Lucio Stanca – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:56:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Lucio Stanca – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 #SiamoForty: Identità e trasformazione https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-identita-trasformazione/ Fri, 22 Jul 2016 12:29:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106611 Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente? L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, […]

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Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, gli italiani fanno i conti con la paura del terrorismo interno. Si aprono a Montreal (Canada) i XXI Giochi Olimpici. La benzina costa 53 centesimi di dollari al gallone. Felice Gimondi vince il Giro d’Italia, la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Scoppia lo scandalo Lockheed e Piero Pelosi viene condannato per l’omicidio Pasolini. Il 1976 è anche l’anno della prima stampante laser, l’IBM 3800, del sistema a terminali HP 3000 serie I di HP e del primo supercomputer commerciale, il Cray-1 realizzato da Seymour Cray. Debutta il sistema di scrittura TES 501 di Olivetti, si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. Steve Jobs e Steve Wozniak, un anno prima avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. E mentre si chiude la dolorosa pagina della guerra in Vietnam, ad Albuquerque, New Mexico, due giovanissimi Bill Gates e Paul Allen danno inizio a quella che oggi chiameremmo una startup con il nome di «Micro-Soft Company».


#innovazione Nel 1976, l’Italia entra nel #G7 e i #CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”
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Nel primo numero di Data Manager si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. Gli italiani si siedono per la prima volta davanti alla televisione e si dividono in due target per guardare la Domenica In di Corrado mentre sul Secondo Canale debutta L’altra domenica di Renzo Arbore. Intanto, la Corte costituzionale dichiara legittime le trasmissioni radiotelevisive a copertura locale di reti private e inizia una lunga stagione che avrebbe trasformato antropologicamente il popolo televisivo, da spettatori a trend setter, passando dal telecomando allo smartphone. Gli uomini di Al Fatah in Libano tentano di bloccare l’avanzata di truppe siriane. Il Napoli vince per la sua seconda volta la Coppa Italia. L’Unione Sovietica lancia nello spazio la navicella Soyuz 21 con due astronauti a bordo. Bettino Craxi diventa il nuovo segretario del PSI. La sonda Viking II atterra su Marte. Muore Mao Tse-Tung, leader della Cina moderna. Jimmy Carter è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Nello stesso anno, James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M si legge che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro. Sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico, l’Italia entra nel G7. In questa trasformazione, da Paese agricolo a potenza industriale europea, gli investimenti pubblici di Stato con le attività di Iri, Eni e Cassa del Mezzogiorno hanno un ruolo determinante. Nella seconda fase dello sviluppo del Paese, il “capitalismo senza capitali”, certe “relazioni pericolose” e il baratto tra spesa pubblica e consenso elettorale, faranno la differenza tra economia di mercato ed economia dei “salotti buoni”, tenendo l’Italia ai margini della competizione e aprendo alla grande svalutazione degli asset principali.


#innovazione In Italia #Investimenti pubblici e privati sotto la media europea
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Formiche o aquile?

Nel 1976, Eugenio Montale scriveva che “si deve attendere un pezzo prima che la cronaca si camuffi in storia: solo allora il volo di una formica sarà d’aquila”. Dopo 40 anni, le imprese italiane sono ancora formiche laboriose in un mondo di giganti. C’è un momento in cui si tracciano i bilanci e si guarda indietro prima di affrontare nuove sfide. Durante questi anni, i CIO hanno attraversato due modi molto diversi di “fare” informatica. E oggi, fanno i conti con gli effetti della digital transformation. Industria, cultura e innovazione sono le leve della crescita. La produttività debole è la causa principale del ritardo storico dell’economia italiana. Abbiamo attraversato anni molto difficili, resta il divario tra Nord e Sud del Paese, ma le imprese italiane ce la possono fare: bisogna – però – correre per recuperare tempo e competitività. Tra spinte contrastanti, tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese, offrendo proposte a chi governa il Paese e a chi guida le imprese. I dati ci raccontano un’Italia in cui l’innovazione è a macchia di leopardo, in cui gli investimenti pubblici, ma soprattutto privati, sono inferiori alla media europea, e in cui la pubblica amministrazione fatica a cambiare passo, nonostante l’accelerazione sui pagamenti con la fatturazione elettronica e il lancio del Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID). L’Italia ha enormi potenzialità ancora da esprimere. Il vero problema resta la mancanza di crescita che ci accompagna da 40 anni. Senza crescita non si innova e senza innovazione non si cresce. Un circolo vizioso nel quale l’Italia rischia di restare intrappolata, con un PIL che ha l’effetto di una zavorra troppo pesante. Guardare avanti significa anche prendere atto della realtà che i dati ci raccontano. Ma senza paura del futuro. Perché questo è il punto di partenza per cominciare a cambiare rotta. Secondo i dati della Commissione Europea, in Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75% della media europea) e quelli privati sono lo 0,67% del PIL (0,52% della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Il PIL dei 27 paesi europei supera quello degli Stati Uniti. Gli Stati dis-uniti d’Europa sulla carta contano di più degli Stati Uniti. Ma è vero solo sulla carta. Dopo il 1989 bisognava rendersi conto che non serviva fare l’Europa, ma bisognava costruire il mondo. L’Europa è rimasta un sogno anche perché abbiamo imposto all’Unione un solo obiettivo: la stabilità economica, ma con la sola stabilità contabile, non si può finanziare la crescita. Così, le nostre migliori aziende continuano a crescere sui mercati esteri, peccato che queste aziende contribuiscano a far crescere il PIL del mondo, più di quello nazionale.


Senza #innovazione non si cresce, tocca ai #CIO guidare il rinnovamento del Paese
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Decidere e competere

La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. La cooperazione tra pubblico e privato, e la sinergia tra imprese sono la formula per fare di necessità virtù, per un nuovo modello di sviluppo sostenibile e anche di formazione nella logica di un grande Politecnico o di un grande laboratorio nazionale per l’innovazione. L’innovazione è fonte di crescita, ma non si può sviluppare in un ambiente culturalmente povero. Sarebbe necessario creare alleanze e task force in grado di arruolare le università, i centri di ricerca, il Parlamento, le aziende di ogni dimensione, per un continuo miglioramento culturale. La prosperità cresce nelle società in cui la ricerca di conoscenza è un valore accettato e finanziato. Dentro un cellulare ci sono più di centomila brevetti che determinano il 30 per cento del suo valore. Inventare e brevettare sono il cuore dell’economia. Nel 2014, il numero dei brevetti italiani era sotto la media europea, nel 2015 è andata molto meglio. E nella classifica dei brevetti siamo diciottesimi al mondo. Il ruolo dei CIO è destinato a crescere nelle organizzazioni aziendali con una convergenza verso l’alto e con una fusione tra CIO e CEO. Ma non solo. In questa fase di trasformazione, che non lascia intatti ruoli e competenze, i CIO saranno chiamati a nuove responsabilità, saranno a capo dei dipartimenti di ricerca, dei CERT nazionali, delle forze di polizia e chissà – forse – anche alla guida di ministeri come l’Agricoltura, l’Ambiente e le Infrastrutture. Innovazione è la parola chiave dell’economia moderna. L’innovazione è un elemento necessario per competere sul mercato, ma questa innovazione ha costi che le piccole imprese non possono sostenere. Il pubblico deve esercitare un ruolo fondamentale, ma il motore dello sviluppo rimane l’impresa. A volte un intervento pubblico pesante e invasivo corre il rischio di mortificare capacità e spirito imprenditoriale, spesso creando inutili intralci alla competizione. Nel sistema italiano dell’innovazione, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Lazio sono le regioni che trainano il Paese. In Puglia e Basilicata, nonostante i bassissimi investimenti in R&D, aumenta la velocità di crescita delle imprese innovative. Tra indicatori e classifiche, le differenze di capacità innovativa rispecchiano, ma estremizzano le differenze di sviluppo economico fra Nord e Mezzogiorno, rilanciando una questione di infrastrutture mai risolta e di un Paese a due velocità.


Il vero problema resta la mancanza di #crescita che ci accompagna da 40 anni
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Quale politica industriale?

In Italia serve una vera politica industriale e non una politica di bandiera a sostegno di una malintesa italianità o di imprese senza futuro. Non si tratta di scegliere chi vince e chi perde, ma di stabilire una strategia e di essere capaci di attuarla. E invece siamo ancora a discutere “se fare” e “come fare”. C’è bisogno di stabilità di lungo termine per consentire di gestire processi di innovazione che devono durare anni. Serve una riflessione più radicale e organica sugli investimenti strutturali necessari e una lista vincolante delle priorità da realizzare. Serve una politica di investimenti pubblici, ma anche un’azione concreta contro l’illegalità, l’eccesso di burocrazia, i tempi della giustizia in grado di eliminare i freni agli investimenti privati, interni e internazionali. Un nuovo piano per lo sviluppo deve partire dalle nuove tecnologie, dal green, dalla banda larga su tutto il territorio, dall’unificazione di tutti i data center della PA, dal Sistema Pubblico di Identità Digitale, dall’Anagrafe estesa, dagli open data (veri), che sono l’ABC per rafforzare la competitività delle imprese. Nel 2020 un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. I lavori manuali ripetitivi e a basso valore aggiunto saranno assorbiti dalle macchine. I cosiddetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro, come il tempo libero, cambierà radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave di una grande multinazionale del software mi ha detto che le abilità valgono più delle credenziali accademiche. Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in cybersecurity, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. Gli imprenditori hanno ragione di chiedere flessibilità e semplificazione, ma devono essere i primi a credere nell’innovazione, raddoppiando gli investimenti in ricerca e sviluppo, e assumendo giovani talenti in grado di esprimere la loro creatività. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.


#innovazione Serve un nuova alleanza per lo #sviluppo tra società e #imprese
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Un nuovo patto per lo sviluppo

Ultimi in ordine di tempo i dati che arrivano dall’edizione 2016 del Global Information Technology Report del World Economic Forum (WEF), e che mettono l’Italia al 45esimo posto (su 139 paesi). Un’accelerazione di 10 posizioni, che le vale la qualifica di “top mover” – secondo gli esperti – più per il miglioramento della percezione che per il reale progresso sugli indicatori oggettivi.

