Spending Review – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:17:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Spending Review – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Christmas as usual https://www.datamanager.it/2016/12/christmas-as-usual/ Mon, 19 Dec 2016 14:51:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115932 Invece di spingere il carrozzone dei riti natalizi e di salutarsi come se venisse la fine del mondo, forse dovremmo guardarci negli occhi e dire la verità. Nel mondo, merci e capitali possono circolare alla velocità di un click, a differenza delle persone. Continuiamo a parlare di apertura, conoscenza, talento. E di come l’innovazione tecnologica […]

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Invece di spingere il carrozzone dei riti natalizi e di salutarsi come se venisse la fine del mondo, forse dovremmo guardarci negli occhi e dire la verità. Nel mondo, merci e capitali possono circolare alla velocità di un click, a differenza delle persone. Continuiamo a parlare di apertura, conoscenza, talento. E di come l’innovazione tecnologica sia il motore per realizzare tutto questo. Eppure, costruiamo muri, distruggiamo la scuola, scardiniamo il lavoro e non aiutiamo i giovani a raggiungere gli obiettivi.

Il 2016 è stato l’anno degli attentati terroristici, della scoperta delle onde gravitazionali e di Fabiola Gianotti alla guida del CERN. Della Brexit e del referendum per la riforma costituzionale. Del terremoto e di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Del Giubileo e del colpo di stato in Turchia. Dei 70 anni della Repubblica italiana e del 64esimo governo alla guida del Paese.


#disruption La parola più usata e abusata del #2016
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La parola più usata del 2016 è «disruption». Ma in Italia, dove ogni cosa è “innovativa” e ogni cosa è “disrupting”, il cambiamento vero finisce per essere solo una grande “rottura”. Così la trasformazione lascia il posto al trasformismo. Mentre la Banca centrale americana decide l’aumento del tasso di interesse come segno di fiducia nella crescita USA, noi siamo alle prese con le complicate vicissitudini della politica, che non riesce a essere né rappresentanza né problem solving. Siamo un paese sospeso, ripiegato su se stesso, dove ogni riforma è da riformare, e i figli sono più poveri dei loro genitori. Quello che si preannunciava come l’anno del “rinascimento” si sta per chiudere come l’anno del “rincrescimento”. La spending review rimane una staffetta continua che non arriva mai al traguardo. E forse, pure Diego Piacentini, commissario straordinario all’Agenda digitale, ha meditato di passare il testimone, sebbene al team digitale si aggiungano altri nomi. Ancora una volta, si tratta di riavviare il «sistema operativo» del Paese, partendo dalle fondamenta. Per Piacentini il bicchiere è mezzo pieno, ma «nessuno – come ammette realisticamente lo stesso commissario – può pensare che due anni siano un tempo sufficiente a digitalizzare la Pubblica Amministrazione italiana».

Siamo seduti su una montagna di debito pubblico, che cresce sotto il tappeto, e di risparmio (114 miliardi, secondo l’ultimo Rapporto Censis) che non spendiamo per paura del futuro. Perché c’è differenza tra incertezza e rischio. Al rischio possiamo assegnare una probabilità. L’incertezza invece non è misurabile.

Quante volte abbiamo scritto che bisogna investire in innovazione? Sappiamo benissimo però che l’automazione brucia posti di lavoro. Gli strumenti della rivoluzione digitale cambiano il nostro modo di vivere, ma non ci stiamo occupando dei valori che dovranno orientare le scelte future. Forse, dobbiamo trovare il modo di essere noi stessi il cambiamento. Di insegnare agli altri. Di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Di dare aiuto a chi è in difficoltà. Di chiedere per favore. Di anticipare le mosse. Di fare le scelte giuste. Di non rimandare sempre a domani. La trasformazione digitale richiede istinto, pretende tecnica, reclama coraggio, ma soprattutto esige cultura. La grande fatica della trasformazione si basa sulla capacità di distinguere, di non confondere le cose e di non credere che tutto sia semplice, facile, veloce e prevedibile. L’Industry 4.0 potrebbe essere l’ultimo treno che salva le sorti della manifattura italiana. Grazie all’IoT, alla robotica, alla stampa 3D, agli analytics, al cloud, al cognitive computing.


#disruption Il cambiamento in Italia è solo una grande “rottura”
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Quest’anno, una startup di Cosenza è diventata il terzo centro di ricerca del gigante NTT Data, al pari di Tokyo e Palo Alto. Emilio, Giorgio e Roberto volevano fare qualcosa per la loro terra e ce l’hanno fatta, rinunciando agli scambi politici e alla finanza agevolata, puntando sull’università e sulla voglia di riscatto dei giovani calabresi. Ma c’è anche una storia triste, non la sola purtroppo. Matteo, 23 anni operaio stagionale, che faceva il turno di notte ai forni in una fabbrica di panettoni a Torino. Per la sua famiglia non ci sarà il Natale. Credere nella dignità del profitto non è un ossimoro. Si può crescere rispettando le persone e dando dignità al lavoro. Il giusto profitto, la giusta crescita. Si può lavorare per portare fuori competenze e sapere e si può investire per restare. Certo la competitività è come l’acqua che segue la pendenza. È questione di fisica più che di economia. Ma se il prezzo è l’unica misura non ci può essere salvezza.

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Don’t be evil https://www.datamanager.it/2014/12/dont-be-evil/ Tue, 16 Dec 2014 11:52:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66368 Non so se quello che si sta per chiudere sia stato per manager e imprenditori un anno senza pantaloni come quello che racconta Scott Berkun nel libro omonimo (The year without pants), descrivendo la storia dell’ascesa di WordPress da startup a provider globale di 60 milioni di siti web. Di certo, molti sono rimasti in […]

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Non so se quello che si sta per chiudere sia stato per manager e imprenditori un anno senza pantaloni come quello che racconta Scott Berkun nel libro omonimo (The year without pants), descrivendo la storia dell’ascesa di WordPress da startup a provider globale di 60 milioni di siti web. Di certo, molti sono rimasti in mutande e l’unica cosa in rosso sotto l’albero di Natale è il conto corrente aziendale.

Sempre che non siate di partenza per Antigua o Andorra, con bagaglio a mano e biglietto di sola andata, vi starete chiedendo se la luce in fondo al tunnel, avvistata dal Centro studi di Confindustria, sia veramente un segnale positivo per la ripartenza e non si tratti – invece – del treno Eurozona, che ha già accumulato ritardo sulle stime di crescita.

Ma che cosa si aspettano i CEO, gli AD, i CIO, i direttori marketing e quelli del personale per il nuovo anno?

Forse, Ginni Rometty sogna di vedere schizzare gli utili nel quarto trimestre, Larry Ellison, una barca ancora più veloce e Tim Cook, un mondo dove la normalità sia la somma delle differenze e non la loro negazione.


 Che fine ha fatto la #spendingreview?
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Ogni giorno, c’è chi lotta per realizzare i propri sogni e c’è chi alla fine si arrende. Sta tutto qui il significato di fare impresa. E oggi, che siamo tutti chiamati a essere imprenditori di noi stessi, dipendenti compresi, dovremmo chiederci che cosa siamo disposti a cambiare per non rinunciare ai nostri sogni.

Si potrebbe cominciare rispettando le regole, quelle di buona educazione per esempio e – perché no – anche quelle di grammatica. Sarebbe un inizio. Farebbe bene ai rapporti personali, al clima aziendale e anche al business. Invece, non fanno bene all’orgoglio nazionale e neppure agli investimenti, le cifre del Corruption Perception Index 2014, che pongono l’Italia in cima alla classifica del paese più corrotto d’Europa e mettono una zavorra al mercato.


Un anno senza #pantaloni o senza #mutande?
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Abbiamo sempre scritto che la semplificazione è segno di intelligenza. Dire – però – che bisogna fare le riforme e semplificare le regole per far ripartire il Paese è come dire che l’acqua è bagnata. Intanto diventa legge la fattispecie un po’ fumosa del reato di autoriciclaggio e si discute della “semplificazione” delle norme su bancarotta, peculato, falso in bilancio e truffa che potrebbero essere derubricate come “reati lievi”.

Si può fare PIL senza creare lavoro e anche senza rispettare le regole. Ma questo farà bene alla concorrenza? In base ai nuovi parametri Istat (come chiesto dall’Europa), anche droga e corruzione rientrano tra gli indici della ricchezza prodotta, chiarendo – una volta per tutte – che cosa si intende per “lordo”.

L’Agenda Giavazzi è sparita come quella di Borsellino. Stessa sorte per i tagli alla PA pianificati già da Padoa Schioppa e che erano rientrati a turno nel dossier di Giarda e di Cottarelli.


#XMAS You don’t need Business Intelligence to be good
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Il 31 dicembre si chiude il semestre italiano alla Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. A giugno, il commissario europeo all’Agenda digitale, Neelie Kroes, aveva detto di confidare nella guida italiana «per portare a termine il lavoro svolto». Chissà se è ancora della stessa opinione.

Il superamento dell’articolo 18 e il contratto unico non creeranno nuovi posti di lavoro, se non si tagliano le tasse sugli utili delle imprese. Senza risolvere i nodi che frenano l’economia (riforme rimandate, burocrazia lenta, fisco complicato, ritardi della giustizia, legalità, carenze delle infrastrutture) le imprese non possono fare miracoli. Ma a Natale possiamo sempre permetterci il lusso di credere ai miracoli.

