi, tra gestione della quota rimanente di denaro fisico e semplificazione dei processi di registrazione delle fatture. «Una normativa più stringente, sia sulla fatturazione, sia sull’incentivazione delle transazioni elettroniche darebbe immediatamente grossi vantaggi a tutti» – ha detto Gattiglia.

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NEGOZI FISICI E VIRTUALI

UNA SOLA ESPERIENZA

L’intervento di Miroglio è diventato di estremo interesse quando Gattiglia si è addentrato nella descrizione della strategia commerciale del Gruppo, che punta moltissimo sull’integrazione delle esperienze online e offline. «Dobbiamo trasformare completamente la visione di negozio tradizionale. È giusto preservare quell’esperienza per determinati clienti, ma oggi, chi accede a uno dei mille negozi Miroglio ha sicuramente in tasca un dispositivo smart, si aspetta cose molto diverse». Il Gruppo pensa a servizi come un’offerta basata anche sulla conoscenza dei capi che il cliente ha acquistato in passato, e anche a una convergenza tra le funzioni sperimentate nei siti di e-commerce e le modalità di visita del punto vendita. Convergenza, conclude Gattiglia, che prevede anche l’eliminazione delle solite “aree cassa”, rimpiazzate da dispositivi e applicazioni che abilitano la stessa commessa a gestire la fase del pagamento della merce. Per Davide Surace, chief digital officer di Gruppo Effe 2005 (Feltrinelli), il sistema bancario dovrebbe adeguarsi in fretta ai criteri di immediatezza, approfondita conoscenza del cliente, flessibilità su cui i nuovi canali commerciali digitali costruiscono il loro crescente successo. «Noi digitali abbiamo una maggiore sensibilità nei confronti della experience e quello che vogliamo è ridurre al minimo i passaggi per i consumatori. Anche in Italia, Paypal è un caso di successo perché è riuscita in questa semplificazione». Dal racconto di Surace emergono i molti punti di forza, spesso semplici, della piattaforma di pagamento americana. Tra questi, il mero fatto di trasmettere al merchant sia le informazioni contabili sia le anagrafiche con l’indirizzo di spedizione della merce. «Per noi, produttori di contenuti digitali, è fondamentale un sistema che consente al cliente registrato di concludere tutto con pochi click. Surace ha fornito altri esempi di validi sistemi alternativi, come la recente iniziativa PowaTag, che vanta già 150 partner rilevanti in Italia, basato su tag di verifica del pagamento che possono essere trasmessi in formato grafico (QR Code) o audiovisivo, e ha messo l’accento anche sul grande fervore che altri player, come Google, stanno mostrando nei confronti dei pagamenti mobili. «Da incontri come questo – sottolinea Surace – mi aspetto che il sistema bancario ci dia una mano. Sui nostri siti possiamo integrare tutti i sistemi di pagamento che vogliamo, ma io devo chiedermi che credibilità possono avere? Con l’arrivo delle grandi banche italiane, il mondo dei pagamenti subirebbe una positiva accelerazione».

 

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UN POS VIRTUALE PER L’ARTIGIANO

La storia degli ultimi anni insegna che nel mondo digitale, la credibilità si può costruire molto in fretta. E lo stesso Surace riconosce che il pubblico sembra essere “affamato” di soluzioni innovative al punto di essere disposto ad affidarsi a brand non ancora consolidati ma efficaci. Alla nostra tavola rotonda, Orlando Merone, fondatore, presidente & UxD di Solo ha interagito con i rappresentanti di alcuni tra le principali realtà bancarie nazionali e internazionali, ma la società di servizio da lui fondata, Solo, è una startup che ha solo un anno di vita. Solo, spiega Merone, ha sviluppato una piattaforma basata su un PSP francese. «Abbiamo in pratica realizzato una architettura di API il cui primo prodotto è un terminale POS virtuale che consente a professionisti, artigiani e piccole imprese di fatturare e ricevere un pagamento con carta di credito e debito, condividendo con il cliente un semplice link. Le richieste di pagamento possono essere inviate via mail, sms, WhatsApp, o essere associate a un QR Code». Tutto estremamente flessibile e a costo ridotto per il merchant. Merone afferma che il vantaggio di Solo sta nell’aver eliminato la necessità di terminali hardware e di costose registrazioni. Con Solo il venditore deve semplicemente ottenere un identificativo utente. Il sistema crea un wallet elettronico verso cui il payment service provider farà confluire i fondi che gli acquirenti autorizzeranno, sempre con pochi click, dalle loro carte di pagamento. Dal wallet, il denaro può essere trasferito al conto corrente di appoggio. «Il nostro obiettivo era andare incontro a un’ampia fascia di commercianti che pur non disponendo di un POS, che magari non possono permettersi di avere, si trovano a dover accettare pagamenti elettronici. La nostra soluzione è semplice, trasparente, richiede una unica fee di utilizzo, da versare solo quando si usa il sistema». Un altro modo, insomma, per contribuire a fare “cultura di innovazione pratica” e promuovere strumenti che prestissimo, sostiene Merone, diventeranno ordinari».

A dispetto del loro potenziale futuro, tutti gli strumenti al centro del dibattito, al momento devono calarsi in una realtà che mostra evidenti sacche di resistenza. Lo ha ricordato Nicola Gasperini, amministratore delegato di HSE24, il canale televisivo interamente dedicato allo shopping. «Studio il settore da 15 anni e dal punto di vista dei pagamenti non sono cambiate molte cose. I nostri clienti sono bravissimi con la multicanalità, ma lo strumento dominante quando si tratta di pagare è il contrassegno». E la conseguenza di questo squilibrio, ha precisato Gasperini, costi a parte, è anche un margine più elevato di merce non consegnata, che si traduce in un mancato incasso. «Per HSE24, il solo pagamento con carta di credito potrebbe significare il 5% di consegnato in più»  – ha spiegato l’AD, aggiungendo che i tentativi di incentivare formule diverse, anche attraverso sensibili sconti sul prezzo finale, non hanno dato i risultati sperati. Una situazione sorprendente se si pensa, ha concluso Gasperini, che il cliente delle televendite dimostra di apprezzare la multicanalità della relazione, segue le aste sullo schermo tv, utilizza il web per approfondire: il cliente multicanale, secondo valutazioni interne, arriva a spendere tre volte più della media.

