Dal virtuale alla nuvola. La prossima sfida


Prima abbiamo virtualizzato i server e lo storage, poi i dispositivi, alla fine abbiamo virtualizzato il desktop. Ora che tutto o quasi è virtualizzato, perché non farlo migrare nel Cloud dimenticandoci di molti problemi e cancellando alcuni onerosi costi fissi

 

La virtualizzazione ha fatto già il proprio ingresso in molte realtà e a diversi livelli. Nel mondo della Rete il Cloud sta diventando uno standard; si trovano vari tipi di applicazioni utilizzabili all’interno del browser e i colossi del settore stanno facendo a gara a chi riesce a offrire di più con l’intento di fidelizzare il maggior numero possibile di utenti, che sempre più si stanno abituando a utilizzare applicazioni all’interno di un browser e a salvare i propri dati su storage virtuale. Il Web 2.0 sta avendo sempre più successo. Viceversa il Cloud computing in ambito aziendale appare meno sviluppato di quanto probabilmente sarebbe conveniente. La criticità economica del momento continua a suggerire prudenza, ma le opportunità di business non possono aspettare. Gli analisti concordano nel vedere il Cloud in forte crescita anche nell’area business.

L’idea è quella di dimenticare la parte hardware del sistema informativo, e forse anche quella relativa al software di base, e pensare a una realtà in cui tutto avvenga all’interno di un browser, magari anche su dispositivi mobili. L’idea di trasformare quanto più possibile i costi fissi in variabili, magari con un risparmio non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo termine sembra trovare una concretizzazione nella progressiva adozione del Cloud computing. Molte sono le aziende che hanno già intrapreso la strada della virtualizzazione e i grandi colossi del mondo dell’informatica stanno sempre più guardando al Cloud come una possibilità concreta e imminente di business. A giocare un ruolo strategico in questo panorama sono la qualità della rete e l’affidabilità del fornitore del servizio.

Tante sarebbero ancora le cose da dire in merito all’argomento, ma come sempre preferiamo che a parlare siano le aziende che sull’argomento stanno indirizzando la loro offerta.

 

Quale Cloud

Per prima cosa si tratta di capire che tipo di Cloud si intende, sostiene Mauro Papini, country manager di Acronis Italia (www.acronis.com). Un conto è il Cloud applicativo, ovvero la possibilità di usufruire di servizi relativi ad applicazioni software erogate in modalità Cloud. Ben diversa l’idea di spostare su Cloud un’infrastruttura virtuale preesistente, che includa quindi non solo applicazioni, ma piattaforme software e sistemi operativi. In questo ultimo caso, la cosa può essere più o meno complessa, ma sicuramente mai banale.

Molto dipende anche da quale infrastruttura di virtualizzazione sia in uso localmente e su quale si basi l’infrastruttura Cloud.

Nel caso di Cloud private, appare abbastanza scontata la necessità, o meglio, l’opportunità di mantenere omogenee le piattaforme. Il che apre una questione di “lock in” sulla tecnologia del fornitore. Per quanto riguarda Cloud pubbliche, si tratta di situazioni che offrono certamente minore flessibilità, ma non richiedono sforzi progettuali che vadano oltre la revisione delle politiche di inclusione/esclusione a livello di networking.

Mentre la virtualizzazione astrae dall’hardware, lo spostamento verso soluzioni Cloud rende più complicato identificare con esattezza ove siano dati e sistemi. Il che, in caso di necessità di ripristino, potrebbe diventare un vero problema. A complicare la situazione vi è la necessità di agire in un ambiente che ancora per molto tempo sarà ibrido.

 

La complessità

La complessità legata al passaggio da on premise a Cloud di una realtà, seppur virtualizzata, secondo Denis Sacchi, ICT senior consultant di Asystel (www.asystel.it), è dipendente da una serie di fattori variabili quali: la complessità della struttura informativa, l’interdipendenza dei servizi, i livelli di sicurezza richiesti, la qualità del servizio erogato, i vincoli di privacy e le valutazioni sui costi. Se ne deduce come la conversione verso il Cloud debba essere affrontata sulla base di attente analisi, il più possibile esaustive rispetto al modello di business e di produttività aziendale.