DATA #XMAS

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Digital Europe 2.0 https://www.datamanager.it/2014/10/digital-europe-2-0/ Thu, 09 Oct 2014 10:47:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=62582 I giochi sono fatti, anche se ci sono alcuni passaggi da completare per dare il peso vero alle cariche e garantire gli equilibri in una Commissione a 28 membri, da Malta alla Germania La questione è cosa delicata. Fatto è che le competenze per l’Agenda Digitale – che nell’ultimo quinquennio erano attribuite all’olandese Neelie Kroes, […]

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I giochi sono fatti, anche se ci sono alcuni passaggi da completare per dare il peso vero alle cariche e garantire gli equilibri in una Commissione a 28 membri, da Malta alla Germania

La questione è cosa delicata. Fatto è che le competenze per l’Agenda Digitale – che nell’ultimo quinquennio erano attribuite all’olandese Neelie Kroes, quando era commissario alla Concorrenza e prima ancora alla lussemburghese Viviane Reding – ora sono ampiamente distribuite. Il perché lo ha spiegato il presidente eletto Jean-Claude Juncker nella lettera di missione ai diversi commissari. Un vicepresidente, l’estone Andrus Ansip, sarà il “team leader” per il digital single market, mentre il tedesco Günther Oettinger (già all’Energia) sarà il commissario all’Economia e alla Società digitale, ma nella partita entrano le competenze di un’altra mezza dozzina di Commissari, dal Lavoro all’Agricoltura. Un “raddoppio” o un “annacquamento”. Forse è una visione diversa. La convinzione di Juncker è che l’economia digitale permeerà le altre attività, ribadendo che “l’utente resta al centro”, e auspicando un quadro regolatorio più europeo e meno nazionale, per attrarre investimenti, contribuendo a creare nel quinquennio ulteriori 250 miliardi di ricavi e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Come? Facendo leva sulle opportunità offerte dalla banda larga, dai nuovi media, dalla creazione di contenuti. Chi fornirà le tecnologie di base? Su questo non ci sono indicazioni. E l’industria delle telecomunicazioni o quella del software? Speriamo che se la cavino.

Una delle critiche rivolte alla commissaria uscente è stata l’aver privilegiato gli interessi dei consumatori, provocando riduzioni tariffarie eccessive, a discapito dei ricavi degli operatori e degli investimenti. In definitiva, il quesito è se l’ICT, nell’Europa dei prossimi anni dovrà essere considerata come un settore da sostenere, anche per le sue ricadute tecnologiche e occupazionali, o solo una leva per migliorare la competitività di altri settori, sperando che sorgano una Google o una Facebook europee.

La differenza non è da poco. I carrier europei sono stati stretti tra vincoli normativi e pressioni su prezzi e margini per fornire gratis servizi agli OTT, per lo più americani, che festeggiavano i loro record a Wall Street, il tutto su apparecchiature (indipendentemente dal marchio) rigorosamente made in Asia. Anche l’ultima chance, quella del cloud, sembra vedere un consolidamento planetario che non favorisce l’Europa, dove nemmeno si fermano le tasse. Nel frattempo in Italia, il settore conferma i segni meno: del resto, dove applicare l’investimento tecnologico se i grandi gruppi si ridimensionano o spostano i loro centri d’interesse all’estero? Da anni, la pubblica amministrazione riduce la spesa tecnologica, ma le previsioni di ammodernamento digitale che accompagnano la riforma governativa – seguite dalle dichiarazioni del ministro Madia secondo cui «non ci saranno esuberi» perché «l’impostazione non è di spending review, non siamo partiti dai risparmi» – suscitano perplessità sulla sostenibilità di una manovra che non vuol mai tagliare la spesa interna. Intanto, le ultime rilevazioni Eurostat dicono che tra i 28 paesi UE, l’Italia veleggia agli ultimissimi posti quanto a velocità delle reti ed è in fondo alla classifica per diffusione delle NGN, quelle da almeno 30 Mbit/s (anche perché non abbiamo mai avuto una rete tv via cavo).

L’Europa non può considerare l’ICT come una risorsa solo per gli altri. I temi del “mercato unico” non bastano. Occorre una politica di sostegno che nei fatti riconosca da una parte il carattere “cross industry” dell’ICT e dall’altra preveda un’attenzione pari ad altri settori infrastrutturali, come energia, ferrovie, per non parlare di aerospazio o addirittura agricoltura. L’economia digitale, abbiamo detto spesso, darà da mangiare alle generazioni future. Ma con questo si pensava a una filiera di produzione e non solo a creare dei ristoranti.

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Sanità, risonanze magnetiche con succo d’ananas per risparmiare https://www.datamanager.it/2014/09/sanita-risonanze-magnetiche-succo-dananas-per-risparmiare/ Fri, 26 Sep 2014 14:32:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61697 Una risonanza magnetica o una radiografia al succo d’ananas? Non è semplicemente un’invenzione folle e un po’ bizzarra, ma una procedura con risultati clinici analoghi all’uso del normale liquido di contrasto, che l’ospedale Sant’Orsola di Bologna utilizza ormai già da un anno, con un risparmio enorme: si è passati da 14mila a 380 euro Per […]

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Una risonanza magnetica o una radiografia al succo d’ananas? Non è semplicemente un’invenzione folle e un po’ bizzarra, ma una procedura con risultati clinici analoghi all’uso del normale liquido di contrasto, che l’ospedale Sant’Orsola di Bologna utilizza ormai già da un anno, con un risparmio enorme: si è passati da 14mila a 380 euro

Per arrivare a questa rivoluzionaria scoperta si sono sfruttate le competenze di cuochi, dietisti e specialisti nel settore nutrizionale. Il risultato è sorprendente: il succo di ananas, usato puro al 100%, può sostituire il lumirem come liquido di contrasto in radiografie e risonanze magnetiche.

Una proprietà presente in alcuni frutti

E’ quanto illustra con soddisfazione Marco Storchi, responsabile dei servizi di supporto alla persona del policlinico.
In realtà si sapeva già che alcuni frutti possiedono la peculiarità di aumentare il contrasto in caso di visite specialistiche. Non solo l’ananas avrebbe questa proprietà, ma anche il mirtillo nero, la mela rossa, l’uva, la mora e la barbabietola rossa.
Ciò che rappresenta un primato per Bologna è la sostituzione del lumirem, composto da ferro, metile e propile paraidrossibenzoato di sodio, con un normale succo d’ananas.
Il tutto con un guadagno notevole non solo per l’azienda sanitaria, ma anche per i pazienti, che invece del farmaco possono approfittarne per gustarsi un fresco succo d’ananas.

 

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Tornare ai fondamentali https://www.datamanager.it/2014/07/tornare-fondamentali/ Tue, 08 Jul 2014 08:20:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57718  C’è un piano per l’Italia digitale? A fine giugno, l’unica cosa certa è che il direttore dell’Agenzia Digitale, Agostino Ragosa, aveva concluso che, sì, la 34enne ministro (per la PA) Marianna Madia aveva ragione a chiedere “discontinuità” nei confronti di un manager alla soglia della pensione, strappato alle Poste, che in due anni aveva visto […]

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 C’è un piano per l’Italia digitale?

A fine giugno, l’unica cosa certa è che il direttore dell’Agenzia Digitale, Agostino Ragosa, aveva concluso che, sì, la 34enne ministro (per la PA) Marianna Madia aveva ragione a chiedere “discontinuità” nei confronti di un manager alla soglia della pensione, strappato alle Poste, che in due anni aveva visto passare tre governi, impantanare uno statuto e con esso una pianta organica fatta più di ufficiali che di soldati. Il tutto, facendo anche buon viso alla nascita di un Commissario all’Agenda Digitale, Francesco Caio, all’inizio “prestato part time” da GE-Avio a Enrico Letta e ora finito alle Poste. Valutazioni sui risultati ottenuti? Sugli indirizzi? Non siamo noiosi, suvvia. I soldi del resto, sono quelli che sono, anche se viene da pensare che con i miliardi del MOSE di Venezia si poteva finanziare metà di una rete nazionale tutta fibra. Le aspettative in materia di “svolta digitale” nei confronti di questo governo, fan di Twitter e di Facebook, non mancano, ma quanto ci si può ragionevolmente attendere? Quanto, la PA, con la sua capacità di indirizzo e di spesa, potrà contribuire a una svolta che, per inciso, non è fatta solo di infrastrutture di rete (tipo SPC) ma anche di applicazioni e sistemi, magari anche all’insegna del cloud e quindi della condivisione? Una risposta seria non può prescindere dalle risorse e quindi dai risultati attesi dall’investimento. Se si sa “perché” investire, si può definire meglio anche il “come”. I generici richiami all’innovazione digitale rischiano di essere solo spot o – peggio – di aggiungere costi ai costi, senza benefici reali per il Paese: né di risparmi né di servizi. (Esempio: sappiamo davvero quale sarà il bilancio anche per le aziende, dell’obbligo della fatturazione elettronica verso la PA per le aziende?).

Un confronto può essere utile. Il sistema bancario è da sempre uno dei grandi clienti dell’industria IT, insieme, negli ultimi 15 anni, con le telco. L’uno e l’altro di questi settori si sono cimentati con una grande trasformazione, dall’organizzazione dei servizi ai rapporti con la clientela. Elemento in comune: meno sportello, quindi meno mezze maniche, e più online. Con impatti forti sulla struttura dei costi. Solo il sistema bancario ha tagliato 40mila addetti su 340mila tra il 2000 e il 2010 e quasi altrettanti ne taglierà dal 2010 al 2020. Che cosa ha fatto la PA, con i suoi 3,5 milioni di dipendenti, sin qui ridotti solo con il freno al turnover? Le aziende investono in tecnologie per fornire più servizi e per risparmiare: più chip e meno teste.

Ma lo Stato se la sente di imboccare questa strada? A metà giugno, il governo ha dato dei segnali interessanti sul fronte del pubblico impiego, con l’obiettivo di incominciare a incrementare la produttività: più mobilità sul territorio e tra le funzioni, ma non si va molto oltre. Le aziende tagliano, ma lo Stato procede con i piedi di piombo. L’ipotesi di 86mila tagli avanzata dal commissario Carlo Cottarelli nella spending review è stata subito derubricata. Si vedrà se Matteo Renzi ce la farà ad affermare una politica che non può continuare a spostare risorse dal settore privato, rendendolo sempre meno competitivo, a quello pubblico. Sin qui, il governo si è dimostrato più propenso a ridurre i consigli d’amministrazione (operazione doverosa), che a mettere mano al tema della produttività del settore pubblico. La digitalizzazione della PA non consiste nel mettere uno strato di costi informatici “on the top” dell’organizzazione esistente. Occorre pensare una revisione organizzativa, pensare a come si possano soddisfare le esigenze di contenimento della spesa (non solo quella “esterna”), di semplificazione amministrativa e di miglioramento dei servizi. Motivi di costi ed efficienza consiglierebbero di pensare a un cloud della PA che superi il gorgo dell’attuale migliaio di data center. Il fatto è che la scelta non è solo tecnica. Chi se la sente di prenderla?

