La crescita e l’orgoglio industriale

«Ripartire da manifattura e politica industriale, per recuperare crescita, lavoro e competitività».  È in sintesi il messaggio dei capitani d’impresa arrivato dal Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Le parole “industria” e “fabbrica” tornano di attualità e sono al centro della campagna elettorale di Obama negli USA. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, ma quanto a innovazione è al palo, con il giudizio di “innovatore moderato” appeso al collo (dati IUS 2011). Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono fermi allo 0,6% del PIL, con un tasso di crescita tra i più bassi di tutta l’eurozona. Gli investimenti privati sono a rischio a causa dell’illegalità diffusa, che pesa come una zavorra. La conferma arriva dai dati del rapporto “Doing Business 2012” presi in considerazione anche dal ministro della Giustizia, Paola Severino. La lotta alla corruzione fa crescere il reddito di un Paese e secondo le stime della Banca mondiale, l’incremento del PIL potrebbe essere superiore del 2-4%. Insomma, la legalità è un asset strutturale, che deve essere alla base del piano per la crescita. La legalità è come una catena che tiene insieme economia e sviluppo. Tutti facciamo parte di questa catena. Basta che un solo anello sia debole per mettere a rischio il sistema. L’illegalità ruba il lavoro ai giovani, altera la libera competizione tre le imprese. I comportamenti e le singole pratiche fanno la differenza. Questa è l’unica rivoluzione possibile, per un Paese che si gioca il futuro. Legalità e innovazione possono cambiare anche il futuro degli operai alla catena di montaggio.  Sono nato a pochi chilometri da Taranto, la città dell’acciaio, che non vuole morire né di cancro ai polmoni, né di fame, ma che vuole andare oltre il ricatto sociale e politico. Nel quartiere Tamburi, a ridosso del mostro che erutta fumi e polvere rossa, c’è la chiesa di Gesù Divin Lavoratore. Sopra l’altare c’è un mosaico, che raffigura un grande Cristo, sopra un ponte che scavalca il mare. Ai piedi del Cristo, ci sono gli operai, un pescatore con la rete in mano e un marinaio. Negli ultimi vent’anni, la fabbrica privata del bresciano Riva ha saputo rinnovarsi e ha ridotto immissioni e infortuni rispetto alla precedente gestione pubblica. Non solo. Il Gruppo Riva ha chiuso il bilancio del 2011 con numeri eccezionali: oltre dieci miliardi di euro di fatturato e 327 milioni di utili per un gruppo con una patrimonializzazione di 4,2 miliardi. Poche storie! Bisogna andare oltre le facili “scorciatoie” e bisogna valorizzare un patrimonio industriale, non disperderlo. La cattiva industrializzazione nel Mezzogiorno e le gravi miopie politiche nazionali e locali sono l’eredità di una gestione pubblica, che alla politica industriale ha sostituito gli interessi della politica e basta. Intanto, la guerra giudiziaria lascia interdetti. L’inquinamento a Taranto non è solo l’Ilva: ci sono le polveri della Cementir, le immissioni di benzene dell’ENI, gli scarichi dell’Arsenale Militare. Dopo la magistratura, i politici, i sindacati, gli ambientalisti, gli operai e i cittadini che hanno detto la loro – sarebbe interessante conoscere la versione del patron Emilio Riva, per spiegare il sistema Taranto e le sue “regole”. L’Ilva rappresenta una sfida per l’Italia e l’Europa, se si vuole mettere fine al processo di de-industrializzazione. Pensare che lo stabilimento di Taranto possa diventare un modello di innovazione e di nuove pratiche – al fine di ripartire al più presto con la crescita economica – non può essere una eresia.

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