In tema di virtualizzazione e Cloud services, BT (www.bt.com/it), afferma Enrico Campagna, head of marketing di BT Italia, pone sempre l’accento sulla componente relativa al servizio piuttosto che sulle componenti strettamente tecnologiche di hardware e software, tanto che con la propria soluzione Virtual Data Centre le rende di fatto “trasparenti” all’utente in quanto semplici elementi da selezionare. È infatti il servizio (prestazioni, Sla, flessibilità, …) a essere correlato al business del cliente ed è per questo che preferiscono parlare di “as-a-Service” – Infrastructure, Communication, Software-as-a-Service -, piuttosto che di “Cloud”. «È anche importante sottolineare quanto il successo di qualsiasi progetto Cloud dipenda dalla rete e dalla sua capacità di supportare tutto il nuovo traffico; per questo anche la rete va analizzata con attenzione ed eventualmente adeguata», aggiunge.

Leggi anche:  Il 2021 è l’anno della maturità del cloud

 

L’accelerazione del virtuale

«Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una straordinaria accelerazione degli investimenti in infrastrutture virtualizzate – sottolinea Gabriele Provinciali, senior enterprise solutions architect di CA Technologies (www.ca.com/it) – a causa delle attività di consolidamento dei data center e della necessità di tagliare i costi di gestione dell’IT aziendale: il parco tecnologico virtualizzato, di fatto, si candida come tecnologia di base per servizi basati su Cloud e su una modalità di fatturazione basata sull’effettivo utilizzo. L’infrastruttura IT resa virtuale, però, non è sufficiente a garantire l’elasticità e il riuso delle risorse richiesti nel modello proposto dal Cloud computing». Le aziende interessate all’erogazione di servizi Cloud, secondo Provinciali, hanno la possibilità di dotarsi di un sistema di supporto vitale, che oltre al comando e controllo di reti e sistemi, fornisce due dei fattori critici di successo per il lancio di applicazioni a consumo e/o a tempo: la garanzia di qualità del servizio erogato e la gestione della qualità percepita da parte dei fruitori.

La distribuzione di servizi IT via Cloud presenta alcuni punti di attenzione, sostiene Massimiliano Grassi, marketing manager di Citrix Italia (www.citrix.it). «Per esempio ogni applicazione, di tipo SaaS, Web o Windows, fornisce il proprio modello nativo di amministrazione e distribuzione, rendendo la gestione, il provisioning e la sicurezza delle applicazioni frammentati e incoerenti».

 

Le sfide

Il passaggio a una infrastruttura Cloud-based, e a tendere a una IaaS (infrastructure-as-a-Service), è un’attività che ha in sé sette sfide, puntualizza Alessio Lo Turco, manager systems consulting di Quest Software Italy (www.questsoftware.it); «la nuova infrastruttura Cloud-based dovrà infatti garantire performance adeguate, flessibilità di esercizio, esperienza utente ottimale, riduzione della complessità, controllo su sistemi e risorse disponibili, Disaster Recovery & Business Continuity e riduzione delle spese. La migrazione di infrastrutture di directory e posta elettronica verso un’architettura Cloud-based, tipicamente il primo passo da affrontare in un progetto di migrazione a una IaaS, non comporta solitamente interventi strutturali di rilievo a patto di avvalersi di strumenti di supporto alla migrazione che consentano di mantenere le due infrastrutture, quella source-on premise e quella target-on Cloud, sincronizzate per tutto il tempo necessario alla migrazione. Durante tutto il periodo della migrazione deve essere garantita l’interoperabilità e la collaboration tra gli utenti di entrambe le infrastrutture».

