Capire e capitalizzare i dati

I dati sono il quarto fattore di produzione al pari della terra, del lavoro e del capitale e i big data migliorano le performance aziendali in media del 26%. Lo rivela l’indagine dal titolo “I Big data e le decisioni”, effettuata dalla Economist Intelligence Unit per conto di Capgemini.

Secondo gli esperti di Gartner, «i dirigenti delle società e i responsabili dell’information technology fanno sempre più riferimento alle informazioni, come uno degli asset aziendali più strategici e critici all’interno delle loro organizzazioni. Si sta assistendo a un’impennata nel ricorso alle informazioni da parte delle aziende come leva per creare vantaggio competitivo sul mercato».

LA RIVOLUZIONE DELLA CONOSCENZA

I big data rappresentano una straordinaria rivoluzione della conoscenza, che sta portando, in maniera silenziosa ma percettibile – un cambiamento profondo, che tocca il business, la ricerca, le istituzioni, il settore sanitario e la vita di tutti i giorni. Se utilizziamo buonsenso e attenzione – in un futuro non troppo lontano – questo nuovo set di tecnologie potrebbe avere un impatto sull’umanità intera, pari a quello del linguaggio e dell’arte. In molti continuano a farsi domande sull’impatto dei big data, ma la vera domanda da porsi è – forse – se le imprese sapranno fare buon uso delle informazioni troppo poco condivise in azienda e sempre più spesso lasciate sedimentare nelle pieghe dei centri di potere decisionale delle diverse divisioni.

Di fatto, con la consumerizzazione dell’IT e l’esplosione del mobile e social networks, le organizzazioni faticano a tenere il passo con il volume crescente dei dati provenienti da più fonti. I big data potrebbero rappresentare uno degli asset più strategici su cui rifondare il modo di fare impresa. Ma come si trasformano i dati in informazioni di business? Come si ascoltano i clienti per capire i loro bisogni? Come si traccia l’esperienza di acquisto dei consumatori per sincronizzare produzione, assortimento e distribuzione dei prodotti? Come si passa dalla rappresentazione della realtà attraverso dati di natura statistica alla creazione di un modello che coincide con la realtà?

Secondo Alessandro Kowaschutz, responsabile della Global Service Line “Business Information Management” di Capgemini Italia, «l’utilizzo dei big data ha innescato una fase di cambiamento, relativamente al livello qualitativo del processo decisionale aziendale». Ma non è solo attraverso le molte e nuove fonti di dati che le società possono ottenere vantaggi competitivi. A fare la differenza è «la capacità di analizzare rapidamente e con efficacia le informazioni generate per ottimizzare i processi e le decisioni, creando vantaggio competitivo. In questo modo, le aziende possono monitorare i comportamenti dei clienti e le condizioni del mercato con maggior accuratezza, per reagire con tempestività ed efficacia, in modo da differenziarsi dalla concorrenza». Ma capitalizzare che cosa vuol dire? Per Kowaschutz «significa trasferire tutto il patrimonio di conoscenza disperso in azienda in un unico sistema transazionale, superando la logica a silos, avendo un’unica piattaforma di riferimento, dove il livello di data wharehouse è lo strato tecnico-applicativo, mentre le soluzioni di business analytics on top rappresentano lo strato di intelligenza funzionale. Raggruppare le informazioni in un unico posto contribuisce a migliorare i livelli di performance e di profittabilità dell’investimento. I big data devono essere – per così dire “sponsorizzati” da un “sottostante tecnologico” – come possono essere i data base non convenzionali con software già preinstallato ad alte prestazioni – i cui interpreti, dal lato dell’offerta, sono i grandi player di mercato. Dal lato della domanda, se guardiamo alle aziende utenti, le PMI sono in una fase di cauta valutazione. Per questo – continua Kowaschutz – «come Capgemini abbiamo avviato una serie di progetti per facilitare l’approccio di queste aziende all’universo dei big data, per loro ancora troppo “big” in termini di investimento, pensando anche a soluzioni a misura di azienda e di “portafoglio”. Per affrontare un progetto di big data, bisogna “apparecchiare bene la tavola” e capire cosa fare dall’inizio, cominciando da un cambiamento interno non solo architetturale e di organizzazione, ma anche di tipo culturale».

