La ricerca in Italia e il rapporto tra tecnologia e informazione


Da oltre vent’anni l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri utilizza tecnologia SAS per l’analisi dei dati nell’ambito della ricerca biomedica. Intervista a Silvio Garattini, direttore dell’Istituto

 

Si parla molto di ricerca in Italia e del gap che in questo campo abbiamo rispetto agli altri Paesi europei e non solo. Ci sono però degli ambiti nei quali eccelliamo e uno di questi è la ricerca biomedica grazie anche all’opera svolta dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri che, per analizzare i dati, utilizza tecnologia SAS (www.sas.com/it). Ne parliamo con Silvio Garattini, direttore dell’Istituto.

Data Manager: L’Istituto di ricerche da Lei diretto rappresenta un centro di eccellenza nel panorama italiano. Da un punto di vista generale ritiene che la ricerca scientifica sia da noi sufficientemente aiutata e incoraggiata?

Garattini: È vero, nell’ambito della ricerca internazionale il lavoro svolto dall’Istituto riscuote un notevole livello di attenzione. Ogni anno vengono da noi pubblicati oltre 300 lavori scientifici, vale a dire circa uno al giorno, e 12mila sono i contributi complessivi che abbiamo scritto su riviste scientifiche internazionali. Tuttavia, quello che un Paese deve considerare non è tanto la presenza di gruppi isolati e di eccellenza, quanto il livello di conoscenza apportato in termini di contribuzione media. In questo caso, pensando in prevalenza agli aspetti che riguardano la ricerca biomedica, bisogna dire che non siamo in una buona posizione. In termini assoluti siamo alle spalle di Inghilterra, Germania e Francia. Una condizione che riflette lo scarso numero di ricercatori attivi in Italia: 2,7 ogni 1.000 lavoratori contro una media europea di 5,5. D’altra parte l’investimento italiano per la ricerca è minimo: circa l’1% del Pil contro un livello europeo che si aggira intorno al 2%. Dati che testimoniano come l’Italia, pur in presenza di un potenziale intellettuale di tutto rispetto, non sia oggi nella posizione di dare un contributo più ampio, allineato a quello prodotto da altri grandi Paesi.

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Quali sono gli studi più significativi su cui attualmente state lavorando?

Le metodologie che si applicano all’analisi dei dati fanno riferimento soprattutto ai grandi studi di popolazione, quelli che vengono da noi comunemente definiti trial clinici. Sotto questo aspetto sono in corso alcuni studi di grande interesse. Quello, per esempio, in cui sono coinvolti 1.200 medici che collaborano con noi in tutta Italia intorno a un protocollo che tende a stabilire se, nei soggetti a rischio, l’impiego degli acidi grassi omega 3 rappresenti un beneficio reale per gli ammalati. Un altro studio ha invece come oggetto l’insufficienza renale e l’effetto dei farmaci che possono modificare e migliorare la situazione, comportando infine la diminuzione del ricorso alla dialisi. Altri studi riguardano la ricerca anti tumorale dove stiamo studiando nuovi farmaci sull’andamento dei tumori ovarici e dei sarcomi. Vi sono infine tutti i grandi studi epidemiologici, ovvero studi di popolazione, come per esempio quello sostenuto dalla fondazione Monzino, in cui seguiamo, in una determinata zona, i pazienti che hanno più di ottant’anni per stabilire qual è il livello di demenza in rapporto all’età. Altri studi epidemiologici riguardano le cause dei tumori. Tutti questi studi muovono un gran numero di dati e hanno bisogno di un supporto informatico dove le soluzioni SAS si sono sempre dimostrate molto utili.

La ricerca scientifica è ostaggio del mercato farmaceutico?

È ostaggio nella misura in cui il pubblico, cioè lo Stato, non dà adeguate risorse per la ricerca. Quanto più mancano fondi per la ricerca, tanto più facile è dover ricorrere a fondi industriali. Questi ultimi non sono di per sé negativi, ma hanno sempre e comunque una finalità che è diversa dalla ricerca commissionata dallo Stato, che mira invece all’aumento della conoscenza per scopi pratici di pubblica utilità.

