Solenica, alla ricerca del Sole perduto

Solenica, alla ricerca del Sole perduto
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Come trasformare una necessità personale in un brevetto dal valore universale. Grazie a Caia, la lampada-robot che porta il sole in casa, la giovane scienziata e imprenditrice Diva Tommei dà valore nuovo alle applicazioni IoT in ambito smart home

Unica italiana citata nel sito Eu Startups tra le startupper più promettenti d’Europa, questa giovane donna lascia La Sapienza, dove si laurea in Biotecnologie, per conseguire un dottorato di ricerca in Bioinformatica presso l’Università di Cambridge. Qui, si accorge di soffrire per la mancanza del sole. Scopre infatti che in questa cittadina inglese ci sono esattamente 800 ore di luce solare in meno all’anno rispetto a Roma. A poco a poco, Diva Tommei sviluppa un tipo di depressione stagionale, meglio nota con la sigla SAD (Seasonal Affective Disorder), causata proprio dalla carenza di luce naturale.

PIÙ LUCE

Ecco che, malgrado la luce sia poca, arriva l’illuminazione. Diva Tommei decide di scoprire un modo per portare la luce del sole all’interno del suo ufficio. Così vola in Florida per partecipare al programma sulle tecnologie esponenziali della Singularity University e riesce finalmente a trovare il giusto stimolo per sviluppare il suo progetto. È qui che viene a conoscenza dell’eliostato, un dispositivo in grado di seguire il percorso del Sole durante l’arco del giorno e di concentrare la luce solare in un punto fisso. «Nel primo prototipo realizzato – racconta Diva Tommei – il meccanismo che “insegue” il sole nel cielo si basa su un sistema di puntamento ottico. Funziona dappertutto e non ha bisogno di essere programmato». La giovane ricercatrice decide così di diventare un’imprenditrice a tutti gli effetti. E dopo quattro mesi, ritorna a Cambridge. Lì naturalmente inizia a passare tutto il suo tempo libero alla ricerca di soluzioni per portare la luce del sole nel suo ufficio. Compra una stampante 3D, la assembla e comincia a stampare quelli che diventeranno i primi prototipi dell’eliostato residenziale, che si chiamerà prima Lucy, come il nome della prima donna di cui sono stati ritrovati i resti, e poi Caia, come il nome della dea romana del focolare. Nel 2013, terminato il dottorato di ricerca, Diva Tommei torna a Roma, perché vuole capire se Caia può avere successo sul mercato internazionale. Quindi, raduna un team ristretto di amici e insieme si lanciano nella ricerca dei primi fondi necessari. Ma non ci vuole molto per capire che quell’ecosistema che stava cercando, fatto di cultura del rischio e cultura dell’innovazione legata ai giovani – in Italia – è ancora tutto da costruire. E così decide di cercare altrove i finanziamenti e il supporto necessario.

NON È L’IMPRESA MA L’IMPRENDITORE

Inizia così la sua avventura in California, a San Diego. «Partecipo a varie selezioni – racconta Diva Tommei – e la mia startup Solenica rientra tra le dieci startup selezionate a livello mondiale da Qualcomm-Techstars per il Robotics Accelerator Lab». Oltre al supporto operativo, Diva Tommei riesce a raccogliere il suo primo round di investimenti grazie ai business angel che offrono il “seed capital”. Nei quattro mesi a San Diego, il suo team lavora senza sosta, si espande, e riesce a perfezionare il primo prototipo del suo “inseguitore” solare. Ma la cosa più importante è la conferma dell’esistenza di un mercato: attraverso una campagna di marketing online, in sole quattro settimane e a costo zero, arrivano 65mila dollari in preordini. Ormai sembra fatta. I presupposti per tornare a Roma e avviare la seconda fase della startup, con l’entrata in produzione, ci sono tutti. «Purtroppo non è andata proprio così» – ammette Diva Tommei. «Il nostro obiettivo è quello di diventare una IoT company, ma il mondo là fuori non è ancora pronto per un concetto che sembra aver fatto il primo passo più lungo della gamba. L’IoT deve aggiungere un valore immediato». E così la giovane startupper non si perde d’animo e sfrutta gli ultimi fondi per promuovere una campagna di crowdfunding sul sito Indiegogo, raccogliendo mezzo milione di dollari. Diva Tommei ricorda che nei momenti di difficoltà trova ancora conforto nelle parole di Ryan Kuder, il responsabile dell’acceleratore di San Diego, dove Solenica ha mosso i suoi primissimi passi: «Le idee cambiano. I mercati nascono e muoiono. Il percorso di ogni startup è pieno di insidie e solo un team che è in grado di aggiustare il tiro può farcela: non abbiamo investito in Solenica, abbiamo investito su di voi».

IL FUTURO CHE CI CIRCONDA

Oggi, Solenica è una realtà ancora piccola, con poche persone basate a Roma, un team ingegneristico che lavora ad Atene (ma con l’obiettivo del ricongiungimento in Italia) e una capacità produttiva a cavallo tra California, per la qualità, e la Cina, inevitabile meta per chiunque decida di pensare in termini di alti volumi di output. Il messaggio più importante della ricercatrice e startupper è che un’impresa può avere successo o fallire, ma non la si può improvvisare. «I metodi di ricerca che ho appreso nella mia carriera accademica sono riuscita a portarli dentro la mia startup» – spiega Diva Tommei. «Finché le nostre realtà imprenditoriali non capiranno i processi di raccolta e validazione dei dati, non andranno da nessuna parte. Ci vuole scienza anche per fare marketing». Dopo aver inseguito il sole, quale sarà la prossima “preda” di Solenica? Ancora una volta, l’idea nasce dall’osservazione di qualcosa che manca. Per Caia, la motivazione iniziale è stata il buio, la scarsa illuminazione naturale delle austere stanze dell’antica università inglese. La risposta offerta da Solenica non è una vera e propria cura, sottolinea la sua fondatrice. «Ma alla base del prodotto ci sono precise osservazioni scientifiche sulla correlazione tra il tipo di illuminazione del paesaggio che ci circonda e i livelli di serotonina. La Mayo Clinic, per esempio, ha pubblicato uno studio che dimostra come un ambiente ricco di luce naturale può incidere sui tempi di recupero di un paziente ospedalizzato». La prossima ondata di prodotti Solenica partirà proprio da qui: dalla cattiva qualità dell’ambiente, fuori e dentro le nostre case. Diva Tommei sta già pensando a una famiglia di prodotti per bonificare gli ambienti interni sotto ogni aspetto: luce, acqua, aria, cibo. Prodotti che sono inseriti in un tipico contesto di IoT, all’interno della “connected home”. Insomma, un modo per colmare il famoso gap di mercato che oggi vede penalizzate molte applicazioni IoT a causa della mancanza di un vero valore percepito. Se la vision di Diva Tommei è corretta, i dispositivi di Solenica sono in grado di creare questo valore aggiunto, plasmando l’ambiente domestico e rendendolo meno malsano. Contestualmente, vengono resi disponibili flussi di dati in tempo reale che potranno a loro volta alimentare nuovi servizi, in perfetta ottica di IoT applicata alla smart city.

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A cura di Andrea Lawendel e Linda Imperiali


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