PIL – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:00:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png PIL – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Inventare il futuro, le PMI sono pronte? https://www.datamanager.it/2018/05/inventare-il-futuro-le-pmi-sono-pronte/ Fri, 18 May 2018 09:19:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147926 La quarta rivoluzione industriale è una sfida darwiniana per qualsiasi impresa. I rischi e i pericoli di una trasformazione tanto radicale quanto imprevedibile richiedono la capacità di affrontare le incognite del presente con un rinnovato slancio verso il futuro Quando parlano delle tecnologie più rilevanti per il futuro delle proprie attività, molti imprenditori e manager […]

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La quarta rivoluzione industriale è una sfida darwiniana per qualsiasi impresa. I rischi e i pericoli di una trasformazione tanto radicale quanto imprevedibile richiedono la capacità di affrontare le incognite del presente con un rinnovato slancio verso il futuro

Quando parlano delle tecnologie più rilevanti per il futuro delle proprie attività, molti imprenditori e manager italiani esprimono precise indicazioni in merito, come se fossero portatori di una chiara visione del futuro della propria azienda e avessero già tracciato, almeno mentalmente, una traiettoria evolutiva orientata in una direzione determinata: molto spesso evidenziano l’importanza delle piattaforme per la mobility, la rilevanza del cloud oppure dei big data, altre volte si soffermano su paradigmi ancora più complessi e caliginosi come l’Internet of Things.

TECNOLOGIA E DECISIONI

In realtà, quando si va ad approfondire il modo in cui la visione tecnologica influenza le decisioni più immediate che si affrontano nel presente, si osserva molto spesso una totale neutralità ed equidistanza di posizioni: per esempio, se si guarda a temi come gli investimenti nella sicurezza IT oppure agli adempimenti previsti dal GDPR, credere che il futuro della propria azienda dipenda dal cloud oppure dai big data oppure da qualsiasi altra visione del futuro, in generale influenza in misura piuttosto irrilevante le scelte di investire in nuova tecnologia oppure di mettere a posto i processi, ovvero il comportamento concreto delle imprese con una “forte visione tecnologica” non si discosta in misura significativa da quelle imprese che non hanno, in realtà, nessuna opinione precisa. Quindi viene naturale chiedersi se gli imprenditori, quando raccontano la propria visione del futuro, diano voce a una qualche forma di pianificazione strategica, ancorché primitivamente abbozzata, oppure esprimano soltanto un generico “wishful thinking”, non dissimile dall’uomo della strada.

VISIONE FRAGILE?

Ad alcuni questo potrebbe sembrare un tema del tutto lunare, se non fosse che si sta attraversando un periodo storico molto tormentato, che vede l’Europa combattere per mantenere la propria posizione nell’economia mondiale di fronte a complessi industriali e militari come la Cina, la Russia e gli USA (senza dimenticare ovviamente le cosiddette “economie emergenti” di India e Brasile, che sono già emerse da vent’anni almeno); che vede l’Europa arrancare a grandissima distanza dagli USA sul terreno dell’economia digitale (basti osservare la presenza del tutto trascurabile delle imprese digitali europee nella capitalizzazione delle borse internazionali); e infine che vede l’Europa lanciarsi in una rincorsa disperata attraverso i programmi nazionali per l’Industria 4.0 promossi da Governi di qualsiasi colore e posizione politica. Se si calano le considerazioni di imprenditori e manager italiani in un contesto più generale, diventa più chiaro che una visione tecnologica talvolta un po’ fragile potrebbe di fatto rappresentare un problema, ritardando in larga misura il progresso della competitività europea rispetto ai concorrenti internazionali.

INVESTIMENTI E TRASFORMAZIONE

Sempre più spesso si sente parlare della necessità di riposizionare il sistema produttivo italiano indirizzando gli investimenti in innovazione tecnologica con una politica industriale che si rivolga verso obiettivi come la Trasformazione Digitale e l’Industria 4.0. Tuttavia, considerando la struttura industriale dell’Italia, quando il policy maker si incammina verso traguardi così ambiziosi, diventa piuttosto difficile procrastinare alcuni interrogativi in merito al destino delle PMI, soprattutto quando sono chiamate ad affrontare sfide tecnologiche senza precedenti. Il dubbio che si insinua è che molte imprese, impegnate lecitamente come sono nel raggiungimento dei propri obiettivi più immediati sul mercato, trascurino in qualche modo la necessità di mettere lo stesso impegno nella definizione di obiettivi che si possono esprimere al meglio soltanto nel medio e lungo termine, come gli obiettivi di innovazione tecnologica.


#whatsUp Inventare il futuro. Ma le PMI sono pronte? – Giancarlo Vercellino @IDCItaly
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LA PROGETTUALITÀ DELLE PMI

Osservando più da vicino la progettualità che esprimono le PMI, è confortante osservare un certo grado di correlazione e coerenza tra priorità IT e priorità aziendali, quindi esiste forse concretamente la possibilità di allineare obiettivi più immediati e traguardi più lontani, trovando effettivamente un terreno fertile per recepire gli stimoli di politica industriale di questi ultimi anni. È senza dubbio possibile immaginare una sinergia virtuosa tra IT e LOB purché qualunque investimento legato all’Industria 4.0 continui a battere sui temi quali la produttività del lavoro, la marginalità dei prodotti e la gestione dei rischi. Se è impensabile giocare un ruolo nella quarta rivoluzione industriale senza coinvolgere profondamente le PMI che rappresentano la quasi totalità del tessuto industriale italiano, allora diventa indispensabile chiedersi come aiutare le imprese meno strutturate ad affrontare alcune sfide inevitabili che incroceranno lungo il cammino della trasformazione digitale, come per esempio la sicurezza delle infrastrutture.

INFRASTRUTTURE E SICUREZZA

Un qualsiasi brevissimo excursus sulle ultime vicende della cybersecurity non può non lasciare attoniti di fronte alla fragilità delle infrastrutture tecnologiche delle imprese, vulnerabilità che lasciano spazio a una crescente sofisticazione degli attacchi, che attraversano livelli sempre più profondi dello stack ISO/OSI, come il firmware degli hard-disk (come nel caso di GrayFish/ EquationDrug), oppure alcuni meccanismi di esecuzione dei processori (come nel caso dei recentissimi MeltDown e Spectre). Sebbene siano piuttosto familiari i nomi dei primi strumenti di cyberwarfare (come Stuxnet, Duqu, Flame, ormai passati alla storia), non è altrettanto noto che tali strumenti sono sempre più prossimi nell’essere disponibili a chiunque dopo che alcuni insiders hanno trafugato l’intero arsenale di cyberweapon sviluppato da alcune agenzie americane: in seguito ai casi Vault7 e Shadow Broker, lo scenario è diventato assai più pericoloso, con una vera e propria pandemia di ransomware che ha flagellato i sistemi di organizzazioni in mezzo mondo, molto spesso basato su tecnologie trafugate da CIA e NSA.

IL RUOLO STRATEGICO DELLA SICUREZZA

Nonostante il rischio IT si sia così radicalmente amplificato negli ultimi anni, prefigurando situazioni in cui uno zero-day potrebbe davvero avere sostanziali ripercussioni sul PIL di una nazione nel prossimo futuro, gli imprenditori e i manager europei più lungimiranti mostrano comunque il coraggio e la forza di muovere i primi passi su paradigmi come l’Industry 4.0, seppure in un contesto generale, come quello italiano, dove forse prevale ancora una sensibilità limitata rispetto ai rischi che si corrono e agli investimenti che sono indispensabili per affrontarli in modo sostenibile. Infatti, circa il 47% delle PMI spende in modo del tutto saltuario rispetto alla sicurezza IT, mentre circa il 49% spende esclusivamente nell’ambito delle spese generali per l’IT. Il fattore davvero preoccupante è che soltanto il 4% delle PMI considera la sicurezza IT una spesa strategica a cui riservare un budget specifico e dedicato quest’anno. Il ruolo strategico della sicurezza cresce fino a circa il 30% solo quando le imprese stanno concretamente affrontando qualche specifico progetto in ambito Industry 4.0. Questo è un indizio interessante che consente di osservare che in alcuni casi, seppure limitati, le PMI possono esprimere una coerente visione tecnologica per il proprio futuro mettendosi allo stesso piano, almeno in termini di principio e credibilità, con le grandi imprese.

Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia

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Data revolution, 40 anni di innovazione in Italia https://www.datamanager.it/2016/05/data-revolution-40-anni-innovazione-italia/ Thu, 19 May 2016 12:24:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101617 La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per […]

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La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione

Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per il cognitive computing e l’intelligenza artificiale, la tecnologia ci dimostra di non essere neutra e ci troviamo a fare i conti con una complessità che mette insieme le variabili del lavoro, dell’energia, dell’ambiente e dell’informazione, in una nuova equazione difficile da risolvere. Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione industriale e dobbiamo esercitare la virtù della resilienza. Resistere. Resistere. Ma non tutte le resistenze sono positive. Lo sanno bene le nostre imprese migliori, ma non lo sa ancora il Paese. La sfida più grande è costruire il domani, per usare il titolo dell’ultimo libro di Stefano Quintarelli, tra i pionieri del digitale in Italia. Per Quintarelli, che a sua volta cita William Gibson, forse il futuro è già qui, ma è solo distribuito male. «E questa differenza di passo, fa sì che in tutti i settori dell’economia, e in tutto il mondo, si stiano realizzando trasformazioni che da un lato creano grandi opportunità di benessere e di miglioramento della qualità della vita, dall’altro presentano nuove prove per la società umana. E la più importante disomogeneità sta nella differenza di passo tra lo sviluppo delle attività economiche e la lentezza delle istituzioni a comprendere e a creare un’adeguata risposta normativa che permetta di sfruttare la nuova “dimensione immateriale” a favore di tutta la società».


#siamoforty Data revolution 40 anni di innovazione in Italia
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Il significato di #SIAMOFORTY ? Scoprilo qui…

40 anni sono tanti o pochi?

Se dovessimo seguire il ritmo con cui si è evoluta la tecnologia, le auto viaggerebbero alla velocità della luce. Lavoriamo a distanza, siamo collegati con persone e cose, prendiamo decisioni, spostiamo capitali da una parte all’altra del Pianeta alla velocità di un click. Nel 2020, un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. Tutto questo però basterà per trasferire questo patrimonio di conoscenza dal taschino al cervello? E forse, sarà sempre più difficile, isolarsi, perdersi o soltanto dimenticare. Con l’attuale livello di crescita mondiale e di costo del denaro, per la prima volta nella storia siamo davanti a una nuova opportunità per il capitalismo di resistere a se stesso: quella di scegliere non la via più utile per il guadagno, ma la più vantaggiosa per lo sviluppo. Le nuove parole del business e della tecnologia saranno collaborazione, cultura, sinergia. Riscoprendo la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e impresa.

Che cosa è l’innovazione?

Il benessere economico dipende da tutti, nessuno escluso. I potenti algoritmi di ricerca confermano una verità, antica come il mondo: “Sapere è potere”. La conoscenza è il nuovo campo di battaglia. L’ICT libera le forze, espande lo spazio, comprime il tempo, ma logora le gerarchie, accorcia la catena della produzione e rende obsoleta l’intermediazione. La trasformazione è in atto e può diventare distruzione o cambiamento. L’innovazione ci porta a capire cose importanti di noi stessi e del mondo. Nessuno squilibrio può resistere per sempre. Non è una lezione di filosofia morale, ma di fisica. L’economia digitale per funzionare ed essere sostenibile ci chiede in cambio rispetto delle regole e trasparenza.

La tecnologia è empowerment

C’è l’innovazione di “moda” e c’è l’innovazione che rilancia il saper fare delle imprese da Nord a Sud. C’è l’innovazione che non ti aspetti, silenziosa e normale, che fa funzionare meglio le imprese, rendendole più competitive e capaci di reagire ai cambiamenti del mercato. Il racconto mainstream è quello di un Paese con forti ritardi, con un livello di spesa e di corruzione fuori controllo, un PIL con il freno tirato. Ma c’è anche un Paese che continua a resistere. E forse è questa la definizione più tecnopratica di innovazione. Siamo sempre stati innovativi, ma non per meriti particolari, per necessità, per sopravvivenza. In Italia, crescono 500 startup all’anno con un decimo degli investimenti. Secondo i dati della Commissione europea, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75 della media europea) e quelli privati sono lo 0,67 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Eppure, ce la possiamo fare. Perché l’Italia può ancora disegnare un nuovo percorso. Perché l’Italia ha un patrimonio artistico e di intelligenza unici al mondo. Perché se abbiamo perso il treno della componentistica, siamo ancora forti sulla service integration. Perché le nostre università formano i cervelli che fanno crescere il PIL del mondo. Perché l’Italia resta ancora il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo. E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.


#siamoforty La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione
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Raccontare l’ICT in Italia

La nascita di Data Manager coincide con l’era della microelettronica, del processore Intel 4004 e del personal computer. Data Manager ha raccontato l’innovazione e lo sviluppo delle imprese. Già il nome scelto precorre i tempi e attraversa tutte le tappe dell’informatica, mettendo al centro i dati e le persone. Esce per la prima volta come supplemento di Tempo Economico, quando Steve Jobs e Steve Wozniak nel 1976 avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. Nel primo numero, si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. In quello stesso anno, Felice Gimondi vince il Giro d’Italia e la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Il governo approva l’aumento delle tasse e il blocco della scala mobile. Dalla fiera di Hannover, Olivetti presenta il “personal minicomputer” P6060. Debutta anche il sistema di scrittura TES 501 e si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover, presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M dichiara che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro.

Come creare lavoro

Nel 2020, i lavori manuali saranno assorbiti dalle macchine. I cosidetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro e il tempo libero cambieranno radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave Microsoft dice: «Le abilità valgono più delle credenziali accademiche». Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cybersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data.


#siamoforty. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?
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Alla ricerca di un nuovo modello

Quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud di Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Nulla costa caro più della rigidità e della mancanza di fantasia. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

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Destra e sinistra addio? https://www.datamanager.it/2016/03/destra-sinistra-addio/ Fri, 18 Mar 2016 13:42:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96806 Uguaglianza e crescita Le categorie “destra” e “sinistra” nate dalla Rivoluzione francese sono state rimpiazzate da quelle nate dalla rivoluzione tecnologica. Analogico e digitale, vecchio e nuovo sono diventati anche i termini della nuova dialettica politica. Da una parte si invoca la collaboration, dall’altra la concertazione. L’era digitale ha le sue tonalità binarie: bianco e […]

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Uguaglianza e crescita

Le categorie “destra” e “sinistra” nate dalla Rivoluzione francese sono state rimpiazzate da quelle nate dalla rivoluzione tecnologica. Analogico e digitale, vecchio e nuovo sono diventati anche i termini della nuova dialettica politica. Da una parte si invoca la collaboration, dall’altra la concertazione. L’era digitale ha le sue tonalità binarie: bianco e nero. E una serie infinita di grigi. Al gessato Confindustria molti preferiscono il funky business in maniche di camicia. La finanza supera l’economia. L’occupazione fa i conti con l’automazione dei processi. Le riforme sono bloccate perché il Paese non riesce a stare dietro a un mondo che gira troppo velocemente. La rivoluzione digitale vale due punti di PIL. Ma dopo le polemiche sulle cifre della crescita e gli arrotondamenti dello zero virgola, siamo sicuri che il prodotto interno lordo sia ancora il KPI giusto per misurare lo sviluppo delle società complesse? Lo scambio di denaro per merci e servizi, prostituzione e droga compresi, può essere il metro giusto con cui valutare lo stato di salute di una società?


#Pallante @EdizioniLindau #Destra #Sinistra Siete pronti alla decrescita felice?
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Nel suo libro (Edizioni Landau) Maurizio Pallante, presidente dell’Associazione Movimento per la Decrescita Felice, ci spiega che siamo alla fine di un’era e abbiamo bisogno di un nuovo inizio. Il confronto politico tra destra e sinistra si è sempre svolto a partire da una comune valutazione positiva del modello di produzione industriale. Secondo Pallante, è il momento di intraprendere un percorso politico nuovo, di aprire una nuova fase della storia in cui l’economia non sia più schiava della distopia della crescita infinita. «Ha fallito la visione capitalista della società industriale e ha fallito la visione socialista» – spiega Pallante. «La destra predicava più mercato e la sinistra più stato. Oggi, dobbiamo pensare a una società con meno stato, meno mercato e più scambi basati sulle relazioni umane». Ogni giorno, c’è chi lotta per realizzare i propri sogni e c’è chi alla fine si arrende. Sta tutto qui anche il significato di fare impresa, che non è solo legato al profitto. Oggi, siamo tutti chiamati a essere imprenditori di noi stessi, ma che cosa siamo disposti a cambiare per non rinunciare ai nostri sogni?

