Cnr – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 09 Oct 2018 09:28:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Cnr – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Consiglio nazionale delle ricerche e Italtel firmano un accordo quadro https://www.datamanager.it/2018/03/consiglio-nazionale-delle-ricerche-italtel-firmano-un-accordo-quadro/ Mon, 19 Mar 2018 17:30:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143938 La collaborazione si indirizza verso tematiche di ricerca di particolare rilievo nel settore delle Comunicazioni e dell’Information Technology È stato siglato da Massimo Inguscio, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e Stefano Pileri, AD Italtel, un protocollo d’intesa di ampio respiro per la ricerca, il trasferimento tecnologico e l’innovazione nell’ambito di tematiche dell’Information & […]

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La collaborazione si indirizza verso tematiche di ricerca di particolare rilievo nel settore delle Comunicazioni e dell’Information Technology

È stato siglato da Massimo Inguscio, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e Stefano Pileri, AD Italtel, un protocollo d’intesa di ampio respiro per la ricerca, il trasferimento tecnologico e l’innovazione nell’ambito di tematiche dell’Information & Communication Technology quali le reti a banda ultralarga, la telemedicina, i Big Data, le reti per l’energia, l’industria 4.0, le Smart City e la Cybersecurity.

I programmi e le iniziative che verranno avviati riguarderanno principalmente la promozione e il coordinamento di progetti di ricerca su base nazionale e internazionale, la valorizzazione e divulgazione di conoscenze tecnico-scientifiche ed, infine, la realizzazione congiunta di infrastrutture di ricerca sperimentale.

“Il Cnr promuove la ricerca, la scienza, il trasferimento tecnologico e dei saperi, – afferma il presidente Massimo Inguscio – grazie al gioco di squadra come sistema-paese di tutti gli attori coinvolti al livello nazionale e sul territorio. Un ruolo chiave dipende dall’alleanza tra la ricerca, le università e le imprese. Tra i recenti progetti implementati con la Crui, i rettori delle diverse università e gli imprenditori più innovativi, quelli dedicati ai dottorati di ricerca industriale. Questo accordo con Italtel, una impresa altamente innovativa di respiro nazionale e internazionale ma con radici italiane e una presenza strategica nel Mezzogiorno, permetterà di sviluppare nuove competenze e tecnologie in campi fondamentali e con prospettive di crescita future, tra cui quelli delle reti a banda ultralarga, la telemedicina, i Big Data, le reti per l’energia, l’industria 4.0, le Smart City e la Cybersecurity. Da questa collaborazione nasceranno occasioni per promuovere nuova occupazione, attrarre cervelli, sostenere il progresso e il benessere in campi nei quali il Cnr è capofila per l’Italia in progetti internazionali strategici finanziati dalla Commissione Europea con i programmi Horizon 2020”.

“L’accordo con il Cnr suggella l’impegno costante di Italtel nella ricerca ed innovazione, elemento imprescindibile per operare in un mercato sempre più competitivo”, commenta l’AD Stefano Pileri. “La collaborazione fra Italtel e un prestigioso ente di ricerca come il Cnr ci consentirà di anticipare l’applicazione di nuove tecnologie al nostro portafoglio di soluzioni e prodotti, rafforzando così la nostra presenza sui mercati nazionali ed internazionali. Sono convinto che questo programma avrà impatto sull’intero sistema della ricerca nazionale sia in ambito Cybersecurity, dove intendiamo accelerare le iniziative già intraprese insieme sulla tecnologia QKD (Quantum Key Distribution) per migliorare la sicurezza delle comunicazioni, che in ambito 5G per identificare le migliori tecnologie di Network Slicing per l’abilitazione delle applicazioni a bassa latenza quali la Telemedicina, le Smart Grids e il controllo remoto dei robot nell’Industria 4.0”.

L’accordo quadro ha validità quinquennale e l’attività di indirizzo programmatico sarà controllata da un Comitato, appositamente costituito dal presidente del Cnr, dall’amministratore delegato di Italtel, e da due componenti nominati per parte dagli stessi.

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La scuola arriva a casa degli studenti con patologie croniche grazie a Fondazione TIM https://www.datamanager.it/2018/03/la-scuola-arriva-casa-degli-studenti-patologie-croniche-grazie-fondazione-tim/ Wed, 14 Mar 2018 15:56:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143622 La tecnologia per l’inclusione socio educativa e per garantire lo studio a chi non può frequentare le lezioni in classe per motivi di salute. Parte la prima piattaforma online di corsi ai docenti per diffondere nel sistema scolastico italiano il modello di classe ibrida con il censimento dei ragazzi che non possono andare a scuola La […]

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La tecnologia per l’inclusione socio educativa e per garantire lo studio a chi non può frequentare le lezioni in classe per motivi di salute. Parte la prima piattaforma online di corsi ai docenti per diffondere nel sistema scolastico italiano il modello di classe ibrida con il censimento dei ragazzi che non possono andare a scuola

La tecnologia per l’inclusione socio educativa e per garantire lo studio a chi non può frequentare le lezioni in classe per motivi di salute. E’ questo l’obiettivo del progetto TRIS giunto alla sua seconda fase e realizzato da Fondazione TIM in collaborazione con CNR – Istituto delle Tecnologie Didattiche e ANP – associazione nazionale dei dirigenti pubblici e delle alte professionalità della scuola per portare la scuola a casa dei piccoli malati.

Una delle principali novità è la realizzazione, grazie all’ANP, del primo censimento in Italia dei ragazzi che non possono frequentare normalmente le lezioni in aula per fotografare questa realtà che al momento non si avvale di statistiche aggiornate. E accanto a questo sarà, inoltre, realizzata una mappatura delle pratiche adottate ad oggi nelle scuole, in assenza di una soluzione certificata e valida per tutti, per gestire questi casi di mancata frequenza.

Contestualmente verrà realizzata una piattaforma online per l’erogazione di un Massive Open Online Course (MOOC) sul modello TRIS, che sarà accessibile a tutti i docenti, che potranno fruire di un corso certificato, corredato di tutoring da parte dei ricercatori del CNR-ITD.