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IL DOMINIO DEL CONTRASSEGNO

La spesa in contrassegno, tuttavia, non è affatto legata al target di vendita, che nel caso di HSE24 è molto femminile. Edenred, il gruppo leader sul mercato dei buoni pasto (suo il celeberimmo brand Ticket Restaurant), osserva dinamiche molto simili nella relazione con i suoi clienti, le aziende che acquistano i blocchetti di buoni pasto cartacei. Davide Blanchetti, ICT manager della società, ha rilevato le stesse forme di avversione nei confronti di strumenti di pagamento alternativi, almeno fuori dalla cerchia delle grandi organizzazioni, molto più orientate a processi strutturati e automatizzati. «Anche noi, per questo stesso motivo, abbiamo avviato progetti di facilitazione dell’acquisto online dei buoni». Ma l’aspetto della dematerializzazione interessa particolarmente a Edenred là dove la sostituzione della carta riguarda non tanto la transazione commerciale col cliente, ma il buono pasto stesso, in un settore che si sta chiaramente spostando verso modalità di “couponing” e di buoni elettronici. «La tecnologia era pronta qualche anno fa su cose più classiche come le card – oggi – è abilitante su modi ancora più virtualizzati» – ha affermato Blanchetti. «Ma questa tecnologia dev’essere supportata dalla normativa. Un esempio su tutti, da luglio di quest’anno entra in vigore in Italia la defiscalizzazione del ticket elettronico a sette euro (margine più ampio di quello riservato al ticket cartaceo – ndr). Molte aziende che hanno il cartaceo saranno propense allo spostamento verso l’elettronico, o almeno così auspichiamo perché siamo orientati a questo stesso modello di business. Il binomio normativa e tecnologia deve procedere di pari passo. Lo vediamo nel campo del mobile POS: una spinta molto forte che non è ancora adeguatamente supportata».

 

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IL PAGAMENTO È MOBILE

Il grande tema del pagamento in mobilità non può non coinvolgere un brand dominante come Samsung Electronics. Il colosso coreano, fresco del lancio della propria piattaforma di pagamento mobile, Samsung Pay, è intervenuto attraverso il suo product & solution director in Italia (dove il brand ha circa il 70% di quote di un mercato stimato in 20 milioni di smartphone venduti ogni anno), Antonio Bosio, il quale ha messo in evidenza lo sforzo compiuto per abilitare, a livello di terminale utente, tutte le applicazioni emerse nel corso della discussione, spesso affrontando grossi dilemmi di posizionamento di prezzo. «Un esempio è la tecnologia NFC, che abbiamo scelto di implementare anche nei dispositivi entry level, nonostante la loro bassa marginalità». Dal punto di vista di Samsung, ha continuato Bosio, il vero digital divide non riguarda le questioni infrastrutturali o di disponibilità di banda. Il tema riguarda piuttosto i servizi, potenzialmente accessibili, ma sottoutilizzati. «Ci sono persone che hanno una grande alfabetizzazione tecnologica ma per motivi propri, diversi, semplicemente non utilizzano, non vogliono utilizzare le app» – ha detto Bosio. «I dati rilevati dai nostri clienti dicono che in media se ne installano trenta su ogni smartphone, ma solo cinque sono quelle veramente sfruttate. Contro questo fenomeno, dobbiamo adottare un approccio di sistema. Quello per silos verticali, in cui ognuno si fa le proprie cose, non semplifica la vita degli utenti». Per contribuire a questa visione più integrata, ha ricordato ancora Bosio, Samsung non sta facendo leva solo sugli smartphone: anche la componente smart tv assume una importanza crescente. «Infine, il pagamento digitale non deve essere percepito come eccezione in un mondo che rimane fisico. Per questo Samsung concepisce diverse soluzioni professionali verticalizzate sul commercio retail, per favorire un’esperienza utente che non diventi digitale solo nel momento di effettuare il pagamento».

Anche Francisco “Paco” Souto, CIO di Alpitour, ha osservato la presenza di una barriera culturale a un impiego più disinvolto di strumenti virtuali, riconducendoli in parte anche a una problematica finora ignorata dal nostro panel: la fiscalità. «A una transazione commerciale corrisponde l’emissione di una fattura e questo semplice meccanismo non è ancora calato completamente nella realtà italiana. Poi, c’è la realtà legislativa. Il legislatore è sempre indietro e non parlo solo delle norme relative al pagamento in sé, ma di privacy, di tutte le operazioni al contorno di una transazione, sempre troppo complessa. Ho vissuto lunghe esperienze in Spagna, Portogallo e anche qui in Italia: le cose non cambiano mai molto e questo mi preoccupa». Alpitour movimenta qualcosa come 600mila viaggi all’anno e nei momenti di picco si supera la soglia di mille pratiche di viaggio accese al giorno. «La relazione con il cliente non si esaurisce con il pagamento, ma esiste – secondo Souto – un prima, un durante e un dopo». Si tratta, ha osservato ancora il CIO di Alpitour, di clienti che ancor più che “multicanali” sono ormai “omnicanali”. «Il cliente comincia da un canale, passa all’altro, rientra da un’altra parte. E Alpitour alterna continuamente tra transazioni B2C e B2B». Un contesto sfidante, che non vede ancora la luce di una autentica semplificazione. Souto ha citato alcune delle difficoltà che rendono i suoi processi interni una corsa a ostacoli, dal problema dei limiti di importo sulle carte di credito ai costi di integrazione che Alpitour deve affrontare per poter garantire al cliente l’accesso a diversi strumenti e circuiti, «perché manca una singola figura di incumbent che possa agire da intermediario». C’è anche un’osservazione che riguarda la scarsa propensione all’uso di servizi e app. Souto ha rilevato una preoccupante mancanza di consapevolezza, tra i consumatori, in materia di sicurezza dei dispositivi mobili e ha concluso il suo intervento citando anche il problema dei costi della connettività mobile.