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Don’t be evil https://www.datamanager.it/2014/12/dont-be-evil/ Tue, 16 Dec 2014 11:52:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66368 Non so se quello che si sta per chiudere sia stato per manager e imprenditori un anno senza pantaloni come quello che racconta Scott Berkun nel libro omonimo (The year without pants), descrivendo la storia dell’ascesa di WordPress da startup a provider globale di 60 milioni di siti web. Di certo, molti sono rimasti in […]

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Non so se quello che si sta per chiudere sia stato per manager e imprenditori un anno senza pantaloni come quello che racconta Scott Berkun nel libro omonimo (The year without pants), descrivendo la storia dell’ascesa di WordPress da startup a provider globale di 60 milioni di siti web. Di certo, molti sono rimasti in mutande e l’unica cosa in rosso sotto l’albero di Natale è il conto corrente aziendale.

Sempre che non siate di partenza per Antigua o Andorra, con bagaglio a mano e biglietto di sola andata, vi starete chiedendo se la luce in fondo al tunnel, avvistata dal Centro studi di Confindustria, sia veramente un segnale positivo per la ripartenza e non si tratti – invece – del treno Eurozona, che ha già accumulato ritardo sulle stime di crescita.

Ma che cosa si aspettano i CEO, gli AD, i CIO, i direttori marketing e quelli del personale per il nuovo anno?

Forse, Ginni Rometty sogna di vedere schizzare gli utili nel quarto trimestre, Larry Ellison, una barca ancora più veloce e Tim Cook, un mondo dove la normalità sia la somma delle differenze e non la loro negazione.


 Che fine ha fatto la #spendingreview?
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Ogni giorno, c’è chi lotta per realizzare i propri sogni e c’è chi alla fine si arrende. Sta tutto qui il significato di fare impresa. E oggi, che siamo tutti chiamati a essere imprenditori di noi stessi, dipendenti compresi, dovremmo chiederci che cosa siamo disposti a cambiare per non rinunciare ai nostri sogni.

Si potrebbe cominciare rispettando le regole, quelle di buona educazione per esempio e – perché no – anche quelle di grammatica. Sarebbe un inizio. Farebbe bene ai rapporti personali, al clima aziendale e anche al business. Invece, non fanno bene all’orgoglio nazionale e neppure agli investimenti, le cifre del Corruption Perception Index 2014, che pongono l’Italia in cima alla classifica del paese più corrotto d’Europa e mettono una zavorra al mercato.


Un anno senza #pantaloni o senza #mutande?
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Abbiamo sempre scritto che la semplificazione è segno di intelligenza. Dire – però – che bisogna fare le riforme e semplificare le regole per far ripartire il Paese è come dire che l’acqua è bagnata. Intanto diventa legge la fattispecie un po’ fumosa del reato di autoriciclaggio e si discute della “semplificazione” delle norme su bancarotta, peculato, falso in bilancio e truffa che potrebbero essere derubricate come “reati lievi”.

Si può fare PIL senza creare lavoro e anche senza rispettare le regole. Ma questo farà bene alla concorrenza? In base ai nuovi parametri Istat (come chiesto dall’Europa), anche droga e corruzione rientrano tra gli indici della ricchezza prodotta, chiarendo – una volta per tutte – che cosa si intende per “lordo”.

L’Agenda Giavazzi è sparita come quella di Borsellino. Stessa sorte per i tagli alla PA pianificati già da Padoa Schioppa e che erano rientrati a turno nel dossier di Giarda e di Cottarelli.


#XMAS You don’t need Business Intelligence to be good
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Il 31 dicembre si chiude il semestre italiano alla Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. A giugno, il commissario europeo all’Agenda digitale, Neelie Kroes, aveva detto di confidare nella guida italiana «per portare a termine il lavoro svolto». Chissà se è ancora della stessa opinione.

Il superamento dell’articolo 18 e il contratto unico non creeranno nuovi posti di lavoro, se non si tagliano le tasse sugli utili delle imprese. Senza risolvere i nodi che frenano l’economia (riforme rimandate, burocrazia lenta, fisco complicato, ritardi della giustizia, legalità, carenze delle infrastrutture) le imprese non possono fare miracoli. Ma a Natale possiamo sempre permetterci il lusso di credere ai miracoli.

DATA #XMAS

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Anti-Nobel, l’Italia premiata due volte per le ricerche più assurde https://www.datamanager.it/2014/09/anti-nobel-litalia-premiata-per-ricerche-assurde/ Fri, 19 Sep 2014 13:03:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61230 L’anti-Nobel, ovvero la rassegna delle ricerche più inutili e assurde, ha visto l’Italia aggiudicarsi ben due premi nell’edizione del 2014: i “riconoscimenti” vanno all’Istat e al Policlinico dell’Università di Bari In questa singolare competizione a colpi di stranezze nell’ambito della ricerca (il cosiddetto Ig Nobel) si è distinto l’Istituto nazionale di statistica per aver incluso […]

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L’anti-Nobel, ovvero la rassegna delle ricerche più inutili e assurde, ha visto l’Italia aggiudicarsi ben due premi nell’edizione del 2014: i “riconoscimenti” vanno all’Istat e al Policlinico dell’Università di Bari

In questa singolare competizione a colpi di stranezze nell’ambito della ricerca (il cosiddetto Ig Nobel) si è distinto l’Istituto nazionale di statistica per aver incluso nel calcolo del Pil i proventi ricavati dall’economia illegale come prostituzione, droghe e contrabbando, stimati 200 miliardi di euro.

Droga e prostituzione incluse nel Pil

Si tratta di una misura in realtà adottata a livello europeo, anzi, come aveva a suo tempo spiegato Emer Traynor, portavoce del commissario Ue al fisco, attività illegali come prostituzione e traffico di droga «già facevano parte del calcolo del Pil da decenni, sia a livello Ue che internazionale», ciò che è cambiato in Europa dal 1° settembre è che è stato «armonizzato» il calcolo e la definizione delle attività illegali.

Il dolore davanti a un’opera brutta

Ma cosa ha fatto il Policlinico dell’Università di Bari per meritarsi questo riconoscimento non proprio gratificante? Marina De Tommaso e la sua équipe hanno condotto uno studio sul dolore che si avverte mentre si guarda un’opera d’arte brutta. L’entità dello stato d’animo è stata misurata sui volontari con un laser e la ricerca è stata pubblicata dalla rivista Consciousness and Cognition. La dottoressa De Tommaso ha incassato con ironia e alla cerimonia di premiazione ha tenuto un discorso sull’effetto antidolorifico che può avere guardare un’opera d’arte: «Botticelli è ottimo per combattere il mal di denti».

L’attrito delle bucce di banana

Premio per il giapponese Kiyoshi Mabuchi della Kitasato University di Tokyo per uno studio di fisica sull’attrito delle bucce di banana con le suole delle scarpe. Se da sempre lo scivolone per antonomasia avviene su una buccia di banana, forse non tutti sanno le ragioni scientifiche per cui le bucce di mela sono meno scivolose.

Perché qualcuno vede la Madonna sulle fette di pane

Al neuroscienziato cinese Jiangang Liu dell’Università Jiaotong di Pechino il premio per l’indagine sul cervello delle persone colpite da pareidolia, tra cui gli individui che credono di vedere la figura della Madonna, di Cristo o altre divinità  su muri, nuvole o fette di pane.

Potenziali psicopatici

In ambito psicologico vince la ricerca di Peter Jonason(University of Western Sydney), che stabilisce che chi va a letto tardi la sera, ha più possibilità di diventare psicopatico di coloro che si svegliano presto al mattino.

Depressione, occhio al morso del gatto

Lo studio di David Hanauer dell’Università del Michigan ha meritato il premio per la salute pubblica pubblicata nientemeno che sulla prestigiosa PlosOne, per aver dimostrato che i proprietari di gatti che mordono sono a rischio di sviluppare depressione.

I cani fanno la cacca allineati al campo magnetico

Anche i cani non potevano mancare in questa rassegna dell’assurdo: premio per la biologia a Vlastimil Hart dell’Università di Praga per lo studio sui migliori amici dell’uomo, che quando si accucciano per fare i loro bisogni si orientano in direzione nord-sud, secondo il campo magnetico terrestre.