Del resto, quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni? R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. Le nuove parole del business e della tecnologia sono collaborazione, cultura, sinergia. Nulla costa caro più della rigidità. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. La Silicon Valley fino a ieri è stata inimitabile. In molti hanno cercato di copiarla senza riuscirci. Oggi, quel modello di creatività e persino di “trasgressione” è diventato qualcos’altro, perché si diventa ricchi tramite la quotazione in Borsa, non più con le invenzioni. Ecco perché dobbiamo essere in grado di pensare a qualcosa di completamente nuovo, riscoprendo e reinventando la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e imprese.


giovanniniSviluppo sostenibile

Unica via per la crescita

I fattori dell’innovazione le incognite della crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse, ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Ma «le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere»

Parlando di nuovi modelli di sviluppo, è la sostenibilità, come stabilito dall’Agenda 2030 dell’ONU, l’unica strada possibile per lo sviluppo. «Una sostenibilità non solo ambientale, ma sociale per stimolare la crescita globale » – così spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e attualmente portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. «Se abbiamo accettato di non voler produrre solo PIL, dobbiamo promuovere istruzione e benessere. Il modello di un’economia lineare è obsoleto. Non possiamo continuare così, ma dobbiamo tenere insieme l’ecosistema ambientale e umano. Non c’è un prima e un dopo: tutto è collegato. L’indice di felicità lorda attuato nel Bhutan può essere un modello anche per noi perché l’economia ha scoperto che se le persone sono felici la produttività migliora. Le migrazioni e i cambiamenti climatici sono fenomeni collegati tra loro, questa è una nuova concezione del problema. È una sfida di grande portata, ma dobbiamo affrontarla, perché l’alternativa è la crisi».

Data revolution

«Nel rapporto per il segretario generale delle Nazioni Unite, abbiamo fatto presente che senza un intervento forte si rischia di avere un aumento delle disuguaglianze e dei divari tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, tra settore pubblico e privato, tra chi sa come usare i dati e chi non sa come farlo. Ci sono problemi tecnologici, ma anche di mindset, cioè di approccio nel comprendere che i dati sono un asset straordinario». Che cosa significa? «Significa che in primo luogo dobbiamo decidere quale futuro vogliamo realizzare. Vuole dire che la tecnologia è un elemento fondamentale per fare questo, vuol dire però coinvolgimento dei cittadini, vuole dire educazione e vuole dire politiche capaci di tradurre la complessità e di governarla. Le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere. Ma se i dati sono un asset strategico, l’Italia non li sta gestendo in questo modo».


.@ASviSItalia I #dati sono un asset, ma l’Italia non li sta gestendo in questo modo
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I fattori di successo

«L’Italia ha attraversato questi 40 anni con straordinari cambiamenti, ma anche perdendo gradualmente terreno. Ricordo quando nel ’99 il Presidente Ciampi doveva fare il suo primo discorso da Presidente della Repubblica e mi chiese tutta una serie di dati di fine del secolo. L’Italia si è collocata sempre sesta, settima, ottava. Negli ultimi dieci anni, è cresciuta mediamente meno degli altri paesi. Perché sottolineo mediamente? Perché anche in questo periodo ci sono state imprese, e non sono poche, che grazie all’innovazione sono riuscite a guadagnare posizioni e a riprendersi dalla crisi del 2009, anche rapidamente. La questione è che abbiamo un paese molto polarizzato, non più neanche dualistico. I fattori di successo sono sempre gli stessi. L’innovazione tecnologica, ma soprattutto investimento in capitale umano, capacità organizzativa e di domandarsi continuamente come possiamo cambiare per essere non solo più efficienti ma generare nuovi prodotti, nuove idee, aggredire nuovi mercati e così via. L’età conta molto, a parità di altre condizioni vediamo che le piccolissime imprese gestite da giovani sono più aggressive ma anche più di successo. La qualità del management è fondamentale. Essere imprese di successo vuol dire anche capire i nuovi bisogni perché le persone si stanno spostando verso prodotti e servizi non solo più sostenibili sul piano ambientale, ma sostenibili anche sul piano sociale».

L’Italia sta veramente mettendo i suoi soldi sulle cose che contano?

«Non lo so. Noi abbiamo speso dieci miliardi all’anno da qui all’eternità per i famosi 80 euro. E sa che cosa si può fare con dieci miliardi all’anno, tutti gli anni? Lei può trasformare le nostre università in MIT, avendo la fila dei migliori esperti che vengono in Italia. Lei può fare innovazione obbligando le imprese a lavorare con le università, creando quelle sinergie che oggi non ci sono, e dando un’accelerazione che oggi manca. E invece che cosa abbiamo deciso? Di finanziare i consumi nella speranza che i consumi tirino l’economia, sapendo come ci ha detto l’Istat, che la penetrazione sul mercato interno delle importazioni cresce. Se noi consumiamo invece di investire sul futuro, non stupiamoci che poi quando saremo nel futuro, ci accorgeremo di avere sprecato le nostre risorse».


mastronardiNon avrai altro DIO al di fuori di me

Università e imprese. Ma chi premia il talento? Nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo. L’evoluzione del ruolo del CIO e l’idea di un grande Politecnico nazionale per unire le forze ed eliminare il gap di sviluppo tra Nord e Sud

«Siamo un Paese che forma eccellenze, ma non sa premiare il talento». Parola di Giuseppe Mastronardi, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni del Politecnico di Bari e presidente di AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico. «Le università hanno il compito importante di formare i giovani per ottenere i migliori risultati sia sul piano della formazione di base sia sul piano di quella specialistica rivolta al mondo del lavoro. Dobbiamo avere fiducia in questi giovani perché è su di loro soltanto che si può veramente contare per una ripresa e una rinascita del nostro Paese. Noi non siamo esenti dall’assumerci le nostre colpe. Bisogna dare ai giovani lo spazio per proporre la loro visione del mondo, dando le competenze ma lasciandoli liberi di creare e sperimentare. I giovani sanno bene di vivere in un mondo globalizzato, ma sanno accettarne – più di noi – i rischi e le opportunità».

Innovazione e sapere

Le università con i laboratori, i fab lab, gli incubatori di impresa, gli acceleratori per il trasferimento tecnologico stanno costruendo nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo e per promuovere nuove attività imprenditoriali a carattere innovativo basate su un background di ricerca sviluppato in ambito accademico. Come spiega Mastronardi, l’università deve muoversi in modo positivo, creare occasioni di confronto e dialogo, eliminando i compartimenti stagni e invitando i giovani ad avere fiducia nel progresso e nella sua stretta relazione con l’avanzamento della conoscenza. «C’è da dire che nell’ambito delle università abbiamo avuto molte riforme che guardavano più alle carriere che ai contenuti. Nonostante tutto, le riforme non hanno destabilizzato il sistema universitario e abbiamo resistito. Diciamo che siamo stati “forti” anche noi, nel mantenere in piedi il sapere indipendentemente dalla cornice che ci volevano mettere. Oggi, i progetti di alternanza tra scuola e lavoro danno ai docenti la possibilità di essere in collegamento con il mondo dell’imprese, che hanno fame di competenze ma non le trovano».


.@PolibaOfficial Mastronardi: Premiare il talento e un grande Politecnico nazionale
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Come guidare il cambiamento

Nei percorsi di formazione ci sono ritardi e incertezze. «Non è un caso che si chiudono alcuni corsi di laurea e se ne aprano altri. Esistono molti problemi di finanziamento, di programmazione e sostegno costante della ricerca, di organizzazione, di selezione degli obiettivi e di misurazione dei risultati, di offerta formativa, ma anche di indipendenza e di stimolo alla ricerca. Nei primi anni Duemila, portavo nelle scuole una conferenza adatta agli studenti delle scuole medie dal titolo “Per Internet, con Internet, in Internet”, correndo il rischio di essere un po’ blasfemo e mischiando sacro e profano. In principio, c’era il verbo della programmazione. Ma alla figura di un CIO sacerdotale, troppo legato al suo dipartimento IT e alla liturgia funzionale, preferisco quella di un DIO, nel senso di digital innovation officer, in grado di fare da collegamento tra le diverse line of business, padroneggiando linguaggi e competenze multisettoriali e guidando la trasformazione digitale dall’interno. E in AICA stiamo allenando i CIO a diventare DIO per creare innovazione e guidare il cambiamento».

La lista delle priorità

Occorre soprattutto la capacità di valorizzare le idee, incentivando nel modo giusto chi lo merita. «Le riconosciute eccellenze, che una volta portavano ricchezza al Nord e all’estero, oggi sono in grado di attrarre capitali lì dove si consolidano. L’attuale globalità consente ai nostri giovani di esprimere al meglio la loro creatività, lavorando ovunque lo ritengano più produttivo, con minor costo e maggior profitto. Nonostante l’aumento delle imprese innovative, Nord e Sud continuano a viaggiare a due velocità diverse. Un grande “Politecnico nazionale” potrebbe essere lo strumento per realizzare una lista delle priorità in grado di eliminare questo divario aiutando tutto il Paese ad andare incontro al futuro».


stancaL’Italia vista da fuori e da dentro

Mancanza di una strategia condivisa tra pubblico e privato. Carenza di una forte governance istituzionale in grado di definire le priorità. E assenza di una continuità progettuale e di azione da un governo all’altro. Sono queste le tre cause principali della crescita lenta

La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM. La prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, come ministro dell’Innovazione e parlamentare. «Le cose da fare le sappiamo, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva» – spiega Lucio Stanca, che attualmente ricopre l’incarico di vicepresidente dell’Aspen Institute in Italia. «Nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti e abbiamo perso dieci anni sul digital divide. Nella classifica della Commissione Europea, siamo al 25esimo posto fra i 28 paesi dell’Unione. Dietro di noi Grecia, Bulgaria e Romania. E rispetto al 2014 abbiamo perso una posizione».

Innovazione e governance

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. «Quando agli inizi degli anni Novanta – racconta Lucio Stanca – IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer, cambiamento generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM, ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. Anche il Paese ha sottovalutato e non ha compreso la portata del cambiamento, ritardando decisioni e investimenti». Per l’ex ministro, la creazione di una moderna infrastruttura digitale va troppo a rilento. «La spending review non si riesce a fare, ma si cambiano i commissari ai quali si nega l’accesso alle informazioni. La tecnologia cambia, cambiano i governi, e ogni nuovo governo cambia la rotta. È da più di dieci anni che milioni di italiani aspettano di avere la Carta d’identità elettronica nelle loro tasche».


#innovazione Lucio Stanca Strategia, governance e continuità per la crescita
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Perché la politica ha fallito?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. «E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile» – avverte Lucio Stanca. «Siamo un Paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. C’è una forza di conservazione che sta nella politica, negli apparati della pubblica amministrazione, ma che è il riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri».

Piccole e grandi rivoluzioni

Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità delle scelte di ciascuno di noi. «C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Poi c’è la lentezza della giustizia civile, della burocrazia e di tutte quelle barriere invisibili che rendono difficile investire in Italia» – continua Lucio Stanca. «Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia. Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è un obiettivo e neppure una pratica. Così come nella scuola e nelle università, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente».


vaccaNon solo digital

Il divario, in Italia è culturale

Siamo più poveri perché siamo più ignoranti. Nei paesi più ricchi, i privati investono in R&D il doppio del pubblico. Nei paesi più poveri stanno allo stesso livello. In Italia, questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura

Ha troppi interessi e non ha il tempo di invecchiare. Stiamo parlando di Roberto Vacca, 89 anni compiuti da poco, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la differenza. In lui, l’uomo di scienza fa pace con l’umanista. Intellettuale poliedrico, per certi versi rinascimentale, ma con lo sguardo ben attento ai temi della contemporaneità. Lavoro, digital divide, conoscenza, crescita, innovazione e futuro. Nel suo ultimo libro, Come fermare il tempo (2016, Mondadori), descrive la riscossa dei “vecchi saggi” e ci mette in guardia da rischi e inganni. Più che un manuale di resistenza umana, il libro è un vero e proprio manifesto. E quella di Roberto Vacca è una mano tesa a tutti, top manager e giovani startupper, nonni pigri e direttori generali in pensione, CIO e venture capitalist.

