Come guidare il cambiamento

Come guidare il cambiamento

Nella confusione legislativa che sembra essere alla base della questione del reddito di cittadinanza, al Governo va in ogni caso ascritto il merito di aver inserito il provvedimento in un contesto di lotta alla povertà e alla disoccupazione.

Le difficoltà che ora dovranno essere affrontate dall’esecutivo, soprattutto per quanto concerne il collegamento tra questa specifica forma di sussidio e gli organi preposti alla formazione e al collocamento dei percettori
, potrebbero rappresentare una buona opportunità per affrontare il tema più ampio del lavoro e della scuola intesa come strumento principe per l’avviamento delle giovani generazioni alle diverse professioni.

Come si sa, il tema congiunto del lavoro e della sua organizzazione da un lato, e delle competenze mediate dalla formazione delle risorse umane dall’altro è assolutamente centrale al discorso della trasformazione digitale dell’impresa e dei grandi settori tipicamente pubblici come la burocrazia e la sanità. Non dovremmo dimenticare che il cambiamento reso possibile dalla tecnologia va ben al di là di quel colpo di acceleratore che l’informatica può impartire ai processi tradizionali. La tecnologia oggi è intesa soprattutto come fattore pervasivo e abilitante di un nuovo modo di relazionarsi con la produzione industriale, la logistica di persone, materiali e merci, il lavoro di ufficio e i servizi di un’economia intangibile ma non per questo meno concreta. Una buona componente dell’offerta tecnologica attuale è orientata alla trasformazione del lavoro e della sua organizzazione.

Quando oggi si parla di formazione e collocamento, ci si dovrebbe riferire, con i propri ragionamenti, anche alla sfera delle nuove professioni e dello smart working, che a sua volta richiede, oltre a una serie di nuove competenze diffuse, un diverso atteggiamento culturale. Atteggiamento, tra l’altro, che deve riguardare tutti, dal singolo smart worker alle gerarchie nell’azienda come nell’ufficio della PA; dal sistema formativo fino alle leggi che regolamentano le rivendicazioni di natura sindacale. I ragionamenti che dobbiamo cercare di stimolare, come cronisti della tecnologia e del suo impatto sulla realtà, devono partire subito perché all’orizzonte ci sono gli effetti della nuova generazione dell’automazione, quella che non si limita ad affiancare o sostituire i lavoratori umani ai lati della catena di montaggio in ambienti di produzione particolarmente difficili o ad altissima serialità e produttività.

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Robotica, intelligenza artificiale, informatica cognitiva, machine learning saranno presto un terreno di confronto diretto tra software e human-defined. Su scala limitata, lo sono già adesso, perché in molti campi di attività l’uso di strumenti analitici e predittivi a supporto delle decisioni da prendere comporta da parte del lavoratore una profonda familiarità con l’uso di strumenti prima riservati agli esperti di determinati domini del sapere. Lo scenario verso cui il mondo sta procedendo richiede una intensa preparazione a un cambiamento che non si può semplicemente subire, un po’ controvoglia, con i ritardi e gli aggiustamenti che hanno caratterizzato la prima fase di capillare informatizzazione determinata dall’avvento della microinformatica. La mancanza di una seria programmazione della politica industriale e un sistema scolastico e formativo non allineato con la futura, anzi già attuale, richiesta di specifiche competenze e “mindset” adeguato a un nuovo modo di produrre e lavorare, può diventare una questione di sopravvivenza di un intero sistema.