Smart working. Il futuro del lavoro parte da Bologna

Smart working. Il futuro del lavoro parte da Bologna

I dati presentati il 30 ottobre dall’Osservatorio sullo Smart Working 2019 del Politecnico di Milano rilevano come la percentuale di grandi imprese che ha avviato progetti di smart working sia passata nell’ultimo anno dal 56% al 58% e quella delle PMI dall’8% al 12%.

Si è registrato però anche un aumento preoccupante della percentuale di imprese disinteressate al tema (passate dal 38% al 51%). Se siamo convinti che il lavoro agile non sia l’ennesima moda manageriale ma una leva efficace per cambiare il lavoro e rendere le organizzazioni più inclusive e sostenibili, dobbiamo constatare che la dinamica con la quale il fenomeno sta crescendo in Italia è decisamente troppo lenta.

LA GIORNATA DEL LAVORO AGILE

Per questo è utile promuovere quelle azioni ed esperienze in grado di generare effetti di sistema e tradursi in veri e propri facilitatori di progresso. In questo senso va letta la Giornata del Lavoro Agile di Bologna, che si è svolta il 24 ottobre, organizzata da Comune di Bologna con Città metropolitana, Regione Emilia-Romagna e Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Mariagrazia Bonzagni, direttore Area Programmazione controlli e Statistica del Comune di Bologna e referente Pubblica Amministrazione di AIDP Emilia-Romagna, ci racconta la relazione tra smart working e sostenibilità, in coerenza con i quattro pilastri dell’Agenda ONU 2030 sullo sviluppo sostenibile.

SMART WORKING E SOSTENIBILITÀ

La Giornata del Lavoro Agile ha voluto sottolineare che un futuro sostenibile è possibile ma solo come progetto comune, intendendo la sostenibilità in un’accezione sistemica che coinvolge direttamente lo sviluppo ambientale, sociale, economico e istituzionale. «Il lavoro agile – spiega Mariagrazia Bonzagni – diventa così uno straordinario fattore abilitante della sostenibilità che pone al centro la persona e il suo benessere per la buona performance dell’organizzazione e per le ricadute positive dell’ecosistema nel suo complesso (il territorio diventa più attrattivo, aumentano inclusione e pari opportunità, si riducono traffico e inquinamento, etc.). In questo scenario, un ruolo cruciale spetta alle istituzioni pubbliche. Perché per cambiare il modo di vivere e rendere le città e le organizzazioni inclusive e sostenibili serve un progetto di sviluppo collettivo. E soprattutto, la consapevolezza dell’importanza di fare rete, tra istituzioni, imprese, società civile, pubblico e privato per costruire qualcosa che vada oltre le finalità e i ruoli di ognuno. In questa cornice, lo smart working è qualcosa in più di un “modo di lavorare” nuovo che dà alle persone più autonomia e la possibilità di gestire meglio il tempo di lavoro. E può rappresentare un vero e proprio cambio di paradigma dei modelli organizzativi delle pubbliche amministrazioni e delle imprese».

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IL RUOLO DI GUIDA DELLE ISTITUZIONI

Lo scopo non è di adempiere alla “direttiva Madia”, che fissa un obiettivo minimo obbligatorio del 10% di smart worker nella PA, ma – continua Mariagrazia Bonzagni – di fare dello smart working un grimaldello per cambiare il lavoro, la vera e forse al momento unica leva per un’efficace riforma della Pubblica Amministrazione. «Riteniamo che la funzione di un Ente locale sia qualcosa di più. «Nonostante un Legislatore che nell’ultimo decennio ha “picchiato duro” sulla Pubblica Amministrazione – che doveva essere riformata mentre, in realtà, veniva sistematicamente impoverita di risorse e competenze e, indirettamente, dei suoi valori e della sua immagine – abbiamo cercato di non retrocedere rispetto alla nostra missione e di far passare ai nostri dipendenti il messaggio che loro sono la vera risorsa in grado far funzionare il nostro Comune: perché se il Comune funziona, allora ci sono maggiori possibilità che anche il nostro territorio e la nostra comunità crescano e si sviluppino. È proprio la Legge, peraltro, che affida ai Comuni la funzione statutaria di rappresentare la propria comunità, curandone gli interessi e favorendone la crescita e lo sviluppo. Insomma, le istituzioni hanno il dovere di farsi guida e promotori del cambiamento e dell’innovazione che contribuisce allo sviluppo del territorio e della comunità amministrata. Per questo, oltre a cogliere l’opportunità di far crescere la nostra organizzazione, estendendo gradualmente al suo interno lo smart working – abbiamo deciso di avviare piattaforme di collaborazione con gli altri attori, pubblici e privati, del territorio per pianificare interventi e condividere azioni a livello di sistema territoriale».

LA SPERIMENTAZIONE DI BOLOGNA

Il Comune di Bologna fa parte di quell’otto per cento di Pubbliche Amministrazioni italiane che nel 2018, secondo l’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, ha avviato una sperimentazione di smart working all’interno della propria organizzazione. «Al 31 ottobre 2019 – racconta Mariagrazia Bonzagni – sono 110 le persone coinvolte nella sperimentazione, di età tra 36 e 50 anni, a maggioranza donne (64%), di tutte le categorie contrattuali, appartenenti a sette tipologie di strutture. Un numero destinato ad aumentare di 200 unità tra fine 2019 e inizio 2020».

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PEOPLE STRATEGY, FIRST

La sperimentazione bolognese si è innestata in un percorso di costruzione di una People Strategy che ha avuto inizio oltre sette anni fa e che punta a valorizzare le persone e le loro competenze, a dare loro responsabilità e autonomia per far diventare l’organizzazione più orizzontale, modificando anche gli stili manageriali e le relazioni capo-collaboratore. Tappe del percorso, in sintesi, sono state: «Il ridisegno del sistema di programmazione e definizione degli obiettivi aziendali; la grande accelerazione della transizione al digitale (tutti i nostri atti amministrativi sono oggi totalmente digitali); una intranet aziendale concepita come la porta d’accesso a un ecosistema applicativo integrato per un’esperienza utente fluida ed efficace (digital workplace); un processo di change management per la mappatura e il rafforzamento delle competenze digitali, intese come modo di adattarsi ai cambiamenti e come predisposizione all’innovazione, alla proattività e attitudine alla relazione».

LA PAROLA AGLI SMART WORKER

Per la maggioranza degli sperimentatori, lo smart working ha aumentato la coesione dei team: la fiducia tra i componenti e il coinvolgimento agli obiettivi dell’Ente; la motivazione, perché le persone sentono di ricevere fiducia dall’organizzazione; ha migliorato il work-life balance, riducendo i tempi e i costi degli spostamenti. «Inoltre, il lavoro agile ha stimolato un approccio molto positivo e propositivo verso la trasformazione digitale» – spiega Mariagrazia Bonzagni. «Gli smart worker risultano più motivati alla partecipazione e al coinvolgimento nel progetto di change management in corso nell’Ente. Alcuni utilizzano parole come “movimento”, “fermento”, “iperattività” ed “energia” per descrivere l’ultimo intenso anno vissuto dalla nostra organizzazione. Tra i vantaggi per l’organizzazione, oltre al miglioramento delle competenze digitali, va senz’altro sottolineato – nel nostro caso, come Pubblica Amministrazione che deve “svecchiare” e innovare la propria struttura organizzativa – la capacità di attrarre le giovani generazioni e i migliori talenti».

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Sonia Rausa – AIDP


L’energia delle persone

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