Non ci sono scorciatoie

«Molte decisioni che ci riguardano sono sbagliate» – spiega Roberto Vacca. «Le prende chi ha potere su di noi. Girano miliardi di parole, disseminate da giornali, radio, TV, internet, social. Sono improvvisate, talora insensate. Non c’è una mano invisibile che sprona scienziati, tecnologi e imprenditori. Bisogna lavorare, studiare e impegnarsi molto. L’analisi dei sistemi nessuno sa più che cosa sia. La logica non è più insegnata in Italia dai tempi della riforma Gentile. Per fortuna è arrivata l’algebra booleana, che almeno chi si occupa di computer, un po’ di logica la sa. Le leggi che si scrivono in Parlamento e le iniziative che prende un governo sono attività essenzialmente culturali. Se la cultura è bassa non c’è un’opinione pubblica in grado di comprendere o appoggiare iniziative nuove. L’innovazione all’origine parte dal sapere e dal voler sapere e dal migliorarsi continuamente. In giapponese KAI ZEN, significa “correggere”, “migliorare”, “rendere giusto”. Un concetto che la politica non vuole prendere neppure in considerazione».


#innovazione Roberto Vacca Siamo più #poveri perché siamo più #ignoranti
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Ricerca e sviluppo

I paesi più avanzati si distinguono nettamente dagli altri perché le aziende private investono in ricerca e sviluppo il doppio di quanto investe il pubblico. «In Italia, non c’è molta differenza e si vedono le conseguenze» – spiega Roberto Vacca. «Siamo più poveri e più ignoranti e dovremmo smettere subito di far finta di niente e investire in cultura. Ciascuno di noi dovrebbe rendersi conto che saperne di più è l’unica strada per la salvezza. La Commissione europea pubblica ogni anno l’Innovation Scoreboard. L’Italia per molti decenni è stata al 15esimo posto su 28. Poi siamo scivolati al 16esimo posto, superati anche dalla Repubblica Ceca. Se guardiamo bene, i numeri sono abbastanza tristi. Uno dei fattori importanti per l’innovazione sono la ricerca e lo sviluppo e in Italia la ricerca pubblica investe poco meno della metà del’1% del PIL. I privati stanno molto peggio, poco sopra la metà della media europea. Non solo. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria in Italia è il 22,4%, il livello più basso nell’Europa dei 28».

Competizione o estinzione?

Per Roberto Vacca, il fatto che le aziende italiane investano in ricerca e sviluppo meno della metà della media europea è una cosa vergognosa. «Ma abbiamo sentito qualche politico importante che abbia parlato di questo? Forse, bisognerebbe dare degli incentivi alle aziende. Ma l’incentivo più forte dovrebbe essere la differenza che c’è tra competizione ed estinzione». La tecnologia dell’informazione e della comunicazione potrebbe essere uno strumento potente in grado di diffondere cultura e di creare una società avanzata e matura. «L’ICT è la risposta a moltissimi problemi, se adoperata bene e diffusa meglio, ma il fatto che nelle scuole non si insegni per niente è ridicolo. I linguaggi di programmazione si dovrebbero insegnare fin dalle elementari come l’ABC. Funziona sempre. I ragazzini imparano subito perché la programmazione è ragionevole e razionale, oltre che divertente. Di queste cose concrete bisognerebbe discutere. Invece non se ne parla».

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#SiamoForty: l’intervento di Lucio Stanca https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-lintervento-lucio-stanca/ Tue, 19 Jul 2016 14:55:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106120 Lucio Stanca, Ex Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia e IBM Europa, già ministro dell’Innovazione, attualmente vicepresidente dell’Aspen Institute interviene alla tavola rotonda “Identità e trasformazione” durante l’evento di Data Manager #SiamoForty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

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Lucio Stanca, Ex Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia e IBM Europa, già ministro dell’Innovazione, attualmente vicepresidente dell’Aspen Institute interviene alla tavola rotonda “Identità e trasformazione” durante l’evento di Data Manager #SiamoForty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

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Video: Lucio Stanca https://www.datamanager.it/2016/07/video-lucio-stanca/ Mon, 18 Jul 2016 14:28:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106008 Videointervista a Lucio Stanca, Ex Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia e IBM Europa, già ministro dell’Innovazione, attualmente vicepresidente dell’Aspen Institute Videointervista a Lucio StancaClick To Tweet

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Videointervista a Lucio Stanca, Ex Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia e IBM Europa, già ministro dell’Innovazione, attualmente vicepresidente dell’Aspen Institute

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Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentro https://www.datamanager.it/rivista/lucio-stanca-l-italia-vista-da-fuori-e-da-dentro-54671.html Tue, 25 Mar 2014 11:24:27 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/lucio-stanca-litalia-vista-da-fuori-e-da-dentro/ La sfida del cambiamento del Paese comincia da ciascuno di noi. «Eppure ce la possiamo fare» Ho il libro di Lucio Stanca tra le mani (L’Italia vista da fuori e da dentro – Il Sole 24 Ore Libri, collana Studi), quando apro la finestra di un albergo della capitale. E capisco che l’Italia è così: […]

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La sfida del cambiamento del Paese comincia da ciascuno di noi. «Eppure ce la possiamo fare»

Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentroHo il libro di Lucio Stanca tra le mani (L’Italia vista da fuori e da dentro – Il Sole 24 Ore Libri, collana Studi), quando apro la finestra di un albergo della capitale. E capisco che l’Italia è così: spalancata sulla bellezza, ma incapace di reggere il confronto con la grandezza del passato. L’Italia vista da fuori è come lo sguardo che si distende sull’opulenza di un paesaggio unico, con lo spettacolo delle cupole incastonate nel tratto del laterizio romano dei Fori Imperiali, della vista della Colonna Traiana sospesa oltre la scalinata tra via Nazionale e Magnanapoli. Ma l’Italia vista da dentro è come l’albergo a quattro stelle dove mi sono svegliato: la caricatura dell’eleganza borghese, il televisore made in Turkey, i complementi Ikea, la colazione da fast food, il bassorilievo tarocco e la statua di Vesta in gesso illuminata dal basso con una luce rosa.

Questa Italia cialtrona, senza memoria e conoscenza, ha acceso un’ipoteca sul passato e sprecato la rendita. Ha ricevuto i talenti dell’ingegno e della bellezza e li ha sotterrati. La decadenza non ha fascino quando è l’effetto di una condanna autoinflitta, di una sconfitta senza onore, di una punizione meritata.

Il libro di Lucio Stanca è la fotografia puntuale, acuta, reale. La radiografia, a tratti amara e disillusa, di un Paese che sembra essersi perso nel sonno di un benessere ormai lontano ma che può e deve ritrovare la spinta per ripartire e disegnare il proprio futuro culturale, politico ed economico. Lucio Stanca non si limita – però – a raccontare la realtà empirica da angoli contrapposti, ma analizza, denuncia, critica e infine propone «nuove soluzioni a vecchi problemi». La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM; la prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, nei 12 anni trascorsi come ministro e parlamentare.

Pugliese di Lucera, figlio di un commerciante di elettrodomestici, Lucio Stanca non ha dimenticato la lezione che viene dall’esempio e dall’impegno. «Eppure ce la possiamo fare» dice Stanca nel libro. Perché l’Italia può ancora «disegnare un nuovo percorso» e uscire dalla crisi ancora più ottimista di prima. Perché l’Italia ha un patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico e di intelligenza unici al mondo. Perché l’Italia resta ancora «il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo».

E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.

 

Data Manager: L’Italia accumula ritardi sull’agenda delle priorità e il Paese sembra bloccato tra problem solving e rappresentanza. Quali sono le priorità?

Lucio Stanca: Le cose da fare le sappiamo tutte, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva. E nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti. Abbiamo alle spalle anni di recessione e livelli di crescita molto inferiori rispetto alla media europea.

La crescita solida e durevole è la priorità per il Paese. Abbiamo bisogno di riforme strutturali, ma anche di un governo che possa decidere in modo più veloce e incisivo perché con i governi deboli non si fanno le grandi riforme. Bisogna sbloccare il mercato del lavoro che è inefficiente e iniquo.

 

E perché la politica ha fallito?

Perché c’è una forza di conservazione che sta nella politica, ma che è riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri.

 

Sfogliando l’indice del libro, colpisce il capitolo dedicato all’occasione mancata del Turismo e l’assenza di ogni riferimento a Expo2015. Lei che l’Expo l’ha vissuta “da dentro”, a poco più di un anno dall’appuntamento, come vede l’Expo “da fuori”?

Il turismo è un settore veramente strategico per l’Italia, eppure dagli anni Settanta a oggi, abbiamo continuato a perdere posizioni. La politica del turismo fatta negli ultimi decenni ha pensato di potere vivere di rendita sul passato, mettendo un’ipoteca sulla più straordinaria concentrazione di patrimoni artistici del mondo, sul sole, le spiagge e un paesaggio unico. Dobbiamo anche in questo settore correre per riconquistare il terreno perduto imparando con umiltà da chi riesce a capitalizzare meglio di noi le risorse. Come il Louvre di Parigi che realizza più entrate di tutti i musei italiani messi insieme. Per quanto riguarda l’Expo 2015, continuo a pensare che l’Esposizione universale di Milano è un’occasione straordinaria e irripetibile per la città, la Lombardia e l’Italia. Il mio contributo è stato quello di mettere insieme un progetto innovativo che poi è stato ratificato a settembre 2010 e che credo sia ancora quello che si sta realizzando, anche se ridimensionato in alcune sue parti. Sono certo che nonostante tutto, anche se si dovrà fare di necessità virtù, l’Expo sarà un successo e questo è l’augurio che faccio a tutte le persone che stanno lavorando perché sia veramente così.

 

È solo un caso quindi che nel suo libro non ci sia neppure un paragrafo dedicato all’Expo?

Semplicemente, non ho voluto offrire l’occasione per alimentare inutili polemiche.

 

Wrong or right, it’s my country” è il sottotitolo del libro. Si tratta di una dichiarazione di indulgenza?

Assolutamente no. Piuttosto direi che è una dichiarazione d’amore per l’Italia. Vorrei che questo Paese fosse più forte, più moderno e capace di esprimere tutte le sue potenzialità agli occhi del mondo che ci guarda e a volte fa veramente fatica a comprendere le cose italiane.

 

Si dice che in IBM ci sia una policy per ogni cosa. Fine del mondo compresa. Quale dovrebbe essere la policy per l’Agenda Digitale?