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TANTI PLAYER, UN SOLO CLIENTE

In chiusura di tavola rotonda, è arrivato l’intervento di Alessandro La Rocca, head of the organizational structure innovation plans and sales integration – strategic planning head office di Trenitalia Gruppo FS. Forte di una lunga esperienza di digitalizzazione delle relazioni con gli utenti dei grandi player del mondo dei trasporti, avendo anche gestito la realizzazione del primo sito di e-commerce di Alitalia, La Rocca è in grado di delineare una efficace sintesi dei nodi che si frappongono alla creazione, in Italia, di un vero sistema integrato e convergente di e-, mobile- e physical commerce. Apprezzando il fatto che il dibattito ha definitivamente sancito la necessità per aziende e organizzazioni di avere dei responsabili infrastrutturali capaci di parlare anche il linguaggio del business, La Rocca ha evidenziato l’opportunità di calare la maschera su un’ipocrisia di fondo che si aggiunge ai diversi problemi tecnici, di regolamentazione di privacy. Questa ipocrisia si chiama frammentazione. Tutte le aziende affermano di vedere il cliente al centro, ma è un cliente che viene passato di mano in mano come pacco sigillato, di cui ogni volta bisogna ricostruire la storia. «Le normative in vigore fingono di considerare esclusivo il rapporto che ho con il mio cliente. Peccato che dopo mezz’ora, questa stessa persona diventa cliente di un altro, e di un altro ancora. Abita sempre nella stessa via, ha in tasca le stesse carte di credito, che fanno riferimento allo stesso conto corrente. Dobbiamo finalmente decidere quali devono essere gli standard per una autentica “interoperabilità” del cliente» – ha esortato La Rocca. Solo la possibilità di mettere a fattore realmente comune anagrafiche e informazioni sul comportamento del consumatore può aprire la strada a un nuovo sistema di relazione tra fornitore e cliente. «Il tipping point è spingere verso una normativa che consenta di condividere i dati in maniera sicura e controllata dall’utente, per gestire il cliente quando ha scelto di entrare in un negozio Samsung o in una boutique Miroglio, con semplicità e naturalezza. E se proprio qualcuno vuole pagare cash pagherà in contanti». Il vettore, ha concluso La Rocca, sta seguendo diversi progetti ispirati a uno scenario condiviso, come carte regionali che consentono di usufruire di treni e trasporti locali con un unico documento di viaggio elettronico, o un ambizioso piano per la conversione del valore dei punti di fidelizzazione che davvero consenta al titolare di fidelity card di usufruire di premi e sconti nell’intero ecosistema dei partner di questo programma Trenitalia.

Chissà che da un incontro come questo, così vivace e informativo, non possano scaturire future iniziative capaci di favorire la nascita di una vera e propria piattaforma integrata e di una vision condivisa. Un manifesto per il commercio del futuro.

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Città intelligenti. Ma non per caso https://www.datamanager.it/2015/09/citta-intelligenti-ma-non-per-caso/ Mon, 21 Sep 2015 13:42:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82857 L’irresistibile attrazione delle città intelligenti. Ma basta tutto l’arsenale di auto elettriche, pannelli fotovoltaici, e videocamere diffuse per rendere una città davvero smart? Capri smart city? Lo studio di fattibilità pre-operativo proposto a titolo gratuito dalla fondazione Matching Energy Foundation (con il sostegno del CNR, Politecnico di Milano, Università di Genova e Università Federico II […]

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L’irresistibile attrazione delle città intelligenti. Ma basta tutto l’arsenale di auto elettriche, pannelli fotovoltaici, e videocamere diffuse per rendere una città davvero smart?

Capri smart city? Lo studio di fattibilità pre-operativo proposto a titolo gratuito dalla fondazione Matching Energy Foundation (con il sostegno del CNR, Politecnico di Milano, Università di Genova e Università Federico II di Napoli) prevede di allestire nell’isola del golfo di Napoli un sistema integrato di energia rinnovabile, internet Wi-Fi per tutti, trasporti elettrici e videosorveglianza.

La notizia del progetto pilota (e quindi sperimentale e temporaneo) di per sé è solo l’ultima di una serie di annunci che vedono le città italiane sulla strada verso la smartness.

La notizia nella notizia – però – è un’altra. E riguarda la quantità di soluzioni tecnologiche associate: come se bastasse una lista della spesa per definire la ricetta perfetta della città intelligente.


#smartcity Basta l’arsenale tecnologico per rendere una città davvero smart? @urbanocreativo
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Auto elettriche, pannelli fotovoltaici e videocamere diffuse fanno di un territorio un luogo più smart? Chi di voi è stato a Londra negli ultimi anni, si sarà accorto che le strade sono piene di videocamere di sorveglianza: servono a distinguere la velocità in strada, il comportamento del guidatore, a rendere più sicure carreggiate e marciapiedi da incidenti, furti o aggressioni.
In cambio, i londinesi hanno accettato di essere sempre controllati, in ogni momento della loro esperienza urbana. Che stiano guidando verso l’ufficio, facendo jogging o passeggiando con la fidanzata mano nella mano, ogni dato viene raccolto e analizzato. Un cervello centrale distingue tra comportamenti corretti e comportamenti sanzionabili.

Educazione o controllo?

Il rischio di questi progetti è di trasformare il cittadino in una specie di bambino pronto a compiere una marachella, che il “vigile elettronico” è subito pronto a registrare, analizzare e sanzionare. In chi amministra la città, dovrebbe essere chiara la differenza tra gestione ottimizzata della mobilità, controllo preventivo e reperimento delle risorse per le casse comunali.
Il sistema di controllo elettronico della velocità di Autostrade per l’Italia si chiama “Tutor” – in pratica – un vero e proprio baby sitter. è vero che ha contribuito a ridurre sensibilmente la velocità media sulle autostrade nazionali, ma riprende l’idea che i guidatori sulla strada siano sicuramente incapaci di stare alle regole senza un controllo “dall’alto”. Insomma, smart non vuol dire tecnologico ma intelligente. Bisogna quindi – quasi dieci anni dopo le prime applicazioni progettuali della smart city – concentrarsi sull’introduzione di nuovi comportamenti attraverso processi inclusivi e di contenuto, senza focalizzarsi su tecnologia e aspetti sanzionatori. L’educazione è la parte centrale dei progetti smart: coinvolgere la cittadinanza nelle soluzioni scelte per il futuro è vitale per il loro successo. Le zone 30 per la moderazione del traffico nella viabilità urbana richiedono a tutti uno sforzo di attenzione, ma migliorano sensibilmente la qualità della vita dei bambini e delle persone in città. Nel parco, le aree Wi-Fi Free hanno poco senso se la piovosità della zona è di 270 giorni su 365 l’anno. La smart city esiste, dove ci sono cittadini smart, che poi interagiscono con il territorio in un modo smart, unico per ogni territorio, perché risponde al Genius loci, allo spirito del luogo.