Tapparsi le narici con la carne di maiale

Perché mai una persona dovrebbe farlo? Ian Humphreys di Michigan State University, al quale è stato assegnato il premio per la medicina, ha scoperto che questo è il modo migliore per arrestare il flusso di sangue dal naso in caso di sanguinamento.

Salsicce dalle feci di neonato

Il premio nutrizione a un gruppo di ricercatrici spagnole di Girona che hanno prodotto salsicce dai batteri delle feci dei neonati come catalizzatori probiotici. Momento di panico durante la premiazione quando i quattro Nobel (veri) presenti alla cerimonia sono stati invitati ad un assaggio delle salsicce.

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Global Connectivity Index https://www.datamanager.it/2014/09/global-connectivity-index/ Thu, 18 Sep 2014 09:15:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61089 Ecco come la connettività influisce sul PIL dei singoli Paesi; la Germania in testa alle classifiche Huawei ha presentato il Global Connectivity Index (GCI) in occasione del Huawei Cloud Congress 2014 (HCC). La ricerca, che ha coinvolto 25 Paesi in via di sviluppo ed emergenti (che rappresentano circa il 78% del PIL mondiale e il […]

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Ecco come la connettività influisce sul PIL dei singoli Paesi; la Germania in testa alle classifiche

Huawei ha presentato il Global Connectivity Index (GCI) in occasione del Huawei Cloud Congress 2014 (HCC). La ricerca, che ha coinvolto 25 Paesi in via di sviluppo ed emergenti (che rappresentano circa il 78% del PIL mondiale e il 68% della popolazione) e 10 settori, rappresenta la prima valutazione quantitativa e qualitativa sulla connettività sia secondo la prospettiva nazionale che settoriale. Il Huawei Cloud Congress tenutosi a Shanghai riunisce clienti, partner e professionisti dell’ICT con l’obiettivo di condividere conoscenze e promuovere il dialogo sulle tendenze del settore e sulle tecnologie di ultima generazione.

Nel corso del Huawei Cloud Congress 2014, William Xu, Chief Strategy e Marketing Officer di Huawei, ha commentato: “Focalizzandosi sulla Pipe Strategy, Huawei ha continuato a dedicarsi al miglioramento della connettività e della comunicazione a livello globale. Ad oggi, le nostre soluzioni consentono a circa un terzo della popolazione mondiale di comunicare. La vasta esperienza che abbiamo maturato ci permette di affrontare le tematiche relative allo sviluppo della connettività in modo scientifico, completo e obiettivo”.

Lo studio ha preso in esame sia aziende di Paesi emergenti sia di quelli già sviluppati che hanno fornito dati relativi a 10 settori di primaria importanza tra i quali finanza, manifatturiero, istruzione, trasporti e logistica, e mostrato interessanti trend di mercato.

La connettività dei singoli Paesi influisce sul PIL

Il rapporto ha rilevato come la connettività dei singoli Paesi sia strettamente legata al loro PIL. Infatti, i 16 indici esaminati dimostrano che per ogni punto percentuale di crescita del Global Connettivity Index si evidenzia un aumento del PIL pro capite che varia dal 1,4 al 1,9%, dato che diventa leggermente più alto nei Paesi emergenti. Tra le nazioni esaminate, la Germania si è classificata al primo posto grazie al suo forte impegno nella ricerca e ai continui investimenti per lo sviluppo di tecnologie ICT, confermando di essere un mercato competitivo e vita. La ricerca ha anche rivelato come i Paesi in via di sviluppo stiano accelerando la loro crescita grazie a investimenti strategici in ICT. Ad esempio nazioni come il Cile, il Kenya e l’Egitto hanno fatto registrare i valori di crescita più elevati. Il potenziale della connettività può essere pienamente sfruttato attraverso una pianificazione strategica e le capacità ICT possono rappresentare un vero e proprio impulso per la crescita economica delle nazioni.

Huawei prevede che saranno stabilite oltre 100 miliardi di connessioni a livello globale entro il 2025, il 90% delle quali attraverso sensori intelligenti. Questo aumento sarà possibile principalmente grazie a quelle imprese che stanno implementando o implementeranno in futuro le connessioni di rete. Sfruttando la connettività per semplificare i processi aziendali, ridurre i costi e migliorare l’efficienza, le società potranno guidare l’innovazione e spostare l’attenzione da una rete prettamente orientata al consumer verso un web più attento all’industria.

Quali aziende investono in ICT

Il rapporto ha inoltre evidenziato come le diverse tipologie di imprese investono e traggono vantaggi dall’ICT; lo scopo era comprendere le ragioni che portano alcuni settori ad avviare una trasformazione digitale a differenza di altri settori che non intraprendono quella strada. In questo processo, la ricerca ha suddiviso le società in quattro categorie distinte: “innovatori”, “strateghi”, “tattici” e “ritardatari”. Si considerano innovatrici le società che sfruttano l’ICT come motore fondamentale per la trasformazione del business e investono costantemente in maniera proattiva, rimodellando di volta in volta i modelli di business. Settori come finanza, istruzione, petrolifero e manifatturiero dimostrano come l’ICT sia in grado di trasformare le aziende. Il 71% delle società finanziarie ha confermato che i propri investimenti ICT aumenteranno di oltre il 5% nel corso dei prossimi due anni, il dato più alto riscontrato in termini di sviluppo. In generale, secondo il Global Connectivity Index, il 65% del campione esaminato prevede di aumentare gli investimenti ICT nel corso dei prossimi due anni.

La banda larga mobile, il cloud computing, i Big Data e l’Internet of Things (IoT) sono i quattro motori tecnologici e la maggior parte delle imprese si sta focalizzando su queste aree di sviluppo. Huawei prevede che entro il 2020 la spesa globale dell’ICT aumenterà di circa 5 trilioni di dollari. Oggi le tecnologie ICT basate sulla connettività sono utilizzate come importante sistema di supporto, ma questo ruolo tradizionale sta velocemente cambiando e l’ICT sarà sempre più integrato con i sistemi di produzione per generare valore. La connettività è diventata un nuovo fattore di produzione che va ad aggiungersi al territorio, al lavoro, ai capitali e alla tecnologia.

William Xu ha concluso:  “Crediamo che il Global Connectivity Index offrirà uno spunto di riflessione per futuri investimenti in ICT nei vari settori e Paesi, ma, cosa ben più importante, siamo convinti che sarà un importante riferimento per i responsabili delle politiche del settore e i leader aziendali. Huawei continuerà a lavorare a stretto contatto con i partner del settore per facilitare i collegamenti tra persone, tra persone e dispositivi e tra dispositivi stessi, per creare un mondo migliore interamente connesso”.

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Chi è in cima alla piramide? https://www.datamanager.it/2014/09/in-cima-piramide/ Wed, 17 Sep 2014 07:01:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60006 Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile. Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti […]

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Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile.

Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti potranno limitarsi a studiarne la prima metà e potranno omettere parecchie tabelle. Contiene poca ma essenziale matematica. L’argomento centrale è l’ineguaglianza che diventa sempre più forte: gli straricchi stanno diventando sempre più ricchi.
Thomas Piketty nel suo libro analizza grandi moli di dati raccolte in un decennio. Considera il rischio che l’ineguaglianza eccessiva porti a instabilità politica e a reazioni turbolente.

CAPITALE E REDDITO NELLE MANI DI POCHI? – Negli USA fino al 1940, il 10% della popolazione riceveva il 45% dei redditi totali; poi per quaranta anni, questa percentuale è scesa al 33% e dal 1980 è risalita al 48%. In Europa e negli Stati Uniti d’America fino al 1930, il 10% della popolazione deteneva oltre l’80% della ricchezza. Poi a causa di tasse, inflazione, fallimenti, avvento del welfare state, la percentuale è scesa al 60%. Negli ultimi quaranta anni sta risalendo. Sappiamo bene che i redditi da lavoro, come la ricchezza, sono distribuiti in modo da seguire la legge di Pareto, dunque, con differenziali marcati ai livelli più alti. Questi, però, da anni crescono oltre ogni limite per i grandi capi azienda che fissano i propri livelli di retribuzione e i paracadute d’oro previsti per il trattamento di fine rapporto.

