«Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi».
È da questa posizione, espressa da Ursula von der Leyen nel presentare il Technological Sovereignty Package (TSP), che prende forma il nuovo piano con cui la Commissione europea punta a rafforzare l’autonomia dell’UE nei settori strategici dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source.
Il TSP non è un’iniziativa isolata, ma rappresenta il punto di convergenza di un percorso avviato da tempo che mette insieme diverse iniziative, dalla “Bussola per la competitività”, pensata per rendere l’economia europea più competitiva rispetto a Stati Uniti e Cina, alla Strategia per la sicurezza economica, che mira a ridurre le dipendenze strategiche dell’Europa in alcuni settori critici – tecnologie avanzate, materie prime, infrastrutture digitali e supply chain – allineandole a precisi obiettivi economici e geopolitici.
Tra gli obiettivi più ambiziosi del pacchetto figura il raddoppio di scala delle infrastrutture di calcolo europee. Bruxelles punta a triplicare la capacità dei data center entro i prossimi cinque-sette anni. L’obiettivo è colmare il deficit di potenza computazionale provocato dall’esplosione dell’intelligenza artificiale, accelerando la costruzione di nuovi impianti attraverso procedure autorizzative più snelle e facilitando l’accesso a suolo, acqua, energia e capitali. Oltre che industriale, la sfida è energetica. Per questo il piano prevede una roadmap dedicata alla digitalizzazione del sistema elettrico e all’impiego dell’AI nel settore, con l’obiettivo di integrare i data center in modo sostenibile e di aumentarne l’efficienza. Un tassello inserito in un piano strategico più ampio che prevede la realizzazione di diciannove “Fabbriche di AI” e nuove Gigafactory di supercalcolo, destinate all’addestramento dei modelli europei di intelligenza artificiale.
La novità del pacchetto risiede tanto nell’ampiezza delle misure quanto nel cambio di paradigma che introduce. Per la prima volta Bruxelles affronta semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale e open source come anelli della stessa catena del valore, superando la logica degli interventi settoriali e ponendo le basi di una politica industriale fondata sulla sovranità tecnologica. Soprattutto, non si limita più a sostenere l’offerta come aveva fatto con il primo Chips Act, ma prova a orientare anche la domanda, utilizzando il potere degli acquisti pubblici per favorire tecnologie considerate strategiche per l’autonomia europea.
Al di là dell’iter legislativo e delle inevitabili mediazioni, il successo del TSP dipenderà dalla capacità degli Stati membri di trovare un equilibrio su una questione destinata a segnare il futuro dell’industria europea: che cosa significa, oggi, tecnologia europea? Attorno a questa domanda si confrontano due visioni contrapposte. Da una parte ci sono quelli che ritengono necessario rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione, limitando il ricorso a fornitori extraeuropei nei servizi più sensibili e utilizzando gli appalti pubblici come leva per sostenere l’industria continentale. Dall’altra ci sono coloro che temono che un eccesso di protezionismo possa rallentare la trasformazione digitale e preferiscono continuare ad affidarsi alle tecnologie, spesso più mature, offerte dai grandi operatori internazionali.
Un dilemma tutt’altro che teorico. Oggi, nei servizi digitali più critici, l’Europa dipende in larga misura da aziende straniere. Una vulnerabilità che, in uno scenario di crescente competizione geopolitica, può scivolare in restrizioni unilaterali, interruzioni dei servizi o nuove forme di pressione politica ed economica. Bruxelles non può permettersi di “dichiarare guerra” ai colossi americani del cloud e dell’AI. Ma sicuramente può creare regole che riducano il rischio di dipendenza senza rompere l’alleanza tecnologica con Washington. La Commissione europea insiste molto sul fatto che il mercato resterà aperto ai partner affidabili (“like-minded partners”), introducendo però criteri più stringenti per i casi sensibili.
Nel trade-off tra autonomia strategica e apertura dei mercati, l’Europa deve rafforzare la resilienza europea senza rinunciare ai benefici dell’integrazione internazionale. «Se non sei al tavolo delle trattative, sei nel menu». Le parole del Primo Ministro canadese Mark Carney, pronunciate al World Economic Forum di Davos, sono la sintesi brutale ma plastica del nostro tempo. «Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con una potenza dominante, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È a messa in scena della sovranità che accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi che si trovano nel mezzo hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via che abbia un impatto».


