#smartcity Cittadini & tecnologia: educazione o controllo? @urbanocreativo
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Cittadini & tecnologia

L’esempio è Melbourne. Per promuovere l’attenzione dei cittadini verso il verde urbano, i funzionari del settore Ambiente hanno assegnato un numero identificativo e un indirizzo email a ciascun albero. Il progetto è parte di un programma ideato per rendere più agevole ai cittadini di segnalare problemi come rami pericolosi. Quello che ha stupito l’amministrazione australiana è la conseguenza non voluta ma positiva per cui la gente ha fatto di più che segnalare i problemi: hanno proprio scritto direttamente agli alberi, che così hanno ricevuto migliaia di messaggi.
Arriva di tutto: dai saluti banali, alle domande di attualità, alle lettere d’amore ai dilemmi esistenziali.

Appena svegli, inviare una mail al “Caro Olmo” è sicuramente indizio di un rapporto innovativo con il proprio territorio. Non meno smart del dato proveniente da un sensore urbano. Di certo, indice di una nuova interazione tra cittadino, tecnologia e città.

di Emanuela Donetti @urbanocreativo

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Tra networking e unicorni https://www.datamanager.it/2015/09/tra-networking-e-unicorni/ Mon, 21 Sep 2015 09:49:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82829 Il make money non può essere più l’unica strategia dei VC. In un panorama di crescita e di rinnovamento, la nuova frontiera è la rete di relazioni Chi dice che i venture capital (VC) siano solo orientati alla filosofia del “make money” dovrebbe ricredersi. Siamo sempre stati abituati a inquadrare i VC in un’ottica prettamente […]

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Il make money non può essere più l’unica strategia dei VC. In un panorama di crescita e di rinnovamento, la nuova frontiera è la rete di relazioni

Chi dice che i venture capital (VC) siano solo orientati alla filosofia del “make money” dovrebbe ricredersi. Siamo sempre stati abituati a inquadrare i VC in un’ottica prettamente capitalistica, ma forse non è più sufficiente. Una strategia orientata al profitto va bene, ma se nel suo percorso non è guidata anche da un sapiente networking, non può pretendere di ambire a grandi risultati. Ma di cosa si tratta?

Le relazioni – ovvero – il cosiddetto networking sta guadagnando terreno anche nel mondo del capitale di rischio. Se ci fosse una lista dei “padrini” del social networking, il nome di Reid Hoffman sarebbe uno dei primi in elenco. Conoscete tutti LinkedIn, vero? Ecco, Hoffman è uno dei cofondatori del noto social network professionale, nonché uno dei primi investitori di Facebook quando questa valeva solo cinque milioni di dollari. Non è sorprendente pertanto il fatto che Hoffman stia cercando delle vie per realizzare una maggiore integrazione tra il mondo dei venture capital e quello dei social network. Greylock Partners, la società di cui Hoffman è un partner di investimento, ha recentemente lanciato una serie di eventi per promuovere il networking professionale nella Silicon Valley.


#venturecapital “make money” non può essere l’unica strategia dei VC
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Rete di talenti

Si tratta di gruppi di persone in diversi settori tecnici come design, big data, ingegneria delle infrastrutture, crescita degli utenti, analisi dei dati e sicurezza della rete. Ogni Community dispone di una media di 40 persone, che si riuniscono a spese di Greylock.

La maggior parte dei membri delle comunità (accessibile solo su invito) è costituita da product manager, ingegneri ed esperti tecnologici di aziende in rapida crescita della Silicon Valley, tra cui Facebook, Google, Apple, Salesforce e Twitter. Solo il 30% di ogni gruppo dispone di un fondatore o dipendente di una società in cui Greylock ha investito. Ma perché iniziare proprio ora? Hoffman dice che la tempistica è stata influenzata dalla rapida crescita nell’ecosistema della Silicon Valley. «La Silicon Valley sta diventando una rete sempre più intensa» – ha dichiarato in un’intervista a Fortune. «Le community sono un modo per rendere più facile l’incontro tra i talenti e gli investitori».

Solo lo scorso anno, Greylock ha tenuto 26 eventi e quest’anno, l’azienda prevede di tenerne almeno 75. Gli eventi in questione hanno un tasso di risposta e di presenza più alto del 90% e contano di solito mille partecipanti attivi. Lia Napolitano, ex designer di Apple, che ha lavorato su Siri, è stata invitata come uno dei fondatori della comunità del design, mentre stava ancora lavorando alla Apple. è stato un modo per parlare di nuove sfide e nuovi progetti all’insegna della creatività e quando ha lasciato la compagnia, non ha avuto problemi a trovare nuovi contratti di lavoro.


#venturecapital La nuova frontiera è la rete di relazioni e talenti
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Rete di relazioni

Per Greylock, la Community non è puramente un gioco di rete. L’azienda è anche il collegamento con i futuri imprenditori, che potrebbero creare la successiva impresa in cui investire.

«Io credo nelle reti, nelle relazioni» – ha detto Hoffman. «E penso che il prossimo passo nell’evoluzione del capitale di rischio sia creare networking all’interno dei VC». Hoffman è consapevole che la Silicon Valley stia attraversando un periodo di grande crescita. Il numero di aziende che si stanno creando e trasformando a livello globale non conosce precedenti nella storia. L’unico posto in cui si sta verificando una crescita simile è la Cina, dove – non c’è bisogno di dirlo – è stato fondato un VC dedicato esclusivamente a finanziare le startup unicorno. Si tratta dell’Unicorn Capital Partners che ha già raccolto 12 milioni di dollari per finanziare le aziende tecnologiche in Asia. Unicorn Capital Partners si concentra prevalentemente sugli investimenti e sulle partnership con i VC più consolidati e con quelli emergenti.

Anche nella Silicon Valley è stata registrata una crescita del numero di unicorni, soprattutto nel settore della tecnologia. L’incredibile aumento delle valutazioni delle startup potrebbe essere il segno di una bolla tecnologica incombente, forse speculare alla bolla delle Dot-com di fine degli anni 90.