“TRIS” (Tecnologie di Rete e Inclusione Socio-educativa), è stato sperimentato dal 2013 al 2017 da CNR-ITD di Genova, su richiesta del MIUR, col sostegno di Fondazione TIM, su tre studenti costretti a casa da una grave forma allergica (MCS) e uno in attesa di trapianto e ha coinvolto 10 classi, con oltre 150 alunni e 112 docenti. Il modello ha dato vita a una cosiddetta classe ibrida che coniuga la tecnologia con un processo di innovazione della didattica. In tale senso, oltre l’86% dei docenti coinvolti ha, infatti, cambiato l’approccio nei confronti della propria pratica professionale passando da una docenza puramente trasmissiva frontale a un approccio più collaborativo con un beneficio non solo per lo studente a casa, ma per tutta la classe. In questa direzione tutti gli studenti hanno imparato a lavorare insieme e a usare una molteplicità di strumenti tecnologici in un nuovo ambiente di apprendimento contemporaneamente reale e virtuale.

I risultati della sperimentazione e gli sviluppi delle attività del progetto TRIS verranno presentatati durante la Milano Digital Week da Fondazione TIM, ANP – associazione nazionale dei dirigenti pubblici e delle alte professionalità della scuola e Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR di Genova nel corso del workshop “TRIS.2 – La scuola che arriva a casa” in programma venerdì 16 marzo presso il TIM Space.

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Il caso Xylella. Emergenza e innovazione https://www.datamanager.it/2016/11/caso-xylella-emergenza-innovazione/ Wed, 23 Nov 2016 13:31:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114434 Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset […]

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Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose

Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset fondamentale del paesaggio salentino. Questa “fabbrica” se non si trasforma, rischia di scomparire a causa di un batterio, ma soprattutto a causa di decisioni sbagliate (e pericolose), non basate sui dati scientifici. Decisioni che rischiano di compromettere la produzione dell’intera ulivicoltura mediterranea.

Senza dubbio, come spiega a Data Manager, Nicola Ciniero, presidente di IBM Italia, l’agribusiness può essere annoverato tra le aree destinate, in tempi brevi, a raccogliere i frutti di una continua innovazione. E qui, Nicola Ciniero (pugliese DOC) si riferisce a quella in cui i dati, incessantemente prodotti dalle attività umane, fanno da ingredienti e da materia prima per “produrre” conoscenza, grazie alla tecnologia cognitiva messa in campo da Watson e ai nuovi modelli di erogazione dei servizi rappresentati dal cloud. «Le applicazioni di predictive analytics, abbinati all’high performance computing (HPC) e agli studi sulla genomica, d’altronde sono molteplici: si va dall’agricoltura di precisione – che garantisce ritorni certi in termini di abbattimento di sprechi e di maggiore efficienza produttiva – al controllo della filiera alimentare in chiave anticontaminazione». Ma non solo. Basta pensare a quanto può essere fatto contro le infezioni che colpiscono le colture, come ci dimostra il caso drammatico della Xylella pugliese.

«In Florida, questa infezione ha un “parente stretto”, il citrus greening» – spiega Ciniero. «La minaccia portata agli agrumeti locali (un business annuo da tre miliardi di dollari) è seria: il 70% degli alberi risultano ormai colpiti e le proiezioni, in assenza di interventi, stimano un collasso del comparto nel volgere di 2-5 anni. In questo caso, IBM, insieme con l’Amministrazione della Florida e con le aziende maggiormente impattate, ha dato vita a una piattaforma di ricerca che impiega strumenti avanzati di analytics e di cognitive HPC attraverso i quali progettare inibitori genomici della malattia, come i polimeri antimicrobici, e con cui simulare scenari sui risultati. Insomma: almeno all’estero la cosiddetta smarter agricolture è già una solida realtà».


.@nciniero President at @IBMItalia L’oliveto è una delle più grandi fabbriche del Mezzogiorno
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Che cosa è la Xylella?

Il disseccamento degli ulivi in Puglia è causato dal batterio Xylella fastidiosa, subspecie pauca. L’infezione è trasmessa da un vettore del batterio, una specie di cicalina, philaenus spumarius (sputacchina). Le piante muoiono per disidratazione e le piante infette non possono essere risanate, anche se si stanno sperimentando, forme di innesto con piante resistenti. «L’infezione però non intacca la qualità dell’olio e non ha effetti sulla salute umana. Le varietà colpite sono prevalentemente due: l’Ogliarola di Lecce e la Cellina di Nardò. Il Leccino invece è quella più resistente, ma l’inoculo rimane» – spiega a Data Manager, Roberto Bassi, professore di Biochimica e Fisiologia Vegetale del dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e ospite di BergamoScienza.

L’insorgenza di questa malattia dell’ulivo, pur mettendo a rischio l’intera ulivicoltura mediterranea (in Italia gli ulivi coltivati sono 200 milioni), non rappresenta un evento del tutto inatteso. Oltreoceano, negli ultimi 30 anni la Xylella è stata l’agente di nuove “emerging diseases” che hanno coinvolto diverse coltivazioni. Ma perché la Xylella in Italia è diventata un caso? Soprattutto perché – risponde Amedeo Santosuosso, presidente del Centro di Ricerca Interdipartimentale ECLT European Centre For Law Science and New Technologies dell’Università di Pavia – c’è stato un cortocircuito tra scienza e giustizia. «Dalla subordinazione all’arbitrio, il rapporto tra scienza e diritto ha sempre oscillato tra questi due estremi. La scienza è fonte di conoscenza della realtà. Una conoscenza misurabile, replicabile e comunicabile razionalmente. Da una parte, il legislatore non può approvare leggi che siano in contrasto con le evidenze scientifiche, dall’altra un parlamento di scienziati non può essere la soluzione. Perché la scienza non ha sempre le risposte, e soprattutto perché la mediazione degli interessi è un ruolo preminentemente politico. Fatte queste premesse, il caso Xylella resta scandaloso e ripropone la stessa “invasione di campo” da parte dei giudici del caso Stamina, portando alla luce in Italia un problema culturale di conoscenza e applicazione del metodo scientifico».