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VALORE E VELOCITA’ DEI DATI

Dietro ogni interrogativo c’è una decisione da cui può dipendere il futuro di un’azienda o di un Paese. Ogni anno, il volume di dati a livello mondiale cresce del 59%. Non si può chiedere alle aziende di spendere energie e risorse senza avere considerato il ritorno degli investimenti. Secondo gli analisti di Gartner, l’85% delle informazioni sono sommerse e non utilizzate. I soldi che le aziende hanno speso per raccogliere dati servono per fare emergere solo il 15% delle informazioni. Persino i due Nobel dell’economia – Sims e Sargent – ammettono di non avere risposte. Per pensare in modo diverso bisogna agire all’interno delle organizzazioni operando un cambiamento di tipo culturale. I venditori di miraggi sono alle corde. La tempestività e la qualità dei dati restano argomenti di fondamentale importanza. Sebbene il 42% dei dirigenti sostenga che l’analisi dei dati abbia rallentato il processo decisionale, la stragrande maggioranza (85%) ritiene che il volume crescente di dati non rappresenti la principale criticità, ma quanto la possibilità di analizzarli per poter agire in tempo reale. Considerando che le aziende utilizzano sempre più le informazioni dei sistemi analitici per supportare i processi decisionali, i due terzi (67%) dichiarano che la qualità dei dati sembra essere la principale criticità. «Le aziende che vogliono capitalizzare il valore dei propri dati, devono superare la barriera delle organizzazioni a silos che impedisce la condivisione e l’integrazione delle informazioni. Tuttavia – spiega Alessandro Kowaschutz – la criticità maggiore è la poca disponibilità di talenti, con capacità di analisi delle informazioni», come, del resto, ha dichiarato circa la metà (51%) di coloro che hanno risposto all’indagine. Il gap tra la domanda e l’offerta di analisti sembra essere più alto nelle società retail e di beni di largo consumo.

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I BIG DATA MIGLIORANO LA PERFORMANCE

L’indagine di Capgemini è stata effettuata su più di 600 dirigenti di livello C, alti dirigenti e leader nel campo dell’information technology in tutto il mondo. Dal rilevamento delle risposte è emerso che i big data hanno migliorato le performance aziendali in media del 26% e che, nei prossimi 3 anni, se ne prevede un aumento fino al 41%. La maggior parte delle società (58%) dichiara di voler investire di più sui big data nel corso dei prossimi 3 anni. Due terzi dei dirigenti ritengono che le loro società siano “data-driven” e asseriscono che la raccolta di dati e la loro analisi siano a supporto della strategia aziendale e nell’adozione delle decisioni day-by-day. I dirigenti che basano il loro giudizio puramente sulla combinazione di istinto ed esperienza sono sempre meno. Più della metà (54%) afferma che le decisioni manageriali basate unicamente su intuizione o esperienza sono viste sempre più con sospetto e il 65% dichiara che un numero sempre più crescente di decisioni, oggi, si basa su “hard analytic information”. Il numero arriva al 73% nel campo dei servizi finanziari, al 75% se riferito alla sanità, all’industria farmaceutica e alla biotecnologia e al 76% nel settore dell’energia e delle risorse naturali. La maggior parte dei dirigenti (58%) fa affidamento all’analisi di dati non strutturati, come testi, messaggi vocali, immagini e contenuti video, mentre più del 40% dice che, in particolare, i dati provenienti dai social media sono diventati sempre più importanti a supporto delle decisioni.

IL CAMPIONE DELL’INDAGINE

L’Economist Intelligence Unit ha condotto un’indagine (conclusa nel marzo 2012) su 607 dirigenti. Il 38% degli intervistati si trova in Europa, il 28% in Nordamerica, il 25% nella regione Asia Pacifico, la restante parte proviene dall’America Latina, dal Medio Oriente e dall’Africa. Il campione era formato da persone di provata esperienza: il 43% costituito da dirigenti di fascia C, il resto da top manager quali vicepresidenti, direttori di unità operative e dipartimenti societari. Gli intervistati hanno espletato diverse funzioni in più di 20 settori di business tra cui le migliori realtà dei servizi finanziari e professionali, della tecnologia, produzione, dei settori legati alla salute, all’industria farmaceutica, ai prodotti di largo consumo e alla grande distribuzione.

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CONSULENTI TECNOPRATICI

Per supportare le aziende e per rispondere al crescente interesse dei big data, la Global Service Line “Business Information Management” di Capgemini ha investito in un ampio portfolio di servizi e soluzioni di business analytics, supportato da un approccio pragmatico business-driven ai big data. Capgemini propone soluzioni analitiche verticali per il settore delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari e delle utility, oltre a 9 soluzioni business analytics quali customer analytics, marketing analytics, predictive asset maintenance, enterprise performance, social insight into action, advanced planning & scheduling, risk management, fraud analysis e cfo analytics. Con 120.000 dipendenti in 40 Paesi nel mondo, Capgemini, quotata alla Borsa di Parigi, è una delle maggiori multinazionali di management consulting, information technology e outsourcing. Nel 2011 il Gruppo ha registrato ricavi per 9,7 miliardi di euro.

A seguito della recente acquisizione del Gruppo AIVE – importante realtà italiana di soluzioni software e servizi professionali per grandi e medie organizzazioni – oggi Capgemini Italia conta su oltre duemila e 400 professionisti dislocati su 13 sedi in Italia

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