 

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Spending review – Innovazione e risparmio nella PA https://www.datamanager.it/rivista/spending-review-innovazione-e-risparmio-nella-pa-57077.html Thu, 12 Jun 2014 10:57:48 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/spending-review-innovazione-e-risparmio-nella-pa/ La spending review obbliga a una riduzione di costi, ma l’innovazione tecnologica può migliorare i livelli di servizio e aiutare a semplificare le relazioni tra PA, cittadini e imprese: diversi progetti già sviluppati negli anni lo confermano. Tra le misure per contenere i costi dell’ICT: l’utilizzo dell’open source, il cloud computing, l’enterprise mobility e i […]

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La spending review obbliga a una riduzione di costi, ma l’innovazione tecnologica può migliorare i livelli di servizio e aiutare a semplificare le relazioni tra PA, cittadini e imprese: diversi progetti già sviluppati negli anni lo confermano. Tra le misure per contenere i costi dell’ICT: l’utilizzo dell’open source, il cloud computing, l’enterprise mobility e i nuovi modi di lavorare abilitati dalla uc&c, la razionalizzazione dei data center, la digitalizzazione di fatture e pagamenti  

 

Spending review  Innovazione e risparmio nella PANonostante i recenti sforzi per mantenere la spesa pubblica italiana sotto controllo, ancora oggi questa risulta superiore alla media dei paesi dell’area euro, anche se la spesa per consumi finali di beni, servizi e sussidi, escludendo quindi il costo del debito pubblico accumulato dal 1970, è inferiore alla media degli stessi paesi. «Il peso del debito, in combinazione con la corruzione, gli sprechi e le frodi – spiega Massimiliano Claps, research director di IDC (www.idc.com/italy) – sta costringendo il governo italiano a prendere in considerazione ulteriori ingenti tagli alla spesa pubblica tanto che, nel mese di marzo, ha pubblicato un rapporto di revisione della spesa, la cosiddetta spending review, volta a individuare potenziali programmi di ottimizzazione dei costi: l’obiettivo è il contenimento dei costi, perseguito con l’analisi delle componenti di spesa, degli sprechi e delle inefficienze».

Per Francesco Calcagni, territory manager Triveneto di FINCONS GROUP (www.finconsgroup.com), il contenimento della spesa nella PA implica due elementi: «La capacità di programmare attentamente le risorse da impiegare e la ricerca di maggiori margini di efficienza». La spending review prevede infatti l’adozione di innovazione tecnologica per aumentare l’efficienza: «La sfida è risparmiare mantenendo, se non addirittura migliorando, il livello di servizio e gli standard di efficienza della PA. Modernizzare il Paese fa risparmiare e l’innovazione può consentire riduzione dei costi degli uffici, centrali e periferici, aumento dell’efficienza dei dipendenti, anche grazie a nuove procedure più snelle, semplificazione delle relazioni tra PA, cittadini e imprese». Ma è possibile modernizzare il Paese senza conoscere e controllare tutte le voci di spesa? «La PA affronta una svolta epocale riguardo ai conti pubblici e alla razionalizzazione della spesa» – risponde Manola Rossetti, amministratore delegato di SESA Business Solutions (www.sesabs.com). «Tanti ministeri ed enti pubblici affrontano il controllo di gestione e il monitoraggio della spesa in maniera destrutturata con processi di approvazione e rendicontazione a volte troppo complessi e/o non sufficienti. Non si conosce quanto la “PA della porta accanto” spende per lo stesso bene e non si conosce la composizione e il reale valore del patrimonio umano. Nella PA, gli aspetti organizzativi sono stati nel tempo troppo legati alla politica. La corretta gestione per obiettivi misurabili del personale, la conoscenza del costo del singolo servizio, la condivisione in trasparenza dei risultati, la pianificazione degli investimenti e la valutazione dei rischi operativi sono i fattori innovativi che possono coniugare modernizzazione e spending review. I nostri sistemi di corporate risk management integrano dati provenienti dai sistemi gestionali e li traducono in informazioni rispondenti in tempo reale alle esigenze dell’utenza interna ed esterna. La componente analitica consente di evidenziare anche per la PA il rischio operativo e di valutare azioni di miglioramento della spesa. Disfunzioni procedurali, il personale, l’informatizzazione e gli eventi esogeni – come per esempio il contenzioso legale – sono alcuni indicatori di rischio gestiti nella soluzione per supportare il cambiamento della PA e la riduzione della spesa».

Spending Review 2014

Secondo Massimiliano Claps di IDC, la spending review resa nota in marzo evidenzia potenziali risparmi ingenti fin da quest’anno, che vengono da riforme strutturali e non da semplici aggiustamenti della situazione. «L’impatto di queste misure sugli investimenti ICT del settore pubblico rientra in due grandi categorie: risparmi sui costi dell’ICT e risparmi resi possibili da nuove soluzioni ICT. Nel primo caso, i budget ICT potrebbero essere ridotti attraverso misure, come la rinegoziazione del contratto, la centralizzazione degli appalti, la limitazione delle consulenze, il consolidamento e la razionalizzazione di beni e servizi. Rientra in questa categoria il consolidamento dei data center, una delle iniziative già avviate nel 2013. Nel secondo caso, l’ICT potrebbe essere usato come leva per ridurre i costi operativi, richiedendo così ulteriori investimenti o governance più efficace per aumentare il rapporto qualità-prezzo di competenze informatiche, beni e servizi esistenti».

La riorganizzazione degli enti periferici, con l’eliminazione delle province e il consolidamento di una serie di altre agenzie governative, di dipartimenti e di enti locali avranno per IDC un impatto negativo sulla dimensione complessiva degli investimenti ICT del settore pubblico. Al tempo stesso, le riorganizzazioni potranno essere un catalizzatore di domanda per fornitori di soluzioni IT che supportano servizi di razionalizzazione e consolidamento di asset.

La spending review prevede anche ingenti risparmi dalla digitalizzazione della PA: la fatturazione elettronica farà risparmiare 936 milioni di euro, i pagamenti elettronici 1.320 milioni, la razionalizzazione dei data center centrali, che dovrebbero passare dai 79 attuali a meno di dieci, permettendo così risparmi per 300 milioni di euro. Secondo IDC, la razionalizzazione dei data center pone diverse sfide: innanzitutto, gli sforzi per il change management interno, che devono tener conto dell’IT governance frammentato e delle architetture legacy. L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha già inventariato i data center e fornito le linee guida per la razionalizzazione, ma resta da vedere chi sarà lo sponsor e avrà il mandato per l’esecuzione del piano. In aggiunta, mentre il change management rallenta il processo, il mercato della tecnologia si evolve rapidamente, quindi i primi investimenti nella virtualizzazione e nella migrazione delle applicazioni potrebbero essere resi presto obsoleti dal cloud computing.

 

Casi di successo

Negli anni scorsi, la PA ha sviluppato progetti che hanno consentito risparmi economici, migliorando nel contempo efficienza e livelli di servizio. Come ci racconta Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp Italia (www.netapp.com/it), l’azienda ospedaliera (AO) di Desio e Vimercate virtualizza e mette in sicurezza i dati clinici grazie a NetApp e VEM. Per supportare la digitalizzazione di tutta la documentazione sanitaria con conservazione sostitutiva a norma di legge e, in parallelo, garantire un efficiente servizio di supporto alla complessa attività ospedaliera, l’AO di Desio e Vimercate ha sviluppato in collaborazione con NetApp e VEM sistemi un progetto di consolidamento e rinnovo tecnologico della propria infrastruttura informatica, investendo in tecnologie di virtualizzazione per razionalizzare e centralizzare la propria infrastruttura IT. «La nuova infrastruttura basata su tecnologia NetApp – spiega Patano – ha consentito una maggiore flessibilità nella gestione delle risorse informatiche e una maggiore affidabilità dei sistemi al fine di garantire il massimo livello possibile di continuità operativa. Inoltre, attraverso la riduzione del numero di server fisici e la scalabilità dell’infrastruttura, è stato possibile un risparmio dei costi legati alla manutenzione e agli investimenti in nuovo hardware. La nuova struttura IT virtuale permette di supportare così la complessa attività dell’azienda ospedaliera che, essendo ormai interamente digitalizzata, necessita di un livello di servizio 24 ore su 24 senza interruzioni. La stessa infrastruttura permette all’azienda ospedaliera di programmare con serenità l’evoluzione ulteriore dei propri servizi informativi e consente di offrire servizi applicativi ad altre strutture in ottica di cloud privato interaziendale. Con questo progetto, l’AO di Desio e Vimercate dimostra come una PA possa diventare a sua volta esempio di efficienza e fornitore di servizi verso altre strutture, ottimizzando l’utilizzo dell’esistente e accelerando il ritorno sull’investimento tecnologico». Un altro progetto interessante ci viene raccontato da Francesco Calcagni di FINCONS GROUP. Si tratta dell’adozione della piattaforma da parte di un gruppo di comuni del Nord Italia che ha consentito ai quattro enti partecipanti di condividere un’infrastruttura unica (predisposta per la gestione multi-ente), permettendo non solo la distribuzione del costo di fornitura su una base più ampia, ma anche di attivare un confronto virtuoso tra i funzionari dei diversi enti sull’applicazione del sistema di controlli interni.