Il contrasto tra giustizia e scienza ha molte facce. Gli scienziati ragionano in un modo. I magistrati in un altro. Gli scienziati formulano ipotesi. I magistrati pretendono di avere risposte certe anche a quesiti impossibili. Negli ultimi tempi, i contrasti sono stati numerosi: il caso di Ilaria Capua, quello di Eluana Englaro, o quello dei geologi per non avere previsto i terremoti. L’Italia, che ha dato i natali a Galileo Galilei, padre del metodo scientifico sperimentale, è finita per coltivare uno strano “fastidio” nei confronti della scienza, preferendo l’arzigogolo alla logica deduttiva. Del resto, statisticamente, siamo un Paese di legulei e non di scienziati. Un Paese, in cui per un ricercatore è più facile ricevere un avviso di garanzia che un finanziamento. Il caso Xylella è la dimostrazione di come «un approccio non statistico ai dati può essere molto pericoloso, perché lascia i decisori in balia dell’emotività», come ha messo in evidenza, Furio Camillo dell’Università di Bologna, a margine della conferenza internazionale Analytics Experience 2016 di SAS.

Il costo delle scelte sbagliate

Giovanni Martelli, professore di Scienze Agrarie dell’Università di Bari, è stato il primo a ipotizzare, dati alla mano, che il batterio potesse essere alla base del disseccamento rapido degli ulivi nella tarda estate del 2013. Da Gallipoli epicentro dell’epidemia, il fenomeno si è diffuso in tutta la provincia di Lecce, travalicando i confini della provincia di Taranto e di Brindisi, e lambendo quelli della provincia di Bari. Ha colpito sia il “gigante” di Alliste, che ha più di 1500 anni, sia le piante più giovani. Da subito, però, c’era un indizio: la somiglianza tra il disseccamento degli ulivi pugliesi e quello osservato nella quercia americana, causato dallo stesso batterio. E così Giovanni Martelli si è messo a cercare la Xylella, e con i sui colleghi di laboratorio, alla fine l’ha trovata. Gli americani ritengono che il batterio non sia eradicabile se trova le condizioni ambientali favorevoli. Anni di incuria e di pratiche agronomiche scorrette (perché la coltivazione degli ulivi in Puglia è molto frammentata) hanno di fatto contribuito a creare le condizioni ottimali per la diffusione veloce dell’infezione. Italia, Argentina e Brasile hanno lo stesso agente infettante della medesima sottospecie. Bastava questo per dimostrare la correlazione.

L’equivoco è nato dal fatto che l’epidemiologia della Xylella è simile ad altre infezioni osservabili anche su altre 22 piante tipiche, tra cui il mirto e l’oleandro. E l’effetto psicologico del taglio delle piante sane vicine a quelle malate ha contribuito a creare un impatto emotivo forte e una lunga onda mediatica. Il popolo di Internet ne ha fatto una crociata, e l’intervento dei magistrati ha pregiudicato il contenimento dell’infezione. Il CNR di Bari è stato l’unico che ha lavorato seriamente per andare a scoprire le cause del Complesso di disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRo). La cosa incredibile è che la Procura di Lecce ha bloccato il piano Silletti (che metteva in pratica il taglio degli ulivi come misura di contenimento), non solo opponendo in modo curioso il principio di precauzione, ma accusando non troppo implicitamente l’ente di ricerca di aver favorito la diffusione della “peste dell’ulivo”, come “gli untori” di manzoniana memoria.

La Procura di Lecce è intervenuta a gamba tesa vedendo il dolo dove non c’era. Il principio di precauzione invocato è stato un triplo salto mortale perché per prevenire si sono bloccate le azioni di prevenzione. Quella degli ulivi pugliesi è una questione tutta italiana (con molte zone d’ombra) e che dovrebbe far riflettere sulla nostra capacità di problem solving e accountability. Non solo i cittadini italiani (tutti) si troveranno a pagare il conto di un’altra procedura di infrazione europea (che ammontano a 72), ma i cittadini pugliesi dovranno affrontare la perdita degli ulivi che significa distruzione del paesaggio. Un danno enorme che rischia di compromettere anche i livelli di produzione di olio di oliva. E purtroppo, potremmo trovarci nello scenario futuro di una Italia senza olio.


.@furiocamillo Un approccio #nonstatistico porta a decisioni pericolose #AnalyticsX
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La parola fine

Per dirimere l’intricata matassa è intervenuta anche l’Accademia dei Lincei con una missione sul campo che ha prodotto un rapporto definitivo e che ha messo la parola fine alla levata di scudi da parte degli ambientalisti e a ogni ipotesi di complotto. Una conclusione, dicono gli scienziati dei Lincei, non più discutibile. La Xylella, come la globalizzazione, è qui per restare e l’unica cosa che si può fare è studiare misure di contenimento e di controllo della diffusione del vettore di contagio. Il taglio di 68mila piante, che a giugno avrebbe potuto ancora bloccare il fronte di avanzamento dell’infezione con una zona di contenimento, oggi non basta più e rischiamo di perderne 28 milioni. L’epidemia salentina è stata causata da piante importate dall’America Latina e transitate attraverso il porto di Amsterdam. Questo fatto ci porta alla questione dell’efficacia delle norme europee per la prevenzione delle infezioni fitosanitarie che richiederebbe un maggiore investimento per un sistema di monitoraggio automatico basato su sensori e analisi dati in tempo reale. Eppure, dall’Olanda, continuano a essere importate piante dall’America Latina. Con quali nuove misure da parte della UE non è dato sapere. Quello che sappiamo è che è saltato il sistema di controllo. E l’Europa non dispone di un sistema di quarantena come gli USA o l’Australia. Eliminare l’agente patogeno dal Salento è utopia. Il tempo è l’unica cosa che servirebbe, ma ne abbiamo sprecato troppo. Se si studiasse il meccanismo biologico di resistenza della varietà di Leccino, forse si potrebbe ingegnerizzarlo. E forse, come ha suggerito il presidente di IBM Italia, si potrebbe dare vita a una piattaforma di ricerca comune per unire competenze e strumenti. In tutti i casi, la soluzione all’emergenza Xylella, può arrivare solo dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia. Non dalle aule di tribunale.

