Sandro Frigerio – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 16:42:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Sandro Frigerio – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il mercato digitale torna a tirare e ora si apre la partita dell’industria 4.0 https://www.datamanager.it/2017/07/mercato-digitale-torna-tirare-ora-si-apre-la-partita-dellindustria-4-0/ Tue, 25 Jul 2017 08:33:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129334 Presentate le stime Assinform: dall’automazione e digitalizzazione si attende una nuova spinta Il mercato digitale consolida i segni di ripresa del 2016 e ora si attende una nuova fase che potrebbe essere illuminata da un driver di tutto rispetto: quello dell’Industria 4.0, che se giocherà bene le sue carte, unendo i processo digitali necessari, potrà […]

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Presentate le stime Assinform: dall’automazione e digitalizzazione si attende una nuova spinta

Il mercato digitale consolida i segni di ripresa del 2016 e ora si attende una nuova fase che potrebbe essere illuminata da un driver di tutto rispetto: quello dell’Industria 4.0, che se giocherà bene le sue carte, unendo i processo digitali necessari, potrà anzi trasformarsi in “impresa 4.0”. Assinform e Confindustria Digitale hanno confermato l’orientamento al bel tempo delle lancette del barometro, pur segnalando gli elementi critici e le scommesse ancora aperte. Tra questi, il consistente ritardo della digitalizzazione della PA e lo shortage delle competenze digitali. I due presidenti Agostino Santoni ed Elio Catania hanno “dettato il passo” del nuovo corso, sottolineando come la partita aperta, in realtà, non riguardi solo un settore, per quanto importante, ma l’intera struttura economica del paese.

Si consolida la ripresa nel 2017

I numeri in primo luogo, presentati da Giancarlo Capitani, presidente di NetConsulting Cube, che quest’anno è stata affiancata da NextValue (di cui si rimpiange la recente scomparsa del fondatore Alfredo Gatti) nella realizzazione del rapporto “Il Digitale in Italia”. Dopo un 2016, che già aveva chiuso il 2016, secondo i numeri raccolti da NetConsulting, con un +1,8%, dove però pesava un +7m2% della componente “non tecnologia”, ovvero contenuti e pubblicità digitale, il 2017 sembra caratterizzarsi per una ripresa più solida e diffusa. Il primo trimestre spunta un eccellente +2,8%, con segni che questa volta interessano tutti i comparti.

Certo, la componente, un po’ “spuria” dei contenuti digitali (come se nel mercato automobilistico si contasse anche l’auto noleggio) continua a dominare con il suo +6,9%, ma i servizi Ict crescono comunque del 2,9%, il software e le soluzioni del 5,8%. Cresce anche l’hardware, con un + 0,9%, dove sono soprattutto server di fascia alta (per i data center nel cloud) e gli smartphone a mantenere il ritmo. Smette di avere segno meno anche “il grande malato”, ovvero le Tlc, che raggiungono la stabilità (+0,04%). Quel che più conta è che per l’intero 2017, il mercato è atteso, secondo stime prudenziali, a un +2,3%. Pesa, nella lieve decrescita, il meno 0,5% delle Tlc, probabilmente appesantite nella seconda metà dell’anno, dal venir meno delle tariffe del roaming internazionale. Per il 2018, il segno più dovrebbe ancora consolidarsi, con un +2,6%.

Bene Industria 4.0, ma la PA è ancora indietro

Segnali positivi dunque, con i principali drivers nella mobilità, negli analytics, nel cloud, nella cybersecurity, ma segnali positivi anche dal punto di vista qualitativo, con il moltiplicarsi delle iniziative innovative. Anche nel Mezzogiorno, ha sottolineato il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania. Tutto bene quindi? A tirare il bilancio è il presidente di Assinform Santoni: “buoni risultati dal piano ultrabroadband, elementi di preoccupazione per la digitalizzazione della pubblica amministrazione “dove occorre essere più direttivi, anche a costo di imporre i nuovi comportamenti virtuosi”. Favorevoli aspettative, infine da Industria 4.0.  La vera novità potrebbe essere proprio questa. Grazie anche agli incentivi fiscali in materia – ovvero gli iperammortamenti – il mercato nel comparto registra crescite del 20%, con impatti anche sulla filiera digitale. Anzi, per Catania, “stiamo risvegliando l’economia del Paese”, mentre dalla convergenza tra automazione e digitalizzazione può nascere la “versione italiana” di un’Industria 4.0 che diviene Impresa 4.0.

Un segnale, intanto, viene dal  territorio: Confindustria – ha spiegato Catania – spinge per un lavoro di squadra su Industria 4.0 per coinvolgere le imprese, fare sistema attorno alle eccellenze che ci sono. Sono migliaia le imprese incontrate per parlare di queste prospettive e dei 20 Innovation hub regionali, per disseminare il nuovo verbo, 14 sono già attivi, mentre gli altri lo saranno nelle prossime settimane.

Gli ostacoli non mancano e sono soprattutto due: la carenza di risorse umane adeguate,  e il ritardo della PA. Il primo, gli “skills”, è un parametro che vede l’Italia fanalino di coda europeo nelle classifiche internazionali del “Digital Index”. Tra il 2016 e il 2018 si stima che manchino oltre 19 mila competenze tra addetti da riqualificare (operazione non semplice per motivi anagrafici e anche qualche resistenza sindacale) e dai 41.700 ai 65.700 nuovi posti da coprire.  Sulla PA, il presidente di Confindustria Digitale è stato diretto: “la PA non è come un’azienda, ma pur con le diverse modalità, i principi sono gli stessi. Occorre una profonda revisione dei processi”. Il piano triennale dell’Agenda digitale: “Buone idee, ma sono solo un piano”.