Una sola. In inglese, si direbbe execution. Tra le cose di cui sono più fiero di avere realizzato, c’è il Codice dell’amministrazione digitale in cui ci sono strumenti importanti, come la posta elettronica certificata, la firma digitale, il protocollo digitale. Eppure, non è stato completamente attuato. Ogni ministro che arriva dopo sembra costretto a ripartire da zero e questo produce ritardi incolmabili. Ci sono ancora pubbliche amministrazioni che non hanno mai adottato il protocollo informatico. Prendiamo l’esempio della carta d’identità elettronica, promessa agli italiani, anche da me tanti anni fa. Dopo gli annunci, ancora oggi se ne vedono pochissime in giro. E tutto questo perché ci sono interessi particolari che tengono bloccato il Paese.

 

L’Italia resta un paese ad alto rischio?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile. Siamo un paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. Da un punto di vista economico, siamo ancora a rischio e non lo dico solo io, che non sono un economista. Non ci illudiamo che la crescita dello zero virgola qualcosa possa risolvere i nostri problemi. Non possiamo permetterci di sprecare l’occasione di rimettere l’Italia sui binari giusti della crescita.

 

La corruzione e l’illegalità pesano molto sulla crescita. Ma a cosa servono le regole se il sistema sembra costringere a trovare sempre delle “scappatoie”?

Ci sono piccole e grandi rivoluzioni. Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità personale e le scelte di ciascuno di noi. C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole in cui i confini sono sfumati, grigi e incerti. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia.

 

Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. Qual è la responsabilità della politica?

In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente. Chi è più bravo deve andare avanti. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza, non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è una pratica perseguita. Così come nella scuola, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. Chi non ha voglia di impegnarsi deve essere allontanato da qualsiasi organizzazione pubblica o privata che sia.

 

Da manager e politico, lei ha dovuto prendere decisioni e fare scelte. Qual è stata la scelta più difficile?

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. Quando agli inizi degli anni Novanta, IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer – cambiamento del resto generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM – ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. A quel tempo, ero responsabile di Europa, Medio Oriente e Africa e ristrutturare aveva il solo significato di licenziare decine di migliaia di persone. Quelle scelte permisero – però – di rilanciare l’azienda. Le regioni che seppero adeguarsi al taglio dei costi e riorganizzarsi furono capaci anche di essere più efficienti e competitive. L’Italia, con un mercato del lavoro molto rigido, ebbe più difficoltà a mettere in atto quelle scelte e questo ebbe un riflesso anche sulla sua capacità di ripresa. Dire ai colleghi – con cui avevo condiviso un pezzo di strada insieme – di lasciare il posto di lavoro è stato non solo difficile, ma anche doloroso.

 

Dopo il libro, quale sarà il suo prossimo impegno?

Seguo le vicende politiche italiane e mi sento impegnato a dare il mio contributo da semplice cittadino. Per il resto, chi vivrà vedrà…

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E se l’Italia fosse una start-up? https://www.datamanager.it/rivista/e-se-l-italia-fosse-una-start-49617.html Fri, 13 Sep 2013 12:51:25 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/09/e-se-litalia-fosse-una-start-up/ La notizia non è di quelle buone. L’OCSE conferma la contrazione del PIL italiano dell’1,8% nel 2013, unico dato negativo tra i Paesi del G-7. Una notizia che non premia i tentativi di riforma degli ultimi due esecutivi al governo e che deprime la voglia di cambiamento delle imprese che chiedono meno pressione fiscale e […]

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Giuseppe MariggiòLa notizia non è di quelle buone. L’OCSE conferma la contrazione del PIL italiano dell’1,8% nel 2013, unico dato negativo tra i Paesi del G-7. Una notizia che non premia i tentativi di riforma degli ultimi due esecutivi al governo e che deprime la voglia di cambiamento delle imprese che chiedono meno pressione fiscale e più flessibilità sul lavoro sia in ingresso sia in uscita. Forse, bisognerebbe ripensare l’intero Sistema Italia in una logica di start-up. Ma se l’Italia fosse una start-up troverebbe dei finanziatori disposti a puntare sul suo futuro? Azzerare tutto e puntare con un drastico cambiamento di rotta su innovazione, formazione e ricerca è un’ipotesi veramente praticabile? Più facile a dirsi che a farsi in un Paese in cui il decreto sulle start-up innovative premia più le banche che le idee che funzionano, in cui la finanza di progetto è un arzigogolo per burocrati e in cui anche la nomina a senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica, da gesto simbolico di discontinuità e cambiamento diventa sospetta mossa politica.

Lo scenario di occupazione debole, crescita globale a rilento e permanenti squilibri globali fanno da sfondo alla necessità urgente di riforme strutturali, per sostenere la domanda, per creare lavoro e aumentare il tasso di crescita. L’Italia sarebbe tecnicamente fuori dalla recessione, ma resta ancora in area negativa mentre il resto dell’Eurozona cresce, Germania in testa.

Perché in Italia c’è meno sviluppo, meno lavoro e l’innovazione è una parola comune più che un modo di essere e fare le cose? Ecco di cosa si dovrebbe discutere nei palazzi di governo e nelle segreterie dei partiti, senza perdere tempo. Eppure, The Economist ha svelato che l’Italia è il paese europeo dove gli amministratori delegati guadagnano di più. Forse a fronte di risultati migliori che altrove? Il mondo e le grandi multinazionali dell’ICT fanno le loro mosse: Microsoft compra i cellulari e i brevetti Nokia e pianifica l’era post Ballmer con il ritorno di Stephen Elop; Vodafone esce dal mercato USA con l’accordo con Verizon e compra Vodafone Italia. Intanto, nel nostro paese si guarda ai “gioielli di famiglia” (Eni, Enel e Finmeccanica) e si studiano ipotesi di dismissioni, al momento tutte da verificare. L’Italia con il Decreto Crescita 2.0 è stato il primo paese in Europa a dotarsi di una normativa per la raccolta su Internet di capitali per le start-up innovative, ma con quali risultati? Le smart city italiane si moltiplicano nella logica dei progetti promossi dal lato dell’offerta da parte delle grandi aziende ICT, lasciando al Paese una geografia a macchia di leopardo dove tra una smart city e l’altra è facile piombare nel Medioevo tecnologico. Intanto, dopo la nomina di Francesco Caio, non si parla più delle scadenze dell’Agenda Digitale italiana, dei piani regionali, del sistema pubblico di connettività. Quale sarà il riscatto dell’Italia e della sua industria per vincere la sfida della competizione internazionale? E chi pagherà il prezzo? Non c’è colpa senza riscatto. E non c’è riscatto senza prezzo. Rimodernare l’industria e combattere gli ostacoli agli investimenti internazionali. L’Italia attende un riscatto dai pericoli di marginalità e dai limiti di una politica dallo sguardo corto. Un riscatto per una nuova stagione economica, non in nome di una pretestuosa difesa dell’italianità, ma in nome del lavoro e della capacità vera di fare impresa. E’ questo l’auspicio che rivolgiamo al nuovo presidente di Assinform, Elio Catania, dopo il passaggio di testimone con Paolo Angelucci. Oltre alla carica di presidente di Assinform, Catania per il prossimo quadriennio sarà anche vice presidente di Confindustria Digitale – e in questo ruolo – ha dichiarato che si impegnerà affinché il gap di competitività che si registra in Italia possa essere colmato, promuovendo proprio un uso innovativo dell’ICT. Per Lucio Stanca, che dopo essere stato ai vertici di IBM Italia è stato per due volte ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Catania è la persona giusta a capo dell’associazione nazionale delle principali aziende ICT che aderisce a Confindustria. «Fa bene Catania – commenta Stanca – a dire che l’innovazione è una questione culturale, un radicale cambiamento del modo di operare e non solo un fatto tecnico o tecnologico. In Italia – però – questa comprensione è in ritardo rispetto a tutti gli altri paesi sviluppati». Elio Catania fa bene a dirlo. Ci auguriamo che possa anche metterlo in pratica. 

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Se non sappiamo contare neppure l’Aspirina… https://www.datamanager.it/rivista/se-non-sappiamo-contare-neppure-l-aspirina-46880.html Mon, 20 May 2013 10:41:16 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/05/se-non-sappiamo-contare-neppure-laspirina/ Non si parla di corda in casa dell’impiccato. Tuttavia, di fronte al prolungarsi della serie dei numeri in rosso del settore ICT, numeri che indicano che il consumo “reale” cresce, ma a una velocità inferiore a quella con cui calano i prezzi, ci si può chiedere: «Perché la domanda dovrebbe crescere»? Se le grandi imprese […]

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Sandro Frigerio, GrandangoloNon si parla di corda in casa dell’impiccato. Tuttavia, di fronte al prolungarsi della serie dei numeri in rosso del settore ICT, numeri che indicano che il consumo “reale” cresce, ma a una velocità inferiore a quella con cui calano i prezzi, ci si può chiedere: «Perché la domanda dovrebbe crescere»? Se le grandi imprese italiane – dove è maggiormente concentrata l’innovazione e la capacità di marketing – contano sempre meno nel mondo, chi dovrebbe investire?  Molte delle aspettative si sono indirizzate verso il settore pubblico, più per spingere i comportamenti dei privati che per incrementare la dotazione tecnologica, ma siamo sicuri che sia stata presa la giusta direzione? Le pressioni delle lobby per aumentare la domanda digitale rischiano di partorire i classici topolini ciechi, puntando l’attenzione sulla inutile pagliuzza al posto della trave fondamentale. Gli esempi non mancano. Della Pec non si sa ancora bene che cosa fare, del Cud digitale per i pensionati sono state riempite pagine di giornali. Le iscrizioni online a scuola, dopo i primi giorni di overflow dei server, alla fine sono andate bene (due terzi l’hanno fatta da casa o dall’ufficio), ma ci hanno guadagnato più le segreterie delle scuole – che in fondo sono pagate per quello – che gli utenti. Dove sta il vantaggio? Al MIUR, il ministro Profumo (dimissionario, ma ancora in carica al momento in cui scriviamo) ha concentrato le sue attenzioni sulla digitalizzazione della scuola, accelerando il “time table” dell’e-book. Non vi sono per ora riscontri reali, nazionali o internazionali, dell’utilità didattica del passaggio dalla carta e dall’inchiostro al display e alle batterie dei tablet.

In compenso, vi sono molti dubbi sul modo in cui finanziarne l’acquisto (perché si fa in fretta a dire che “provvederanno le scuole”), sui formati da adottare, sull’effetto dirompente sulla filiera dell’editoria di un mercato di e-book di seconda mano, ma venduti a pochi centesimi “come nuovi”. In altre direzioni dovrebbero indirizzarsi le priorità. A cominciare dai conti pubblici. Diceva qualche anno fa l’allora ministro all’innovazione Lucio Stanca, intervistato da Data Manager (lasciò un ricordo migliore in quella veste che in quella alla guida della barca dell’Expo): «In Italia, le ASL usano 63 codici diversi per indicare l’Aspirina. È fondato il sospetto che sia un ottimo sistema per impedirci di sapere quanta effettivamente se ne consuma». In queste settimane, si sta consumando un “pillolone” ben peggiore. Al di là della decisione governativa di “immettere” 40 miliardi di euro nel biennio per accelerare i pagamenti alle aziende, chi sa realmente quanti sono i debiti che la PA deve saldare? Sono 70, 90, 130, 150 miliardi?  Il ministro dell’economia Grilli ammette: «Non lo sappiamo».