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Roberto Cingolani. Il futuro è hardware https://www.datamanager.it/2014/11/roberto-cingolani-futuro-hardware/ Tue, 18 Nov 2014 09:06:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=65019 Plastica organica, energia sostenibile, computer a DNA e un robot in ogni casa «La tecnologia non è Facebook o Twitter» Non ricordo il vincitore del Super Bowl di quest’anno, ma ricordo benissimo Steve Gleason nello spot di Microsoft andato in onda durante la finale.   In quei sessanta secondi, che forse restano la cosa più […]

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Plastica organica, energia sostenibile, computer a DNA e un robot in ogni casa

«La tecnologia non è Facebook o Twitter»

Non ricordo il vincitore del Super Bowl di quest’anno, ma ricordo benissimo Steve Gleason nello spot di Microsoft andato in onda durante la finale.

 

In quei sessanta secondi, che forse restano la cosa più emozionante e sorprendente della partita, si vede l’ex calciatore professionista – dal 2011 malato di SLA – comunicare grazie alla tecnologia. Ma c’è un’altra cosa che merita attenzione e che in Italia è passata completamente inosservata. Mentre scorrono i secondi più costosi della storia della pubblicità, (gli inserzionisti arrivano a pagare anche 3,8 milioni di dollari per 30 secondi), l’unica comparsa dell’eccellenza tecnologica italiana è iCub, la creatura di Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT – www.iit.it).

Basterebbe questo per ricordarci che la ricerca italiana può competere ai massimi livelli e che la cosiddetta “fuga dei cervelli”, espressione orribile, degna di un film di fantascienza anni 50, in realtà è un falso problema, perché la natura di un ricercatore è di per sé «nomade». Roberto Cingolani nasce a Milano nel 1961, frequenta il liceo scientifico Enrico Fermi di Bari e si laurea in Fisica all’Università di Bari. A diciannove anni, vince per due anni di fila il concorso europeo per Giovani ricercatori della Philips. Ma è solo l’inizio di una brillante carriera. Per Cingolani, la ricerca ha bisogno di creatività e di obiettivi a lungo termine, di investimenti costanti e di persone capaci di valutare il merito e il rischio. Il piano industriale dell’IIT per il prossimo triennio punterà sull’energia, i nuovi materiali ecosostenibili, la robotica e le neuroscienze a fronte di un investimento di circa 390 milioni di euro.

Nell’Istituto, che può contare anche su una dote statale che sfiora i 100 milioni di euro all’anno, lavorano 1.300 persone distribuite in nove poli di ricerca su tutto il territorio nazionale: il 44% sono stranieri e un altro 17% sono italiani rientrati dall’estero. L’età media è di 34 anni e le donne rappresentano il 41% del totale. Visitare l’IIT è come entrare in aeroporto. La gestione è simile a quella di una squadra di calcio: si cercano sul mercato le risorse migliori che servono per raggiungere un determinato obiettivo. La sfida per lo scienziato è guardare ai prossimi vent’anni. Nei paesi del G10, la vita media si allunga di tre mesi ogni anno, mentre in altri luoghi del mondo l’aspettativa di vita è ferma a 50 anni. La popolazione mondiale arriverà a nove miliardi. Un quarto degli abitanti avrà accesso all’80% delle risorse del Pianeta. Un sistema così squilibrato non potrà durare ancora a lungo. E non è una questione etica, ma fisica. Ogni sistema per quanto disordinato tende all’equilibrio. Il compito della tecnologia è di applicare i risultati della ricerca scientifica per ridurre gli squilibri insostenibili tra gli esseri umani. Energia e acqua sono le priorità. Per affrontare le sfide del futuro dobbiamo imparare a copiare la natura. Ma come? Come faremo a crescere del 2%, dimezzando i consumi e le emissioni?

«Un computer da tavolo compie 10 milioni di operazioni al secondo, le stesse di una mosca – spiega Cingolani durante la sua lezione al Festival della Scienza di Bergamo – mentre il cervello umano un miliardo di miliardi, come i data center di Google, che però consumano l’energia di una città intera per funzionare. A un uomo invece basta una barretta di cioccolato». Dobbiamo imparare dalla natura a produrre l’energia che ci serve, studiando la fusione nucleare delle stelle, il metabolismo degli zuccheri, la fotosintesi delle piante, il DNA per rimpiazzare i tradizionali computer a base di silicio. Dalle foglie possiamo catturare l’energia dei raggi solari come fanno ad Arnesano, alle porte di Lecce, nel polo di nanotecnologie biomolecolari dell’Istituto (che Cingolani ha contribuito a fondare) in collaborazione con il CNR e l’Università del Salento. E dal prezzemolo, dalle patate, dagli spinaci, dal riso e dal cacao possiamo ottenere tutta la plastica che ci serve. Molto prima però – assicura lo scienziato – avremo in casa un robot domestico capace di imparare, connesso a una rete wireless 6G, con un’intelligenza unica su cloud, un business model da city car e al costo di una utilitaria. In tutto questo, la tecnologia non può essere lo strumento separato dal fine – mette in guardia Cingolani – deve avere un ruolo sociale. «La tecnologia è empowering, serve a ridurre le differenze che creano squilibrio, per creare un futuro per chi vuole restare e una nave per chi vuole andare via». Per capire che cosa è la tecnologia non dobbiamo vedere oltre i pezzi di latta e le righe di software. «Innovazione a lungo termine significa progettare nuovo hardware e non semplici software della conoscenza. L’hardware è la vera base su cui costruire il progresso dell’umanità e creare empowering. La tecnologia non è Facebook o Twitter. La tecnologia è soprattutto hardware».

Data Manager: Agenda Digitale a singhiozzo, connettività, ricerca e innovazione. Il futuro dell’Italia e la crescita lenta. Perché non riusciamo a creare un sistema in grado di mettere insieme i punti forti per trasformare le potenzialità in opportunità?