Si potrebbe obiettare, ora, che la Silicon Valley potrebbe essere due o tre volte più grande di quanto non sia, ma a quale scopo? Forse le cose non cambierebbero molto. Secondo Hoffman gli unicorni possono fare la loro comparsa soltanto in un ambiente di scarsità e rarità. Un affollamento di unicorni renderebbe impossibile avvistarne uno. Hoffman è convinto che in questo momento siamo circondati da una generale euforia. Ovunque, si brinda a valutazioni di miliardi e miliardi di dollari, ma solo alcune di queste valutazioni corrispondono ad aziende effettivamente in grado di trasformarsi ed evolversi.


#venturecapital @bgurley : «Vedrete alcuni unicorni morti quest’anno»
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Capitali di rischio

Recentemente, diversi investitori – tra cui Bill Gurley di Benchmark e Sam Altman di Y Combinator – hanno espresso la loro preoccupazione per l’attuale stato di finanziamento del capitale di rischio. Gurley ha avvertito che «una completa assenza di paura» nella Silicon Valley ha già condotto le imprese di capitale di rischio ad assumere grossi rischi sul tech («Io credo che vedrete alcuni unicorni morti quest’anno»). Bisogna stare attenti a mantenere il giusto rigore nel processo di crescita delle startup selezionate. L’euforia iniziale non può tradursi in una generale incuranza riguardo l’investimento effettuato. Soltanto un’attività di monitoraggio costante può portare a ottenere exit di cospicua dimensione. Lo stesso processo selettivo deve adottare criteri più rigidi, in maniera tale da offrire opportunità di investimento soltanto a quelle aziende che abbiano il potenziale di cambiare il mondo.

In tal senso, secondo Hoffman, un grande potenziale sarebbe da riconoscere ai bitcoin, in quanto tra una decina di anni ci potrebbero essere diverse criptomonete sulla cui struttura rimodellare anche il sistema economico. La grandezza dei bitcoin risiede nel loro software open-source, nella loro tecnologia che si può adattare a qualsivoglia servizio.


#venturecapital @simeoneantonio1 : «Gli unicorni non sono per tutti. Solo i più attenti possono avvistarli»
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Scenario positivo

In ogni caso, nonostante le previsioni di potenziali bolle in avvicinamento, per ora si riscontrano nel settore del capitale di rischio ancora risultati positivi.

Secondo un’analisi di Fortune, i VC hanno investito più soldi nell’ultimo trimestre rispetto a qualsiasi altro periodo a partire dal 2007. I VC statunitensi hanno raccolto ben 10,3 miliardi di dollari per 74 fondi nel secondo trimestre del 2015, secondo i dati diffusi da Thomson Reuters e National Venture Capital Association. In pratica, si tratta del trimestre più forte per la raccolta di fondi da parte dei VC da prima della crisi finanziaria. Rispetto ai primi tre mesi del 2015, è stato registrato non solo un aumento del 39% del dollaro, ma anche un aumento del 10% del numero di fondi. Inoltre, è interessante notare che nel secondo trimestre del 2015 sono stati inclusi 31 fondi per la prima volta: il più alto numero registrato a partire dall’inizio del 2014.

Networking, relazioni, euforia e numeri elevati tracciano un panorama abbastanza positivo per i VC. Occorre – però – mantenersi vigili per non perdere l’occasione delle grandi exit. Gli unicorni non sono per tutti e solo i più attenti possono avvistarli.

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Nuove sfide per le HR https://www.datamanager.it/2015/09/nuove-sfide-per-le-hr/ Mon, 21 Sep 2015 08:33:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82752 Il tema della riduzione dei costi, al centro dell’attenzione dell’IT negli ultimi anni, ha contribuito non solo a rendere più efficienti i processi, ma ha spinto verso una maggiore efficacia. Per ManpowerGroup, le risorse umane sono l’asset più strategico del processo di business e hanno la stessa importanza del cliente esterno. Il lavoro è sempre […]

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Il tema della riduzione dei costi, al centro dell’attenzione dell’IT negli ultimi anni, ha contribuito non solo a rendere più efficienti i processi, ma ha spinto verso una maggiore efficacia.

Per ManpowerGroup, le risorse umane sono l’asset più strategico del processo di business e hanno la stessa importanza del cliente esterno. Il lavoro è sempre più liquido e rispetto al modello di “fabbrica” tradizionale – oggi – le prestazioni vengono erogate senza una postazione fissa e secondo tempi e modalità in continua evoluzione. L’esperienza di Manpower dimostra come sia possibile ottimizzare i processi non solo per ridurre i costi di gestione del personale, ma per rendere più produttivo lo scambio di informazioni e la collaborazione tra i dipendenti. Come Official HR Premium Partner di Expo Milano 2015, per rendere più efficiente la pratica della timbratura, abbiamo disegnato un processo che si avvale di un portale dedicato e di una app.


#HR Andrea Cervino @ManpowerGroupIT : Qualità, efficienza e precisione @Expo2015Milano
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Grazie all’utilizzo di questi strumenti, Manpower ha digitalizzato il processo di gestione delle presenze e il monitoraggio degli accessi dei propri lavoratori impegnati nel perimetro dell’area.

Tra le esigenze principali di Expo c’era quella di dimostrare che i processi di recruitment erano stati eseguiti in assoluta trasparenza e oggettività. Per rispondere a questa necessità, abbiamo implementato una soluzione di applicant tracking system (ATS), per i processi di recruiting e di process outsourcing, utile a raccogliere e condividere con il cliente tutte le informazioni per più di 150mila curricula raccolti e selezionati su specifici indicatori di valutazione.


#HR Andrea Cervino @ManpowerGroupIT : Un’app per ottimizzare i processi HR @Expo2015Milano
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Abbiamo inoltre sviluppato delle app di servizio per lo staff Expo contenenti un repository di procedure organizzative per tutto il sito dell’esposizione. Inoltre, abbiamo creato una community social dei lavoratori Expo per raccogliere feedback in tempo reale e un sistema di pianificazione complesso dei turni del personale. Il cloud computing rappresenta la naturale leva abilitante per progetti di questo tipo. La formula del private cloud rappresenta ormai una tecnologia matura e non ci sono più le resistenze che si potevano avere fino a cinque anni fa in termini di accesso ai dati e sicurezza. Anzi, questo tipo di modello ci permette di puntare al servizio senza l’onere dell’infrastruttura. La visione tecnologica di Manpower rispecchia questa visione agile di organizzazione e si traduce in tre parole chiave: qualità, efficienza e precisione. Per migliorare efficienza e precisione, abbiamo lavorato molto sulla firma digitale forte per l’attivazione dei contratti anche in mobilità e sull’integrazione diretta con sistemi dei clienti, attivando processi di trasferimento dei nostri dati – per esempio – nel ciclo di fatturazione, nelle procedure amministrative in materia di lavoro o nel caso della scomposizione delle voci di costo dei servizi erogati.