RICERCA E SVILUPPO – Piketty nota che anche la ricerca e lo sviluppo implicano la formazione e l’addestramento di esperti abili nell’uso di sofisticati strumenti di alta tecnologia. Queste alte prestazioni sono compensate a livelli più alti, il che contribuisce alla ineguaglianza. Qui bisogna aggiungere, però, che i Paesi e le industrie che investono di più in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e istruzione avanzata, generano più brevetti e prodotti ad alto valore aggiunto. In conseguenza contribuiscono a far crescere il PIL e a ridurre l’ineguaglianza.
Chris Giles (su Financial Times del 23/5/14) ha negato che dopo il 1980 l’ineguaglianza economica sia cresciuta e che negli USA sia più marcata che in Europa. In particolare, ha sostenuto che nel Regno Unito nel 2010 il 10% dei cittadini deteneva il 44% della ricchezza totale e non il 70% come scritto da Piketty. Paul Krugman (Nobel per l’Economia) documenta da decenni che i ricchi USA diventano più ricchi anche per i tagli alle loro tasse dall’era Reagan. Io ho trovato lo studio “UK Personal Wealth Statistics” pubblicato il 28/9/2012 da HM Revenue & Customs, che riporta in 60% la percentuale della ricchezza detenuta dal 10% degli inglesi top. Il valore vero appare incerto, ma la stima di Piketty è più vicina a quella ufficiale.

L’INEGUAGLIANZA CRESCE – Appare ovvio alla luce del senso comune (Piketty lo documenta in base a dati storici abbondanti) che un tasso di rendita del capitale molto più alto di quello della crescita economica causa ineguaglianza crescente. Questa si manifesta con la concentrazione fra pochi cittadini della ricchezza e dei redditi da capitale. Il processo è tanto più veloce quanto più il tasso di rendita supera quello della crescita del reddito nazionale. Il fenomeno potrebbe essere frenato da una forte crescita demografica ed economica – oggi improbabile. L’alternativa proposta da Piketty è l’adozione di consistenti tasse patrimoniali globali. Sono processi economici complicati. Le statistiche sono spesso incomplete e contraddittorie specie sui redditi più alti. Tutti i commentatori riconoscono che Piketty ha fatto un lavoro enorme per migliorarle. Si usano, però, strumenti e procedure di analisi di tipi diversi. La conclusione dell’autore di intervenire con imposte ai più ricchi e ai lavoratori con retribuzioni più alte non è gradita ai plutocrati, né agli economisti di destra. La discussione diventa politica.

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WWF: “Nel PIL va inserita anche la natura” https://www.datamanager.it/2014/09/wwf-nel-pil-inserita-natura/ Thu, 11 Sep 2014 10:09:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60637 Il direttore scientifico di WWF Italia, Gianfranco Bologna, propone di contabilizzare il valore della natura e di inserirlo nel PIL nazionale La biodiversità è una ricchezza economica che va considerata. Questa è l’idea dietro la proposta del direttore scientifico di WWF Italia, Gianfranco Bologna, di inserire nel PIL anche le risorse naturali. L’esperto dell’associazione pro-ambiente, che […]

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Il direttore scientifico di WWF Italia, Gianfranco Bologna, propone di contabilizzare il valore della natura e di inserirlo nel PIL nazionale

La biodiversità è una ricchezza economica che va considerata. Questa è l’idea dietro la proposta del direttore scientifico di WWF Italia, Gianfranco Bologna, di inserire nel PIL anche le risorse naturali. L’esperto dell’associazione pro-ambiente, che ha unito i propri sforzi con Amazon per proteggere l’Amazzonia, sottolinea come sia necessario trovare nuovi indicatori del benessere di un Paese e una natura sana e diversificata non può non essere considerata tra questi.

[blockquote style=”4″]”E’ ormai necessario andare oltre il PIL non arricchirlo invece inserendo attività che palesemente non dimostrano certo il benessere di una nazione.  – ha spiegato Bologna  – Quello che andrebbe fatto, invece, è dare finalmente “valore” alla natura, alla straordinaria ricchezza che ci garantisce il vero benessere”.[/blockquote]

“La natura è una risorsa che va preservata e contabilizzata”

Il direttore scientifico del WWF si chiede come è possibile che eccessiva urbanizzazione, perdita del suolo e inquinamento ambientale non siano considerati come fattori che influiscono in negativo sul benessere del Paese. “Illegalità non è benessere, piuttosto,  contabilizzare e preservare il capitale naturale ci consentirebbe di andare addirittura oltre il Pil”, sottolinea Bologna. In Italia gli spazi verdi nelle città hanno una densità inferiore a molti Paesi europei e studi recenti hanno dimostrato che lo stato di salute dei nostri mari e spiagge non è dei migliori. Inoltre, diverse ricerche portate avanti da studi specializzati hanno messo in luce che un terzo della biodiversità del Belpaese, che è una delle più ricche d’Europa, è a rischio estinzione.

Infine l’esperto ha dimostrato che nel resto del mondo il dibattito sul nuovo paradigma che vede la natura come una risorsa economica primaria è già in atto. Il programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep), ad esempio, stima che costo annuale del degrado ambientale causato dall’uomo è stato pari all’11% del PIL globale nel 2008, Entro il 2015 la percentuale potrebbe salire fino al 18%.

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La Cina supera gli USA, è la prima economia al mondo https://www.datamanager.it/news/la-cina-supera-gli-usa-la-prima-economia-al-mondo-55996.html Wed, 30 Apr 2014 17:00:10 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/la-cina-supera-gli-usa-e-la-prima-economia-al-mondo/ Dalle ultime stime sul PIL la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti come prima economia mondiale già nel 2014 Gli Stati Uniti potrebbero perdere lo status di prima superpotenza mondiale che dura ininterrotto dal 1872. La Cina, che ha già superato gli USA per numero di device mobili, sta per rubargli lo scettro già da […]

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Dalle ultime stime sul PIL la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti come prima economia mondiale già nel 2014

Gli Stati Uniti potrebbero perdere lo status di prima superpotenza mondiale che dura ininterrotto dal 1872. La Cina, che ha già superato gli USA per numero di device mobili, sta per rubargli lo scettro già da quest’anno. A dirlo sono le stime della Banca Mondiale sulla crescita del PIL del Paese asiatico, che ha creato un proprio sistema operativo di Stato.

Il nuovo podio delle economie mondiali: Cina, USA, India

Nel 2011 la Banca Mondiale ha redatto un nuovo International Comparison Program, un report sulla ricchezza di 199 Paesi che tiene conto del potere d’acquisto reale epurato di variabili volatili come il tasso di cambio. Tre anni fa il PIL della Cina rappresentava l’87% di quello statunitense, segnando un +100% rispetto all’ultima rivelazione avvenuta nel 2005. Considerando che il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che tra il 2001 e il 2014 il PIL cinese è cresciuto del 24%, mentre quello USA solo del 7,6%, è presto detto che Pechino sarà già da quest’anno la prima economia al mondo. L’India, che a novembre 2013 ha dato il via alla sua prima missione spaziale verso Marte, si piazza in terza posizione.

Gli esperti avevano previsto che il sorpasso non sarebbe avvenuto prima del 2019.

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NO SIGN – 2014 – Di che cosa le imprese ICT non vorrebbero più sentire parlare? https://www.datamanager.it/rivista/no-sign-2014-di-che-cosa-le-imprese-ict-non-vorrebbero-pi-sentire-parlare-53813.html Thu, 20 Feb 2014 10:36:02 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/no-sign-2014-di-che-cosa-le-imprese-ict-non-vorrebbero-piu-sentire-parlare/ Telecoms + IT + Media + Entertainment = TIME. “Time for change”. È questa la formula che i CEO, i presidenti, gli amministratori delegati, i country manager, i direttori generali delle più importanti imprese ICT vorrebbero vedere mettere in pratica per costruire insieme alla politica e alla società civile un nuovo futuro di crescita per […]

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Telecoms + IT + Media + Entertainment = TIME. “Time for change”. È questa la formula che i CEO, i presidenti, gli amministratori delegati, i country manager, i direttori generali delle più importanti imprese ICT vorrebbero vedere mettere in pratica per costruire insieme alla politica e alla società civile un nuovo futuro di crescita per il Paese

Nella parte finale delle Città invisibili di Italo Calvino si legge: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continuo: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Dal dopoguerra a oggi, abbiamo imparato a costruire e a distruggere. Abbiamo conosciuto il miracolo economico, fatto la rivoluzione dei costumi, quella della comunicazione, siamo diventati elettori in trincea, agitando vessilli e poi consumatori in poltrona, agitando il telecomando. Possiamo costruire una civiltà ragionevole delle riforme, con parole diverse. Istruzione, lavoro, laboratorio, ricerca, coraggio, cambiamento lento, ma profondo. Ecco: un ottimismo ragionevole. Non ci sono ricette veloci. Se non affrontiamo il problema della produttività e della domanda, nessuna normativa del lavoro potrà funzionare. La flessibilità da sola non produce occupazione. Sul banco degli imputati, c’è spazio per molti colpevoli: gli imprenditori quando sono più uomini d’affari che uomini di impresa, capaci di portare innovazione e sviluppo; i sindacati spesso fermi al secolo scorso; il fisco che trasforma i cittadini in sudditi con tasse e balzelli esosi e pasticciati; la burocrazia sempre più intricata e costosa; l’Unione europea che con regole poco realistiche imposta come criterio di fondo la stabilità, ma non la crescita.