A cura di Sandro Frigerio – FMC
Sandro.frigerio@fmc-comunicazione.it

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Le memorie di Toshiba e i motivi dell’interesse di Foxconn, Apple, Dell & Co. https://www.datamanager.it/2017/06/le-memorie-toshiba-motivi-dellinteresse-foxconn-apple-dell-co/ Tue, 13 Jun 2017 13:42:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126599 Che cosa accomuna Foxconn, Apple, Dell e altre aziende tra le principali dell’high tech Usa nella rincorsa all’unità Memorie di Toshiba, in vendita per coprire i buchi del nucleare? Ammettiamolo, gli argomenti come componenti e  memorie appaiono un po’ ostici ai commentatori. I media italiani non appaiono molto propensi a trattare un argomento che vale […]

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Che cosa accomuna Foxconn, Apple, Dell e altre aziende tra le principali dell’high tech Usa nella rincorsa all’unità Memorie di Toshiba, in vendita per coprire i buchi del nucleare?

Ammettiamolo, gli argomenti come componenti e  memorie appaiono un po’ ostici ai commentatori. I media italiani non appaiono molto propensi a trattare un argomento che vale decine e decine di miliardi di dollari  che si parli di unità a disco, di memorie Dram, figuriamoci quelle flash. In queste settimane il tema che tiene banco è la vendita “forzata” della divisione memorie a semiconduttori di Toshiba, pressata ai “buchi” generati dalla sua controllata elettronucleare (l’americana Westinghouse), una vicenda in cui si giocano anche preoccupazioni politiche lungo l’asse Giappone – Cina (più Taiwan)  – Usa. Benché gli stessi nomi circolino da un paio di mesi, le ultime ore hanno fatto da cassa di risonanza alle dichiarazioni del Ceo e fondatore di Foxconn, Terry Gou, che affiancano al nome del principale contract manufacturer mondiale, che ha più di 1 milione di dipendenti nel mondo. Nomi  che rappresentano la crema dell’hi-tech Usa: Apple e Dell in primo luogo, e poi anche Microsoft sullo sfondo e altri ancora, senza contare le controfferte di altri giganti come Western Digital o Broadcom. C’è una logica in tutto questo e in quello che potrebbe qualificarsi come un rimescolamento della filiera del valore? Ma perché, proprio Apple e Dell?

Incominciamo col dire che le memorie finiscono oggi soprattutto negli smartphone e nelle unità a disco allo stato solido, SSD e loro varianti. Foxconn, naturalmente, produce per conto terzi gli smartphone, a cominciare dall’iPhone (e l’iPad) di Apple, e produce computer, che notoriamente hanno bisogno di unità di archiviazione. Un anno fa erano quasi una rarità, ma oggi moltissimi dei notebook, compresi 2 in 1 (quelli con tastiera separabile) e “convertibili” (quelli con tastiera che ruota a 360 gradi) usano non più i tradizionali dischi rotanti, ma unità allo stato solido: SSD appunto. Non basta: da almeno un paio d’anni, il business delle memorie flash ha superato quello delle tradizionali memorie Dram, che naturalmente, a causa della loro volatilità, hanno altri tipi di impieghi, pur condividendo una base a semiconduttore.

  • Un possibile e rischioso collo di bottiglia per smartphone e notebook

Per le sue memorie, Toshiba fino allo scorso anno ha chiaramente privilegiato un utente: Apple. La fame di memoria negli smartphone è illimitata. L’ingresso lo scorso anno dell’iPhone 7, per esempio, ha rappresentato il passaggio dei “tagli” di memoria da 16 a 128 GB a quelli da 32 a 256 Gigabyte e la memoria fa parte dei costi maggiori (per la cronaca: secondo IHS, produrre un iPhone 7 costa 219 dollari di materiali e 5 (cinque) di assemblaggio, presso le linee della stessa Foxconn. Il problema è che Toshiba, in un’ottica di comprensibile e prudenziale diversificazione, ha deciso sul finire dello scorso anno di allentare un po’ il pedale dalle forniture ad Apple, che poi finiscono materialmente a Foxconn. Apple e Foxconn sono quindi doppiamente interessate ad avere il controllo (e la priorità) nelle forniture, in un mercato che è peraltro sempre sotto tensione o, come dicono gli anglosassoni, “in undersupply”.

  • L’unica tecnologia in crescita anche nei sistemi di enterprise storage

A sua volta Dell ha più di un motivo per avere una presenza nel business delle memorie. Uno è naturalmente quello dei pc, che in misura crescente utilizzano nella fascia bassa (quella dei prodotti low-cost) memorie eMMC, tipicamente da 32 e (sempre più) 64 GB e per il resto memorie SSD (tipicamente tra i 128 e i 512 GB). Il fatto che Foxconn ammetta “discussioni” anche con Microsoft, sempre più impegnata in prodotti come laptop e console è un’ulteriore conferma. Un altro motivo, tuttavia, anche quello dei sistemi di storage per il mondo enterprise.

Non va trascurato infatti che proprio Dell un anno fa è stata protagonista di una delle più costose acquisizioni tecnologie, quella da circa 60 miliardi di dollari per portare a casa EMC, la “regina” dello Storage, ovvero dei grandi sistemi di archiviazione dati. EMC controlla, secondo i criteri di misurazione, dal 25 al 30% di un mercato che da qualche tempo ha perso lo slancio di un tempo, che negli ultimi trimestri è stato sostanzialmente “piatto” se non in lieve discesa e in cui c’è tuttavia un segmento ancora dinamico ed espansivo: quello delle unità di memoria flash. Fu la stessa EMC, una decina d’anni fa a introdurre le prime unità a disco di classe enterprise con memorie flash. Era il gennaio del 2008 quando nell’ambito della sua serie Symmetrix DMX 4, la casa di Hopkinton, vicino a Boston, introduceva unità da 73 e da 146 Gigabyte. Oggi capacità di questo genere potrebbero far sorridere, perché si trovano in uno smartphone di fascia alta. Naturalmente, come avviene nel  mondo dell’enterprise storage, il costo non era solo rappresentato dalla “capacità di archiviazione”, ma anche e in larga misura da tutta l’elettronica di controllo e relativo software: il costo di queste unità era altissimo, dell’ordine delle decine di migliaia di dollari, ma non solo le prestazioni erano date come “10 volte superiori” a quelle delle più velocit unità a disco (quelle Fiber Channel da 15 mila giri/m), ma nelle complesse architetture dei grandi sistemi, con algoritmi che ottimizzano gli accessi più frequenti, il beneficio era moltiplicato.