Il progetto ha permesso di definire un set di indicatori di benchmarking sui processi e sui servizi di maggior rilevanza per la popolazione (supportando di conseguenza l’analisi dei processi per organizzare il lavoro mutuando l’esperienza più performante); di sostituire metodi empirici di corresponsione delle indennità di risultato con un modello automatico di valutazione individuale; di predisporre il raccordo tra programmazione e obblighi di pubblicazione; e di impiegare i contenuti dei report nei processi di comunicazione istituzionale. «Un intervento ICT che ha garantito quindi ottimizzazioni organizzative importanti, fornendo delle leve che hanno reso più efficienti i processi» – commenta Calcagni. «PerformPA è la soluzione integrata, modulare e web oriented di FINCONS GROUP che consente di disporre, tramite diversi livelli di personalizzazione, di tutti gli strumenti di gestione, monitoraggio e reporting per lo sviluppo dell’intero ciclo della performance previsto dal D.Lgs. 150/2009».

Anche Paolo Bertolini, responsabile area ricerca e sviluppo di Trentino Network (www.trentinonetwork.it), racconta un’esperienza interessante: «Nella PA trentina, innovazione e risparmio sono due facce della stessa medaglia grazie ai progetti e strumenti tecnologici realizzati e diffusi da Trentino Network, società di sistema della Provincia Autonoma di Trento. Primo fra tutti l’introduzione della tecnologia VoIP per le telefonate che ha consentito negli ultimi sei anni un elevato risparmio, passando da quasi 400mila euro di spese in canone di manutenzione annuo a 43.250 euro (risparmio annuo di quasi 90%). Questo grazie alla dismissione di diverse centraline telefoniche. A ciò si deve poi aggiungere il risparmio e l’efficienza introdotti dall’innovativo sistema informatico E-works che consente di realizzare comunicazioni via chat, via telefono e anche videoconferenze, condividendo con gli altri utenti le applicazioni presenti sul proprio computer e i file di lavoro. Nel 2012, l’E-works è stato introdotto all’interno della PA trentina e in pochi mesi ha raccolto ben 1.890 utenti. I dati d’uso dell’E-works raccolti nel 2013 dimostrano un elevato risparmio in termini di ore lavoro. Nell’arco di un anno, sono state realizzate ben 5.073 sessioni (422 al mese) composte in media da due, tre persone per sessione con ben 1.194 ore di conversazione (100 ore al mese). Il che significa un risparmio in termini di ore lavoro pari a 2.537 ore all’anno, vale a dire 317 giorni lavorativi».

L’Open Source

Il contenimento dei costi della PA può esser fatto anche utilizzando soluzioni open source. Per Paolo Storti, amministratore di Studio Storti (www.studiostorti.com), la scelta di soluzioni aperte per la PA è favorita da numerosi fattori. «Oggi, a differenza del passato – spiega Paolo Storti – sono disponibili tecnologie leader del proprio settore rilasciate con licenze open source (OS) che permettono la scelta del prodotto di miglior qualità senza dubbi sulla diffusione o il timore di optare per una soluzione di ripiego. Inoltre, la continua richiesta di risparmi sulla spesa trova la sua naturale applicazione nel taglio dello spreco per l’acquisto di licenze commerciali, in favore di importanti software rilasciati con licenza OS. A questa svolta epocale, segue la presa di coscienza del legislatore che, grazie al Codice Amministrazione Digitale, obbliga la valutazione del software OS relegando a opzione marginale la scelta di prodotti proprietari. Di fatto, solo quando sia impossibile selezionare un software OS o sottoposto a riuso, è consentito con le dovute motivazioni, adottarne uno commerciale». Particolare attenzione va rivolta ai software dual license che, nella loro versione proprietaria vanno equiparati a software commerciali, come chiarisce la circolare 63-2013 dell’Agid. «è evidente che per quanto riguarda le aree di implementazione, la parte infrastrutturale come la rete, la posta elettronica e il web – oggi terreno di netta superiorità dell’open source – sono il punto di partenza per ottenere eccellenza tecnologica e risparmio economico. Anche la componente di produttività individuale, grazie a strumenti come LibreOffice, consente di aderire agli standard aperti, ottenere un elevato risparmio economico e avere funzionalità equivalenti o superiori rispetto a MS Office».

L’opinione dei fornitori

Per Ruggero Fortis, direttore generale di Solutions 30 Italia (www.solutions30italia.it), il principio della spending review è quello di identificare e tagliare spese che non contribuiscono a raggiungere gli obiettivi che sono stati affidati alle diverse amministrazioni. E per questo, Solutions 30 si caratterizza per l’analisi e l’abbattimento delle componenti di spesa in diversi settori. «Facendosi carico dell’installazione e dell’assistenza tecnica – afferma Fortis – Solutions 30 garantisce, con interventi in loco e in remoto, la corretta funzionalità dei sistemi informatici, di telefonia e telecomunicazioni, di stampanti, di contatori intelligenti, di terminali POS e di sistemi multimediali, sia intervenendo alla presenza di guasti sia effettuando riprogrammazioni mirate ad anticipare eventuali disservizi che comportano costi alle aziende. Lavorando come partner dei principali fornitori di soluzioni informatiche, Solutions 30 permette alle aziende di esternalizzare i costi di assistenza, facendo in modo che siano controllabili e ottimizzabili grazie a contratti chiari e trasparenti. La disponibilità del servizio in ogni momento e in ogni luogo favorisce la mobility e il telelavoro, due modalità operative che consentono alle aziende di risparmiare sui costi. Anche nel settore dell’energia, Solutions 30 si posiziona come partner di alto valore aggiunto. Gli specialisti dell’azienda si occupano dell’assistenza agli apparati destinati alla comunicazione e al monitoraggio degli smart meters installati su tutto il territorio italiano e si impegnano a fornire in ogni momento l’adeguata qualità del servizio in tutta sicurezza, intervenendo sui sistemi di lettura dei consumi per migliorare l’efficienza dell’erogazione energetica al fine di garantirne costantemente l’affidabilità, controllare e contenere i costi».

Centralizzare e consolidare le risorse IT, ottenere la loro massima ottimizzazione e l’adeguamento alle normative vigenti per quanto riguarda il disaster recovery e la data protection sono i problemi inizialmente riportati dai clienti di Veeam Software (www.veeam.com/it) nel settore della PA, come ci racconta Gianluca Mazzotta, EMEA presales director della società. «Veeam è protagonista come soluzione di riferimento di tutte e tre le richieste, grazie a una serie di soluzioni costruite appositamente per la virtualizzazione, facili da utilizzare, e che esaltano il valore della infrastruttura già posseduta e garantiscono la continuità di business. Il nostro ben noto prodotto di data protection “Veeam Backup and Replication” è una delle soluzioni più gettonate dalla PA in quanto capace di soddisfare pienamente le citate necessità, associandole a una offerta commerciale particolarmente vantaggiosa e agevolata per la PA stessa. Alcuni esempi concreti sono le nostre funzionalità di accelerazione di banda che presso tanti enti della PA hanno permesso la rapida implementazione di progetti di DR da tempo rimasti nel cassetto. Oppure la facilità con cui è possibile centralizzare il backup di sedi ed enti remoti, grazie alla particolare architettura del software. A questo si aggiunge la libertà per i nostri clienti di scegliere l’hypervisor che più si adegua alle loro necessità di budget: Veeam offre pieno supporto a entrambe le piattaforme VMware o HyperV. Stiamo tra l’altro preparando grandi novità per l’immediato futuro, con l’avvento di Veeam Backup and Replication v8».

Secondo Piergiorgio Licciardello, senior consultant supply chain collaboration di Di.Tech (www.ditechonline.it), una parte rilevante dei costi di un’impresa è legata alle relazioni con i propri partner commerciali, come lo scambio di informazioni, i processi di fornitura e i contenziosi che impegnano risorse dell’impresa in onerose attività a basso valore aggiunto. «La PA non fa eccezione. Qualsiasi ente pubblico si avvale di fornitori per l’acquisto di materiali, servizi e prestazioni professionali» – afferma Licciardello. «Un’impresa sanitaria – che si relaziona con migliaia di fornitori, di natura variegata, sia in termini di tipologia di fornitura sia di dimensione aziendale, dalla multinazionale del farmaco al piccolo artigiano – ha per ciascuno di questi rapporti diverse attività manuali: emissione di ordini, immissione fatture ricevute, gestione e conservazione di documenti cartacei. Potrebbe ottenere grandi benefici gestendo tutte queste attività in digitale con risparmi fino a 10-12 euro a fattura. Di.Tech, con la soluzione di portale collaborativo, integrata con il sistema di interscambio (SdI) creato da Sogei, consente alla PA di attivare relazioni digitali con i propri fornitori e ottenere i benefici dell’automazione dei flussi e della conservazione digitale dei documenti, senza richiedere ai propri partner pesanti investimenti in tecnologia. La piattaforma OpenBusiness di Di.Tech gestisce direttamente su web gli ordini a fornitore, il caricamento dei DDT e delle fatture, la riconciliazione automatica e il controllo dei montanti di spesa nonché l’invio in conservazione elettronica dei documenti». Anche Pipeline (www.pipeline.it), fin dal 2008, tramite le soluzioni IT Management e On-site training intensivo, aiuta con successo la PA nella razionalizzazione della spesa pubblica.

«L’esperienza e l’uso di strumenti integrati porta benefici con un break even tra i tre e i sei mesi» – afferma Giuseppe Nocita, amministratore delegato della società. «Interventi più strutturali sono effettuabili a step in presenza di contratti di IT Management esterni. Un mix di strumenti di monitoraggio e automazione dei processi IT in logica ITIL e l’uso della metodologia Service Map per definire su cosa è basata l’erogazione di un servizio documentandola e consentendo la gestione dei cambiamenti è la base; unendola poi all’utilizzo di sistemi di ticketing centralizzati multiservizio di tipo opensource o di brand come Symantec, strumenti di reporting e proattivi di tipo open source e strumenti su cloud come Office 365 e Azure (public o hybrid) e/o su piattaforme di IaaS per applicazioni proprietarie o specifiche, i risparmi diventano consistenti e crescenti.