Quale perimetro adottare? Quanto è il debito complessivo? Quanto è scaduto e quanto scadrà nei prossimi mesi? Se a questo aggiungiamo che i soggetti di spesa sono decine di migliaia e che le casse statali dovrebbero essere in grado di erogare o “compensare” le risorse necessarie a questi enti che – a loro volta – dovranno pagare i fornitori, c’è da star freschi. «Non sono noccioline» – avrebbe potuto dire Pierluigi Bersani – ma il problema è evidente: non esiste un consolidato della PA che consenta di vedere i flussi e gli stock, di proiettare come su un maxi “scacchiere Excel” le fatture scadute e quelle che scadranno. Per il 30 settembre, è previsto un censimento dei pagamenti dovuti. Facile immaginare come andrà, ma soprattutto poteva essere un’occasione per adottare almeno formati comuni e compatibili. E se non è decollato il federalismo fiscale, di quello informatico – con il suo moltiplicarsi di data center, sistemi incompatibili, dati frammentari – forse ce n’è fin troppo. Qualcuno vuol metterci mano?

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Agenda digitale: lavori in corso https://www.datamanager.it/rivista/agenda-digitale-lavori-corso-43167.html Tue, 08 Jan 2013 10:00:15 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/01/agenda-digitale-lavori-in-corso/ Il governo Monti ha messo a punto il quadro normativo per recuperare il ritardo accumulato rispetto agli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. Con il via libera al decreto Crescita 2.0, resta l’incertezza sui tempi di attuazione del prossimo esecutivo. Che cosa manca per chiudere il cantiere e concretizzare la sfida dell’Agenda Digitale Italiana? Per cambiare e […]

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Agenda digitale: lavori in corso

Il governo Monti ha messo a punto il quadro normativo per recuperare il ritardo accumulato rispetto agli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. Con il via libera al decreto Crescita 2.0, resta l’incertezza sui tempi di attuazione del prossimo esecutivo.

Che cosa manca per chiudere il cantiere e concretizzare la sfida dell’Agenda Digitale Italiana? Per cambiare e tornare a crescere non ci sono ricette veloci. Alla lavagna si può disegnare bene il progetto, ma poi bisogna metterlo in pratica. Tra strategia ed esecuzione c’è la stessa differenza che passa tra il dire e il fare e in mezzo, quasi sempre, scorre il proverbiale mare


Con il contributo di Paolo Angelucci (Assinform) – Roberto Liscia (Netcomm) – Paolo Pasini (SDA Bocconi), Alessandro Perego (Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano) – Federico Rajola (CETIF dell’Università Cattolica di Milano) – Lucio Stanca (già ministro per l’Innovazione e le tecnologie del secondo governo Berlusconi) – Marco Zamperini (NTT Data Italia e funky professor)

 

Il progetto alla lavagna dell’Agenda Digitale mira a cambiare il Paese, rendendolo più moderno e digitale. Per la prima volta, nella storia di questo Paese, l’ICT è la chiave di volta di un provvedimento di legge e completa le misure messe a regime dalla spending review. La sfida delle tecnologie digitali e dell’innovazione continuerà – però – nel 2013, quando dovremo mettere a bilancio 48 miliardi di euro per rispettare il patto di stabilità e il nuovo esecutivo dovrà occuparsi dei decreti attuativi dell’Agenda Digitale in tempi rapidi e certi. Con quali ricadute sui consumi, le imprese e il rilancio che il Paese attende? Sarebbe bello se si potesse fare di più e meglio con meno risorse pubbliche a disposizione. Sarebbe bello se l’Agenda Digitale, con 20 miliardi di euro di riduzione dei costi potesse garantire anche i 5 miliardi di maggiori entrate per la pubblica amministrazione nei prossimi tre anni (dati Politecnico di Milano). Negli ultimi scenari economici – però – il Centro studi di Confindustria ha rivisto al ribasso le previsioni del PIL del prossimo anno: -1,1% contro il -0,6% della stima precedente. La ripresa arriverà solo alla fine del 2013 e sarà molto lenta.

L’Agenda Digitale è uno strumento, non un fine. Per l’Italia “non ci sono scorciatoie” e il governo Monti insieme al Parlamento ha affrontato molti dei nodi che hanno impedito al Paese di crescere per ragioni strutturali. Gli effetti delle riforme si vedranno più in là a condizione che le misure di attuazione siano chiare e veloci.

 

GLI ITALIANI E IL DIGITALE

Dalla ricerca “Gli Italiani e l’Agenda Digitale” commissionata da Cisco a ISPO per conoscere aspettative e necessità degli italiani rispetto all’adozione del digitale, emerge un quadro di grandi aspettative sugli impatti positivi che la digitalizzazione del Paese può avere nella vita quotidiana, ma al tempo stesso una scarsa conoscenza e informazione. Gli italiani non sono refrattari verso l’adozione di tecnologie, ma non hanno a disposizione sufficienti strumenti e indicazioni per servirsene in modo diffuso e sistematico.

Il tema dell’Agenda Digitale è, per ora, appannaggio di una minoranza informata: se l’85% degli opinion maker intervistati ne ha sentito parlare, solo il 66% di questi dichiara di sapere bene di cosa si tratta e l’83% ritiene che la questione digitale sia di primaria importanza per la modernizzazione del Paese, mentre il 63% della popolazione ammette di non averne mai sentito parlare.

Più della metà dei cittadini (52%) si sono dichiarati sicuri che la digitalizzazione cambierà in meglio la loro vita, la comunicazione, la scuola, l’accesso alle informazioni e ai contenuti culturali, la modalità di interazione con la Pubblica Amministrazione, il Servizio Sanitario. Tra i benefici attesi, la trasparenza (94% per gli opinion maker e 82% per i cittadini), risparmi sia per lo Stato che per il cittadino (89% per gli opinion maker e 79% per i cittadini), riduzione del digital divide (85% per gli opinion maker e 74% per i cittadini).

Il decisore politico è considerato come attore di primaria importanza per la diffusione delle tecnologie digitali e gli opinion maker sollecitano interventi governativi capaci di concretizzare e rendere fattibili i contenuti dell’Agenda Digitale. Si tratta di un impegno prioritario per la prossima maggioranza che si formerà in Parlamento dopo le prossime elezioni.

 

UNA STRADA ANCORA IN SALITA

Con il via libera della Camera al decreto Crescita 2.0, «la strada dell’Agenda Digitale Italiana resta tutta in salita». Parola di Lucio Stanca, che nel 2006, nel suo ruolo dell’allora ministro dell’Innovazione del secondo Governo Berlusconi lanciò il Codice dell’amministrazione digitale. «Dopo un periodo di blackout, il Governo Monti ha avuto il merito di riprendere in mano una materia complessa e di rilanciare il processo di sviluppo mettendo al centro l’innovazione tecnologica. L’Agenda Digitale resta una priorità per il Paese che deve essere portata avanti».

Il Codice dell’amministrazione digitale era il piano regolatore per la futura digitalizzazione del Paese, in cui si davano gli strumenti, come la firma digitale, la gestione e conservazione dei documenti, la PEC, i dati, i servizi in rete e il riuso di sistemi informatici nelle pubbliche amministrazioni.

«Bene ha lavorato il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Restano alcuni nodi infrastrutturali come la banda larga che deve raggiungere ogni angolo del Paese e di applicazione sull’e-commerce e l’e-goverment. Se vogliamo rendere la pubblica amministrazione più efficiente e di migliore qualità, l’unica leva vera è la tecnologia. Se vogliamo che le aziende siano più efficienti e produttive bisogna ricorrere all’innovazione tecnologica di prodotto e di processo». La conclusione è una sola. «Dalla lettura dei DPCM si capisce che i nodi da sciogliere sono i decreti attuativi – altrimenti – il via libera al DL Crescita 2.0 non cambia molto le cose. L’Agenda Digitale contiene molti spazi di miglioramento, ma rappresenta una spinta per aiutare il Paese, in vista di un 2013 che si preannuncia dai forti chiaroscuri. La riduzione del digital divide geografico entro il 2013 sarebbe già un buon inizio. Il prossimo esecutivo dovrà varare in tempi certi e brevi i decreti attuativi, altrimenti l’Agenda Digitale è destinata a rimanere una cornice vuota. Anche per il prossimo esecutivo ripartire da zero sarebbe stato un errore.

 

I PUNTI CRITICI

L’Agenda Digitale ha dei punti critici. La mancata emanazione dei DPCM e dei regolamenti rappresentano un ulteriore ostacolo alla messa in opera dell’Agenzia. Con questa formula non si arriva da nessuna parte e gli sforzi fatti sono destinati a essere dispersi. «Il ministro dell’Innovazione del prossimo esecutivo – propone Lucio Stanca – dovrebbe avere la forza di decidere e di approvare i decreti attuativi “sentiti tutti gli altri ministeri” e non “ di concerto”. Ma ammesso che si riesca e che arrivino i decreti attuativi, il secondo punto critico si ha quando il regolamento applicativo arriverà sul tavolo di un qualunque dirigente della pubblica amministrazione».

Nell’impianto normativo approvato, resta il credito di imposta al 50% per la realizzazione di nuove infrastrutture come contributo pubblico alla realizzazione di opere strategiche. Si allarga la platea delle start-up. C’è il varo della piattaforma unica per l’Anagrafe nazionale e per il documento digitale unificato, con la carta di identità elettronica, la tessera sanitaria e il fascicolo sanitario. Confermato anche il domicilio digitale del cittadino e obbligo di PEC per le imprese. C’è l’obbligo per le PA ad accettare pagamenti elettronici entro giugno 2013 e, per i negozi, entro gennaio 2014. A partire dall’anno scolastico 2013-2014, nelle scuole sarà progressivamente possibile adottare libri di testo in versione esclusivamente digitale, oppure abbinata alla versione cartacea. Per la PA è mantenuto l’obbligo di pubblicazione di dati e informazioni in formato aperto e la trasmissione obbligatoria di documenti per via telematica. Inoltre è stato integrato il piano finanziario necessario all’azzeramento del divario digitale per quanto riguarda la banda larga (150 milioni stanziati per il centro nord, che vanno ad aggiungersi alle risorse già disponibili per il Mezzogiorno per banda larga e ultralarga, per un totale di 750 milioni di euro) e si sono introdotte significative semplificazioni per la posa della fibra ottica necessaria alla banda ultralarga. La Commissione europea ha proposto un’Agenda Digitale il cui obiettivo principale è sviluppare un mercato unico digitale per condurre l’Europa verso una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. L’Agenda è una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020, che fissa obiettivi per la crescita nell’Unione europea (UE) da raggiungere entro il 2020 tra cui la diffusione della banda larga a 30 Mega.