Tradizionalmente, EMC, così come anche gli altri produttori di sistemi di storage, non ha mai prodotto in proprio le singole unità a disco, comprate invece da specialisti del calibro di Seagate. Dell-Emc non sarà a sua volta interessata a “produrre” memorie SSD, ma ad avere solidi rapporti con uno specialista del calibro dello “spin-off” di Toshiba, secondo produttore mondiale dopo Samsung, con una quota del 18% del  mercato del settore probabilmente si.

A cura di Sandro Frigerio
Tratto da FMC Report  Daily – 13 giugno 2017

Sandro.frigerio@fmc-comunicazione.it

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Il “chiodo” del PC a bordo https://www.datamanager.it/2017/03/chiodo-del-pc-bordo/ Tue, 21 Mar 2017 13:15:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121555 Il bando ai computer su compagnie aeree mediorientali riporta alla memoria anni in cui i primi laptop ultraleggeri, come il Quaderno Olivetti, facevano suonare l’allarme sicurezza anche negli aeroporti della Silicon Valley: “troppo piccolo per essere davvero un computer” Questa ve la racconto. Perché c’è un po’ di storia e di Amarcord tecnologico. La disposizione […]

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Il bando ai computer su compagnie aeree mediorientali riporta alla memoria anni in cui i primi laptop ultraleggeri, come il Quaderno Olivetti, facevano suonare l’allarme sicurezza anche negli aeroporti della Silicon Valley: “troppo piccolo per essere davvero un computer”

Questa ve la racconto. Perché c’è un po’ di storia e di Amarcord tecnologico. La disposizione più o meno ufficiosa -non è ancora una norma ma solo una circolare – secondo la quale uno stuolo di compagnie aeree arabe (ma attenzione: “arabo” non vuol dire “musulmano”: prendete Pakistan o Iran, per esempio) inviterebbe a non portare a bordo dispositivi elettronici, notebook inclusi, anzi in primo luogo, più grandi di un cellulare fa e farà discutere.

Del resto, con la sicurezza non si scherza e ormai ci siamo abituati all’idea che quel che compriamo al duty free ce lo teniamo ben sigillato, o a quella non portare liquidi sopra i 100 cc a bordo. Su computer e telefonini, però, avevamo un’idea diversa. Per esempio che i computer fossero ammessi, mentre i cellulari dovessero rimanere spenti, causa interferenze anche se in anni più recenti le misure si sono affievolite. Erano gli anni ’90 quando alcuni produttori di notebook facevano accordi per garantire presso le salette Vip degli aeroporti la ricarica di computer la cui autonomia non andava al di là delle 2-3 ore. Più avanti, quando le autonomia arrivarono alle 7-8 ore, un leit-motiv diveniva la possibilità di stare collegati con notebook o lettori video per tutta la durata di un volo transatlantico. Nei treni ad alta velocità, la cui criticità non è inferiore a quella di un aereo, la dotazione di prese elettriche proprio per i computer è naturalmente un must.

Il pensiero però mi torna indietro di quasi un quarto di secolo, primi anni ’90. Viaggio in California nella Silicon Valley per una serie di interviste. Oltre alla Nikon, mi porto un Quaderno Olivetti, appena uscito. Era bruttino, piccolo, solo Dos, schermo non retroilluminato. Ma ci si poteva scrivere, prendere appunti e aveva anche una sezione registratore con tasti esterni. Al mitico PARC, il laboratorio informatico allora della Xerox a Palo Alto, dove avevano inventato di tutto, dalla stampa laser alle workstation per ufficio, dall’Ethernet alle interfacce grafiche, sgranarono gli occhi. “What is it”? Mi chiedevano increduli anche scienziati come Mark Weiser, il prematuramente scomparso inventore del concetto di “ubiquitous computer” che due decenni dopo avremmo ritrovato in Lavagne multimediali e tavolette connesse nelle aule.

Il guaio era che la stessa domanda, sistematicamente se la facevano gli agenti della sicurezza agli aeroporti nord americani. Quell’America che aveva appena vinto la prima Guerra del Golfo. Con i suoi potentissimi tank e gli anziani tuttavia “terrific” superbombardieri B52, ma che  perdeva la corsa alla miniaturizzazione nelle case a favore di Sony e Matsushita-Panasonic, non aveva ancora inventato un computer così piccolino. Risultato: dovevo far vedere che la batterie era davvero una batteria e non un serbatoio di esplosivo al plastico, che il computer s’accedeva e che si poteva anche zampettare sulla tastiera. L’esito in genere era un sorriso all’insegna del “non sanno più che cosa inventare”. Amarcord appunto. Anche all’insegna delle occasioni perse.

Sandro Frigerio – FMC Report

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Quarant’anni double face https://www.datamanager.it/2016/07/quarantanni-double-face/ Fri, 15 Jul 2016 12:45:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105876 Lo confesso: ho incominciato a scrivere di informatica (si diceva così) quando Data Manager muoveva i primi passi. Quasi per caso. Uno di quegli scioperi che in Germania capitano ogni 12 anni mi cancellò un appuntamento alla Volkswagen di Wolfsburg. Mi fermai ad Hannover, prima volta alla Fiera di cui il CeBIT era solo uno […]

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Lo confesso: ho incominciato a scrivere di informatica (si diceva così) quando Data Manager muoveva i primi passi. Quasi per caso. Uno di quegli scioperi che in Germania capitano ogni 12 anni mi cancellò un appuntamento alla Volkswagen di Wolfsburg. Mi fermai ad Hannover, prima volta alla Fiera di cui il CeBIT era solo uno dei grandi padiglioni. Era il 1978, rapimento Moro in corso. Alla Siemens mi presentarono una delle prime stampanti laser. Destinata ai grandi data center, pensavo che col laser facesse fori per moduli perforati. Alla Nixdorf, dove incontrai il fondatore Heinz, mi parlavano di oscuri rapporti tra computer e linee telefoniche, ma pensavo che il mio tedesco mi stesse giocando brutti scherzi.