La possibilità, in aggiunta, di virtualizzare le applicazioni software e farle utilizzare su piattaforma SaaS condivisa è un’ulteriore area di risparmio. Casi di successo sono la messa su cloud di aule didattiche per scuole superiori e università, la messa in hybrid cloud per personale di amministrazione e altri casi simili. Il training operativo in affiancamento consente poi passaggi indolori e risparmi pressoché immediati su diverse voci come sostituzioni hardware e riparazioni, personale “viaggiante”, azioni correttive, azioni di ripristino funzionale e dati…».

Ad oggi – però – il problema non è solo spendere meno, ma ottenere maggiori benefici a fronte di una spesa che deve obbligatoriamente contrarsi, come spiega Pier Luigi Montanaro, presidente di Keen Consulting (www.keenconsulting.it). Cloud e pay-per-use sono le parole d’ordine attuali: «Keen Consulting da oltre un anno ha arricchito la sua offerta di soluzioni extended enterprise specializzandosi nella fornitura di software e servizi nell’ambito dell’asset management & sustainability e dell’energy performance management, grazie alla piattaforma Infor EAM di cui Keen Consulting è reseller partner. Keen è identificabile come il partner ideale della PA che vuole razionalizzare la spesa per la manutenzione del patrimonio della collettività per ridurne l’impatto energivoro. Da sei mesi, Keen è al lavoro a quattro mani con la PA locale nell’ambito di una serie di sperimentazioni nei comuni dell’area barese per identificare una piattaforma condivisa finalizzata alla gestione intelligente del patrimonio cittadino secondo una logica di manutenzione predittiva. Tale tipo di manutenzione permetterà di abbattere i costi fino al 20%, grazie alla piattaforma SW Infor EAM che già aderisce ai più recenti e severi standard dettati dalle normative ISO50001 e ISO55000. L’offerta di Keen Consulting è assolutamente in linea con cloud e pay-per-use: la piattaforma business cloud di Infor, sulla quale è facile implementare Infor EAM, garantisce un accesso immediato alla soluzione senza necessità di investire tempo e denaro nella creazione dell’infrastruttura HW. Inoltre, la logica di acquisto delle licenze software è stata sostituita dalla logica delle sottoscrizioni, che non richiedono più contributi una tantum e dispendiosi canoni ripetitivi, ma semplicemente rappresentano i “biglietti di accesso” al sistema pay-per-use. Le sottoscrizioni inoltre permettono una flessibilità di utilizzo maggiore rispetto alle classiche utenze nominali (o sessioni) software, massimizzando l’efficienza della spesa IT nella PA».

Il nuovo modo di lavorare per rivoluzionare la PA

Nell’ambito della spending review, il ruolo di un fornitore di soluzioni tecnologiche è fornire agli enti della pubblica amministrazione centrale e locale gli strumenti per accelerare il processo di modernizzazione e migliorare l’efficienza, in modo da rendere più efficaci i rapporti tra le organizzazioni, nazionali e internazionali, e le interazioni con cittadini e imprese. Prima ancora di parlare di tecnologie, è fondamentale riflettere su come oggi si lavora, sulle forme e gli strumenti d’interazione tra i dipendenti, sull’apertura a fenomeni tecnologici e sociali come la consumerizzazione, il BYOD e l’ingresso nel mondo del lavoro della generazione 2.0.

L’ultimo decennio ha visto progressi tecnologici incredibili che promettono un modo di lavorare migliore, più fluido e dinamico, in un mondo iper-connesso orientato alla mobilità e alla collaborazione. Anche nella PA, un numero crescente di dipendenti agisce spesso lontano dalla propria scrivania, e ha comunque bisogno di efficaci strumenti e applicazioni di comunicazione e collaborazione.

Molte organizzazioni operano però in un ambiente caratterizzato da tecnologie frammentate, processi non ottimizzati e utenti che non riescono a esprimere tutte le potenzialità. È quindi fondamentale supportarle in modo concreto nel raggiungere una migliore produttività. Questo è l’obiettivo di quello che chiamiamo il nuovo modo di lavorare: #NW2W (the new way to work).

Unify (www.unify.com/it), già nota come Siemens Enterprise Communications, fornisce soluzioni di comunicazione e collaborazione in grado di realizzare conversazioni più coinvolgenti ed efficaci. In modo integrato, attraverso diversi canali, piattaforme e media. Per un modo di lavorare mobile e realmente collaborativo. Questo implica unificare reti di comunicazione, strumenti e applicazioni in modo che i membri di un team possano lavorare in modo più produttivo, ovunque si trovino. Significa integrare vari modi di comunicare, voce, video e testi, ma anche social media e messaggistica.

Le nostre soluzioni garantiscono tre elementi fondamentali per un’effettiva collaborazione all’interno di un team: l’integrazione di tutti i contenuti della comunicazione; un’esperienza di utilizzo coinvolgente che spinge l’utente all’adozione; un’integrazione naturale nei processi operativi dell’ente. Il risultato è un reale miglioramento delle funzioni svolte e dei servizi erogati.

Unify continua nel processo d’innovazione, con un nuovo grande progetto realizzato con il contributo di clienti e consulenti. Ansible è una piattaforma di collaborazione dinamica, una nuova generazione di soluzioni per il coinvolgimento in tempo reale degli utenti.

Ansible mette insieme il flusso quotidiano delle comunicazioni e le trasforma in conversazioni ricche e significative. Lavorando in modo naturale, senza discontinuità, attraverso una molteplicità di canali e strumenti, fornisce una vista unica e integrata di ogni conversazione, fornendo un adeguato contesto informativo e la traccia del percorso conoscitivo, in modo da accrescere il valore di ogni interazione. Tutto questo in modo intelligente, intuitivo e personale. È una visione unificata e sicura, per il nuovo modo di lavorare.

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Migliorare salute e sanità https://www.datamanager.it/rivista/migliorare-salute-e-sanit-51434.html Tue, 10 Dec 2013 13:21:10 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/12/migliorare-salute-e-sanita/ Anticamente i medici cinesi venivano pagati dai pazienti che stavano bene, se si ammalavano, non pagavano più. L’incentivo era rozzo. Dovremmo inventare incentivi non solo per i medici, ma per noi tutti   Oggi, le spese mediche stanno crescendo molto. La spesa sanitaria USA è la più alta del mondo. Ciò che impressiona è il […]

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Anticamente i medici cinesi venivano pagati dai pazienti che stavano bene, se si ammalavano, non pagavano più. L’incentivo era rozzo. Dovremmo inventare incentivi non solo per i medici, ma per noi tutti


 

Oggi, le spese mediche stanno crescendo molto. La spesa sanitaria USA è la più alta del mondo. Ciò che impressiona è il ritmo della sua crescita: nel 2007 ha superato i 2.200 miliardi di dollari, più di 3 volte i 714 miliardi di dollari spesi nel 1990, più di 8 volte i 253 miliardi di dollari spesi nel 1980. Il contenimento della spesa sanitaria è – insieme alla questione della copertura assicurativa – uno dei principali obiettivi della tanto discussa riforma di Barack Obama. Il nuovo piano di assistenza medica dovrebbe coprire quasi cinquanta milioni di cittadini ora sprovvisti di un’assicurazione. I costi variano da 150 a 300 dollari al mese per le tariffe minime. Nel 2011, 50 milioni di americani, il 16,3% della popolazione, non aveva alcuna copertura medica. Molti sono preoccupati che l’Obamacare faccia esplodere la spesa sanitaria americana.

Attualmente, negli Stati Uniti, con un tasso di mortalità dell’8,1%, la spesa sanitaria procapite raggiunge gli ottomila dollari, mentre quella totale ha superato i due miliari e mezzo. In Francia, con un tasso di mortalità all’8,6%, la spesa sanitaria procapite è di tremila e 700 dollari, mentre quella globale è di 222 miliardi, quasi dieci volte meno. Nel Regno Unito, con un tasso di mortalità dell’8,8%, la spesa sanitaria procapite è di 3129 dollari e quella totale di 188 miliardi. In Italia, dove l’indice di mortalità sale al 9,7%, la spesa procapite è di 2870 e quella complessiva di 172 miliardi. Sarebbe possibile ridurre di molto queste spese e la mortalità, aumentando la durata media della vita. Basterebbe che tutti si impegnassero a non fumare, a mangiare meno e meglio, a non bere troppo alcol e a fare più esercizio fisico. 

Poche regole e piccoli passi

È ridicolo non seguire da soli queste regole. Lo sostiene anche Esther Dyson nel suo manifesto HICCup appena pubblicato. Si rivolge alle amministrazioni locali: municipalità con meno di 100mila abitanti, ma si attende che la sfida di ridurre le spese sanitarie sia raccolta da investitori privati. In una città americana di 100mila abitanti, la spesa sanitaria annuale è di 800 milioni di dollari. Si risparmierebbero 80 milioni all’anno, se tutti seguissero quelle regole di buona salute e buon senso. Per ottenere questo risultato occorre una campagna promozionale pervasiva e personalizzata (ad esempio con cartelli al piano terreno che ricordano di non prendere l’ascensore). L’iniziativa costerebbe milioni. Un investitore che se la accollasse potrebbe lucrare poi per anni una parte dei risparmi nella sanità. Organizzare questa ripartizione di oneri e di introiti futuri è la parte più critica dell’impresa. Dyson sostiene che un milione e mezzo di morti in USA (sul totale di 2,5 milioni) potrebbero essere evitati ogni anno diffondendo sani stili di vita. Tra le principali cause di morte negli Stati Uniti, ai primi tre posti in ordine di importanza ci sono il fumo, la pressione alta e l’obesità. Evitare un milione e mezzo di morti all’anno rappresenta un limite superiore ideale. Se questo accadesse, la mortalità USA scenderebbe al 3%, livello sotto il quale – secondo la CIA – si trovano solo: Bahrain, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. C’è da dubitare che quelle statistiche siano affidabili. Esther Dyson ha individuato un problema risolvibile e un modo per risolverlo, basato sul desiderio di investitori di realizzare profitti. 

