«La trasformazione digitale – in atto nella maggioranza delle aziende – vede l’avvento dei big data, del cloud e dello sviluppo di API. In tutte queste aree – spiega Gabriele Obino, country manager di Denodo Italia la virtualizzazione dei dati svolge un ruolo primario di semplificazione e abilitazione per l’IT e il Business. «Oggi più che mai, il valore delle aziende risiede nei dati – anzi nella capacità di gestire e utilizzare i dati – per estrarne le informazioni e ottenere vantaggi competitivi. La prima difficoltà di una iniziativa Big Data e di qualsiasi progetto analitico, riguarda l’accessibilità ai dati, il costo e le difficoltà di raccoglierli e metterli a disposizione in modo sicuro e in piena compliance normativa. Sotto questo aspetto il ruolo dell’IT è centrale – e lo sarà sempre di più – in chiave di Business».

Inoltre, la formidabile ascesa del cloud – «richiede un approccio unificato ai dati, limitandone il più possibile le duplicazioni, prediligendo invece tecnologie quali la virtualizzazione per un approccio più versatile e agile in un modello “data as service” in grado di facilitare la consegna dell’informazione a richiesta e in tempo reale». Elemento differenziante della data virtualization – «è proprio il disaccoppiamento dei sistemi sorgenti “data producers” e dei “data stores” rispetto ai “data consumers”. La data virtualization permette di centralizzare le specifiche di gestione dei dati stessi, semplificando sensibilmente le attività di “lineage” e “impact analysis”, migliorando agilità, produttività, manutenzione e trasparenza. Ma ancora più impattanti sono i vantaggi di tipo qualitativo – continua Obino – la quantità di “mal di testa” risparmiati, un time-to-market finalmente rispettato, l’opportunità di business messa a frutto – e tutto questo con uno strumento non invasivo, che si adatta e non obbliga a cambiare i piani infrastrutturali». La strada verso l’impresa data driven rimane però un percorso in salita. «ll passaggio dai tradizionali modelli di data warehouse al concetto di data lake non è banale, e in molti casi ci si ritrova con maggiore complessità. Ma è un percorso obbligato».

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L’osmosi tra IT e Business

Reagire al cambiamento è una delle sfide più difficili non solo per l’IT ma per tutta l’azienda. Gli approcci da seguire sono sempre più rivolti alla creazione di strutture snelle, agili e logiche più che fisiche e tradizionali. Nella sinergia tra pilota e copilota – «sono essenziali la fiducia reciproca, la preparazione del percorso, la comunicazione rapida e precisa, l’attenzione al rispetto delle regole e dei tempi, la giusta combinazione tra velocità e regolarità, l’organizzazione e la gestione strategica delle risorse disponibili, la reattività rispetto agli imprevisti, l’identificazione di elementi di innovazione per migliorare le performance nelle nuove gare» – spiega Obino. «L’interazione tra IT e Business necessita della medesima sinergia, per ottenere la necessaria agilità aziendale, per la gestione ordinaria, per innovare, per bilanciare le risorse disponibili, per rispettare le normative. Il pilota – come il Business – reagisce alla realtà sempre in cambiamento, grazie al supporto del navigatore che – come l’IT – pianifica, organizza e governa, fornendo le giuste informazioni al momento opportuno». Molte organizzazioni sono già strutturate con unità di business “ibride” IT e Business, i digital hub, con business line, coordinate da innovation manager e chief innovation officer. «E questo crea l’osmosi che facilita l’innovazione collaborativa. Organizzazione, comunicazione, practice e strumenti sono le leve su cui le imprese devono lavorare. La tecnologia oggi è matura per una diffusione rapida del cloud anche in Italia e i dati di mercato lo confermano. Il concetto “pay per use” è più sostenibile rispetto al modello CapEx/OpEx tradizionale» – afferma Obino. In un mondo digitale e distribuito, anche la PA ha un’occasione unica per evolversi e per fornire servizi al cittadino agili e veloci. «L’innovazione in questo caso aiuta nell’inspirazione al modello “a servizi”: la visione cittadino-centrica con servizi distribuiti e fruibilità/consumo dell’informazione, rilasciata dove e quando serve al cittadino e all’amministrazione stessa, porta a una semplificazione del rapporto tra utente e PA e a una riduzione sistematica dei tempi e dei processi burocratici».

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Logica di servizio

I dati non sono un feudo esclusivo dell’IT a cui il Business deve anelare, ma devono essere un patrimonio comune dell’azienda. «Dal punto di vista organizzativo – spiega Obino – molte aziende si stanno sforzando in forme diverse per creare questo trait d’union tra IT e Business. Il cloud nelle sue diverse declinazioni, che sono strettamente legate alle esigenze specifiche di ogni settore industriale, non deve essere percepito come elemento di separazione ma come un’opportunità. La cosa importante è far evolvere i ruoli e al tempo stesso proteggere le competenze interne. Il dato diventa il nuovo fattore produttivo, ma bisogna proteggerlo, renderlo accessibile e fruibile a tutti i livelli dell’organizzazione, in una logica di servizio». Oltre a un approccio tecnologico e finanziario corretto – secondo Obino – è fondamentale rivedere i processi in un’ottica di sicurezza e governance allargata, a partire dalla gestione dei dati». Il punto chiave è – «non disperdere la conoscenza, che è patrimonio dell’azienda» – ma questo non significa escludere a priori la possibilità di affidare il servizio all’esterno. «L’effetto di semplificazione – aggiunge però Obino – si tocca con mano proprio là dove si tratta di consegnare l’informazione giusta a chi deve prendere decisioni, a chi deve implementare e attuare le strategie di business. Le informazioni sono al centro dell’ecosistema aziendale. Il mercato è in continua evoluzione e il Business ha esigenze che cambiano nel tempo. La distribuzione delle informazioni – che parzialmente sono in cloud e in parte mantenute on premises – porta naturalmente il dato a essere delocalizzato. La virtualizzazione permette di avere sotto controllo a livello logico il patrimonio informativo».

«L’osmosi tra IT e Business per far evolvere i ruoli e proteggere le competenze interne senza disperdere il know-how e il patrimonio informativo»