Ormai il dado era tratto. Tornato in Italia, imparai che cosa fosse un home computer, che costava come un mese di stipendio (erano l’Atari 400, il Commodore 64, il Sinclair Z80, o il costosissimo TI-99/4 che costava il doppio: un milione). Il pc IBM, annunciato nell’estate 1981 e qualche mese dopo presentato alla biblioteca comunale di Milano, ne costava tre o quattro. In compenso, un disco fisso di Apple da cinque mega (mega!) si chiamava Profile e nel 1983 costava cinque milioni di lire. Niente rispetto ai 17 milioni di un fax della Infotec, che diventavano 22 per garantire la compatibilità con gli altri apparecchi. Solo le grandi aziende e le principali redazioni dei giornali potevano permettersene qualcuno. Altrettanto costosi i word processor Xerox o Wang, che permettevano di impaginare un documento in un batter d’occhio, anche se costavano come una media cilindrata. Olivetti, che nel 1978 aveva introdotto la prima macchina per scrivere digitale (l’ET 101) cercava a sua volta di farsi strada nel segmento. Con l’ETS 601, in pratica una typewriter con dischetto e display. Per Data Manager dovevo occuparmi soprattutto della grande informatica, e così ecco arrivare nel 1982 le prime unità a disco IBM con testine “thin film”. Una unità, grande come un frigorifero, conteneva 2,5 gigabyte, un autentico record, ma costava dagli 80 ai 140 milioni di lire. Dieci giga, che oggi stanno su uno smartphone, costavano 400 milioni. Parte del sistema era prodotta per l’Europa a Vimercate, mentre a Montpellier IBM ci mostrava il raffreddamento ad acqua (TCM si chiamava) dei nuovi 3081, i mainframe eredi dell’S/370. Nascevano intanto nuovi concetti. In una conferenza chissà perché in Olanda, la Xerox, con Intel e DEC, aveva presentato l’Ethernet: quel mitico cavo giallo con un transceiver (1000 dollari ognuno) che trasmetteva non più i miseri 10 kilobit al secondo dei terminali IBM 3270, ma 10 megabit, mille volte di più rivoluzionando l’ufficio e non solo.

Il pc cresceva, in Italia arrivava l’M20 di Olivetti (1982) e poi l’M24 (1984), ma restava un brutto rospo da maneggiare. La rivoluzione, a parte le costose workstation Xerox “Star” sarebbe arrivata con Apple. Prima Lisa (1983) poi il Mac (1984). L’allora distributore italiano, la Iret di Reggio Emilia, me lo presentò in anteprima di alcuni giorni in un incontro “segreto” alle “Stelline” in corso Magenta a Milano. «Come lo trova»? – mi chiese. «Crescerà» – risposi, poco convinto da quel minidisplay da 9 pollici e l’archivio a floppy pur di risparmiare. Si doveva capire ancora a che cosa servisse. Non lo sapeva nemmeno Apple.

Il mondo però stava cambiando. Nuovi nomi arrivavano sulla spinta del pc, come Compaq (1982) e poi Dell (1984), entrambe texane. Altri nella grande informatica incominciavano a battere in ritirata. Arrivavano (1986) i primi “notebook” di Data General o Texas Instruments (e poi gli “high end”, Toshiba, Compaq), schermi piccoli, illeggibili perché non retroilluminati e prezzi da capogiro. Si incominciavano a diffondere nelle aziende nuovi termini: downsizing e client / server. Il regno di IBM, che nel 1986 arrivava a realizzare profitti record per 600 miliardi di lire in Italia, incominciava a essere meno solido. L’attenzione si era ormai spostata verso l’ufficio, arrivava la rivoluzione della stampa non a impatto, con HP e Canon a portare sui tavoli laser e ink jet. E naturalmente le reti, con i nomi nuovi di 3Com, Cisco. Il decennio dopo a fare il cambiamento sarebbero state le comunicazioni, con Internet (un milione per i primi modem domestici da 9600 kbit/s) e il loro costoso miagolare sulla linea telefonica, e la telefonia mobile: quattro milioni per il Microtac di Motorola, stella ai mondiali di Italia 90. Altri 10 anni, e il web sarebbe stato il protagonista indiscusso, mentre con il 2007 e l’arrivo dell’iPhone si cambiava ancora pagina e cambiavano in modo definitivo anche gli assetti geografici dell’industria. Ma forse un’altra cosa è cambiata: a un primo ventennio alla ricerca di risposte alle domande dell’utente, ne è seguito uno alla ricerca di domande. Ora serve una nuova sintesi.