ICT in Sanità

Secondo i dati dell’Osservatorio ICT in Sanità del Politecnico di Milano, a causa dei tagli, in soli tre anni il sistema sanitario italiano è scivolato dal 15esimo al 21esimo posto per qualità, tra i 34 censiti dall’Euro Health Consumer Index 2012. Nel rapporto si legge che “siamo sempre più staccati da Francia, Regno Unito e Olanda (in testa alla graduatoria), ma ci ritroviamo ormai dietro anche ai Paesi dell’est Europa come Repubblica Ceca, Slovenia e Croazia. Nel 2012 la spesa ICT per la Sanità è scesa ancora, dopo il calo già fatto registrare nel 2011. Il totale della spesa italiana, indicato dal Politecnico di Milano, è stato di 1,23 miliardi di euro, in diminuzione del 5% rispetto all’anno precedente e pari a 21 euro per abitante: oltre la metà del valore di Francia e Gran Bretagna. Ma soprattutto deve far riflettere un ulteriore dato: la spesa in tecnologie informatiche è pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica.

 

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La PA a tutto cloud https://www.datamanager.it/rivista/la-pa-tutto-cloud-51410.html Wed, 27 Nov 2013 12:39:09 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/11/la-pa-a-tutto-cloud/ Nuove fonti di efficienza e di modernizzazione per gli enti centrali e locali grazie ai paradigmi di cloud computing, che propongono numerosi ambiti di intervento IT a costi vantaggiosi di Luca De Piano Modernizzazione, innovazione e digitalizzazione. Tre ricette spesso combinate assieme. E ancora più spesso riferite alla pubblica amministrazione, centrale e locale. Perché non […]

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Nuove fonti di efficienza e di modernizzazione per gli enti centrali e locali grazie ai paradigmi di cloud computing, che propongono numerosi ambiti di intervento IT a costi vantaggiosi

di Luca De Piano

Modernizzazione, innovazione e digitalizzazione. Tre ricette spesso combinate assieme. E ancora più spesso riferite alla pubblica amministrazione, centrale e locale. Perché non c’è dubbio, che nonostante i notevoli progressi fin qui compiuti, la macchina pubblica abbia ancora bisogno di iniezioni di informatizzazione per poter dare ai cittadini e alle imprese servizi di buon livello e a costi ragionevoli. Un nuovo alleato per questo ulteriore sforzo è senz’altro costituito dalle applicazioni di cloud computing. Gli ambiti di intervento sono svariati e vanno dal miglioramento dei processi interni, alla comunicazione e collaborazione in tempo reale, al minore impatto sull’ambiente, il tutto volto al raggiungimento della massima efficacia operativa. Oggi, è una realtà, il fatto che – adottando soluzioni di cloud computing, in maniera analoga a quanto avviene da tempo per il mondo delle imprese – gli enti della pubblica amministrazione possono avviare in tempi rapidi nuovi progetti, riducendo in maniera significativa gli investimenti iniziali, i successivi costi di gestione e manutenzione dell’infrastruttura e delle applicazioni IT, salvaguardando allo stesso tempo investimenti già effettuati in passato.

Anche se qualcuno punta il dito sugli ostacoli dettati dalla mancanza di un’effettiva governance di programma sull’innovazione, dalla scarsità di regolamenti chiari, nonché dagli aspetti legati alla sicurezza dei dati e alla privacy, da più parti si prospetta – però – un’adozione di nuove soluzioni cloud, sulla spinta di una crescente domanda di servizi migliori ed evoluti da parte dei cittadini e anche dalle azioni intraprese nell’ambito della cosiddetta “spending review”. Non a caso, lo scorso anno l’Unione europea ha sviluppato una strategia da realizzare entro il 2020 che si propone di stimolare la produttività delle imprese e della pubblica amministrazione europea proprio attraverso il cloud computing. La strategia mira ad accelerare e potenziare l’accesso alla “nuvola informatica”, per esempio mediante la standardizzazione e omogeneizzazione del contesto normativo, in modo che l’Europa riesca a sfruttarne appieno il potenziale. Grazie a un’infrastruttura unica e integrata, la pubblica amministrazione può davvero essere in grado di offrire servizi pubblici più efficienti per quanto riguarda funzioni rilevanti quali l’e-Government o l’e-Health. 

Dematerializzazione

Ma, per entrare più specificamente a esaminare i processi, sono interessanti le indicazioni emerse dalla ricerca condotta la scorsa primavera in Europa da Coleman Parkes Research per conto del colosso della gestione documentale Ricoh Europe. «Dallo studio – spiega Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia (www.ricoh.it) – è emerso che la gestione dei processi nella pubblica amministrazione sta diventando sempre più complessa: gli enti pubblici si trovano di fronte a sfide quali la necessità di dematerializzare i documenti. In Europa, la PA è il settore che utilizza maggiormente la tecnologia cloud per la condivisione dei documenti (47% del campione) e per consentire ai dipendenti di accedere alle informazioni da dispositivi mobili (71%). Molti soggetti riconoscono quindi come il cloud possa aiutare a migliorare i servizi ai cittadini, ma il 57% degli intervistati afferma che la PA non sia ancora pronta a coglierne i benefici a causa, per esempio, della mancanza di processi interconnessi e della presenza di sistemi legacy». Il rimedio? Collaborare con esperti di document management per semplificare la migrazione e l’integrazione. «Il settore pubblico può – in questo modo – rendere le informazioni più facilmente accessibili sia da parte del personale sia dei cittadini, ed erogare servizi di elevata qualità» – afferma Oriani. 

Alcuni progetti in atto

Anche Gastone Nencini, country leader di Trend Micro Italia (www.trendmicro.it), ritiene che in termini di innovazione, il cloud possa sicuramente rappresentare un fattore abilitante per la pubblica amministrazione locale e centrale: «Esistono progetti di grande valore che implicano la condivisione delle risorse, come i tanti data center sparsi per il Paese, e che comporterebbero un impatto consistente dal punto di vista operativo» – spiega Nencini. «Molti di questi aspetti sono previsti dall’Agenda Digitale nella parte dedicata alla razionalizzazione delle infrastrutture CED, ma purtroppo al momento la sua attuazione è ferma». Eppure le applicazioni cloud utili sono molte e alcune sono già state adottate nella PA, come la posta certificata nello scambio di informazioni tra enti pubblici. «Il cloud facilita infatti l’interoperabilità e abbatte la necessità di investire in infrastrutture. Dal punto di vista del cittadino, la disponibilità di banche dati univoche consentirà di accedere più agevolmente ai servizi, anche per richiedere certificati più facilmente, e ridurrà la burocrazia per aziende e professionisti». A questo riguardo, Trend Micro ha già numerosi esempi di utilizzo del cloud per fornire alle amministrazioni locali un punto unico per la sicurezza: è il caso dell’Azienda USL di Reggio Emilia, per la quale Trend Micro ha creato specifiche appliance presso ciascuna struttura ospedaliera e il cui funzionamento è monitorato tramite una console di amministrazione centralizzata, garantendo così la massima sicurezza per i dispositivi medici collegati alla rete aziendale. La stessa tecnologia di sicurezza di Trend Micro è pensata “in-the-cloud” per garantire una protezione immediata con informazioni in tempo reale sulle minacce.

«La diffusione del cloud computing ha già promosso un cambio di mentalità all’interno della PA» – fa notare Fabio Alghisi, sales manager di Veeam Software Italy (www.veeam.com).

«Le recenti norme sul disaster recovery hanno fornito una spinta in questo senso, e sempre più spesso la PA si appoggia, almeno per le attività di disaster recovery, a spazi e anche a servizi fruibili via cloud». Potenzialmente, tutte le categorie di servizi potranno trarre vantaggio dall’adozione generalizzata dei paradigmi cloud, e ancora di più potranno trarne i cittadini, quando i servizi in cloud saranno accessibili da altre piattaforme come quelle mobili.

Ma vi sono alcune condizioni per un utilizzo efficace di questi strumenti: «Da una parte – sottolinea Alghisi – è necessario superare il modello “a silos”, cioè quello che talora ancora vede le singole amministrazioni sostanzialmente isolate dalle altre, a causa di procedure e applicazioni non in grado di comunicare tra loro – e dall’altra parte – l’istituzione di una reale ed efficace governance di programma sull’innovazione, senza la quale si rischierebbe di replicare l’errore insito nel modello citato su una infrastruttura innovativa, a discapito della fruibilità e della sostenibilità economica». E, come esempio di approccio al cloud efficace, Veeam cita il consolidamento del data center in via di realizzazione al ministero dell’Economia e delle Finanze, che utilizza tecnologie dell’azienda svizzera per la protezione dati e la gestione di ambienti virtuali, ottenendo notevoli vantaggi in termini di maggiori performance, ottimizzazione delle risorse e un sensibile contenimento dei costi, a fronte di una migliorata fruibilità dei servizi offerti. 

Flessibilità in primo piano

Anche un colosso come EMC (www.emc.it) sta dando il proprio contributo, in particolare nell’ambito dell’organizzazione e gestione delle informazioni, all’evoluzione della pubblica amministrazione, in linea con gli obiettivi dell’Agenda Digitale. Anche perché – spiega Danilo Cioffi, responsabile per il Public Sector di EMC – «è ferma convinzione dell’azienda che la flessibilità, l’efficienza e la semplificazione, insieme all’ottimizzazione dei costi, garantiti dal cloud computing, possono accelerare l’adozione dei nuovi servizi digitali rivolti ai cittadini». Il cloud può fornire strumenti essenziali per consentire di superare la tradizionale frammentazione dei sistemi informativi delle varie amministrazioni e contribuire a un sostanziale miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo è dovuto sia ai vantaggi associati all’ottimizzazione delle risorse informatiche sia alla razionalizzazione delle infrastrutture hardware e delle piattaforme software, delle applicazioni e dei processi, in una logica di progressiva standardizzazione e condivisione dei servizi. L’approccio al cloud può abilitare – da un lato – la valorizzazione delle sinergie e il contenimento dei costi, e dall’altro, la creazione di un maggiore valore per i cittadini, con la possibilità, anche per gli enti pubblici locali, di accedere all’innovazione, creando servizi più efficienti e con livelli di prestazioni più elevati». 