All’Agenda Digitale manca l’enforcement – direbbero gli americani. Manca l’obbligo a fare. Certo lo si può scrivere, ma manca la sanzione. «Io avevo proposto di organizzare un Ispettorato dipendente dalla Corte dei Conti in grado di monitorare l’esecuzione delle norme di attuazione dell’Agenda Digitale – spiega Lucio Stanca – con il potere di mettere sotto processo amministrativo per danno erariale il dirigente pubblico inadempiente o di premiare quello efficiente».
La revisione della spesa pubblica imporrà di fare delle scelte. Ma per investire sul futuro ci vogliono investimenti. «E non c’è un centesimo – fa notare Lucio Stanca – e l’Agenzia Digitale dovrebbe fare troppe cose. L’Agenda Digitale non deve essere una fuga in avanti, stiamo con i piedi per terra. Il problema non è tecnico, è politico. Facciamo dei centri regionali di gestione dell’innovazione. Non possiamo aspettare che la marea si alzi per tutti allo stesso momento. In Italia, ci sono ottomila e cento comuni, quindici città metropolitane. Cerchiamo di unirci per sviluppare un progetto unico nazionale e non centinaia di progetti pilota o sperimentazioni». Nel rapporto di forza tra domanda e offerta tecnologica – in Italia – è molto più forte la parte dell’offerta. L’offerta essendo più forte ha la capacità di educare il Paese. «Quindi anche l’industria informatica – dice Lucio Stanca – deve esercitare il suo potere con più responsabilità e questo non significa rinunciare alle opportunità di business. Se acceleri la domanda, il mercato si allarga. Aggregarsi per accelerare potrebbe essere più profittevole per il settore, piuttosto che attendere una potenziale domanda che non riesce a decollare». Il prossimo esecutivo dovrà continuare sulla strada tracciata da Monti per l’Agenda Digitale come auspicato dal vicepresidente della Commissione europea e Commissario per l’Agenda Digitale Neelie Kroes.

Per Lucio Stanca «A questo punto non si tratta di una scelta, ma di una strada obbligata che il Paese deve percorrere fino in fondo, occorre – però – una regia politica e competente».

 

UN CANTIERE APERTO

Per Marco Zamperini, chief innovation officer di servizi e soluzioni IT, meglio noto come “funky professor” nella community web, «l’innovazione del Paese è ancora work in progress». Non solo. «Per come ho vissuto io questa storia che è cominciata quasi due anni fa, con un appello alla politica e il manifesto dei cento giorni, si è concluso – solo – il primo atto. Un pezzo importante di questa storia è la task force voluta dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e coordinata da Alessandro Fusacchia. La sfida di digitalizzare il Paese nel solco dell’Agenda Digitale Europea richiede l’impegno e la responsabilità di tutte le forze politiche. I temi dell’Agenda Digitale dovrebbero essere al primo posto nei programmi di tutti i partiti in campo alle prossime elezioni. Mi spaventa il fatto che l’Agenda Digitale possa essere strumentalizzata. Sono d’accordo con chi sostiene che con l’Agenda Digitale si gioca il futuro del Paese – io aggiungo – che in ballo c’è la sua stessa sopravvivenza. L’Agenda Digitale non può essere di destra o di sinistra, si tratta di un pilastro fondamentale».

La spinta delle aziende ha accelerato certi meccanismi. «Ma si è trattato di un contributo positivo all’insegna dello sviluppo generale del Paese e non portatrice di interessi particolari. Un capo d’azienda che si è impegnato con grande vigore a supporto dell’Agenda Digitale è stato David Bevilacqua di Cisco Systems. Lui ci ha creduto e ci crede molto, sottoscrivendo all’inizio l’appello per l’Agenda Digitale e dando il suo contributo aperto in molte occasioni senza la tentazione di appropriarsi di questo tema, mettendoci il proprio marchio, su questo stesso tono di voce anche Telecom Italia, Microsoft e IBM. Senza entrare nel merito di quelli che dovranno essere i compiti dell’Agenzia Digitale (la cui nomina dei vertici è rimandata), credo – forse per deformazione professionale – che l’istituzione di un chief information officer nazionale aiuterebbe a non disperdere risorse e aiuterebbe le imprese ad avere un unico interlocutore per la corretta implementazione delle tecnologie e dei progetti. In questo momento, il peso delle scelte che saremo in grado di compiere influenzeranno lo sviluppo del Paese per i prossimi decenni».

 

UNA QUESTIONE POLITICA

Dopo la corsa per il varo dell’Agenda Digitale, tornano le preoccupazioni per i tempi di attuazione del decreto Crescita 2.0. Con l’interruzione dell’attività di governo per le prossime elezioni è lecito chiedersi se i lavori in corso dell’Agenda Digitale subiranno un fermo tecnico. È previsto che l’Agenzia per l’Italia digitale predisponga entro novanta giorni le regole tecniche per l’identificazione e l’integrazione dei database di interesse nazionale. Mai come in questo momento l’Agenda Digitale diventa una questione prevalentemente politica. «L’Agenda Digitale è sempre stata una questione politica – mette in evidenza Paolo Angelucci, presidente di Assinform, l’associazione aderente a Confindustria, che raggruppa le aziende di Information Technology operanti in Italia – anche quando sembrava materia per tecnici, perché in ballo c’è lo sviluppo del Paese e non possiamo permetterci di accumulare altri ritardi in un momento in cui il deficit di innovazione penalizza ogni possibilità di ripresa della nostra economia». Il primo obiettivo è stato raggiunto completando entro la scadenza della delega l’iter parlamentare. «Ora è necessario mettersi al lavoro per dare rapida attuazione a molte delle misure contenute nel DL che prevedono una normativa secondaria che coinvolge numerosi soggetti e amministrazioni e che non sempre indica scadenze precise. Non dimentichiamo che uno degli obiettivi dell’Agenda Digitale è proprio la semplificazione. Essere digitali significa essere più semplici, più efficaci, quindi solo se ci saranno norme cogenti per la digitalizzazione delle imprese e della PA, saremo in grado di rendere questo Paese più moderno. Ad esempio, grazie alla direttiva comunitaria 210/45/UE sulla fatturazione elettronica, alcuni cambiamenti a livello di sistema nel rapporto tra imprese, PA e cittadini saranno inarrestabili. Anagrafe nazionale unica, PEC, obbligatorietà alla dematerializzazione dei processi, open data, smart communities e start-up sono i mattoni dell’Agenda Digitale». L’Agenda Digitale nasce con una cabina di regia che ha lavorato su sei macro-temi: infrastrutture e sicurezza, smart city, e-goverment, competenze digitali, ricerca e innovazione, e-commerce. «Come Assinform abbiamo predisposto altrettanti gruppi di lavoro tematici più uno che è frequentatissimo e che si chiama MIDA, monitoraggio intervento digital agenda. Stiamo raccogliendo tutte le segnalazioni da parte dei nostri associati e che saranno la base per le future azioni da intraprendere per la fase di implementazione delle misure che saranno adottate. L’Agenda Digitale sarà materia di campagna elettorale? Per Paolo Angelucci, sarebbe «un segnale positivo di sensibilità verso certi temi da cui dipende la competitività del sistema Paese. Certo, il tempo delle parole è passato e i cittadini e le imprese hanno urgenza di azioni concrete. L’IT ha due vantaggi: rende il Paese più efficiente e più trasparente. La battaglia alla corruzione, all’evasione e alla criminalità passa anche per l’IT. L’Agenda Digitale è un’importantissima opportunità per le imprese per migliorare i propri processi di business. Il commercio elettronico è uno dei capitoli dell’Agenda Digitale di cui però si è parlato poco e che merita di essere approfondito e valorizzato perché l’e-commerce avrà un impatto sempre più forte sulla vita delle imprese».

 

PIU’ SPINTA ALL’E-COMMERCE

L’Agenda Digitale Europea pone degli obiettivi per il 2015 molto ambiziosi e che l’Italia potrà raggiungere a patto di sforzi importanti. Per Roberto Liscia, presidente di Netcomm, consorzio del commercio elettronico italiano «con solo il 15% degli italiani che fanno acquisti online sarà una grande sfida salire alla quota del 50% della popolazione e ottenere che un terzo delle imprese facciano i propri acquisti e vendano i propri prodotti sulla Rete». Molteplici sono i freni inibitori allo sviluppo di una economia digitale competitiva nel nostro Paese. «La scarsa cultura tecnologica dei cittadini, il ritardo della scuola, la scarsa diffusione della banda larga, il ritardo dell’offerta, ma soprattutto la piccola dimensione delle aziende italiane hanno penalizzato lo sviluppo di questo settore. Le aziende italiane sono prevalentemente PMI, che devono affrontare la trasformazione digitale e i relativi investimenti, conoscenze tecnologiche e risorse umane adeguate e soprattutto la capacità di rimettere in discussione i propri modelli di business e le modalità di commercializzazione ed esportazione dei propri prodotti. Una delle grandi forze del “Made in Italy” è sempre stata la capacità dei nostri oltre 100 distretti industriali di mettere a sistema le piccole aziende del territorio, ritrovando quelle economie di scala e di scopo non all’interno della singola azienda, ma nella capacità di queste di lavorare insieme su gran parte dei fattori produttivi e commerciali. La competizione industriale ha messo in crisi questi modelli e oggi è più che mai necessario rinnovare e ritrovare, attraverso il digitale, questa dimensione consortile che ha permesso all’Italia di crescere e di competere con gli altri Paesi negli ultimi anni». 

 

E-PROCUREMENT E FATTURAZIONE ELETTRONICA

L’Agenda Digitale ha portato al centro del dibattito il tema dei benefici legati all’innovazione digitale. «Già questo è un merito non piccolo – mette in evidenza Alessandro Perego, responsabile dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano perché erano anni che non si dedicava così tanto spazio e tempo ad approfondire il ruolo delle nuove tecnologie come fattore abilitante lo sviluppo di una nazione. Il decreto si è molto concentrato sull’innovazione digitale all’interno della PA con una quindicina di azioni in aree diverse: identità digitale, istruzione, sanità, giustizia, sistemi di pagamento, open data, inclusione. E’ giusto che sia così, in considerazione del ruolo che riveste l’efficienza della PA nell’economia della nazione (800 miliardi di euro all’anno che devono, se possibile, essere ridotti e in ogni caso ben spesi – ndr). In quest’area – l’innovazione digitale della PA – si poteva forse porre più enfasi sull’eProcurement e sulla Fatturazione Elettronica, anche se probabilmente si è preferito non interferire con altre misure già in fase di recepimento in questi ambiti, contenute nei decreti Spending Review e nella Finanziaria 2008 con secondo decreto attuativo in firma. L’attenzione ora si deve spostare sull’attuazione di tutte queste misure. Occorrerà infatti rivedere processi, procedure, mansioni, ruoli organizzativi, oltre che sistemi informativi, all’interno della PA. E questo richiederà forte e reale commitment dei vertici pubblici. Molto meno invece è stato pensato a favore dell’innovazione delle imprese, se escludiamo tre ambiti specifici: spinta ai pagamenti con moneta elettronica, stimolo agli investimenti nella rete in banda larga/ultralarga, semplificazioni e incentivi per le start-up innovative. Spariti i riferimenti all’e-commerce, che per altro andrebbe interpretato in senso più ampio rispetto a quanto presente nelle prime bozze: non solo B2C ma anche B2B, non solo portali ma anche connessioni EDI (Electronic Data Interchange). Il nostro plauso va invece agli interventi verso le start-up, dove la task force del governo ha lavorato nei mesi scorsi. Un solo neo: sono sparite tutte quelle misure che prevedevano un’iniezione di soldi. La promessa è che le risorse ci saranno, anche senza norma specifica. Ma certo non giova che non si sia quasi completamente considerato il ruolo che il sistema universitario può e deve giocare nell’ecosistema delle start-up, né a livello di formazione, né a livello di incubatori e trasferimento tecnologico. E invece, qualcosa di buono sta accadendo, come dimostra anche la nostra iniziativa PoliHUB del Politecnico di Milano».