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Digital Europe 2.0 https://www.datamanager.it/2014/10/digital-europe-2-0/ Thu, 09 Oct 2014 10:47:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=62582 I giochi sono fatti, anche se ci sono alcuni passaggi da completare per dare il peso vero alle cariche e garantire gli equilibri in una Commissione a 28 membri, da Malta alla Germania La questione è cosa delicata. Fatto è che le competenze per l’Agenda Digitale – che nell’ultimo quinquennio erano attribuite all’olandese Neelie Kroes, […]

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I giochi sono fatti, anche se ci sono alcuni passaggi da completare per dare il peso vero alle cariche e garantire gli equilibri in una Commissione a 28 membri, da Malta alla Germania

La questione è cosa delicata. Fatto è che le competenze per l’Agenda Digitale – che nell’ultimo quinquennio erano attribuite all’olandese Neelie Kroes, quando era commissario alla Concorrenza e prima ancora alla lussemburghese Viviane Reding – ora sono ampiamente distribuite. Il perché lo ha spiegato il presidente eletto Jean-Claude Juncker nella lettera di missione ai diversi commissari. Un vicepresidente, l’estone Andrus Ansip, sarà il “team leader” per il digital single market, mentre il tedesco Günther Oettinger (già all’Energia) sarà il commissario all’Economia e alla Società digitale, ma nella partita entrano le competenze di un’altra mezza dozzina di Commissari, dal Lavoro all’Agricoltura. Un “raddoppio” o un “annacquamento”. Forse è una visione diversa. La convinzione di Juncker è che l’economia digitale permeerà le altre attività, ribadendo che “l’utente resta al centro”, e auspicando un quadro regolatorio più europeo e meno nazionale, per attrarre investimenti, contribuendo a creare nel quinquennio ulteriori 250 miliardi di ricavi e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Come? Facendo leva sulle opportunità offerte dalla banda larga, dai nuovi media, dalla creazione di contenuti. Chi fornirà le tecnologie di base? Su questo non ci sono indicazioni. E l’industria delle telecomunicazioni o quella del software? Speriamo che se la cavino.

Una delle critiche rivolte alla commissaria uscente è stata l’aver privilegiato gli interessi dei consumatori, provocando riduzioni tariffarie eccessive, a discapito dei ricavi degli operatori e degli investimenti. In definitiva, il quesito è se l’ICT, nell’Europa dei prossimi anni dovrà essere considerata come un settore da sostenere, anche per le sue ricadute tecnologiche e occupazionali, o solo una leva per migliorare la competitività di altri settori, sperando che sorgano una Google o una Facebook europee.

La differenza non è da poco. I carrier europei sono stati stretti tra vincoli normativi e pressioni su prezzi e margini per fornire gratis servizi agli OTT, per lo più americani, che festeggiavano i loro record a Wall Street, il tutto su apparecchiature (indipendentemente dal marchio) rigorosamente made in Asia. Anche l’ultima chance, quella del cloud, sembra vedere un consolidamento planetario che non favorisce l’Europa, dove nemmeno si fermano le tasse. Nel frattempo in Italia, il settore conferma i segni meno: del resto, dove applicare l’investimento tecnologico se i grandi gruppi si ridimensionano o spostano i loro centri d’interesse all’estero? Da anni, la pubblica amministrazione riduce la spesa tecnologica, ma le previsioni di ammodernamento digitale che accompagnano la riforma governativa – seguite dalle dichiarazioni del ministro Madia secondo cui «non ci saranno esuberi» perché «l’impostazione non è di spending review, non siamo partiti dai risparmi» – suscitano perplessità sulla sostenibilità di una manovra che non vuol mai tagliare la spesa interna. Intanto, le ultime rilevazioni Eurostat dicono che tra i 28 paesi UE, l’Italia veleggia agli ultimissimi posti quanto a velocità delle reti ed è in fondo alla classifica per diffusione delle NGN, quelle da almeno 30 Mbit/s (anche perché non abbiamo mai avuto una rete tv via cavo).

L’Europa non può considerare l’ICT come una risorsa solo per gli altri. I temi del “mercato unico” non bastano. Occorre una politica di sostegno che nei fatti riconosca da una parte il carattere “cross industry” dell’ICT e dall’altra preveda un’attenzione pari ad altri settori infrastrutturali, come energia, ferrovie, per non parlare di aerospazio o addirittura agricoltura. L’economia digitale, abbiamo detto spesso, darà da mangiare alle generazioni future. Ma con questo si pensava a una filiera di produzione e non solo a creare dei ristoranti.

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EMC: trattative per fusione con HP avviate e interrotte https://www.datamanager.it/2014/09/emc-trattative-per-fusione-hp-avviate-interrotte/ Tue, 23 Sep 2014 15:03:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61468 Colloqui anche con Dell, Cisco e Oracle Secondo le ultime indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal e altri organi di stampa internazionali, EMC, leader nei sistemi storage esterni, starebbe valutando l’ipotesi di una fusione con un’azienda rivale. Le ragioni di questa scelta sarebbero da ricondurre alle preannunciate dimissioni del CEO, Joe Tucci, che ha già anticipato la sua uscita […]

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Colloqui anche con Dell, Cisco e Oracle

Secondo le ultime indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal e altri organi di stampa internazionali, EMC, leader nei sistemi storage esterni, starebbe valutando l’ipotesi di una fusione con un’azienda rivale. Le ragioni di questa scelta sarebbero da ricondurre alle preannunciate dimissioni del CEO, Joe Tucci, che ha già anticipato la sua uscita per l’inizio del prossimo anno, e alle pressioni di alcuni azionisti.

Le trattative con HP si sarebbero interrotte un paio di settimane fa a causa dei timori manifestati dagli azionisti e al momento sembra improbabile una ripresa delle stesse. La fusione avrebbe dato origine ad una realtà capace di movimentare un mercato, quello della gestione dei dati, da 2 trilioni di dollari.

Ma dopo aver intrattenuto colloqui per quasi un anno con HP, senza approdare ad alcun risultato, EMC avrebbe avviato colloqui anche con Dell, Cisco e Oracle.

Secondo il Wall Street Journal, tuttavia, i colloqui con Dell, Cisco e Oracle non punterebbero ad un’acquisizione completa, ma ad una partnership parziale relativa al core business di EMC, ovvero i sistemi di archiviazione dati. Attualmente EMC conta su due filoni principali del suo business: EMC Information Infrastructure, suo tradizionale centro di gravità che gestisce l’attività di data storage, VMware, fiore all’occhiello del gruppo nei sistemi di virtualizzazione e Pivotal, nonché sviluppo software.