Guardare ai processi

Antonio Baldassarra, Ceo di Seeweb (www.seeweb.it), introduce nel dibattito un altro elemento, sottolineando che le problematiche di innovazione e digitalizzazione in ambito PA attengono agli aspetti di processo, prima che alle questioni tecnologiche. «A mio modo di vedere – dice Baldassarra – occorrerebbe cogliere il reale contributo di innovazione offerto dal cloud in particolare per incidere in maniera importante sui processi delle PA rivedendoli integralmente – magari eliminandoli – oppure introducendone di nuovi al posto di quelli obsoleti». Pensare a innovazione e digitalizzazione come la possibilità di fare “in modo nuovo” processi vecchi è secondo Baldassarra un grave errore. «Ma purtroppo è quello che si è visto finora. La metafora del cloud computing che oltre al “pay per use” propone concetti di forte standardizzazione, deve spingere a una revisione dei processi e degli ambienti ICT della PA in un’ottica di normalizzazione e di progettazione orientata al riuso dei sistemi e dei programmi». Per quanto riguarda i servizi che possono essere collocati sul cloud, vi sono sicuramente tutti i servizi di posta elettronica, i portali web, i sistemi di servizi diretti al cittadino. «Inoltre, il cloud computing rende agevole la gestione di architetture e procedure sistematicamente simili tra loro, cosa che accade per il mondo della PA periferica» – prosegue Baldassarra. «Migliaia di Comuni fanno esattamente le stesse cose e le fanno in migliaia di modi diversi e con migliaia di procedure diverse: spostare sul cloud alcune di queste procedure, come per esempio quelle relative all’anagrafe, consentirebbe significative economie nei costi e permetterebbe di raggiungere uno standard di qualità di servizio uniforme e controllato».

Processi di acquisto

Rimanendo in tema di spesa, Antonio Cappiello, account director di BravoSolution (www.bravosolution.com), fa notare che dal punto di osservazione dei processi di acquisto e di governo della spesa, esiste un atteggiamento dualistico della PA nei confronti del cloud computing. «L’utilizzo di tecnologie “da remoto” e attraverso Internet è visto come grande opportunità per mettere in atto le recenti indicazioni normative che regolano gli acquisti pubblici e che promuovono con forza crescente le tecnologie digitali (da ultimo, si può citare il decreto 55/2013 sulla fatturazione elettronica) per rendere i processi più efficienti, snelli, trasparenti e dematerializzati». Ma non solo. «Il cloud – continua Cappiello – è talvolta associato all’idea di soluzioni “standard” non sufficientemente specifiche per procedure di affidamento regolate da numerosi adempimenti formali». Si tratta di un timore che – però – può essere superato orientandosi verso soluzioni evolute come le «tecnologie consolidate e specifiche per appalti pubblici, in grado di interfacciarsi automaticamente con sistemi terzi che, nel caso del procurement pubblico, sono tipicamente i sistemi dell’AVCP, quelli per la gestione dei protocolli di legalità e i sistemi ERP aziendali». Il tutto con i più elevati livelli di sicurezza nella gestione di dati e processi critici per la regolarità delle procedure pubbliche. «Lo dimostrano – fa notare Cappiello – le esperienze di governi nazionali quali quelli di Regno Unito e Olanda, e quelle di numerose stazioni appaltanti italiane che hanno già adottato queste tecnologie con successo».

È interessante anche il contributo di Paolo Perissinotto, product manager per le soluzioni PA, area Contratti Pubblici di 24 ORE Software (www.24oresoftware.com). «Il paradigma sotteso al cloud computing non può che essere considerato votato all’innovazione e alla razionalizzazione della spesa oltre che all’efficienza complessiva nella gestione dei flussi dei dati e delle informazioni interne ed esterne all’Ente» – dice Perissinotto. «Tuttavia, incontra resistenze culturali e operative che ne limitano la diffusione. Queste resistenze trovano spiragli applicativi concreti, favoriti anche dall’incalzare della produzione normativa che induce ogni ente pubblico a reagire in tempi sempre più serrati e a garantire standard di trasparenza e cooperazione con l’esterno sempre più elevati». Si hanno quindi esempi di rilevante ricorso alle procedure negoziate negli appalti, che prevedono l’effettuazione di indagini di mercato puntuali nel rispetto dei principi comunitari: «Una situazione che porta il più delle volte alla istituzione di elenchi aperti di operatori economici capaci di interagire con il mercato dei soggetti esterni interessati» – fa notare Perissinotto. Ma vi sono anche altri esempi, come le recenti disposizioni sulla trasparenza degli affidamenti di appalti di lavori, servizi e forniture che impongono alle varie amministrazioni di rendere pubblici tempestivamente e in formati aperti tutta una serie di dati che solitamente non erano mai trattati. «Lo sportello unico dell’edilizia privata dove tecnici e cittadini devono avere la possibilità di presentare e seguire via web l’intero iter amministrativo delle proprie pratiche senza doversi mai recare fisicamente allo sportello dell’Ente» rappresenta un altro esempio di questa sinergia virtuosa. «Quello che accomuna questi casi – prosegue Perissinotto – è che si tratta di situazioni che di solito comportano l’adozione di nuove componenti di infrastruttura tecnologica, di software applicativo, o di altro. Complessivamente, solo le soluzioni cloud di tipo pubblico o privato riescono a mettere a disposizione queste componenti in tempi rapidi, con collaudate certezze di processo, conformità normativa nel tempo, a prezzi assolutamente concorrenziali rispetto alle soluzioni canoniche. E in questi casi è facile per i soggetti pubblici toccare con mano immediatamente i vantaggi di una soluzione cloud». 

Piattaforme di riferimento

Nel settore pubblico, l’aspetto legato alla dicotomia risparmio-innovazione è ancora più significativo, poiché coinvolge gli interessi della comunità. Pierangelo Rossi, amministratore delegato di Italsel (www.italsel.com) non ha dubbi: «Il cloud computing nasce per trasformare gradualmente ogni hardware in un terminale della Rete. Se guarderemo a quest’ultima come un luogo popolato da software disponibili on-demand, allora l’hardware personale sarà sufficiente a svolgere gran parte del lavoro di un’azienda, pubblica o privata». Se l’ottimizzazione di un sistema informativo nasce dalla semplificazione, è in tal senso che il cloud può giocare un ruolo determinante. Ma non solo: «Nell’immediato o nel prossimo futuro, i servizi informativi che beneficeranno maggiormente di questa tecnologia sono quelli considerati “di base”, come la posta elettronica, la condivisione e il backup dei dati, la sicurezza granulare del dato sensibile (fondamentale per la PA) e la gestione di device mobili. La piattaforma Shareprise.it di Italsel nasce proprio per soddisfare queste prime esigenze – spiega Rossi – e si arricchisce di un importante accordo strategico come la distribuzione di Colt Ceano, il sistema applicativo di servizi cloud-based quali Hosted Exchange, Backup as a Service, Disaster Recovery as a Service, IaaS, Virtual Desktop, File Sharing e Collaboration, offerta da Colt sulla propria infrastruttura. La necessità più sentita, infatti, è la possibilità di avere un unico fornitore, un unico SLA e la massima affidabilità di calcolo e di banda: strumenti indispensabili per usufruire di tutti i vantaggi del cloud».

Sulla stessa linea è anche Antonio Leonforte, amministratore delegato di Fhoster (www.fhoster.com) che sottolinea come i vantaggi di una infrastruttura cloud pubblica o privata siano ormai chiari in termini di flessibilità e di riduzione dei costi, anche se non è a livello infrastrutturale che il cloud computing esprimerà il suo massimo potenziale. «Risparmi e guadagni di efficienza assai più consistenti possono essere ottenuti sfruttando il cloud non solo per il dispiegamento di soluzioni sviluppate in modo tradizionale, ma come piattaforma agile, di tipo PaaS, Platform as a Service, per creare direttamente nel cloud, in modo drasticamente più veloce ed economico, sistemi informativi aperti e robusti in risposta a nuove esigenze» – afferma Leonforte. La crescente domanda di trasparenza nella PA anche locale sta stimolando – quindi – numerosi progetti innovativi, i cui vincoli di tempo e costo (visto che spesso si hanno a disposizione pochi mesi e poche decine di migliaia di euro) non possono essere soddisfatti con le classiche tecniche di sviluppo. «In questi contesti, piattaforme come Livebase, l’application PaaS di Fhoster, hanno dato prova di unire efficacemente la rapidità e la robustezza dell’approccio model-driven con la flessibilità e l’immediatezza operativa del cloud computing» – spiega Leonforte. «Il ministero dei Beni Culturali, per esempio, utilizza da tempo Livebase sia per progetti di lungo periodo, come la implementazione del Protocollo di Legalità nel Grande Progetto Pompei (anagrafe fornitori e monitoraggio lavori cantieristici), sia per esigenze tattiche, come la ricezione e la valutazione delle proposte per il progetto europeo JHEP, e sia per la pubblicazione di open-data per la trasparenza amministrativa».

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Geospatial democracy https://www.datamanager.it/rivista/geospatial-democracy-50322.html Tue, 05 Nov 2013 12:40:40 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/11/geospatial-democracy/ Nuovi spazi di libertà e nuovi strumenti di democrazia diretta. La frontiera della costruzione del consenso passa attraverso il numero di contatti giornalieri e le strategie di social marketing o attraverso la trasparenza?   In questi tempi di profonda crisi economica, assistiamo a fenomeni quanto meno curiosi. L’inefficienza dell’apparato pubblico e la conseguente crisi dell’attuale […]

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Nuovi spazi di libertà e nuovi strumenti di democrazia diretta. La frontiera della costruzione del consenso passa attraverso il numero di contatti giornalieri e le strategie di social marketing o attraverso la trasparenza?

 

Giovanni Maria Casserà amministratore delegato di GESP - Sistemi Informativi GeograficiIn questi tempi di profonda crisi economica, assistiamo a fenomeni quanto meno curiosi.