 

RIDUZIONE DELL’ICT DIVIDE

Quale effetto avrà l’Agenda Digitale Italiana in una prospettiva di riduzione dell’ICT Divide almeno con l’Europa? Per Paolo Pasini, professore di Sistemi Informativi di SDA Bocconi «dopo la pubblicazione della Agenda digitale italiana all’interno del decreto Crescita 2.0 si è discusso molto di completezza della stessa, di risorse finanziarie disponibili, di contenuti specifici dei singoli macro-temi, di deleghe e responsabilità decisionali sull’ICT pubblica italiana, troppo frammentate, tanto da far sorgere la necessità di un “chief information officer di stato”, come esiste in Francia o negli Stati Uniti, e come avviene anche nei gruppi di imprese private che si sono dotate di una funzione IT centralizzata o di corporate. Vorrei invece provare a dare una lettura diversa dei macro-temi che costituiscono l’Agenda Digitale italiana in termini costruttivi, come fattori che, se debitamente finanziati, progettati e realizzati, possono contribuire a migliorare il posizionamento del nostro Paese nei ranking del “Global Competitiveness Report” del World Economic Forum che da diversi anni ci vede impietosamente relegati in posizioni non coerenti col fatto di essere tra le 10 economie più sviluppate al mondo».

Proviamo a vedere – quindi – quali relazioni sono identificabili tra i macro-temi dell’Agenda digitale e le variabili considerate dal report poco sopra citato. I temi della PA digitale possono contribuire a migliorare il “Government procurement of Advanced Technology Products index” che oggi ci vede ben 114esimo posto sui 140 paesi analizzati. I contenuti dell’Istruzione digitale possono generare un miglioramento di almeno tre fattori considerati dal Global Competitiveness Index: il “Quality of primary education index”, in cui l’Italia si ritrova al 42esimo posto, il “Quality of educational system index”, in cui l’Italia è all’88esimo posto, e l’ “Internet access in schools index”, in cui siamo posizionati al 79esimo posto, sempre sui 140 paesi mondiali analizzati. La riduzione del Digital Divide è direttamente connessa almeno a tre index, quali il “Quality of overall infrastructure index”, in cui l’Italia è al 79esimo, il “Broadband Internet subscription/100 pop.”, in cui siamo in 29esima posizione, e l”Internet bandwith, kb/s/capita index”, in 24esima posizione.

Il tema dei Pagamenti elettronici può invece contribuire a migliorare il nostro posizionamento nell’”Availability of financial services”, in cui oggi siamo al 67esimo posto.

Gli interventi in termini di Giustizia digitale possono infine migliorare il nostro giudizio internazionale in almeno due fattori, l’ “Efficiency of legal framework in settling disputes index”, nel quale l’Italia è al 133esimo posto, e l’ “Efficiency of legal framework in challenging regs index”, dove ci troviamo al 125esimo.

«Non è facile misurare cosa potrebbe significare – spiega Paolo Pasini – in termini di PIL, di investimenti privati e pubblici nel nostro paese da parte di investitori esteri, di occupazione, di produttività, e così via, un sensibile miglioramento di questi indici che, cumulati con tutti gli altri che compongono il Global Competitiveness Index (111 indici in totale), potrebbero contribuire a migliorare la reputazione del sistema Paese in queste classifiche e “vetrine” internazionali: in ogni caso, vale la pena di provare a tracciare una possibile relazione quantitativa tra gli investimenti (ICT e non) che si dovrebbero fare nell’Agenda Digitale e anche questi risultati o ritorni».

 

LA SCUOLA MOLTIPLICA LA CRESCITA

La scuola è un fattore centrale per la crescita anche se l’adozione dei libri di testo digitali resta a carico delle famiglie e la “digitalizzazione” del corpo docente rimane una incognita, più che una variabile. La competitività del Paese passa attraverso l’università e la ricerca. Ogni azione sul sistema educativo si riflette sulla metà del Paese. Per Federico Rajola, direttore del CETIF (Centro di ricerca su Tecnologie, Innovazione e servizi Finanziari) dell’Università Cattolica di Milano, «l’Agenda Digitale è un’occasione decisiva per favorire il rilancio del Paese. L’innovazione non può essere sempre di tipo top-down. Credo, tuttavia, che nell’attuale contesto economico un’azione condivisa e coordinata di lungo periodo rappresenti la chiave di volta per la crescita. La variabile culturale non deve essere sottovalutata, ma dobbiamo essere consapevoli che necessita di tempi lunghi. Le premesse ci sono tutte. L’Agenda Digitale messa in piedi dal Governo Monti rappresenta le fondamenta di questo rilancio. L’attenzione dedicata alle start-up è una dote importante per la nascita di nuove imprese e per i giovani. I giovani devono essere i promotori dell’innovazione, soprattutto su loro può basarsi la spinta propulsiva.

L’innovazione nell’ambito dei pagamenti, non solo per il settore bancario, può portare a una maggiore efficienza e una maggiore trasparenza di sistema. Tale innovazione è un driver anche per la lotta all’evasione e al riciclaggio. Tuttavia l’Italia resta un cantiere aperto. Sono necessari rilevanti interventi sistemici e sistematici per la definizione di un nuovo modello di welfare. La crisi in atto ci spinge a concentrarsi sulle priorità. L’Agenda Digitale rappresenta anche una svolta culturale e reputazionale del Paese nei confronti dell’Europa e del mondo. L’Italia merita un ruolo di rilievo nel panorama internazionale. Almeno pari a quello degli altri Paesi europei. L’impatto sul PIL degli investimenti in innovazione è molto basso. Un intervento sistematico e di lungo periodo di supporto all’innovazione costituisce la premessa essenziale per sfruttare la creatività come caratteristica distintiva. Questa scelta dipende dalla volontà comune dei cittadini, delle imprese e della politica. Il prossimo esecutivo deve intraprendere un percorso lungimirante e avere una prospettiva di lungo periodo. Dobbiamo trovare il modo di utilizzare l’impianto in corso d’opera dell’Agenda Digitale per dare slancio anche alla creatività dell’iniziativa imprenditoriale. L’Agenda Digitale non può essere solo un affare o uno slogan, deve essere trattata come una questione vitale per il Paese. È necessario un radicale cambiamento culturale. E per far questo deve cambiare la percezione del cittadino su questi temi. Bisogna comprendere che la mancata digitalizzazione porterà, come conseguenza, l’esclusione di una parte dei cittadini dalla vita democratica e dal lavoro. Esiste una questione di educazione alla tecnologia che anche la televisione come servizio pubblico deve affrontare. Le università e le associazioni di settore supportano il processo di cambiamento, ma esiste un problema culturale che deve essere superato. Come in altri Paesi industrializzati la spinta all’innovazione deve passare anche, o forse soprattutto, attraverso il coinvolgimento del sistema universitario». 

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Intervista a Lucio Stanca. Via libera della Camera al decreto Crescita 2.0 https://www.datamanager.it/news/intervista-lucio-stanca-libera-della-camera-al-decreto-crescita-20-42883.html Thu, 13 Dec 2012 12:00:39 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2012/12/intervista-a-lucio-stanca-via-libera-della-camera-al-decreto-crescita-2-0/ La strada dell’Agenda Digitale Italiana resta in salita Mancano i decreti attuativi per chiudere il cantiere e rendere l’Agenda Digitale una realtà capace di rilanciare veramente lo sviluppo del Paese. Lucio Stanca: «L’Agenda Digitale non deve essere una fuga in avanti»

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La strada dell’Agenda Digitale Italiana resta in salita Mancano i decreti attuativi per chiudere il cantiere e rendere l’Agenda Digitale una realtà capace di rilanciare veramente lo sviluppo del Paese. Lucio Stanca: «L’Agenda Digitale non deve essere una fuga in avanti»

Con il via libera della Camera che ha votato la fiducia al Governo Monti, l’Agenda Digitale è finalmente una realtà o quasi. Il Governo Monti ha messo a punto il quadro normativo per recuperare il ritardo accumulato rispetto agli obiettivi dell’agenda digitale europea.

L’Agenda Digitale è salva. La Camera ha confermato la fiducia al Governo sul Decreto Sviluppo 2.0 con 295 sì, 78 no e 114 astenuti.

Dopo avere ritirato tutti gli emendamenti presentati, il voto della Camera ha licenziato il decreto Crescita 2.0 così come modificato dal Senato che ha quasi raddoppiato il numero degli articoli rispetto al testo originale. Resta il credito di imposta al 50% per la realizzazione di nuove infrastrutture come contributo pubblico alla realizzazione di opere strategiche. Si allarga la platea delle start up. C’è il varo della piattaforma unica per l’Anagrafe nazionale e per il Documento digitale unificato, con la Carta di identità elettronica, la tessera sanitaria e il fascicolo sanitario. Confermato anche il Domicilio digitale del cittadino e obbligo di PEC per le imprese. C’è l’obbligo per le PA ad accettare pagamenti elettronici entro giugno 2013 e, per i negozi, entro gennaio 2014. Per la PA è mantenuto l’obbligo di pubblicazione di dati e informazioni in formato aperto e la Trasmissione obbligatoria di documenti per via telematica. Viene inoltre integrato il piano finanziario necessario all’azzeramento del divario digitale per quanto riguarda la banda larga (150 milioni stanziati per il centro nord, che vanno ad aggiungersi alle risorse già disponibili per il Mezzogiorno per banda larga e ultralarga, per un totale di 750 milioni di euro) e si introducono significative semplificazioni per la posa della fibra ottica necessaria alla banda ultralarga.Ma soprattutto, su quello che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha definito «un aperitivo» resta l’incertezza sui tempi di attuazione di cui dovrà farsi carico il prossimo esecutivo.

Per cambiare e tornare a crescere non ci sono ricette veloci. Alla lavagna si può disegnare bene il progetto, ma poi bisogna metterlo in pratica.