L’Italia che può farcela

Basta parlare di crisi come di un destino ineluttabile al quale non è possibile opporsi. Basta arrendersi senza aver provato a cambiare prima noi stessi. Basta parlare di Agenda Digitale e di start-up come uno slogan. Basta parlare di sicurezza fine a se stessa. Basta con i progetti buoni sulla carta, ma che riservano sorprese al momento dell’implementazione e del roll-out. Basta con lo spreco di tempo e di risorse. Basta credere che l’innovazione sia solo un modo per tagliare i costi, senza capire che l’innovazione è il motore della crescita e della competività. Basta parlare di spending review per giustificare il perdurare dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Basta credere che la tecnologia da sola possa risolvere i problemi delle imprese. Basta scuse per rimandare ancora il processo di digitalizzazione del Paese. Basta con la contrapposizione ideologica tra imprese e sindacati in nome della difesa del lavoro. Basta parlare di innovazione, se non pensiamo al potenziale delle future generazioni. Basta con i tavoli, rapporti e commissioni. Basta con le promesse che non si trasformano in fatti. Basta con la rassegnazione al declino e alla sofferenza. Basta guardare il mezzo bicchiere vuoto. Bisogna invece rimboccarsi le maniche e mettere al centro del dibattito politico la riforma del lavoro, gli investimenti nelle infrastrutture tecnologiche, il talento delle persone, la creatività che sta alla base dell’imprenditorialità e la cultura che fa crescere l’occupazione, per tornare a parlare di giovani e futuro: un connubio imprescindibile affinché l’Italia torni a essere un Paese capace di offrire prospettive e opportunità. È con questo spirito che le imprese ICT guardano avanti, andando oltre le cifre e le previsioni degli analisti per il settore.

L’anno delle scelte

Il 2014 si apre come l’anno delle scelte che cambieranno il futuro, a cominciare dalle elezioni per eleggere il Parlamento europeo, che decideranno se vogliamo un’Europa più aperta, solidale, capace di guardare alle radici della cultura sociale d’impresa oppure chiusa, egoista, capace di accogliere i capitali, ma non le persone. Gli Stati Uniti d’Europa sono la grande opportunità di portare a termine il grande progetto di trasformare l’Europa della moneta nell’Europa dei popoli. Intanto, secondo i dati Istat, l’industria italiana rialza la testa e dopo quasi due anni torna a crescere. Ma il rischio è una ripresa senza lavoro. Ed è questa l’altra faccia dell’innovazione tecnologica con cui il Paese – che negli ultimi venti anni ha sistematicamente tagliato in modo lineare i fondi per l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo – deve fare i conti. La recessione dalla quale l’Italia sta uscendo molto a fatica è stata pesantissima e non ha risparmiato nessuno. Nessun settore produttivo è rimasto indenne, dal Nord al Sud. Un quarto della produzione industriale è andata in fumo. Le vendite al dettaglio sono ai livelli del 2005. I prestiti alle imprese hanno subito un calo record.

Fragile Italia

Secondo le stime contenute nel rapporto “Global Employment Trends 2014» dell’International Labour Organization, il tasso di disoccupazione in Italia stimato al 12,2% nel 2013 è destinato a salire ancora nei prossimi anni, attestandosi al 12,6% nel 2014 per poi arrivare al 12,7% nel 2015. La crisi dell’economia italiana ha radici lontane. Non è solo il risultato delle sofferenze degli ultimi cinque anni, ma anche l’effetto dell’azzeramento graduale della capacità complessiva dell’economia italiana di crescere in modo duraturo. Uscire da questa situazione e ritrovare la strada della crescita è ormai la priorità assoluta per l’Italia. E mentre il Paese è distratto da cose di poco conto, il debito pubblico ha toccato il nuovo record, sfondando quota 2.104 miliardi. Rispetto al resto dell’Europa, il PIL italiano resta più lento e basso secondo il Centro studi Confidustria. Il PIL italiano – si legge nel rapporto di viale dell’Astronomia – è diminuito del 9,1% rispetto al picco pre-crisi toccato nel 2007. A preoccupare sono la rincorsa senza fiato della ripresa, la revisione della spesa da revisionare e le riforme da riformare. Secondo il Centro studi degli industriali, «metà di questa riduzione non verrà recuperata prima del 2019. Per l’altra metà, la perdita sarà ancora più duratura. La profonda e lunga recessione ha intaccato nettamente il potenziale di crescita, abbassandolo dall’1,1% a meno di mezzo punto percentuale nel medio termine». Dopo la batosta – secondo Confidustria – l’Italia ha minore capacità di recuperare ciò che ha perso negli anni. Ma non è solo la ricchezza perduta a preoccupare. Ci sono anche la mancanza di coesione sociale e l’illegalità diffusa che pesano al pari del gap infrastrutturale. La legalità è come una catena che tiene insieme economia e sviluppo. Tutti facciamo parte di questa catena. Basta che un solo anello sia debole per mettere a rischio il sistema. L’illegalità ruba il lavoro ai giovani, altera la libera competizione tre le imprese. I comportamenti e le singole pratiche fanno la differenza. Questa è l’unica rivoluzione possibile, per un Paese che si gioca il futuro.

Troppi processi

In Italia, la durata media dei processi civili ammonta a circa tre anni. In ragione di questo record negativo, l’Italia è collocata al 157esimo posto su 183 nazioni nella graduatoria annuale della Banca Mondiale e rappresenta il fanalino di coda dei paesi dell’OCSE. L’Italia possiede il primato per i tempi più lunghi delle cause civili e i costi più elevati. La Commissione Europea e il Consiglio hanno evidenziato la necessità che l’Italia adotti misure volte a ridurre la durata delle procedure di applicazione del diritto contrattuale, la cui eccessiva lunghezza rappresenta uno dei profili di debolezza del nostro contesto imprenditoriale. La concorrenza è un valore chiave di una buona cultura d’impresa. A patto che sia aperta, rispettosa delle regole, giocata secondo i principi costitutivi del buon mercato: la qualità, il miglior prezzo, il prodotto più innovativo, il servizio più efficiente. La questione della legalità diventa una questione di politica economica. La legalità è un asset fondamentale della competitività di un territorio, una leva essenziale dello sviluppo, non solo economico, ma anche sociale. L’inefficienza della giustizia civile, quale pilastro tra le istituzioni di un’economia di mercato – secondo Banca d’Italia – mette seriamente in discussione i diritti di proprietà, i contratti, la promozione della concorrenza.

Troppe tasse in Italia

Il Total tax rate (l’ammontare complessivo dei carichi fiscali e previdenziali sui redditi d’impresa) è al 65,8%, il maggiore d’Europa (in Germania è il 49,4%). E con un’economia sommersa pari al 21,6% del PIL, la pressone fiscale sui contribuenti onesti è del 56,2%. Non a torto, Confindustria sottolinea: evasione fiscale, pressione tributaria e normativa onerosa ipotecano la competitività delle imprese italiane. Un circolo vizioso contro lo sviluppo economico.