#HR Andrea Cervino @ManpowerGroupIT : Innovazione, non solo cost saving @Expo2015Milano
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Anche in altri contesti aziendali, la gestione dei lavoratori tramite app consente di rilevare le presenze del personale esclusivamente in entrata e in uscita nel pieno rispetto della privacy e senza necessità di installare software ad hoc. Scaricando l’app sul proprio smartphone, il lavoratore può convalidare la propria presenza autonomamente, facendo il check-in dal proprio cellulare. Accedendo con le proprie credenziali al portale, si possono verificare in tempo reale la situazione e lo storico delle timbrature, e inserire i giustificativi d’assenza o di straordinario. Se le forme del lavoro sono destinate a cambiare, con un impatto non sempre prevedibile su economia e società, i responsabili delle risorse umane si trovano ad affrontare nuove sfide, tra queste, in primo luogo, quella di attrarre e trattenere i talenti per fare la differenza. L’innovazione tecnologia può essere un alleato importante per vincere questa sfida, mantenendo al centro le persone.

Andrea Cervino direttore IT di ManpowerGroup Italia

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Gruppo Hera, la multiutility del futuro https://www.datamanager.it/2015/09/gruppo-hera-la-multiutility-del-futuro/ Fri, 18 Sep 2015 14:06:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82812 I sistemi informativi a supporto del business della multiutility costituiscono una delle leve indispensabili per l’ottimizzazione dei processi necessari all’erogazione di servizi sempre più innovativi  Il Gruppo Hera è tra le prime multiutility italiane e opera in servizi di primaria utilità, fondamentali a garantire lo sviluppo del territorio e delle comunità. Offre servizi in ambito ambientale, […]

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I sistemi informativi a supporto del business della multiutility costituiscono una delle leve indispensabili per l’ottimizzazione dei processi necessari all’erogazione di servizi sempre più innovativi 

Il Gruppo Hera è tra le prime multiutility italiane e opera in servizi di primaria utilità, fondamentali a garantire lo sviluppo del territorio e delle comunità. Offre servizi in ambito ambientale, energetico e idrico. Miglioramento continuo e innovazione sono tra i principi di funzionamento che governano il Gruppo a tutti i livelli: tecnologico, organizzativo, gestionale e di processo.

Abbiamo intervistato Piera Fasoli, direttore dei sistemi informativi Hera, vincitrice nei mesi scorsi dei prestigiosi premi CIONET Italia Award nella categoria CIO Technology Driven e European CIO of the year nel settore pubblico, assegnati da giurie composte da esponenti del mondo IT, economico, business e media sia a livello nazionale sia internazionale. I criteri di selezione hanno tenuto conto delle capacità del CIO non solo di realizzare progetti di valore con un forte impatto sulla competitività e sull’innovazione dell’organizzazione, ma anche di adeguare la strategia IT per soddisfare le esigenze di business e gestire in modo efficace le priorità.


#IT_transformation Piera Fasoli #gruppohera L’evoluzione dei sistemi informativi in una “local multiutility”
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Data Manager: Qual è il contesto aziendale del Gruppo Hera?

Piera Fasoli: Fin dalla nascita, nel 2002, Hera ha rappresentato la prima esperienza nazionale di aggregazione di aziende municipalizzate (11, operanti in Emilia-Romagna), dando vita a un’unica multiutility, capace di creare una vera e propria “industria dei servizi pubblici”. Nel tempo, Hera ha intrapreso un cammino di crescita costante ed equilibrata, incorporando nel Gruppo altre società attive negli stessi ambiti ma in territori limitrofi. Oggi, Hera è una delle maggiori local utilities italiane e opera principalmente nei settori Ambiente (raccolta e trattamento rifiuti), Energia (distribuzione e vendita di energia elettrica e gas) e Idrico (acquedotto, fognature e depurazione). Nel Gruppo, lavorano oltre 8.500 dipendenti, impegnati ogni giorno nel rispondere ai molteplici bisogni di oltre 4,4 milioni di cittadini. I comuni serviti sono oltre 350, localizzati prevalentemente delle regioni Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Friuli Venezia Giulia.


#IT_transformation Piera Fasoli #gruppohera I CIO devono dimostrare di essere all’altezza del loro ruolo
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Come sono organizzati i sistemi IT e qual è il valore aggiunto in una multiutility?

I sistemi informativi di Hera sono gestiti dalla Direzione Sistemi Informativi (DSI), che fa parte della Direzione Centrale Innovazione. Con 130 risorse interne, la Direzione Sistemi Informativi è organizzata in tre funzioni di linea: due dedicate alla progettazione e sviluppo di sistemi e soluzioni a supporto del business, più una funzione dedicata alle attività di IT Operations (esercizio e manutenzione). Sono presenti inoltre due funzioni di staff dedicate rispettivamente al Presidio dell’Integrazione Sistemi delle diverse realtà presenti nel Gruppo e alle Strategie e Architetture IT. I sistemi informativi a supporto del business di una multiutility come Hera, che opera su più aree di business in un territorio molto vasto e in un contesto di mercato (libero e regolato) sempre più complesso e competitivo, costituiscono una leva indispensabile per l’ottimizzazione dei processi di business necessari all’erogazione di servizi sempre più efficaci, efficienti e innovativi per i clienti del territorio.


#IT_transformation Piera Fasoli #gruppohera La sfida è sfruttare al meglio le tecnologie disponibili
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Quali sono stati i principali progetti realizzati e quali quelli da realizzare in futuro?