Roberto Cingolani: La più grossa lacuna nel nostro sistema è la mancanza di capacità di pianificare e di fare scelte basate su una visione e su una strategia. Questo significherebbe fare delle scelte di merito e prendersi delle responsabilità. In Italia, oggi prevale un modello più formale finalizzato alla ricerca di consenso, senza valutazioni di merito. Inoltre, il sistema bancario e più in generale l’attitudine al rischio sono poco sviluppati.

Quali dovrebbero essere le tecnologie abilitanti per un nuovo piano industriale per lo sviluppo?

Il nostro Paese, se vuole rimanere nel novero dei paesi più sviluppati, deve puntare su settori ad alto valore aggiunto, con produzioni di alta qualità. In particolare, credo che l’Italia, per le sue competenze più distintive, dovrebbe puntare allo sviluppo di una manifattura high tech, alla robotica, all’automazione, ai nuovi composti e alle nanotecnologie. E poi integrare queste tecnologie più capital intensive con i servizi dedicati: infrastrutture di rete (anch’esse richiedono ingenti investimenti), cloud, ICT. Altri settori in cui l’Italia deve puntare per una propria leadership sono l’agroalimentare high tech, le tecnologie per i beni culturali, trasporti avanzati, medicina e diagnostica avanzata, tutti settori in cui l’Italia è conosciuta nel mondo.

Quali sono le aree più calde della ricerca che guideranno le prossime rivoluzioni tecnologiche?

La robotica, l’intelligenza artificiale e la salute, soprattutto con l’integrazione con le nanomedicine, sono le aree che stanno trainando maggiormente l’innovazione nelle tecnologie. A queste va aggiunta l’ulteriore sviluppo dell’information and communication technology, che rappresenta l’infrastruttura chiave da cui tutta la nuova generazione di tecnologie non può prescindere.

Dal personal computer ai personal robot. Quale sarà l’impatto che Big Data e IoT avranno sulla diffusione della robotica di servizio?

L’impatto sarà enorme, basti pensare a che cosa significherà gestire la comunicazione di questa nuova generazione di strumenti al servizio dell’uomo. Il primo passo sarà predisporre un cloud in cui strutturare l’intelligenza artificiale collettiva dei robot. Impossibile senza un protocollo di comunicazione molto veloce e potente. L’impatto sarà veramente enorme.

Viva la velocità per i treni, gli aerei, la banda larga. All’opposto, c’è la pigrizia di chi vuol fare poco o nulla. Siamo un popolo di pigri?

Non direi che siamo pigri. Forse, dovremmo essere un po’ più calvinisti. In Italia, coesistono tante identità, siamo una nazione molto giovane in cui convivono molte anime diverse. Ci manca ancora l’orgoglio come popolo unito, ci manca la formazione culturale innovativa perché siamo troppo attaccati ai fasti del passato e non ci accorgiamo della decadenza che discende dal non sapersi aggiornare e rinnovare. Tuttavia, abbiamo delle personalità straordinarie, degli individui che fanno storia, gli Enzo Ferrari che tengono alto il nome dell’Italia, con le loro incredibili idee e capacità. Ma poi non sappiamo fare sistema, cioè portare avanti il disegno iniziale e ingrandirlo. Sappiamo tirarci fuori dalle emergenze ma non siamo bravi a costruire giorno dopo giorno. Nel contesto globale in cui viviamo, non possiamo più permettercelo. Dobbiamo cambiare organizzazione e guardare al futuro attraverso una programmazione di lungo periodo.

La lezione più importante che ha imparato?

La vita, fra le tante cose, mi ha trasmesso due insegnamenti. Non esiste scorciatoia alla fatica. E poi che è facile essere buono con chi è bravo, ma la cosa più importante è essere giusti con chi non lo merita.

Chi è stato il suo maestro e a chi sente di dovere qualcosa?

Sono una persona fortunata, ho imparato da chiunque ho incontrato. Tutti hanno qualcosa da insegnare. Anche i cattivi maestri ti insegnano la strada da evitare. Per il resto, devo molto alla mia famiglia, soprattutto a mio padre che venendo a mancare a 50 anni, dopo 14 anni di malattia, mi ha insegnato che nella vita si deve comunque dare il massimo sino all’ultimo giorno.

 

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Batterie al litio: Italia al top nel riciclo con Cobat-CNR https://www.datamanager.it/2014/10/batterie-litio-italia-top-nel-riciclo-cobat-cnr/ Fri, 31 Oct 2014 15:30:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64084 Affidato all’Istituto di chimica dei composti organometallici del CNR, in collaborazione con il Consorzio Nazionale Raccolta e Riciclo, uno studio sul recupero delle batterie più usate per smartphone e auto elettriche Il riciclo delle batterie al litio parte dall’Italia. Ad accogliere questa sfida saranno infatti l’ICCOM, l’Istituto di chimica dei composti organometallici del CNR, e Cobat, Consorzio […]

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Affidato all’Istituto di chimica dei composti organometallici del CNR, in collaborazione con il Consorzio Nazionale Raccolta e Riciclo, uno studio sul recupero delle batterie più usate per smartphone e auto elettriche

Il riciclo delle batterie al litio parte dall’Italia. Ad accogliere questa sfida saranno infatti l’ICCOM, l’Istituto di chimica dei composti organometallici del CNR, e Cobat, Consorzio Nazionale per la Raccolta e il Riciclo, che da oltre 25 anni è leader nel settore del recupero di pile e accumulatori. L’obiettivo è trovare una tecnologia affidabile ed ecosostenibile per il trattamento di questa ormai diffusissima tipologia di batterie, presente nei dispositivi di elettronica portatile (smartphone, tablet, pc) e nelle auto elettriche.

L’assegnazione del progetto ai ricercatori dell’ICCOM – sottoscritta oggi da Giancarlo Morandi, presidente di Cobat, e da Maurizio Peruzzini, direttore di ICCOM, alla presenza del presidente del CNR Luigi Nicolais – è il primo passo concreto dell’accordo quadro di durata triennale siglato a maggio 2014 dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da Cobat. Il Consorzio ha affidato ufficialmente all’Istituto uno studio di fattibilità per individuare un processo di trattamento e riciclo degli accumulatori al litio esausti e quindi recuperare i metalli e i componenti contenuti. Si tratta di batterie estremamente delicate, il cui elemento base è altamente infiammabile, in particolar modo in presenza di acqua.