L’inefficienza dell’apparato pubblico e la conseguente crisi dell’attuale modello di rappresentatività politica hanno evidenziato l’esigenza di trovare nuovi modi per esprimere il proprio pensiero (e molte volte il proprio malcontento), al di fuori degli schemi classici di partecipazione alla vita pubblica. In questo senso, Internet potrebbe rappresentare – a detta di molti – la nuova frontiera per la costruzione del consenso e – se ben utilizzato – potrebbe – secondo taluni sociologi ed esperti di comunicazione – rappresentare un nuovo modello di democrazia diretta. Secondo altri – viceversa – tutto ciò evocherebbe preoccupanti scenari alla “Grande Fratello” di orwelliana memoria. Personalmente, non esprimo giudizi, ma mi limito a rilevare che l’idea della “democrazia del web” non è nuova ed esiste da quando c’è Internet. Certo, le cose sono un po’ cambiate da quando Internet era agli albori. Dai tempi di “The Well” (Whole Earth ‘Lectronic Link) – la prima comunità virtuale fondata nel web a metà degli anni Ottanta – a oggi – le cose sono un po’ cambiate. Allora, le parole d’ordine erano “libertà di espressione” e “creatività”. Il web era uno strumento nuovo che poteva essere utilizzato semplicemente per esprimere il proprio pensiero, senza necessariamente attendersi un ritorno in termini economici o di consenso politico. Ancora non si pensava che il numero di contatti giornalieri potesse essere direttamente proporzionato alla quotazione in Borsa o al successo elettorale (anche perché – a onor del vero – i numeri non erano ancora quelli attuali).

 

La democrazia del web 

Oggi, l’idea della “democrazia del web” ha perso molti di quei connotati romantici e un po’ da “fricchettone new age” ed è decisamente più irreggimentata, più organizzata. Tende, insomma, a un qualche scopo: vendere, fare tendenza, influenzare il comportamento, organizzare il consenso.

L’uso dei nuovi device digitali – d’altronde – impone un cambiamento di linguaggio. Più diretto ma non per questo più affidabile: la dimensione “social” richiede una competenza comunicativa ben precisa e solo chi ne possiede gli strumenti diventa il “guru” del momento.

Assistiamo al proliferare di profili Facebook di leader politici, al continuo chiacchiericcio di tweet orientati all’intercettazione del maggior numeri di consensi, del maggior numero di voti potenziali. A volte, verrebbe quasi da pensare che un’idea o una proposta politica possano assumere una valenza diversa o migliore solo perché presentate attraverso il web, il che – alla fine – la dice lunga sulla bontà dell’idea o della proposta in sé. E il “popolo del web” sembra assecondare questa tendenza: in fondo cosa costa un “I like”?

Il web non è di per sé né buono né cattivo. E’ solo uno strumento di comunicazione di massa e in quanto tale può essere utilizzato per i fini più disparati. La differenza sta nei contenuti, a patto – quando si tratta di partecipazione alla vita pubblica – di non confonderli con tecnicismi da “content management”.

Peraltro, esistono anche molti altri modi – più neutri e più super partes – di utilizzare il web ai fini di una maggiore partecipazione democratica alla vita pubblica. Per esempio, sfruttandone non solo l’effetto moltiplicatorio (ossia, la possibilità con un solo click di parlare a milioni di persone in tutto il mondo), ma anche le funzionalità – per così dire – strettamente tecnologiche di analisi e di presentazione dei dati di fatto. Poi – una volta esposto il fatto nella sua assoluta evidenza – ciascuno sarà libero di trarne le conclusioni che più gli sembrano corrette. A questo riguardo, ho letto recentemente gli atti di un interessante seminario tenutosi nell’ambito del Geospatial World Forum che quest’anno si è tenuto a Rotterdam.

Il Geospatial World Forum – per chi non lo avesse mai sentito nominare – è probabilmente il più importante appuntamento mondiale dedicato alla “geospatial community” globale. È qualcosa di più di un semplice evento di settore. È l’incontro annuale di chiunque si occupi di GIS, di IT geospatial in genere e di diavolerie simili: non solo, quindi, produttori di tecnologie, geo-service providers e produttori di dati, ma anche e soprattutto agenzie governative, “policy makers”, università, centri di ricerca, agenzie spaziali…

Tutti coloro che a vario titolo si occupano dell’informazione geografica e delle relative tecnologie si danno convegno (quest’anno erano presenti i rappresentanti di oltre 70 paesi) e per quattro giorni di fila discutono sullo stato dell’arte e sulle possibili ricadute socio-economiche della crescente diffusione dell’informazione geografica digitale.

Fra i vari seminari e sessioni parallele, una in particolare ha catturato la mia attenzione:

“Open Geospending. Mapping the spending of Public Funds”.

 

Trasparenza e controllo

In sintesi, si trattava di una serie di raccomandazioni rivolte ai governi e alle comunità locali a utilizzare gli strumenti Web-GIS per mappare, rendere pubblici e tenere sotto controllo le dinamiche della spesa e degli investimenti di denaro pubblico. Una sorta di cartografia della spesa pubblica finalizzata a mappare su quali territori, con quali fini e soprattutto con quali esiti siano stati investiti i denari pubblici. Riprendo l’idea e provo a rilanciarla in una logica di trasparenza nella prassi amministrativa degli enti locali del nostro Paese.

Si potrebbero utilizzare gli strumenti Web-GIS per dare evidenza a tutti coloro che fanno parte di una certa comunità geografica sull’utilizzo di quattrini pubblici da parte degli amministratori locali. La mappa della spesa pubblica potrebbe essere – proprio come le mappe di Google che siamo abituati a utilizzare – libera, aperta e disponibile a chiunque la voglia consultare e potrebbe riportare la collocazione geografica dei siti, delle opere e delle infrastrutture che sono state oggetto di spesa pubblica con l’indicazione di quanti quattrini sono stati spesi nel tempo per quello specifico intervento. Potrebbero essere introdotte – proprio come nei sistemi informativi territoriali normalmente in uso presso alcune amministrazioni pubbliche – le tematizzazioni del caso coincidenti con l’ambito di azione delle diverse ripartizioni pubbliche: trasporti, strade e viabilità, sport e cultura, verde pubblico…. I dati di base potrebbero essere estratti direttamente dal bilancio comunale che è un atto pubblico e i singoli interventi potrebbero essere rappresentati graficamente a seconda della tipologia: puntuali se il finanziamento riguarda un singolo edificio e/o un certo impianto; lineari se si tratta di una strada o di una linea di trasporto; areali ove i quattrini siano stati spesi a beneficio di una certa porzione di territorio (per esempio un parco).

 

Geo-spending review

 A quel punto, sarebbe facile per chiunque valutare con immediatezza l’efficacia dei quattrini spesi dai nostri amministratori pubblici. Dopo aver aspettato per ore e ore l’autobus potrei scoprire – per esempio – che il Comune ha appena speso una “barcata” di quattrini per comperare nuovi mezzi da adibire al trasporto pubblico locale di persone, oppure – dopo aver fatto una bella passeggiata nei giardini pubblici, fra siringhe e cartacce – potrei venire a sapere a quanto ammonta la spesa annuale per la manutenzione di parchi e giardini nella mia città e trarne – magari dopo aver confrontato il dato con quello di altre città – le opportune conclusioni. Insomma, credo che ci sarebbe da riflettere. D’altronde – in un paese civile – non si capisce perché solo i cittadini e le imprese debbano essere soggetti a continui controlli da parte di un fisco occhiuto e intransigente senza che sia data loro la possibilità di sapere come vengono poi realmente spesi i soldi derivanti dal gettito tributario. L’idea – naturalmente – non è nuova e non è mia. In altri paesi, è realizzata in modi e con finalità differenti, ma è oggetto di una raccomandazione circa le “best practices”, che dovrebbero essere implementate a livello europeo per il controllo della spesa.

Ultimamente, non si fa altro che parlare di controllo e razionalizzazione della spesa pubblica ai fini di un suo contenimento: perché – allora – non pensare anche alla “geo–spending review”?

 

Giovanni Maria Casserà, amministratore delegato di GESP – Sistemi Informativi Geografici

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“Google Tax”, i big del web dovranno aprire la partita IVA? https://www.datamanager.it/news/google-tax-i-big-del-web-dovranno-aprire-la-partita-iva-50976.html Mon, 04 Nov 2013 15:57:48 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/11/google-tax-i-big-del-web-dovranno-aprire-la-partita-iva/ Giovedì si saprà se le multinazionali della Rete dovranno obbligatoriamente aprire una partita IVA italiana per operare nel nostro Paese

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Giovedì si saprà se le multinazionali della Rete dovranno obbligatoriamente aprire una partita IVA italiana per operare nel nostro Paese

Google, come molte altre aziende del web come Facebook e Amazon, è entrata nel mirino del Fisco italiano perché accusata di non pagare le dovute tasse. I big della Rete hanno sfruttato un’escamotage per dichiarare la propria sede fiscale in Irlanda o Lussenburgo corrispondendo così allo Stato pochissimi contributi. Ora che Dublino è diventata meno amica delle aziende dell’hitech, ritorna in auge anche in Italia la proposta l’onorevole Ernesto Carbone del PD di imporre l’apertura alle multinazionali dell’hitech della partita IVA. Big G aveva detto: “operiamo all’interno delle leggi se non vanno bene cambiatele“. L’Italia l’ha presa in parola.

Arriva la “Google Tax”?

Questo mercoledì il Premier Enrico Letta, che ha ribadito l’importanza di Expo 2015 per l’Italia, incontrerà i rappresentati di PD, Pdl e Scelta Civica e valuterà se inserire all’interno della spending review anche la cosiddetta “Google Tax”. Il termine ultimo per la modifica del decreto è fissato per giovedì. La proposta, perfezionata dal presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, è di permettere l’acquisto di servizi e prodotti online solo ai soggetti dotati di partita IVA italiana. La speranza è che con questo provvedimento Google non abbandoni i suoi propositi di investire nel nostro Paese.

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