Il cambiamento

Le cifre ci dicono che la recessione è alle spalle, ma la crisi che ha bruciato posti di lavoro, competenze e ricchezza, bloccato il mercato interno per eccesso di austerità invece no. L’economia mondiale torna a crescere tra nuove contraddizioni. Il surplus manifatturiero ha superato i 110 miliardi (dati Eurostat), ma l’industria non può vivere solo di export. C’è bisogno di un salto di qualità e anche di un salto di civiltà. Tutti parlano di competitività, ma spesso ignorano il senso profondo di questa parola, che non indica un punto in più nel bilancio, ma rappresenta una sorta di imperativo morale, significa puntare all’eccellenza, essere migliori, come manager, come padri di famiglia e come uomini. Oggi, esistono solo due mercati: quello del prezzo più basso e quello della differenziazione. E quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre imprese e organizzazioni?
“R-innovare” significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Nulla costa caro più della rigidità. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. Bisogna lavorare in modo più intelligente. La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste.
Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

ADP Italia – Antonia Figini, general manager

«Ci ho pensato a lungo e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: “Non voglio più sentir parlare di crisi”. Poi, ripensandoci, mi sono detta che non è vero, quello che non vorrei più sentire è: “Non riusciamo a farlo per colpa della crisi”. Non sempre la crisi economica è di per sé un elemento negativo; spesso può rappresentare un’opportunità, per l’azienda stessa, può essere utilizzata per accelerare l’adozione di nuove strategie, spingendo così al cambiamento la propria organizzazione. Al verificarsi di una situazione di necessità, si avverte spesso il bisogno di cambiare, di adeguarsi a nuove modalità operative e gestionali ripensando alla propria strategia di business e velocizzando i processi di adozione che erano stati definiti a priori. L’avvento di una crisi economica come l’attuale è una situazione indipendente dalla volontà delle persone, difficile da controllare, ma che può avere un impatto profondamente negativo sul business. Come azienda, quindi, devo provare a sfruttare il momento per trasformarlo in un vantaggio competitivo, sostenendo il cambiamento e la dinamicità, esigenze costanti di qualsiasi organizzazione. Se guardo la situazione anche da un punto di vista esterno, in qualità di fornitore di servizi, l’obiettivo attuale è supportare al meglio i nostri clienti per consentire loro di perseguire le strategie aziendali e aiutarli a portare all’interno della loro organizzazione quella dinamicità e quell’innovazione necessarie per rimanere competitivi in un contesto economico incerto. Ecco perché, sia in qualità di responsabile di un’azienda sia di fornitore di servizi, oggi non posso più accettare che ci si arrenda alla crisi e che si attribuiscano ad essa molte cause che invece possono essere contrastate».

BT Italia – Gianluca Cimini, AD

«Non vorrei più sentir parlare in modo scomposto di Agenda Digitale, dove l’agenda è più dettata da esigenze contingenti, slogan e mode del momento, piuttosto che da una chiara visione architetturale dell’Italia che vogliamo e che vorremo. Solo se partiremo da un disegno chiaro del Sistema Paese, riusciremo da un lato a semplificare l’eccessiva burocrazia e ridurre le enormi sacche di inefficienza attuali, dall’altro a valorizzare risorse e progetti strategici, come l’Agenda Digitale, per cui sarebbe opportuno un patto tra PA e aziende ICT per mettere a fattor comune e sfruttare competenze e soluzioni innovative già peraltro esistenti, senza ulteriori aggravi alle risorse pubbliche e insostenibili ritardi».

CA Technologies Italia – Fabio Fregi, AD

«Vorrei non sentire più parlare di efficienza e riduzione dei costi di produzione come unico beneficio derivante dall’innovazione. Sradicare questo concetto aiuterebbe a creare una nuova percezione del valore che le aziende italiane possono e devono coltivare, un valore che giustifichi i costi di una produzione locale. Finalmente si parlerebbe di innovazione quale unica via per raggiungere gli obiettivi di crescita e competitività nel nostro Paese, sostituendo il modello Innovazione = riduzione di costi con la formula Innovazione = competitività + crescita».

CBT – Paolo Angelucci, presidente e CEO

«Basta parlare della spending review per giustificare il perdurare dell’inefficienza della pubblica amministrazione nella gestione delle pratiche. I nuovi paradigmi di WebRainbow, l’offerta EIM anche in cloud di CBT, consentono a un ente pubblico, come avvenuto con quelli che già lo usano, di ottenere in tempi brevi e senza investimenti iniziali un moderno sistema di Enterprise Information Management – modulare, interoperabile e aperto. Non investimenti, ma la volontà degli amministratori di operare nell’interesse dei cittadini, perseguendo l’innovazione di processo».

Check Point – Rodolfo Falcone, country manager

«Anche in tema di sicurezza, i responsabili aziendali non vogliono più sentir parlare di sola tecnologia. Come in ogni altro ambito delle loro attività, sono i processi e l’organizzazione a fare la differenza. E ogni aspetto tecnologico deve essere inserito in un quadro più ampio, che preveda organizzazione e consulenza, oltre alla definizione e all’implementazione di policy. La tecnologia da sola non basta, ormai le aziende clienti l’hanno ben chiaro. Ogni giorno, ci chiedono più strategia e meno tecnologia, e questa è la sfida che noi dobbiamo accettare e vincere».

Cisco Italia – Agostino Santoni, AD

«Nel 2014, non vorrei più sentire nessuna azienda affermare che il digitale non è una priorità assoluta per il suo business. Ci stiamo muovendo verso un mondo sempre più interconnesso, nel quale la relazione fra oggetti, persone, processi, informazioni attraverso le piattaforme digitali è il perno dell’innovazione produttiva, dell’efficienza operativa, e una grande opportunità di guadagno in termini di riduzione dei costi, di incremento di produttività, di sfruttamento più efficace dei propri asset. L’investimento nel comprendere cosa può fare la tecnologia per il proprio business, e nell’adottarla, è essenziale per affrontare con gli strumenti adatti il futuro e lo scenario competitivo globale».

EMC Italia – Marco Fanizzi, AD e direttore generale

«Il 2014 sarà un anno di importanza vitale per il mondo dell’ICT italiano. Sarà l’anno in cui non ci saranno più scuse per avviare concretamente il processo di digitalizzazione del Paese. Il 2014 dovrà essere per forza di cose un momento storico di cambiamento, perché il tempo sta scadendo e bisogna riportare l’Italia sul sentiero della crescita economica, incrementando la competitività del sistema pubblico e produttivo. Quindi, nel 2014 personalmente non vorrei più sentire parlare di “scuse” o “impedimenti” al cambiamento. Le scuse generano incertezza e rallentano lo sviluppo di un disegno strategico chiaro, che permetta di oltrepassare – una volta per tutte – i timori sul tema dell’ICT. Timori che in passato hanno negativamente influenzato il processo d’innovazione dell’Italia, facendoci accumulare un ritardo del tutto inopportuno per una delle potenze economiche più rilevanti dell’Europa».

Exprivia – Domenico Favuzzi, presidente e AD

«Nel 2014, non vorrei più sentire parlare di aumento della spesa pubblica per servizi che il mercato offre in maniera più efficace e competitiva; non vorrei più sentire parlare di “no” – senza appello –  agli investimenti in infrastrutture per presunti danni ambientali, quando intere aree del Mezzogiorno sono ancora con reti ferroviarie a un solo binario; non vorrei più sentir parlare di crescita e sviluppo delle imprese e del manifatturiero senza un piano di digitalizzazione delle imprese e della manifattura; non vorrei più sentire parlare di contrapposizione tra imprese e sindacati in nome della difesa del lavoro, ma di difesa e rafforzamento del ruolo di sindacati e imprese nella difesa del lavoro».

Fujitsu Italia – Federico Francini, presidente e AD

«Nel 2014, non vorrei più sentire promesse legate all’Agenda Digitale. In questi due anni, si è parlato troppo – e spesso in modo sterile – delle iniziative e dei benefici derivanti dal processo innovativo che dovrebbe traghettare l’Italia verso l’era digitale tanto auspicata. Basta con le promesse, è giunto il momento di passare ai fatti. Sarebbe opportuno che nel 2014 ci si riferisse all’Agenda Digitale con dei risultati apprezzabili e misurabili. Solo in questo modo, si potrà dare un segnale forte di cambiamento, creando i presupposti per la ripresa tramite crescita sostenibile e innovazione».

HP Italia – Stefano Venturi, AD

«Parlando di Agenda Digitale mi piacerebbe che nel 2014 non si pensasse più di poter trasformare digitalmente il Sistema Paese senza partire da infrastrutture aperte, mobili e open standard. In quest’ottica, è fondamentale uno sforzo congiunto per favorire una concreta partnership tra pubblico e privato intorno ad alcuni progetti strategici con l’obiettivo comune di realizzare un’Agenda Digitale di qualità.
Inoltre, credo che sia altrettanto importante smettere di considerare l’Agenda Digitale come un tema per addetti ai lavori. Bisogna invece agire per ridurre il digital divide del nostro Paese e favorire la diffusione di una cultura digitale tra cittadini, imprenditori e dirigenti pubblici. Ne è un esempio concreto “Go On Italia” di cui HP è partner, un’iniziativa partita dal Friuli Venezia Giulia per diffondere Internet e la formazione digitale nelle scuole, PMI, pubbliche amministrazioni e sugli utenti over 50».