Il riciclo delle batterie al litio è una necessità

“Vogliamo dare una risposta oggi alla sfida ambientale del futuro – ha dichiarato Giancarlo Morandi, presidente di Cobat – Dal 2001 al 2013 l’uso di batterie al litio è quasi decuplicato. Tutti noi le abbiamo in tasca, dentro i nostri smartphone. E le avremo sempre di più nelle nostre auto, visto che alimentano le vetture ibride ed elettriche, e in generale nei sistemi di accumulo di energia. Eppure, al mondo, non esiste ancora un sistema sicuro per riciclare questo tipo di batterie. I prodotti di oggi sono i rifiuti di domani. Quello che vogliamo fare è trasformarli in risorse. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo abbiamo chiesto aiuto a un’eccellenza della ricerca, il CNR, mettendo a loro disposizione gli indispensabili finanziamenti e, soprattutto, la nostra lunga esperienza nel settore”.

Il direttore dell’ICCOM Maurizio Peruzzini e il responsabile scientifico del progetto Francesco Vizza, Dirigente di Ricerca dello stesso istituto, esprimono grande soddisfazione per il coinvolgimento dell’ICCOM in questo progetto che vede il CNR ed un importante consorzio come Cobat uniti in un significativo percorso che coniugherà ricerca scientifica col trasferimento di conoscenza finalizzato a creare nuove opportunità di sviluppo industriale per il paese.

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Il CNR sceglie il Cloud di Netalia https://www.datamanager.it/2014/10/cnr-sceglie-cloud-netalia/ Tue, 21 Oct 2014 15:11:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=63321 Accessibilità, flessibilità e scalabilità. Queste le basi su cui Netalia ha elaborato la sua proposta Cloud per l’Istituto per le Applicazioni di Calcolo del CNR L’Ente pubblico nazionale di ricerca che promuove lo sviluppo scientifico, culturale, tecnologico, economico e sociale italiano ha scelto di affidarsi a una soluzione Cloud di Netalia come alternativa a investimenti […]

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Accessibilità, flessibilità e scalabilità. Queste le basi su cui Netalia ha elaborato la sua proposta Cloud per l’Istituto per le Applicazioni di Calcolo del CNR

L’Ente pubblico nazionale di ricerca che promuove lo sviluppo scientifico, culturale, tecnologico, economico e sociale italiano ha scelto di affidarsi a una soluzione Cloud di Netalia come alternativa a investimenti su un’infrastruttura di proprietà.

L’Istituto per le Applicazioni di Calcolo del CNR ha pianificato il rehosting di alcune applicazioni per garantire l’accessibilità a utenti dislocati in diverse sedi sul territorio.
La necessità è di poter disporre di una soluzione flessibile e scalabile, che consenta di replicare agilmente le architetture necessarie per il corretto funzionamento delle applicazioni e che possa essere facilmente e rapidamente estesa a fronte della crescita del carico di lavoro nel tempo. Il tutto con le garanzie di affidabilità e protezione dell’ambiente e dei dati necessarie a un Ente Pubblico per operare in sicurezza.

Netalia ha proposto una soluzione basata sul suo servizio top-level di virtualizzazione Cloud DATA CENTER, in grado di fornire performance ottimali con i massimi livelli di elasticità e scalabilità. Un servizio che si appoggia direttamente sull’infrastruttura Netalia e ne sfrutta le doti di sicurezza, ridondanza e Alta Disponibilità (HA).

Massimo Bernaschi, Dirigente Tecnologo dell’Istituto per le Applicazioni di Calcolo del CNR, parla così del Cloud Netalia: “Cercavamo una soluzione che permettesse al team di lavoro di sviluppare i progetti e collaborare senza vincoli tecnologici. In Netalia abbiamo trovato un partner d’eccellenza che ci consente di godere della libertà del Cloud ai massimi livelli di standardizzazione e di affidabilità.”

Grazie alla tecnologia VMware, infatti, i servizi Netalia si integrano con le risorse IT esistenti, senza sostituirle, operando come un unico insieme e garantendo totale continuità operativa per soluzioni ad alto valore aggiunto che rispondono alle crescenti richieste di efficienza, agilità e flessibilità degli Enti italiani, anche in campo scientifico.

 

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Cnr: batteri che assorbono CO2 per produrre energia https://www.datamanager.it/2014/07/cnr-batteri-assorbono-co2-per-produrre-energia/ Thu, 03 Jul 2014 09:30:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57330 Il Cnr ha sviluppato una tecnica chiamata Capnophilic Lactic Fermentation che permette di produrre energia elettrica tramite la fermentazione di scarti organici realizzati da particolari batteri Il Consiglio nazionale delle ricerche (Icb-Cnr) di Pozzuoli ha scoperto un nuovo utilizzo dei batteri per produrre energia. Il team guidato da Angelo Fontana ha utilizzato un processo chiamato Clf (Capnophilic Lactic Fermentation), […]

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Il Cnr ha sviluppato una tecnica chiamata Capnophilic Lactic Fermentation che permette di produrre energia elettrica tramite la fermentazione di scarti organici realizzati da particolari batteri

Il Consiglio nazionale delle ricerche (Icb-Cnr) di Pozzuoli ha scoperto un nuovo utilizzo dei batteri per produrre energia. Il team guidato da Angelo Fontana ha utilizzato un processo chiamato Clf (Capnophilic Lactic Fermentation), che permette di catturare l’anidride carbonica tramite la fermentazione di materiali organici di scarto realizzata da batteri. Al momento questa tecnica è utilizzata solo a scopo scientifico ma in futuro non si esclude un suo uso industriale.