Per il deputato PDL, Lucio Stanca (già Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie del secondo governo Berlusconi) «dopo un periodo di blackout, il Governo Monti ha avuto il merito di riprendere in mano una materia complessa e di rilanciare il processo di sviluppo mettendo al centro l’innovazione tecnologica. L’Agenda Digitale resta una priorità per il Paese».

Si tratta di un passo importante per il Paese?

Questo periodo sarà studiato dagli storici del futuro con la stessa attenzione della Rivoluzione industriale che da un sistema agricolo-artigianale-commerciale portò l’Europa a trasformarsi in un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato delle macchine e dell’energia. Oggi, con la Rivoluzione digitale è in gioco non solo il modello di sviluppo del Paese, ma anche il ruolo di leadership dell’Europa. Tra le prime sei società per capitalizzazione quotate a Wall Street, quattro appartengono al mondo ICT. Questa industria è già dominante e pervasiva. Bene ha lavorato il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Restano alcuni nodi infrastrutturali come la banda larga che deve raggiungere ogni angolo del Paese e di applicazione sull’e-commerce e l’e-goverment. Se vogliamo rendere la pubblica amministrazione più efficiente e di migliore qualità l’unica leva vera è la tecnologia. Se vogliamo che le aziende siano più efficienti e produttive bisogna ricorrere all’innovazione tecnologica di prodotto e di processo».

L’Agenda Digitale è una cornice normativa in attesa della sua attuazione?

L’impegno bipartisan che ha accompagnato tutto lo sviluppo dell’Agenda Digitale dovrebbe sgombrare il campo dalle ombre che si addensano sul futuro dell’innovazione in Italia.

Anche se l’Agenda Digitale proposta contiene molti spazi di miglioramento, rappresenta una spinta per aiutare il Paese in vista di un 2013 che si preannuncia dai forti chiaroscuri. La riduzione del digital divide geografico entro il 2013 sarebbe già un buon inizio.

Saremo vigilati speciali da parte dell’Europa anche per l’attuazione dell’Agenda Digitale?

L’ok della Camera al decreto Crescita 2.0 non cambia molto le cose. Il prossimo esecutivo dovrà varare in tempi certi e brevi i decreti attuativi, altrimenti l’Agenda Digitale è destinata a rimanere una cornice vuota. Anche per il prossimo esecutivo ripartire da zero sarebbe un errore.

Nella bozza di attuazione del decreto legge 18 ottobre che sancisce la nascita del documento digitale si legge: “Con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero dell’Interno” – «immagini rispetto all’ordine di priorità del Ministero dell’Interno, quale posto occuperà l’Agenda Digitale» – “del Ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto” – «e questo significa possibilità di veto, perché così si gestisce il potere» – “di concerto con il ministro della Salute” – «per il fascicolo sanitario» – “con il Ministro della Pubblica Amministrazione, del Ministro delegato per l’Innovazione tecnologica, sentita l’Agenzia Digitale e disposto progressivamente anche nell’ambito delle risorse umane e degli strumenti finanziari disponibili all’amministrazione vigente” – «che tradotto significa senza un euro di più». Vede, solo dalla lettura di questa bozza si capisce che la strada dei decreti attuativi dell’Agenda Digitale è tutta in salita.

Si aspettava il sì della Camera?

E’ un segno di responsabilità e di un passo nella giusta direzione, ma l’innovazione non può essere fatta per decreto. E non si può decidere di rendere un Paese digitale per legge. Abbiamo un ritardo di trent’anni, ma essere follower può presentare dei vantaggi perché si lascia sbagliare gli altri e poi si imbocca la strada giusta, ma la strada deve essere imboccata. L’innovazione è un processo di attuazione.

Quali sono i punti critici?

L’Agenda Digitale ha dei punti critici. Uno è sul piano normativo e lo abbiamo visto. Fatto un decreto sono necessari 20, trenta DPCM o regolamenti. Con questa formula non si arriva da nessuna parte e gli sforzi fatti sono destinati a essere dispersi. Il Ministro dell’Innovazione del prossimo esecutivo dovrebbe avere la forza di decidere e di approvare i decreti attuativi “sentiti tutti gli altri ministeri” e non “ di concerto”. Ma ammesso che si riesca e che arrivino i decreti attuativi, il secondo punto critico si ha quando il regolamento attuativo arriva sul tavolo di un qualunque dirigente della Pubblica Amministrazione.

Se il dirigente pubblico non applica le norme che succede?

Sappiamo qual è la risposta. All’Agenda Digitale manca l’enforcement – direbbero gli americani. Manca l’obbligo a fare. Certo lo si può scrivere, ma manca la sanzione. Io avevo proposto di organizzare un Ispettorato dipendente dalla Corte dei Conti in grado di monitorare l’esecuzione delle norme di attuazione dell’Agenda Digitale, con il potere di mettere sotto processo amministrativo per danno erariale il dirigente pubblico inadempiente o di premiare quello efficiente. Le assicuro che la maggioranza dei dirigenti pubblici applicherebbe le norme perché per danno erariale si risponde di tasca propria.

Esiste anche un problema di investimenti?

La revisione della spesa pubblica imporrà di fare delle scelte. Ma per investire sul futuro ci vogliono i soldi. E non c’è un centesimo. E l’Agenzia Digitale dovrebbe fare troppe cose. L’Agenda Digitale non deve essere una fuga in avanti, stiamo con i piedi per terra. Il problema non è tecnico è politico. Facciamo dei centri regionali di gestione dell’innovazione. Non possiamo aspettare che la marea si alzi per tutti allo stesso momento. In Italia ci sono ottomila e cento comuni, quindici città metropolitane e siamo all’inizio. Cerchiamo di unirci per sviluppare un progetto unico nazionale e non centinaia di progetti pilota o sperimentazioni. Per le smart city non sarebbe stato meglio che l’Agenda Digitale avesse definito una piattaforma unica, per rendere ogni amministrazione locale libera di fare le sue applicazioni e le sue personalizzazioni.

Nel rapporto di forza tra domanda e offerta tecnologica, in Italia, è molto più forte l’offerta dell’industria?

L’offerta, essendo più forte, ha la capacità di educare il Paese. Quindi anche l’industria informatica deve esercitare il suo potere con più responsabilità e questo non significa rinunciare alle opportunità di business. Se acceleri la domanda, il mercato si allarga. Aggregarsi per accelerare potrebbe essere più profittevole per il settore, piuttosto che lasciare una potenziale domanda che non riesce a decollare.

Il prossimo esecutivo continuerà sulla strada tracciata da Monti per l’Agenda Digitale come auspicato dal Commissario europeo Neelie Kroes?

A questo punto non si tratta di una scelta, ma di una strada obbligata che il Paese deve percorrere fino in fondo, occorre – però – una regia politica e competente.

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La ciambella informatica https://www.datamanager.it/rivista/stato/la-ciambella-informatica Tue, 18 Sep 2012 10:44:25 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2012/09/la-ciambella-informatica/ La sanità fa acqua? Niente paura, è solo questione di capire quanto si risparmia con il fascicolo sanitario elettronico, che – dopo esperienze a macchia di leopardo – parte con la sperimentazione in tre regioni e presto dovrebbe mettere in rete tutti quanti. Le stime parlano per ora di 3-5 miliardi. Oltre a quelli già […]

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La sanità fa acqua? Niente paura, è solo questione di capire quanto si risparmia con il fascicolo sanitario elettronico, che – dopo esperienze a macchia di leopardo – parte con la sperimentazione in tre regioni e presto dovrebbe mettere in rete tutti quanti. Le stime parlano per ora di 3-5 miliardi. Oltre a quelli già risparmiati per le prescrizioni online. Un successone, insieme con la dichiarazione di malattia sul Web. Risparmiare negli acquisti della PA? Basta rifarsi alle piattaforme digitali della Consip, tutto in punta di dita e, zac, altri miliardi tagliati. La pubblica amministrazione è poco efficiente? Basta digitalizzare i documenti e si strizzano altri miliardi (ok, il ministero di Brunetta l’altr’anno scambiò i miliardi con milioni, dando numeri che un centro copie universitario fa in un mese, ma non pretendete troppo). I processi? Portiamo i faldoni online e le comunicazioni alle parti pure, augurandosi che anche i giudici siano raggiungibili e “always on”. Per ora l’idea di un magistrato di Cremona di usare la webcam per risparmiare – a dei testimoni di un processo marginale – di attraversare tutta l’Italia, diventa un eroe: del buon senso. Statali e parastatali parlano troppo al telefono? Arriva il VoiP, su piattaforma dello Stato o con una convenzione Consip, e, zac, si tagliano le bollette.

Tra i pochi provvedimenti concreti (in Italia, a differenza della Francia non c’è un dicastero per l’economia digitale), il governo sembra aver puntato sulla scuola. Insegnamento online? No, non scherzate. Dopo i provvedimenti, che incitavano gli alunni a stamparsi i libri dal formato Pdf, a costi decisamente superiori a quelli di una qualsiasi tipografia, parliamo delle cose burocratiche: iscrizioni ai corsi universitari, alle superiori, pagelle, note e comunicazioni. Molte di queste attività ci sono da una decina d’anni, con i “registri elettronici”, ma una rinfrescata non fa male.

Insomma, lo Stato riconosce il potenziale di efficientamento delle tecnologie digitali. In fondo, anche il CAD, il Codice dell’Amministrazione Digitale – voluto prima da Lucio Stanca e poi con particolare incisività, da Renato Brunetta (con il D.Lgs 135/2010 che prevedeva anche tempistiche serrate) – non è stato tempo perso. E pazienza se, poco prima delle ferie, il ministro Passera bloccava la “pretesa” di cancellare l’obbligatorietà di pubblicare sui quotidiani i bandi di gara della PA, per non danneggiare le casse dolenti per la pubblicità in calo.

Dall’altra parte della medaglia, tuttavia, c’è la sensazione di un Paese che si esalta per il Bosone di Higgs (ottimo veicolo di marketing per alcune centinaia di ricercatori) e che concorre a quel pozzo senza fondo voluto essenzialmente dai francesi e dalla loro industria aerospaziale che è Galileo – il costoso decuplicato del Gps – pensando, forse, che tecnologie e infrastrutture siano gratis. Lo Stato – utente si attende miliardi di risparmio dall’ICT? Ottimo, ma chi ci mette, per esempio, le reti e quindi le paga? Si può fare il Cloud della PA senza provare a mettere ordine tra le centinaia di database e sistemi non colloquianti?

Il calo del mercato ICT che anche quest’anno l’Assinform ha registrato, non riflette tanto i volumi quanto i prezzi. Le tariffe dei servizi professionali, per esempio, sono decisamente sottoremunerative nei confronti degli altri Paesi europei. In Italia, gli investimenti esteri arretrano, e con essi anche l’occupazione. Nei servizi IT, alcuni gruppi hanno chiuso bottega (Bull, Atos), altri sono interessati a passare la mano. Ogni tanto, servirebbe anche ricordare che l’innovazione costa e che anche i risparmi non sono a fronte di nulla.

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