Tratto dal Press Report quotidiano di FMC – Formule e Metodi di Comunicazione, a cura di Sandro Frigerio

 

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Tornare ai fondamentali https://www.datamanager.it/2014/07/tornare-fondamentali/ Tue, 08 Jul 2014 08:20:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57718  C’è un piano per l’Italia digitale? A fine giugno, l’unica cosa certa è che il direttore dell’Agenzia Digitale, Agostino Ragosa, aveva concluso che, sì, la 34enne ministro (per la PA) Marianna Madia aveva ragione a chiedere “discontinuità” nei confronti di un manager alla soglia della pensione, strappato alle Poste, che in due anni aveva visto […]

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 C’è un piano per l’Italia digitale?

A fine giugno, l’unica cosa certa è che il direttore dell’Agenzia Digitale, Agostino Ragosa, aveva concluso che, sì, la 34enne ministro (per la PA) Marianna Madia aveva ragione a chiedere “discontinuità” nei confronti di un manager alla soglia della pensione, strappato alle Poste, che in due anni aveva visto passare tre governi, impantanare uno statuto e con esso una pianta organica fatta più di ufficiali che di soldati. Il tutto, facendo anche buon viso alla nascita di un Commissario all’Agenda Digitale, Francesco Caio, all’inizio “prestato part time” da GE-Avio a Enrico Letta e ora finito alle Poste. Valutazioni sui risultati ottenuti? Sugli indirizzi? Non siamo noiosi, suvvia. I soldi del resto, sono quelli che sono, anche se viene da pensare che con i miliardi del MOSE di Venezia si poteva finanziare metà di una rete nazionale tutta fibra. Le aspettative in materia di “svolta digitale” nei confronti di questo governo, fan di Twitter e di Facebook, non mancano, ma quanto ci si può ragionevolmente attendere? Quanto, la PA, con la sua capacità di indirizzo e di spesa, potrà contribuire a una svolta che, per inciso, non è fatta solo di infrastrutture di rete (tipo SPC) ma anche di applicazioni e sistemi, magari anche all’insegna del cloud e quindi della condivisione? Una risposta seria non può prescindere dalle risorse e quindi dai risultati attesi dall’investimento. Se si sa “perché” investire, si può definire meglio anche il “come”. I generici richiami all’innovazione digitale rischiano di essere solo spot o – peggio – di aggiungere costi ai costi, senza benefici reali per il Paese: né di risparmi né di servizi. (Esempio: sappiamo davvero quale sarà il bilancio anche per le aziende, dell’obbligo della fatturazione elettronica verso la PA per le aziende?).

Un confronto può essere utile. Il sistema bancario è da sempre uno dei grandi clienti dell’industria IT, insieme, negli ultimi 15 anni, con le telco. L’uno e l’altro di questi settori si sono cimentati con una grande trasformazione, dall’organizzazione dei servizi ai rapporti con la clientela. Elemento in comune: meno sportello, quindi meno mezze maniche, e più online. Con impatti forti sulla struttura dei costi. Solo il sistema bancario ha tagliato 40mila addetti su 340mila tra il 2000 e il 2010 e quasi altrettanti ne taglierà dal 2010 al 2020. Che cosa ha fatto la PA, con i suoi 3,5 milioni di dipendenti, sin qui ridotti solo con il freno al turnover? Le aziende investono in tecnologie per fornire più servizi e per risparmiare: più chip e meno teste.

Ma lo Stato se la sente di imboccare questa strada? A metà giugno, il governo ha dato dei segnali interessanti sul fronte del pubblico impiego, con l’obiettivo di incominciare a incrementare la produttività: più mobilità sul territorio e tra le funzioni, ma non si va molto oltre. Le aziende tagliano, ma lo Stato procede con i piedi di piombo. L’ipotesi di 86mila tagli avanzata dal commissario Carlo Cottarelli nella spending review è stata subito derubricata. Si vedrà se Matteo Renzi ce la farà ad affermare una politica che non può continuare a spostare risorse dal settore privato, rendendolo sempre meno competitivo, a quello pubblico. Sin qui, il governo si è dimostrato più propenso a ridurre i consigli d’amministrazione (operazione doverosa), che a mettere mano al tema della produttività del settore pubblico. La digitalizzazione della PA non consiste nel mettere uno strato di costi informatici “on the top” dell’organizzazione esistente. Occorre pensare una revisione organizzativa, pensare a come si possano soddisfare le esigenze di contenimento della spesa (non solo quella “esterna”), di semplificazione amministrativa e di miglioramento dei servizi. Motivi di costi ed efficienza consiglierebbero di pensare a un cloud della PA che superi il gorgo dell’attuale migliaio di data center. Il fatto è che la scelta non è solo tecnica. Chi se la sente di prenderla?

 

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Se la vocazione batte la raccomandazione https://www.datamanager.it/news/se-la-vocazione-batte-la-raccomandazione-57013.html Fri, 06 Jun 2014 10:45:04 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/se-la-vocazione-batte-la-raccomandazione/ Con i tempi che corrono, la vocazione è un “lusso” , che soprattutto i giovani non possono permettersi (ricordate la polemica sui “choosy” della Fornero?), o è quella molla senza la quale non ci sarebbero stati i Bill Gates, gli Steve Jobs, i Mark Zuckerberg e, prima ancora, gli occupanti di altri garage piccoli quanto […]

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Con i tempi che corrono, la vocazione è un “lusso” , che soprattutto i giovani non possono permettersi (ricordate la polemica sui “choosy” della Fornero?), o è quella molla senza la quale non ci sarebbero stati i Bill Gates, gli Steve Jobs, i Mark Zuckerberg e, prima ancora, gli occupanti di altri garage piccoli quanto illustri, come Bill Hewlett e David Packard?