Batteri per produrre energia dalla CO2

La Clf, spiega Fontana, ha tre vantaggi: ” la produzione di energia pulita, la cattura dell’anidride carbonica e il recupero di materiali di scarto”. Il processo prevede l’utilizzo di un batterio estremofilo, chiamato Thermotoga neapolitana, che produce idrogeno attraverso la fermentazione di substrati organici, compresi gli scarti dell’industria alimentare. Il gas viene poi utilizzato per la produzione di energia elettrica.

Il riutilizzo degli scarti per cercare nuovi combustibili green è diventato di grande interesse per gli scienziati. In Italia è stato sviluppato un sistema chiamato Megaris che sfrutta la combustione delle biomasse per l’alimentazione domestica. Nel depuratore di Milano, invece, è in atto il progetto “Luce Bioelettrica“, che prevede l’utilizzo di particolare batteri che producono energia elettrica tramite la degradazione dei rifiuti organici.

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Cervello, perché non percepiamo i cambiamenti improvvisi? https://www.datamanager.it/news/cervello-perch-non-percepiamo-i-cambiamenti-improvvisi-56465.html Fri, 16 May 2014 10:48:17 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/cervello-perche-non-percepiamo-i-cambiamenti-improvvisi/ Si potrebbe fare un test per mettere alla prova la nostra capacità di percepire cambiamenti improvvisi nei nostri oggetti di osservazione, senza che il nostro cervello li registri: in altre parole non ce ne accorgiamo, se qualcuno non ce lo fa espressamente notare. Il cinema è costellato di esempi, voluti o meno, di scene “incoerenti”: […]

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Si potrebbe fare un test per mettere alla prova la nostra capacità di percepire cambiamenti improvvisi nei nostri oggetti di osservazione, senza che il nostro cervello li registri: in altre parole non ce ne accorgiamo, se qualcuno non ce lo fa espressamente notare.
Il cinema è costellato di esempi, voluti o meno, di scene “incoerenti”: la maglietta di Harry Potter, nel film ‘L’Ordine della Fenice’ cambia da girocollo a scollatura in una frazione di secondo, ma vi sfidiamo ad accorgervene senza saperlo prima. E chi si è accorto che il croissant di Julia Roberts in Pretty Woman si trasforma in una frittella?

A quanto pare non c’è nulla di strano nella nostra incapacità di percepire questi macro-cambiamenti nell’arco di pochi secondi. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori dell’Università di Firenze e dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Pisa, che ha scoperto i meccanismi cerebrali che ci rendono invisibili piccoli e rapidi cambiamenti nella realtà che osserviamo. Questo si verifica perché – come spiega so studio pubblicato sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Science’ – il nostro sistema visivo lega costantemente le informazioni presenti con quelle del passato immediato ed è per questa ragione che non siamo in grado di percepire ed avere quindi coscienza di cambiamenti repentini.

Il cervello ha bisogno di continuità

E’ un po’ come se il nostro cervello si rifiutasse di avere una visione disarmonica di una scena ma desiderasse continuità.

“Questi meccanismi servono ad armonizzare la percezione del mondo che altrimenti sarebbe fortemente discontinua”, spiega David Burr, professore della facoltà di psicologia all’Università di Firenze e coautore dello studio.

“A differenza che nei film, l’ambiente che ci circonda è sostanzialmente stabile, con pochi cambiamenti improvvisi. Il cervello sembra aver imparato che le cose non cambiano improvvisamente e, se un’informazione attuale non è completamente affidabile, ci si può basare su quello che si è visto prima”. “La ragione che sottende questo comportamento, prosegue il coautore Marco Cicchini dell’In-Cnr, è che gli apparati sensoriali non sono perfetti bensì contengono, come tutti i sistemi di comunicazione, fluttazioni casuali e ‘rumore di fondo’. Queste fluttuazioni, se registrate, potrebbero essere interpretate come veri e propri cambiamenti nel mondo esterno. Per questo motivo il sistema visivo cerca continuamente di mettere insieme gli stimoli che sono simili tra di loro e di costruirne una sorta di media”.

Una stabilità rassicurante

In altre parole, sembra che il cervello prediliga la sicurezza di una visione stabile rispetto alla precisione e accuratezza dell’immagine.

“Nel mondo reale, un cornetto non diventa una frittella in una frazione di secondo, quindi il campo di continuità percettiva stabilizza ciò che vediamo nel corso del tempo, portando a una più prevedibile sensazione stabile del mondo”, spiegano i ricercatori. “La risposta non dipende solo dall’intensità dello stimolo ma anche da quella dello stimolo che l’ha preceduto: se quello precedente conteneva 20 oggetti, uno che ne contiene 30 sembra contenerne meno, circa 25; all’opposto, se lo stimolo precedente conteneva 40 oggetti, quello corrente che ne ha 30 sembra averne 35”.

La ricerca mette in luce un sistema di percezione in cui il presente risulta un tramite di ciò che abbiamo esperito negli ultimi quindici secondi circa.

“Senza questa integrazione degli stimoli nel tempo, saremmo ipersensibili alle fluttuazioni visive innescate da ombre, dal movimento e da una miriade di altri fattori: i volti e gli oggetti potrebbero sembrare trasformarsi da un momento all’altro con un effetto sconvolgente”, conclude Cicchini.

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Megaris: sole, aria e scarti biologici per produrre energia https://www.datamanager.it/news/megaris-sole-aria-e-scarti-biologici-produrre-energia-55207.html Wed, 02 Apr 2014 09:12:57 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/megaris-sole-aria-e-scarti-biologici-per-produrre-energia/ Megaris è un sistema ideato in Italia che produce energia elettrica grazie ai raggi solari, alla combustione di biomassa e a un motore ad aria Stirling

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Megaris è un sistema ideato in Italia che produce energia elettrica grazie ai raggi solari, alla combustione di biomassa e a un motore ad aria Stirling

I ricercatori dell’Università degli Studi del Sannio (BN) e del Cnr, con il contributo di Aerosoft, hanno realizzato un sistema per la produzione di energia elettrica e termica che più green non si può. Megaris (Micro Electric Generator from Alternative Renewable energy Innovative Stirling engine) permette infatti di illuminare un piccolo condominio sfruttando solamente la luce solare, la combusione di biomasse e l’aria. Il sistema è inoltre completamente autosufficente.