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Come è cambiato e quanto l’approccio del mondo della ricerca alla tecnologia?

Sono più di cinquant’anni che lavoro nell’ambito della ricerca scientifica e devo ammettere che i cambiamenti sono davvero enormi. Oggi abbiamo la possibilità di misurare qualsiasi sostanza chimica attraverso tecniche di spettrometria di massa, possiamo misurare le proteine, vi è la possibilità di guardare ai nostri animali da esperimento con le stesse tecniche che esistono per l’uomo, sia da un punto di vista macroscopico (risonanza nucleare magnetica, TAC, vari tipi di ecografie, doppler, microscopio a due fotoni) sia a livello micro, grazie alle varie tecnologie di microscopia a fluorescenza o elettronica. L’avvento di metodologie analitiche ha poi cambiato in modo sostanziale la quantità e qualità dei risultati ottenibili e l’utilizzo dell’informatica e la presenza di un buon livello di statistica diventano indispensabili per riuscire a manipolare il sempre più alto numero di dati prodotti dalle molteplici attività che possono oggi essere intraprese.

Al di là della capacità di analizzare quantità di dati sempre più grandi, quali sono i reali vantaggi che derivano dall’utilizzo della tecnologia?

Acquisire dati a una velocità senza precedenti. Avere molte informazioni a disposizione significa poter realizzare un numero differenziato di analisi e raggiungere una maggiore certezza sulla validità di un determinato risultato.

Ma l’intelligenza del singolo è sempre alla base dei risultati che si possono ottenere oppure diventa sempre più importante la capacità di gestire le tecnologie dell’informazione?

Le tecnologie forniscono dei risultati in rapporto al modo con cui è stato impostato l’esperimento. Se quest’ultimo è impostato male i risultati possono essere molteplici, ma poco attendibili. E pure l’interpretazione dei risultati può essere sbagliata. La testa dell’uomo è ancora largamente, forse ancora più di prima, responsabile dei risultati finali e delle conseguenti interpretazioni.

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Per quanto riguarda l’analisi dei dati, le potenzialità degli strumenti oggi a disposizione sono quindi proporzionali alla capacità di impostare un lavoro metodologico e di interpretazione…

Certamente, se manca questo tipo di preparazione i dati rimangono qualcosa di teorico che non può essere utilizzato o che viene usato in modo sbagliato. Le tecnologie, pur garantendo moltissimi vantaggi, aumentano la complessità e il ricercatore deve avere la capacità di sfruttarla nel modo più opportuno.

Immagino che anche per voi Internet, la capacità di diffondere e acquisire informazioni all’interno e all’esterno, sia sempre più determinante…

Importantissimo. Ma ovviamente vale quanto detto finora: deve esistere la capacità di discriminare, di distinguere tra le notizie attendibili e le informazioni che non lo sono. Internet ha aperto un percorso molto positivo, ma ci si deve sempre accostare con un fortissimo spirito critico.

Rispetto a quelle che sono le vostre esigenze primarie nell’ambito della ricerca, in particolare in quelle aree dove si fa analisi dei dati, quali sono, se vi sono, i limiti legati alla tecnologia? Quali le vostre necessità?

Sono sempre tantissime. Per quanto riguarda l’elaborazione dei dati, la presenza di un hardware molto sofisticato e potente permette di fare cose che altrimenti non sarebbero possibili. Non esistono limiti, se non appunto quelli dettati da risorse insufficienti, così come è impossibile utilizzare determinati strumenti in assenza di potenze di calcolo e velocità adeguate. La qualità della ricerca è in buona sostanza direttamente proporzionale al progresso della tecnologia.

Quali sono le caratteristiche principali che chiedete a un fornitore di tecnologia?

Deve riuscire a capire il problema di cui ci si occupa. Quello che gli viene chiesto è affidabilità del sistema e delle soluzioni proposte così come una presenza continuativa in termini di assistenza per poter risolvere in quals