La complessità riguarda la resistenza al cambiamento che molte aziende ancora oggi dimostrano nonostante i possibili vantaggi ottenibili con il Cloud, osserva Giovanni Gavioli, country manager di Esker Italia (www.esker.it). «Molti degli investimenti IT riguardano l’infrastruttura, le risorse per mantenerla e le licenze applicative. Sotto l’aspetto tecnologico i vantaggi in termini di sicurezza delle informazioni, la garanzia di servizi 24×7 di per sé dovrebbero rappresentare una diminuzione della complessità. Gli investimenti in azienda riguardano le persone e la cultura tecnologica in azienda, poiché sotto l’aspetto puramente di infrastruttura il Cloud snellisce e semplifica gli investimenti migliorando i livelli di servizio e di disponibilità delle applicazioni. Inoltre rende più trasparenti e individuabili le attività contrattuali e di manutenzione; per esempio il conteggio delle licenze, la verifica dei canoni di manutenzione attivi, i rilasci delle new release delle applicazioni».

«Dal punto di vista tecnologico – sostiene Alberto Prandini, regional director Italia, Grecia e Cipro di Radware (www.radware.com) -, il passaggio a un ambiente Cloud spesso non comporta enormi differenze da quanto già viene fatto. Gli ambienti Cloud, per molti aspetti, non sono altro che la semplice evoluzione dei data center distribuiti. Parlando di ambienti distribuiti, in cui i data center erano “in casa” dei clienti, portati presso dei provider o posseduti dagli stessi provider, l’attenzione si poneva sull’infrastruttura. Parlando di Cloud, la focalizzazione è invece completamente rivolta verso il servizio. Questo comporta due evidenti vantaggi per gli utenti: il time-to-market e la flessibilità». Anche la riduzione dei costi, aggiunge Prandini, è sicuramente un obbiettivo dei sistemi Cloud, ma è molto importante verificare che essa non vada a discapito dell’affidabilità, della sicurezza e della riservatezza. Non gestendo più direttamente l’infrastruttura, questi aspetti sono di fatto delegati al fornitore del servizio di Cloud. «È questo il vero aspetto critico dell’offerta, che va quindi conosciuta e compresa nel dettaglio».

 

Il self-service

Una delle fasi fondamentali per la transizione da un’infrastruttura IT condivisa e virtualizzata al Cloud è il passaggio dall’ottimizzazione dell’infrastruttura all’ottimizzazione dei servizi, è opinione di Mariarosaria Longo, vice president di Tech Rain (www.techrain.it). «La forza del Cloud deve essere offrire benefici diretti al business, sia liberando risorse da poter impiegare nel core business delle aziende sia perché permette di risolvere più efficacemente vecchi problemi o problemi difficilmente risolti prima».

Leggi anche:  Oracle apre a Milano la prima cloud region italiana

«Il self-service – prosegue – è un elemento avanzato degli ambienti di Cloud che aumenta l’efficienza di gestione, la flessibilità e riduce le spese operative. La modalità self-service permette di richiedere e ricevere on-demand risorse IT correttamente configurate, in modo da poter eseguire il provisioning automatizzato dei servizi».

Secondo Mariarosaria Longo gli interventi strutturali dovrebbero essere focalizzati alla: definizione, ottimizzazione e implementazione rapida dei servizi a catalogo, con aumento delle possibilità per utenti e funzione IT; riduzione delle attività manuali attraverso l’automazione basata su policy; riduzione dei tempi necessari per il provisioning di un sistema e per attivare nuove applicazioni («da settimane/mesi a pochi giorni o ore»); scalabilità orizzontale e verticale: performance, capacità e operazioni disponibili.

«I requisiti hardware – sostiene Fabio Alghisi, Italy sales manager di Veeam Software (www.veeam.com/it) – variano molto in base al modello di Cloud (private, public, o hybrid), alla piattaforma di virtualizzazione e, ovviamente, al budget di spesa. Occorre dotarsi di software di nuova generazione, progettati e costruiti con flessibilità e scalabilità tipiche degli ambienti virtualizzati. Solo così, con una accurata pianificazione, si può massimizzare il Roi in una transizione delicata come il passaggio al modello Cloud-oriented, in modo da ottenere un vantaggio gestionale ed economico. La sicurezza del dato (in tutti i suoi aspetti) e la gestione dell’infrastruttura (comprendendo anche concetti come compliance, auditing, o il semplice monitoring dell’infrastruttura) sono poi due punti sempre spinosi da affrontare in questo passaggio».