IBM – Nicola Ciniero, presidente e AD

«Vorrei non sentire più parlare di un Paese condannato al declino e alla sofferenza. Mi piacerebbe invece che si discutesse di opportunità da cogliere e di eccellenze da valorizzare, e che parole come innovazione ed economia digitale diventassero il leit motiv degli anni a venire».

Inaz – Linda Gilli, presidente e AD

«Credo che nel 2014 non si possa più parlare di “crisi”, parola ormai inadatta a descrivere uno scenario completamente trasformato, in cui le aziende affrontano un cambio di paradigma che investe tutto il modo di produrre, stare sul mercato, organizzarsi e lavorare. Invece, vorrei sentir parlare di vera riforma del lavoro, di crescita dell’economia reale, di cultura che fa crescere l’occupazione giovanile e la flessibilità».

Kaspersky Lab Italia – Aldo del Bò, managing director

«Non vorremmo più sentir parlare di crisi. La tecnologia – ne sono e ne siamo convinti – così come Internet e tutto il mondo che ruota intorno, possono davvero rappresentare una grande opportunità per generare nuova occupazione e spinte inaspettate a tutto il Sistema Paese. Per questo dico basta demagogia e invece sì alle nuove iniziative e alle start-up, come lo siamo stati noi, cinque anni fa in Italia».

Microsoft Italia – Carlo Purassanta, AD

«Vorrei che smettessimo di parlare del “mezzo bicchiere vuoto” e ci concentrassimo sulle opportunità da cogliere, in primis sul digitale, che crediamo debba giocare un ruolo fondamentale nel progetto di crescita del nostro Paese. Abbiamo bisogno di positività, di un’inversione di rotta, di concentrarci innanzitutto sul fare, di valorizzare i talenti e le idee migliori, ma anche di far circolare maggiormente quelle storie di aziende e persone che in Italia lavorano ogni giorno con passione e competenza e che dovrebbero ispirare tante altre aziende e persone a fare di più».

NetApp Italia – Bruna Bottesi, country manager

«NetApp si augura che il 2014 sia un anno di crescita e si auspica di non sentire più parlare di analisi che vedono l’Italia ultima per investimenti e imprenditorialità. Ci piacerebbe sentire parlare meno di crisi, di credit crunch, di recessione e di instabilità politica: ci piacerebbe invece sentire parlare sempre più di innovazione, proposte e azioni concrete per la realizzazione dell’Agenda Digitale sia nella pubblica amministrazione sia nelle imprese, per rilanciare la nostra economia e creare occupazione anche attraverso le opportunità che l’era digitale mette a disposizione e al contributo che le aziende tecnologiche possono offrire per affrontare concretamente questi temi».

Olivetti – Cinzia Sternini, AD

«Nel 2014, non vorrei più sentire parlare di decrescita. Le imprese in Italia hanno tutte le potenzialità per essere motori di innovazione, specie nel campo dell’ICT, infatti possono attingere a professionalità di livello e aggiungere il valore dell’Italian touch. Coniugando innovazione, tecnologia e competenze, possiamo e dobbiamo essere più forti sia in Italia sia all’estero. E allargando il pensiero al nostro Paese, mi augurerei che tutti parlassimo un po’ meno di baratro, di sfiducia nei confronti dell’Italia a saper trovare soluzioni, di irrimediabile assenza di valori. Il cambiamento parte da noi stessi».

Oracle Italia – Pierfrancesco Di Giuseppe, country leader

«Da troppo tempo, si parla di piani e iniziative per accelerare l’adozione di nuove tecnologie IT nelle aziende italiane e nella PA in particolare e di spostare gli investimenti pubblici su queste aree. Ecco, questo è un argomento di cui non vorrei più leggere – o meglio non vorrei più leggerne in termini prospettici. Il dibattito sull’Agenda Digitale pare finalmente entrato nella fase attuativa e nel 2014 mi piacerebbe cominciare a leggere i primi risultati. Così come mi piacerebbe leggere dei risultati ottenuti in seguito all’estensione della Legge Sabatini che prevede agevolazioni fiscali anche per gli investimenti sulle tecnologie digitali. In Oracle, siamo molto pragmatici e a ogni annuncio devono seguire delle realizzazioni, in tempi rapidi».

SAP Italia – Luisa Arienti, AD

«Basta parlare di innovazione, se non pensiamo al potenziale delle future generazioni. La Millennial Generation, nata intorno agli anni 90 con un dispositivo digitale in mano, rappresenta un motore chiave per l’innovazione. Entro il 2030, questa generazione abituata alla mobilità, a comunicare tramite i social, a gestire volumi elevati di informazioni con estrema facilità, rappresenterà il 75% della forza lavoro. Le aziende leader di domani saranno quelle in grado di attrarre e accogliere questi talenti, e che sapranno gestire persone dinamiche, flessibili e consapevoli che la tecnologia è in grado di sfumare i confini e rendere possibile ciò che oggi non è nemmeno immaginabile. Solo chi sarà in grado di offrire ai Millennials i migliori strumenti e ambienti tecnologici, dando loro il permesso di osare, riuscirà ad anticipare i trend di mercato e a raggiungere nuovi traguardi».

SAS Italia – Marco Icardi, AD

«Nel 2014, non desidererei più sentir parlare di crisi economica, sovrapposta a una progressiva perdita di competitività e produttività delle nostre imprese. Vorrei che si vivesse questa crisi come un’occasione di trasformazione e di rinascimento economico e culturale. Vorrei sentir parlare della capacità di competere con gli altri Paesi e contribuire attivamente alla crescita del Sistema Paese. E di innovazione, per essere sempre al passo con il profondo mutamento che sta affrontando lo scenario globale e che sta modificando il rapporto tra aziende e consumatori/clienti. Vorrei sentir parlare di giovani e futuro: connubio imprescindibile affinché l’Italia torni a essere un Paese capace di offrire prospettive e opportunità. E infine, ma non ultimo, di creatività, che sta alla base dell’imprenditorialità».

Trend Micro Italia – Gastone Nencini, country manager

«Non vorrei più sentir parlare di sicurezza fine a se stessa. Molte volte ci viene chiesto di intervenire per risolvere singole criticità, senza una progettualità che prenda in considerazione le caratteristiche generali dei sistemi. In questo modo, le aziende risolvono sì problemi estemporanei, ma senza ottenere alcun beneficio. Realizzando un progetto di sicurezza ad hoc che tenga conto di tutti gli aspetti e delle esigenze non solo del comparto IT, ma anche dell’azienda in termini di obiettivi di business, si crea al contrario un meccanismo virtuoso che permette di ottimizzare la sicurezza in tutti gli ambiti, siano essi più nascosti come quelli cloud o virtuali, o più alla portata di tutte le persone in azienda, come la consumerizzazione».

Veeam Software – Daniel Fried, EMEA managing director

«Da varie risposte e commenti che riceviamo dai dirigenti dei nostri clienti e potenziali clienti, possiamo riassumere tre messaggi principali: Non voglio essere disturbato da problemi tecnici, mi costano un sacco di tempo e manodopera; Quando acquisto nuove attrezzature informatiche, software, servizi, non voglio essere più sorpreso da tutti quei costi aggiuntivi che erano imprevisti o non chiari; Non voglio più avere fornitori che mi raccontano belle storie sul futuro, ho semplicemente bisogno di fatti e di innovazione. Il motivo è che ho bisogno del software che funziona. Voglio gestire le mie attività IT con nuove soluzioni per migliorare la qualità e il livello dei servizi ai miei clienti».

Zucchetti – Alessandro Zucchetti, presidente

«Personalmente, non vorrei più sentire parlare di un’Italia tecnologicamente arretrata, pertanto è necessario ridurre il gap informatico delle nostre aziende per recuperare competitività. Anche le imprese devono fare la loro parte: sono indispensabili investimenti in innovazione tecnologica per modernizzare i processi e per fornire soluzioni di qualità destinate non solo al mercato interno, ma anche a quello internazionale».

L'articolo NO SIGN – 2014 – Di che cosa le imprese ICT non vorrebbero più sentire parlare? proviene da Data Manager Online.

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