Telegram ha perso: la Russia può accedere alle chiavi crittografiche del servizio

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La Corte Suprema del paese ha ordinato all’app di continuare a fornire ai servizi segreti le stringhe utili a decifrare i messaggi dei cittadini

Telegram non ha più senso di esistere in Russia. La Corte Suprema di Mosca ha infatti respinto la richiesta dei fondatori circa la volontà di opporsi alla legge attuale, che li invita a fornire le chiavi di crittografia delle chat ai servizi segreti. Il giudice Alla Nazarova, a inizio settimana, ha confermato la pratica odierna, obbligando di fatto Telegram a continuare il lavoro di collaborazione con la polizia, nell’ottica di innalzare i livelli di sicurezza nazionale e prevenire il crimine. Sul fine del 2017, la piattaforma fondata nel 2013 proprio da due fratelli russi, Nikolai e Pavel Durov, si era ritrovata a pagare una sanzione di 14 mila dollari, per essersi rifiutata di concedere le stringhe crittografiche al governo, almeno in prima istanza.

Cosa succede

Anche se l’avvocato della compagnia, Ramil Akhmetgaliev, ha spiegato che Telegram ricorrerà in appello, difficilmente le cose cambieranno, almeno nel breve periodo. Quante multe l’azienda potrà sostenere per difendere i propri utenti e, al contempo, assicurarsi di continuare a sopravvivere con debiti crescenti? È chiaro che se le cose non cambieranno sarà alquanto inutile utilizzare un’applicazione la cui sicurezza è violata dall’inizio, da parte della polizia.

Queste le parole della difesa dei Durov. “I servizi segreti dicono che le chiavi crittografiche non possono essere considerate una forma di contenuto privato e sono dunque estranee alle norme previste dalla costituzione. Falso, l’argomento non sta in piedi, è come dire che non è una violazione ottenere la password di una casella di posta elettronica di qualcuno, fin quando non viene usata. Un diritto è un diritto sempre, qualunque sia lo stato dei fatti”.

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