 

Step by step

Alcune aziende iniziano ora ad adottare una strategia di Cloud computing, mentre altre ne stanno già beneficiando per soddisfare le esigenze di maggiore flessibilità e agilità richieste dal business, osserva Massimo Peselli, country leader Italy, Verizon (verizonbusiness.com/it). «Il grado di complessità può variare in funzione di diversi fattori, quali la varietà di sistemi legacy con cui le varie applicazioni devono interagire o il livello di governance necessario per l’hosting di applicazioni Cloud-enabled. Poiché ogni azienda è differente, un approccio pragmatico per valutare quali applicazioni sono più adatte per passare al Cloud è il primo passo da compiere. Alcuni business leader sono ancora restii ad adottare soluzioni Cloud, adducendo motivazioni legate a sicurezza, disponibilità e controllo. Non è tuttavia necessario migrare in modo onnicomprensivo l’infrastruttura IT aziendale: ciascuna azienda può effettuare la transizione seguendo i propri ritmi e gli obiettivi di business e un approccio ponderato le permette di determinare cosa migrare e perché. Come per ogni buon progetto, nella valutazione del partner occorre applicare la due diligence necessaria per meglio comprenderne capacità ed esperienza nella fornitura di soluzioni Cloud».

Mauro Papini di Acronis non vede come sia possibile modificare una infrastruttura IT, che per sua natura è dinamica e in continua evoluzione, in un solo passaggio. «I vendor attivi nella virtualizzazione – sostiene – stanno mettendo in campo strumenti di gestione che dovrebbero garantire un’esperienza il più possibile univoca nella gestione di ambienti locali e Cloud. Nell’attesa che questi siano maturi, la strada è quella del progetto pilota, ove regna incontrastata la competenza del sistemista e del responsabile IT nel dimensionare ogni sforzo. In un ambiente che sarà ibrido, la necessità di garantirsi attraverso un’unica soluzione è reale ed evidente, pena la proliferazione dei costi connessi alla gestione di strumenti magari già esistenti, concepiti per specifiche realtà, ormai lontane nel tempo, e comunque troppo diversi tra loro».

Denis Sacchi di Asystel ritiene che la gradualità nel passaggio sarà la modalità che verrà adottata dalle aziende che dal Cloud trarranno vantaggi. «Un “salto quantico” risulterebbe oltremodo dispendioso e rischioso – afferma -. I grandi produttori sono in parte già presenti sul mercato con proposte “Cloud oriented”. Asystel offre alcune soluzioni come commodity e crede che la capacità di coniugare servizi on premise e Cloud nel periodo transitorio di cui sono in possesso possa caratterizzarli come fornitori di servizi a valore».

Tutte le proposte di BT, sottolinea Enrico Campagna, prevedono la possibilità di accompagnare le aziende lungo un percorso evolutivo di trasformazione piuttosto che indirizzarle verso cambiamenti drastici. Questo da un lato permette ai clienti di salvaguardare gli investimenti già realizzati, anche legacy, e dall’altro di ridurre le barriere all’introduzione del nuovo, di minimizzare i rischi e di valutare al meglio l’impatto economico positivo del passaggio dal paradigma tradizionale al paradigma “as-a-Service”.

Leggi anche:  Verso un cloud di prossima generazione

Un aspetto sempre più importante è la disponibilità di risorse consulenziali e di strumenti standard per individuare, attraverso un approfondito assessment, la situazione del cliente, e grazie a questa pianificare il percorso ottimale quantificando i risparmi attesi a fronte del cambiamento.

 

Trasformare le risorse IT in istanze virtualizzate

«Una volta avviato il processo di trasformazione delle risorse IT in istanze virtualizzate – continua Gabriele Provinciali di CA Technologies -, l’attenzione dei Cio si rivolge alle aree del Self-Service (una sorta di telecomando del Cloud a disposizione dei clienti), nell’evoluzione della gestione dei carichi di lavoro (indipendenti dalla collocazione fisica dei dispositivi di elaborazione) e nella creazione di insiemi di risorse IT riusabili (sistemi, storage, banda passante). La combinazione di queste attività permette l’aumento dell’efficienza e la diminuzione dei costi complessivi di un servizio Cloud».