L’occasione per discuterne è stata la presentazione di un accattivante libro, a partire dal titolo – “Volevo fare l’Astronauta” – firmato da Gian Maria Bianchi e da Virginio Schiavetti, esperto di formazione il primo, giornalista economico e scrittore il secondo. Luogo dell’incontro, l’idilliaco spazio verde della villa Necchi Campiglio, gioiello degli anni ’30 nel cuore di Milano, ma meno idilliaci sono gli scenari con cui il libro deve fare i conti, discussi dagli autori a partire dal modo in cui riconoscere e coltivare una vocazione professionale e confrontati con la realtà delle esperienze di intervistati “sul campo”. La presenza di una responsabile HR (Angela Mottin – Banca Farmafactoring) e di un giovane politico “di vocazione” (Filippo Barberis (Consigliere al Comune di Milano con delega Lavoro e Università), coordinati da una giornalista economica d’esperienza (Rosanna Santonocito, Il Sole 24 Ore), è stata la testimonianza di come su temi come questi si gioca poi il futuro delle imprese, delle aspirazioni delle giovani generazioni e, in definitiva di un paese.

Vocazione come “molla” per crescere, come seme che le stesse aziende devono aiutare a individuare per attrarre i talenti migliori, ma anche pulsione personale che, in quanto assoluta, non pretende gratificazioni, come suggerisce Schiavetti. Vocazione come “voglia del fare”, tuttavia, contrapposta allo sbando e all’incertezza della Neet Generation (Not in Education, Employment or Training. Se, come indica l’Istat, il 27 per cento dei giovani in Italia, ovvero 3,7 milioni, tra i 15 e i 34 anni non lavora, non studia, non partecipa a programmi di formazione, il problema forse non è solo delle “opportunità del sistema”, ma è anche in una cultura che farebbe molto bene a rendere sul serio il problema della vocazione. E quello della sua mancanza. Perché, ovunque si voglia arrivare, avere un sogno e coltivarlo è l’energia della vita.

Gian Maria Bianchi, Virginio Schiavetti

VOLEVO FARE L’ASTRONAUTA

Guida alla ricerca della vocazione lavorativa (e non)

pp. 176, € 22,00

Collana: Trend

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PA Digitale? Solo se semplice https://www.datamanager.it/rivista/pa-digitale-solo-se-semplice-56353.html Mon, 19 May 2014 10:02:43 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/pa-digitale-solo-se-semplice/ Il mio portafogli ha preso irrimediabilmente il volo su un treno frequentato da pendolari. E con esso una serie di documenti. Il sito della Polizia di Stato dedica una sezione alla “Denuncia via web”, ma c’è poco da illudersi. Via web si scaricano le istruzioni, ma la denuncia si fa in Questura, quando l’ufficio è […]

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Sandro Frigerio, GrandangoloIl mio portafogli ha preso irrimediabilmente il volo su un treno frequentato da pendolari. E con esso una serie di documenti. Il sito della Polizia di Stato dedica una sezione alla “Denuncia via web”, ma c’è poco da illudersi. Via web si scaricano le istruzioni, ma la denuncia si fa in Questura, quando l’ufficio è presidiato. Chiamo alle dieci di sera CartaSi per bloccare la mia MasterCard e, quasi per miracolo, sul tavolo dell’ufficio trovo già la sostituta 36 ore dopo. Con le stesse password di quella vecchia. Rinnovare la tessera ferroviaria impegna solo dieci minuti. La mia foto è già negli archivi. Record, cinque minuti, per la SIM del cellulare. Eppure, dietro ciascuno dei 100 milioni di utenti degli operatori mobili solo in Italia, c’è un database di chiamate fatte, di fatture, di localizzazioni, di storie di reclami con il call center. Le cose si complicano con la Tessera Sanitaria – Carta Nazionale dei Servizi. Telefono, la blocco e a cose fatte, chiedo ingenuamente: «Dove mi mandate la nuova»? Dall’altra parte, l’operatore risponde: «Ah! No, deve recarsi alla sede ASL». E così faccio: coda di un’ora e passa in mezzo a chi chiede prenotazioni per bronchiti e fisioterapisti. Chiedo di inserire il codice PIN per gli ulteriori servizi. Tanto – oso – sono sempre i miei dati. «Ah! No, per quello deve andare in Comune». Ci andrò (capoluogo di provincia) tre volte in un mese, perché, spiegano, lì pur “leggendo” tutti i dati di mia competenza, i collegamenti con il server della Regione non funzionano. Per inciso, anche sulla carta regionale si può “caricare” l’abbonamento ferroviario, ma in tal caso occorre portare con sé un altro documento, perché la foto del viaggiatore non è prevista. Il quadro è istruttivo di quanto – a dispetto di investimenti non trascurabili – il problema principale dell’informatica nella pubblica amministrazione sia quello di una ragionevole interoperabilità. Un complesso schema – che sfugge ai non addetti ai lavori – sovrintende il futuro sistema che governa l’identità digitale, che costituisce uno dei tre pilastri dell’Agenda Digitale formato Caio. Sono passati 17 anni dalla prima legge di semplificazione (Legge Bassanini L.59/1997) che impone all’amministrazione pubblica di non richiedere i dati dei cittadini di cui è già in possesso, ma la realtà è stata molto inferiore alle attese. Codice fiscale e PEC dovevano essere la chiave per semplificare l’accesso del cittadino agli uffici della PA. Abbiamo inventato strumenti sconosciuti al resto del mondo e di cui gli “altri” non sembrano sentire la mancanza. Al momento in cui scriviamo, le notizie da Bruxelles sugli standard europei non sono confortanti e tra poco si andrà al voto.