I progetti IT realizzati nel corso dei tredici anni di vita del Gruppo sono stati molteplici, contribuendo in modo significativo alla sua crescita fin dai primi anni. L’adozione del sistema ERP (con la verticalizzazione per il settore utility) e del sistema CRM per la gestione di tutti i processi aziendali, trasversali, delle operations e commerciali ha costituito la prima tappa di un lungo e complesso percorso di informatizzazione del Gruppo. Infatti, attraverso i progetti che hanno progressivamente consolidato i sistemi delle diverse realtà territoriali acquisite dal Gruppo, dotate di sistemi propri, in un unico insieme di sistemi Enterprise centralizzato, si è arrivati a sviluppare progetti con forti connotati di innovazione tecnologica, passando dalla informatizzazione dei processi e dalle attività di Work Force Management fino a Hergo Ambiente, il sistema informativo “intelligente” a supporto dell’esecuzione sul campo e dell’ottimizzazione dei processi dei servizi ambientali per la raccolta rifiuti. Per quanto riguarda il futuro, e in particolar modo nell’ambito del piano industriale quinquennale del Gruppo Hera, i sistemi informativi si confermano una leva importante per il raggiungimento degli obiettivi di consolidamento e crescita attraverso un percorso caratterizzato da innovazione, eccellenza ed efficienza di ogni singola attività sia interna sia rivolta al territorio di cui Hera, con i propri servizi, fa parte integrante. Gli sforzi progettuali saranno quindi volti a supportare al meglio questo percorso nel rispetto delle normative di settore e degli obiettivi di sostenibilità che l’azienda si è data.


#IT_transformation Piera Fasoli #gruppohera Lenta, la trasformazione organizzativa delle strutture IT
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Dal suo punto di vista privilegiato come vede lo scenario IT sia dal punto di vista tecnologico e sia organizzativo?

Mai come in questo momento, le tecnologie sono innovative e largamente disponibili: la sfida è utilizzarle al meglio e indirizzarle verso le priorità di business e di vera innovazione per competere su un mercato complesso e sempre più “digitale”. Più lenta è invece la trasformazione “organizzativa” delle strutture IT e del business, che devono lavorare sempre di più in stretta simbiosi: per questo, dall’anno scorso, abbiamo avviato il rafforzamento dell’area di Demand Management all’interno della struttura IT con risorse provenienti dalle varie aree di business.

Il ruolo del CIO si è evoluto molto negli ultimi anni. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Il ruolo del CIO si è evoluto negli anni perché i sistemi informativi sono diventati un elemento strategico per il business. Per il futuro, dobbiamo dimostrare di essere all’altezza di questo ruolo e soprattutto di essere in grado di anticipare e facilitare l’adozione delle grandi potenzialità della “trasformazione digitale” all’interno delle nostre aziende.

Lei ha vinto premi in Italia e in Europa grazie al suo lavoro e a quello del suo team. Qual è stato il progetto più importante al quale avete lavorato di recente?

Abbiamo lavorato molto al progetto di rinnovamento delle tecnologie al servizio della raccolta dei rifiuti urbani: un nuovo modello che fa dialogare i sistemi centrali dell’azienda con quelli di campo, sul territorio, soprattutto attraverso dispositivi mobili. In particolare, sui mezzi per la raccolta dei rifiuti sono stati introdotti dei computer di bordo, dotati di collegamento dati e antenne di rilevamento. E il personale addetto è stato dotato di smartphone per la ricezione e la rendicontazione degli ordini di raccolta e spazzamento. Si tratta di un progetto su cui abbiamo lavorato per più di un anno con diverse funzioni aziendali, investendo tempo e risorse perché crediamo che l’innovazione tecnologica sia l’arma vincente per migliorare in efficienza e razionalizzare i costi a beneficio di tutta la comunità.

 


 

PIERA FASOLI STORY

Inizia la sua carriera in Andersen Consulting. Dal 1990, è dirigente con responsabilità di gruppi di lavoro di consulenza aziendale presso importanti gruppi multinazionali e italiani in diversi settori industriali. Dal 1997, è in Atos Origin (società internazionale di consulenza in Information Technology) dove, con ruoli di crescente responsabilità, nel 2002 diventa direttore della Business Unit Extended ERP, specializzata in progetti di system integration con le principali tecnologie esistenti, alla guida di una struttura di più di 400 addetti. Nel marzo 2005, diventa direttore generale di Famula On-Line, società di gestione dei sistemi informativi del Gruppo Hera. In questo periodo, ha ridefinito la mappa applicativa e infrastrutturale del Gruppo e ha gestito numerose fusioni e progetti di migrazione. Da gennaio 2013, a seguito del superamento della struttura societaria di Famula On-Line e all’integrazione dell’attività nella capogruppo Hera spa, viene costituita la Direzione Sistemi Informativi, di cui viene nominata direttore con la responsabilità di definire le strategie di evoluzione dei sistemi informativi del Gruppo, assicurandone operatività, accessibilità e manutenzione e il raggiungimento degli obiettivi.

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Inaugurata la “nanofabbrichètta” https://www.datamanager.it/2015/09/inaugurata-la-nanofabbrichetta/ Fri, 18 Sep 2015 12:48:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82805 Il Politecnico di Milano apre le porte di PoliFAB, innovativa struttura aperta e pay-per-use rivolta a ricercatori e nuovi imprenditori delle micro e nanoscale Anche Milano, dopo analoghe installazioni a Torino e a Trento, ha una sua struttura con camera bianca e altri ambienti e strumentazioni per avanzate attività di ricerca e prototipizzazione alle micro […]

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Il Politecnico di Milano apre le porte di PoliFAB, innovativa struttura aperta e pay-per-use rivolta a ricercatori e nuovi imprenditori delle micro e nanoscale

Anche Milano, dopo analoghe installazioni a Torino e a Trento, ha una sua struttura con camera bianca e altri ambienti e strumentazioni per avanzate attività di ricerca e prototipizzazione alle micro e nanoscale su materiali diversificati. La struttura, circa 400 metri quadri suddivisi in due aree distinte (per gli addetti ai lavori la classificazione, in ordine di livelli di impurità nell’aria, è ISO 06 per la “yellow room” e ISO 08 per la zona grigia), dove si potrà usufruire di strumentazioni per litografia ottica e a fascio di elettroni, incisione chimica umida e ionica a secco, deposizione di film di materiali, caratterizzazione, deposizione di contatti, microscopia a forza atomica. Insomma, una vera e propria officina dove non si lavora con viti e bulloni, ma ai livelli dei singoli atomi. La struttura, il nuovo Polifab, è ospitata nel mitico “Cremlino”, l’edificio con due torri a cuspide all’interno del Campus Leonardo.