Il processo di virtualizzazione, soprattutto di applicazioni e desktop, secondo Massimiliano Grassi di Citrix, «consente già di prepararsi al passaggio sul Cloud con una conoscenza dell’impatto sul business di ogni servizio IT e del relativo utilizzo da parte degli utenti finali. Ciò consente di pensare a spostare Web e application server su uno o più Cloud esterni, mantenendo però dati, directory e ogni altra informazione sensibile all’interno del data center aziendale. Per queste esigenze, Citrix NetScaler Cloud Bridge è un tunnel sicuro e ottimizzato che connette in modo trasparente un data center aziendale a un “qualunque” Cloud esterno, rendendolo una naturale estensione della rete aziendale. A livello funzionale l’accelerazione del traffico di rete compensa problemi di latenza e velocità, mentre il Global Server Load Balancing evita impatti sugli utenti, a fronte di una rilocazione degli applicativi dal data center al Cloud».

«L’impatto del passaggio a un modello Cloud può essere affrontato in maniera graduale – sottolinea Gianluca Gorla, sales development manager di Esker Italia -. Sicuramente è possibile progredire passo dopo passo iniziando da quei processi aziendali che, gestiti internamente, hanno impatto diretto sui costi. Per esempio i processi legati al business dell’azienda: fatturazione, ricezione degli ordini, gestione delle fatture fornitori».

 

La prudenza non è mai troppa

La soluzione più conveniente, secondo Alberto Prandini di Radware, è iniziare a trasferire sul Cloud i servizi meno critici e quindi iniziare a conoscere per gradi tutti gli aspetti del nuovo sistema. «È senz’altro opportuno evitare soluzioni che richiedano un passaggio drastico, in quanto potrebbero portare a disservizi inattesi. Nel momento in cui si inizia a studiare il passaggio a un ambiente Cloud, questo è un aspetto molto importante da considerare. L’adozione di tecnologie che permettano la piena coesistenza dell’ambiente tradizionale e del nuovo rende il passaggio semplice e indolore, consentendo la migrazione trasparente dei servizi che si sarà deciso di portare verso il Cloud. A questo proposito è anche importante tener presente che, al momento, gli scenari misti sono quelli più probabili per il prossimo futuro».

Non solo è opportuno, ma è auspicabile, concorda Mariarosaria Longo di Tech Rain, dal punto di vista dei fruitori di soluzioni Cloud; «questo è importante soprattutto se si acquistano servizi di IaaS sui cui si ha intenzione di installare propri servizi mission critical. In questo caso si consiglia di avere un approccio graduale, migrando dapprima i propri servizi non core, al fine di testare i livelli di servizio offerti e sostenibili dal provider. Per ciò che concerne gli sforzi, essi sono legati (nel caso di servizi IaaS) all’eventuale necessità di riprodurre e testare presso il fornitore di servizi Cloud, architetture tecniche e/o topologie virtuali di rete molto complesse».

«Nel caso di servizi di più alto livello (PaaS o SaaS) – aggiunge Longo – gli sforzi dipendono dall’eventuale necessità di migrazioni applicative dei propri servizi e delle proprie basi dati. Per ciò che concerne la complessità d’utilizzo, si presuppone che gli impatti per l’utente finale del servizio siano nulli, anzi è possibile che alcuni paradigmi che sono connaturati alle soluzioni Cloud (Self provisioning, elasticità) possano contribuire a semplificare l’utilizzo delle applicazioni offerte sul Cloud».

«È possibile e opportuno procedere per passi successivi – insiste e conclude Fabio Alghisi di Veeam Software -, in modo da poter gestire in corso d’opera eventuali cambiamenti progettuali, integrando o alienando parti dell’infrastruttura con altre più adatte allo scopo. Il tutto avendo sempre presente due requisiti fondamentali: la protezione dei dati e la gestione dell’infrastruttura».