L’altro pilastro è la fatturazione elettronica, obbligatoria dal sei giugno per le transazioni verso la pubblica amministrazione centrale e successivamente per quella locale. Non si è ancora capito se ci guadagneranno le aziende, la PA, o forse le aziende che forniscono strumenti e servizi. In fondo, questo è un settore dove anche il cloud può svolgere il suo compito (Olivetti è tra le aziende che hanno lanciato un servizio). Le stime europee parlano di potenziali risparmi per decine di miliardi di euro, ma solo se il sistema fosse generalizzato. Per le piccole aziende sarà un problema in più. Per le grandi, significa modificare procedure, spesso a forte integrazione gestionale, che hanno il loro costo. Uno dei più grandi “generatori di fatture” verso la PA, Telecom Italia (si tratta di molte decine di migliaia di fatture ogni anno) conferma di essersi adeguata alle nuove disposizioni con un intervento che non è certo stato indolore: investimenti definiti “rilevanti” e una task force dedicata. Ce la caveremo forse meglio con il “terzo asse” dell’Agenda, l’anagrafe dei residenti. Saremo incompetenti, ma verrebbe da dire: datela a un operatore telefonico e forse, con i volumi di dati che è abituato a gestire, saprà dare una mano.

Il premier Renzi ha esordito chiedendo un briefing sull’Agenda Digitale e confermando gli impegni. Avremmo un suggerimento. I soldi pubblici per il digitale sono pochi: indirizziamoli secondo un unico criterio che fa risparmiare tempo e soldi ai cittadini e alle aziende.

Il resto verrà poi.

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La velocità non è tutto https://www.datamanager.it/rivista/la-velocit-non-tutto-55556.html Thu, 17 Apr 2014 09:54:04 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/la-velocita-non-e-tutto/ Facciamo un piccolo flashback. Siamo nella primavera del 2009. Che faremmo se qualcuno ci venisse a dire che cinque anni dopo: 1) le vendite di pc non saranno aumentate e saranno eguagliate e infine superate da un aggeggio, ancora da venire (l’iPad è del 2010) chiamato tablet; 2) si venderanno un miliardo di smartphone, ma […]

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Sandro FrigerioFacciamo un piccolo flashback. Siamo nella primavera del 2009. Che faremmo se qualcuno ci venisse a dire che cinque anni dopo: 1) le vendite di pc non saranno aumentate e saranno eguagliate e infine superate da un aggeggio, ancora da venire (l’iPad è del 2010) chiamato tablet; 2) si venderanno un miliardo di smartphone, ma 3) l’allora numero uno Nokia non sarà nemmeno tra i primi cinque fornitori, anzi 4) finirà nelle mani di Microsoft; 5) quattro quinti di questi smartphone utilizzeranno un sistema conosciuto da pochi smanettoni chiamato Android; 6) BlackBerry perderà nove volte il suo valore e sarà a rischio estinzione, 7) il principale fornitore di pc non sarà né HP, né Dell, né Acer ma la cinese Lenovo; che 8) IBM non sarà più in cima alle vendite dei server perché nel frattempo ha venduto quelli a base Intel sempre a Lenovo? Con ogni probabilità, cercheremmo il numero del neurodeliri.

Eppure, questa è la velocità con cui nel bene e nel male si muove il settore ICT, dove non solo l’impensabile diviene realtà, ma il cambiamento avanza a un ritmo che rende difficile l’orientamento. Il Mobile World Congress si è aperto a Barcellona con Mark Zuckerberg che si è comprato per 19 miliardi di dollari un’azienda che ne fattura mezzo (in buona compagnia: Facebook vale 170 miliardi e ne fattura 2 e mezzo) e ha parlato di far volare stuoli di droni per coprire con servizi Internet il mondo. L’idea non è del tutto nuova: quindici anni fa – quando ancora non c’erano i droni civili – Bill Gates pensava a una rete di satelliti a bassa quota. Sempre il MWC 2014 si è chiuso con Ginni Rometty, a capo di un’IBM che magari non parla molto, ma continua a fare acquisizioni rivolte a mobile e big data. Perché ormai è chiaro che le nuove frontiere sono l’interazione personale, che vuol dire consumerizzazione e quindi interazione, soprattutto mobile, per miliardi di utenti. Succede così che tra rapporti governativi che rischiano di apparire semplicemente inutili e piani di investimento che restano al palo, l’intero settore sta cercando nuovi equilibri anche se – come succede nelle guerre – non è vero che alla fine sopravvivono sempre i migliori. A Bruxelles, sta tramontando la gestione di Neelie Kroes, che molto ha messo al fuoco e poco ha portato in tavola, se non tariffe al ribasso ma con un settore in affanno. In Italia, si torna a rimescolare le carte e il nuovo governo sembra più preoccupato dei tetti delle scuole che di quel che ci sta sotto. Gartner intanto avverte: delle prime 100 aziende della graduatoria di Fortune, un terzo incorreranno entro il 2017 in una “crisi d’informazione”. Non per mancanza di tecnologia, ma per carenza di una strategia su come utilizzarla. E avverte: non basta mantenere l’informazione, occorre gestirla. Se l’umanità rischia di morire soffocata dai propri rifiuti, le aziende sono alle prese con un problema che è di management. La tecnologia ci ha messo nelle condizioni di raccogliere enormi quantità di informazioni. Social networks e business analytics promettono (o minacciano) di scaricare una quantità di informazioni nemmeno pensabili in precedenza e di metterle in fila. Ma il rischio è che la quantità prenda il sopravvento sulla qualità. L’intelligence Usa, che poteva contare su grandi quantità di dati, nel 1978 indicava l’Iran come un paese meno a rischio dell’Italia afflitta dalle Brigate Rosse, perché considerava quello dello Shah, Reza Pahlavi, un regime amico: nel 1979, il rientro di Khomeini dalla Francia avrebbe acceso le polveri della rivoluzione. Per le aziende, così come per le politiche pubbliche, la sfida non è solo quella di reti più veloci o di quantità sempre più grandi di dati. È quella di definire priorità e indirizzi nelle scelte e nei rischi, basati sul contributo di valore e possibilmente senza trascurare ma anche senza prendere come parametri dominanti i numeri dei “like” di Facebook o dei minuti scaricati da Netflix.

Servono nuove competenze e anche un nuovo umanesimo. 

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