#PoliFAB Andrea Lacaita @polimi : «Puntare sulla ricerca per crescere»
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Dietro PoliFAB e i suoi obiettivi virtuosi c’è una storia di intelligente riconversione di attrezzature, capace di ricompensare – addirittura con un buon margine di profitto – un territorio che negli ultimi anni ha assistito alla chiusura o alla riconversione di diversi spazi di ricerca privata industriale. Del resto, lo ha sottolineato lo stesso rettore del Politecnico, Giovanni Azzone, osservando che in Lombardia si può e si deve ancora scommettere sulle aziende di produzione high-tech, ma una partita del genere richiede il pieno coinvolgimento di una potenza accademica come il Politecnico e le altre università, che non possono più restare isolate. Le apparecchiature che oggi vengono messe a disposizione, in modalità open e pay-per-use, anche ai ricercatori e alle imprese esterne al Politecnico, sono quelle ereditate dai Pirelli Labs, una società che nella stessa periferia di Milano, che aveva visto nascere brand come Breda e Falck, era riuscita, negli anni 90 del secolo scorso, a raggiungere eccellenti traguardi nel campo della fotonica.

Dare valore alla ricerca

Un nobile predecessore di PoliFAB, hanno spiegato i partecipanti del panel di presentazione, è la Fondazione Cife, creata cinque anni fa, in collaborazione con Cnr, Fondazione Politecnico di Milano e Gruppo Pirelli & C, che insieme hanno dato vita a una organizzazione non-profit per la promozione, il trasferimento, la valutazione e la valorizzazione della ricerca nel settore della fotonica applicata alle energie rinnovabili. PoliFAB compie un decisivo passo avanti, come ha spiegato il direttore della “nanofabbrica”, Andrea Lacaita, docente del dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria al Politecnico di Milano. «PoliFAB non è solo una palestra per ricercatori, ma un luogo attrezzato dove è possibile arrivare già oltre le prime fasi della prototipizzazione, lavorando su quelle che vengono definite “pre-serie” qualificate per la produzione in volume». Anche in questo caso Pirelli, anzi i Pirelli Labs, si inseriscono nel contesto di questa nuova iniziativa, mettendo a disposizione un insieme di macchine e strumenti che superano i cinque milioni di euro di valore complessivo e assicurano a PoliFAB una notevole continuità operativa. Al PoliFAB non si entra in concorrenza con i big dei microprocessori, ma Lacaita assicura che è possibile scendere dai micron fino ai dettagli di 20 nanometri. Un limite di tutto rispetto, specie considerando la varietà di lavorazioni e materiali di cui PoliFAB potrà farsi carico. Anche per come sono state impostate le modalità di accesso alla struttura, è chiara fin dall’inizio la volontà di agire da stimolo nel trasferimento di conoscenze e nel delicato – e finora difficile – passaggio da una imprenditorialità basata essenzialmente sul software alle forme di produzione industriale più adatte all’economia digitale. «L’assoluta maggioranza delle startup lavora con i bit – precisa Lacaita – noi vogliamo mettere a disposizione dei nuovi imprenditori gli strumenti necessari per lavorare sugli atomi. Il software va bene, ma è importante anche riuscire a costruire l’hardware del futuro». PoliFAB funzionerà quindi sia come laboratorio condiviso tra tutti i dipartimenti del Politecnico sia come struttura autonoma capace di operare per conto terzi in modalità completamente “as a service” o accogliendo direttamente al proprio interno ricercatori e tecnici di aziende e istituzioni che ne facciano richiesta. In quest’ultimo caso, sono previste anche attività di formazione e certificazione del personale che dovrà accedere alle “cleanroom”, ma che potrebbe non aver mai maturato esperienze di lavoro in ambienti così particolari.


#PoliFAB Andrea Lacaita @polimi : «L’innovazione per una nuova economia 4.0»
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La cultura del “nanofare”

Proprio perché PoliFAB nasce anche dall’accentramento di gruppi di ricerca attivi in altre aree del Politecnico, la visita organizzata dopo il taglio del nastro, in occasione dell’inaugurazione, è avvenuta in stanze già affollate di tecnici, tutti rigorosamente bardati in tute, calzari e cuffie protettive. Oggi, PoliFAB funziona a pieno regime e ospita diverse attività finalizzate in collaborazione con grandi aziende o con i finanziamenti europei.

Le lavorazioni spaziano dai sofisticati memristor – componenti che memorizzano i flussi di corrente che li hanno attraversati e potrebbero essere alla base di memorie, circuiti logici e persino di architetture computazionali che imitano i processi neuronali (Intel e HP sono già impegnate in intense ricerche in quest’ambito) – ai “laboratori” su singolo chip, che sfruttano sofisticate micro-tubazioni incise su vari supporti per mettere in evidenza la presenza di determinate sostanze su scala molecolare. Un modo per consentire la diagnosi anticipata e molto rapida, di malattie virali e oncologiche. Uno dei progetti in corso è Eschilo, un Lab-on-chip per il riconoscimento delle mutazioni geniche portatrici di tumori che potrebbe aprire la strada alla diagnostica precoce e low-cost in campo oncologico (questo è un progetto finanziato da Fondazione Cariplo che vede come partner il Politecnico, l’Istituto FIRC di oncologia molecolare, Euroclone e STMicroelectronics).

Altri gruppi lavorano con diversi obiettivi in campo medico e fotonico, sui componenti per la spintronica (una sorta di elettronica 2.0 che sfrutta anche la dimensione dello spin, o “momento magnetico” dell’elettrone oltre che la sua carica elettrica) o su applicazioni promettenti come il rilevamento “non invasivo” del passaggio di luce nelle fibre ottiche. La possibilità di misurare il passaggio della luce senza interrompere fisicamente il mezzo porterà a significativi miglioramenti nel settore della fotonica, tanto da aver coinvolto un partner come Huawei. Grazie al PoliFAB e alla cultura del “nanofare”, l’area milanese potrebbe insomma tornare a essere un punto di riferimento europeo di una nuova economia della produzione.

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