Red Hat, come cambia il mondo dell’open source

Red Hat, come cambia il mondo dell’open source

In calce al Summit 2019 di Boston, la compagine italiana apre gli scenari dell’open source, tra consolidamento del mercato e futuro

Come ogni anno, il Red Hat Summit di Boston lancia degli spunti interessanti che riguardano il mondo dell’open source. Quale azienda di software, Red Hat ha vissuto tutto il percorso del settore IT che è passato dall’era della tecnologia tout-court a quella di una eterogeneità di offerte e piattaforme, in un mercato che ha perso molte delle sue certezze e che apre a scenari di intervento diversi e spesso privi di un’identità. Questo, si intenda, è un bene, perché il mix delle tecnologie oggi in atto porta ad una progettualità che mira a versatilità e flessibilità, ad applicazioni nativamente pronte per essere eseguite ovunque, senza recenti ben specifici. Lo sa bene Red Hat, che fin dalla sua nascita si focalizza su un’innovazione accessibile, che risponda alle esigenze sempre più sofisticate di utenti ed aziende.

Per fare il punto sulla situazione, nella particolare ottica della strategia italiana, Gianni Anguiletti, Regional Director Italia, Francia, Iberia, Israele e Grecia di Red Hat ci ha detto: «La compagnia sta seguendo due filoni di rinnovamento aziendale. Da un lato il continuo investimento in tecnologie dirompenti, a seguito del merce con IBM. Dall’altro la necessità di aumentare in risorse e professionalità, conseguenza stessa della crescita della società. Tutto ciò, legato sempre al concetto di collaborazione aperta, elemento imprescindibile della linea che pervade la nostra storia».

Sono due le principali novità presentate da Red Hat sl Summit di Boston. Parliamo di Red Hat Enterprise Linux 8 e di Red Hat OpenShift 4. «Il primo riguarda un update fondamentale che permette di ottimizzare l’accesso ai server bare-metal e ai container Linux, così come ai cloud pubblici e privati. La versione 8 offre nuovi livelli di intelligence, automazione e produttività per gli sviluppatori, consolidando così una base più ampia a disposizione del business. Per quanto concerne OpenShift 4, la container platform multi cloud più completa permette ora ai clienti di innovare il proprio business, tramite una nuova generazione di applicazioni in ambiente cloud ibrido – afferma Edoardo Schepis, Presales Manager di Red Hat Italia – con la volontà di seguire una completezza funzionale e una flessibilità del parco architetturale che è riassunta nella più vasta visione industriale di Red Hat». Quale? Beh, innanzitutto la continuità di collaborazione con un ecosistema vario; poi l’opportunità di mettere Linux al centro dell’innovazione tecnologica e infine erogare i servizi su infrastrutture ibride.

Dal punto di vista organizzativo, Red Hat resta quella che è sempre stata, ossia un’organizzazione snella e pronta ad accogliere un’evoluzione societaria. «Un aspetto che ci contraddistingue è quello di puntare maggiormente alla verticalità del mercato – conclude Anguiletti – segmentando la proposta riusciamo a specializzare i nostri team in modo che siano in grado di approcciare contesti peculiari. La segmentazione è una necessità del business. Dove siamo arrivati ora non possiamo pensare di servire i settori strategic, enterprise, global account come quello delle pmi. Sappiamo che ci sono realtà che non hanno la forza di dedicare risorse economiche importanti ai progetti di digitalizzazione. Vogliamo rivolgerci anche a loro, proprio perché arriviamo da un mondo che, qualche anno fa, era una nicchia. Collaborazione e trasparenza fanno parte della nostra mission».

Red Hat ha anche presentato un nuovo logo, che riflette l’evoluzione stessa del gruppo. Passata da un’azienda quasi sconosciuta a primo provider di soluzioni open source per il cloud ibrido enterprise, Red Hat ha ridisegnato, dopo 19 anni, un cappello rinnovato, che abbandona lo storico “shadow man”, per mostrare solo la sua livrea, nel classico rosso Red Hat, appunto.

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