Megaris: tre volte green

Megaris è composto da tre differenti tecnologie. La prima sfrutta un combustore a letto fluido per biomasse che utilizza della sabbia sospesa da un flusso d’aria per immagazzinare calore e ridistribuirlo. Il sistema utilizza anche un motore ad aria Stirling che produce energia tramite uno scambio termico e da uno specchio parabolico, ancora in fase di costruzione, che concentra la forza del sole.

Il prototipo di Megaris è stato pensato per un piccolo condominio da 4 appartamenti ma in futuro sarà utilizzabile anche per edifici più grandi. La sua versatilità inoltre lo rende adatto sia in aree rurali, in cui abbonda la biomassa, sia in quelle urbane, dove l’energia solare sopperisce alla mancanza di scarti biologici.

Tra le soluzioni più ecostenibili per la produzione di energia elettrica ci sono anche Plant-e, che sfrutta gli elettroni liberi prodotti dalle radici delle piante, e il progetto “Luce Bioelettrica” utilizzato nel depuratore di Milano. Quest’ultimo si avvale di alcuni particolari batteri per ricavare energia dalla decomposizione di rifiuti organici.

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Cybercrime e Datagate al centro del Security Summit di Milano https://www.datamanager.it/news/cybercrime-e-datagate-al-centro-del-security-summit-di-milano-54940.html Mon, 24 Mar 2014 13:52:50 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/cybercrime-e-datagate-al-centro-del-security-summit-di-milano/ Più di 8mila. Una cifra di tutto rispetto. Sono i numeri del successo del Security Summit CLUSIT equivalente al numero di partecipanti alle sessioni di formazione che hanno acquisito il diritto all'attribuzione di crediti CPE validi per il mantenimento di alcune tra le certificazioni più diffuse nel campo della sicurezza

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Più di 8mila. Una cifra di tutto rispetto. Sono i numeri del successo del Security Summit CLUSIT equivalente al numero di partecipanti alle sessioni di formazione che hanno acquisito il diritto all’attribuzione di crediti CPE validi per il mantenimento di alcune tra le certificazioni più diffuse nel campo della sicurezza. Un’opportunità che ha permesso a professionisti del settore, manager, e al folto pubblico interessato alle tematiche della protezione dei dati e della privacy, di ottenere il rilascio di circa 5mila attestati validi per l’attribuzione di oltre 8.500 crediti formativi (CPE) e circa 900 diplomi. Piace la formula “formazione più approfondimento” adottata dagli organizzatori dell’appuntamento con la sicurezza IT giunto quest’anno alla sesta edizione.

Tanti i temi in agenda affrontati durante la prima tappa a Milano (18/20 marzo); per esempio la strategia UE nel campo della cybersecurity, tematica affrontata nella sessione plenaria della prima giornata di lavori, con gli interventi di Luigi Rebuffi, presidente di EOS (European Organization for Security) e co-Chair del WG3 per la Ricerca e Innovazione nel Secure ICT della Piattaforma europea su Network e Information Security (NIS) e di Fabio Martinelli, Primo Ricercatore presso l’Istituto di Informatica e Telematica del CNR di Pisa e co-Chair del WG3. Strategia imperniata sulla costituzione di CERT – Computer Emergency Response Team – nazionali da parte di ogni Stato Membro e che segna un primo passo avanti dopo anni di immobilismo, stigmatizzato proprio dagli esperti del Clusit durante la scorsa edizione. Risveglio peraltro largamente eterodiretto dalle rivelazioni di Edward Snowden, ex contractor di Booz Allen Hamilton e “gola profonda” del Datagate che come ha riconosciuto lo stesso Rebuffi, riportando alcuni passaggi dell’intervento tenuto recentemente da Neelie Kroes, Vice Presidente della Commissione Europea e responsabile dell’Agenda Digitale, hanno quasi costretto l’UE a imporre una prima accelerazione al progetto rimasto a lungo solo sulla carta di creare una piattaforma europea sulla sicurezza informatica. Ritardo peraltro rimarcato anche da altri speaker del convegno. Come nell’intervento di Andrea Rigoni, membro della Task Force di Palazzo Chigi sull’Agenda Digitale, che ha sottolineato le carenze dell’azione UE, mancante a suo modo di vedere, di una visione credibile di più lungo respiro. La stessa che emerge dalla proposta di dubbia fattibilità tecnica di nazionalizzare Internet, oggetto di ironie feroci non solo da parte di Rigoni. Il quale si interroga altresì sullo spreco delle immani risorse inghiottite dall’intelligence che avrebbero dovuto essere impiegate invece per provare a risolvere uno dei tanti problemi di natura infrastrutturale ancora irrisolti che affliggono la rete. Esigenza questa sì non procrastinabile e che ha portato a dare corpo a un retropensiero in circolo da tempo, emerso nelle considerazioni di altri speaker del Summit Clusit, secondo cui la condotta criminale dell’NSA avrebbe spianato la strada al crimine informatico.

Riflessione questa di più ampio respiro affidata invece al rapporto Clusit, altro piatto forte della manifestazione e lettura caldamente consigliata per tutti coloro che si occupano di sicurezza informatica. Quali sono stati gli eventi di cybercrime più significativi del 2013? Quali le tendenze del mercato italiano dell’ICT Security? Aziende e pubbliche amministrazioni in quali aree stanno orientando i loro investimenti? Domande queste a cui il rapporto tenta di dare una risposta, supportato in questo da una cospicua messe di dati relativi agli incidenti, 1.152 per la precisione, classificati e analizzati dal Security Operations Center di FASTWEB, partner del Clusit nella stesura del rapporto. Lo studio contiene inoltre i risultati di una survey tesa ad analizzare le tendenze del mercato italiano dell’ICT Security e le aree in cui si stanno orientando gli investimenti dei settori privato e pubblico, insieme a una sezione nella quale sono riportati una serie di dati molto interessanti sulla struttura dell’offerta e sulle caratteristiche delle figure professionali più richieste dalle aziende.

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