InfoCert: digital transformation, la chiave è la firma

InfoCert: digital transformation, la chiave è la firma
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La firma elettronica al centro della trasformazione digitale in Italia, con la sola InfoCert che gestisce oltre 10 milioni di certificati attivi. Il 2020 è l’anno del consolidamento. La modalità paperless la fa da padrone. Dai servizi al manufacturing, le soluzioni Digital Trust cambiano i processi aziendali e danno slancio al business

InfoCert, la società di Tinexta Group (già Gruppo Tecnoinvestimenti), è oramai un nome consolidato nel campo del reg-tech, con un ruolo di primo piano nel settore del Digital Trust. Le transazioni digitali, sempre più numerose, non possono fare a meno di quelle caratteristiche di sicurezza e validità che ne certifichino una rispondenza legale. Molto della trasformazione digitale attuata presso i clienti da InfoCert poggia proprio sulla firma elettronica, quell’abilitatore tecnologico che consente di trasformare i processi aziendali, rendendoli più snelli e flessibili. Pensiamo alla gestione dei contratti, veri file interattivi, ma anche ai rapporti con fornitori e alle pratiche burocratiche che ora sono modellabili secondo specifiche esigenze.

Ma come si sta “comportando” la firma elettronica come trend in Italia e che sviluppi potrà avere nel corso del 2020? Lo abbiamo chiesto a Danilo Cattaneo, CEO di InfoCert, e a Pasquale Chiaro, product marketing manager di InfoCert. «Nel 2019, la crescita della firma elettronica in Italia è andata oltre ogni aspettativa. In InfoCert abbiamo gestito – anche per conto di altri enti certificatori – 10,7 milioni di certificati di firma attivi, oltre la metà del totale nazionale: numeri importanti rispetto all’intera popolazione ma anche a riguardo di altre soluzioni digitali, come lo SPID, che ha circa 6 milioni di attivazioni e la carta di identità elettronica che viaggia sui 12 milioni» – ci spiega il CEO di InfoCert.

«Il particolare interessante è che se in principio la firma digitale si è diffusa quale risposta a un obbligo normativo, tra aziende e professionisti, ora sono oltre 500 milioni le operazioni che passano sulla nostra piattaforma di Digital Trust – continua Cattaneo – a dimostrazione che la tecnologia è divenuta assolutamente mainstream in tanti processi. La modalità paperless la fa da padrone: che si tratti di accendere un mutuo o un finanziamento, così come aprire un conto corrente o un servizio, non si firma più nulla su carta ma tutto avviene in digitale, con un chiaro beneficio in termini di costi ma anche di sicurezza del dato». Un paio di esempi che InfoCert ci fornisce sono molto utili per capire le dimensioni del fenomeno.

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La Federazione Italiano Pallavolo, cliente del gruppo, lavora attualmente con contratti di tesseramento a firma elettronica. Enel invece, prende vantaggio da una soluzione, quella di firma digitale, che è compliant con le normative dei tredici paesi in cui opera. E ancora, ACI Informatica, che da gennaio 2020 vede tutti i passaggi di proprietà di veicoli usati certificati dalla firma digitale, con il medesimo valore legale dei metodi “tradizionali”.

Il trend del 2020

«Si tratta di una tendenza che proseguirà nel 2020» – continua il CEO di InfoCert. «Se negli anni passati abbiamo lavorato per innovare il mindset e trasferire il valore operativo del digitale, adesso sappiamo che enti e imprese sono pronti. Per l’emergenza sanitaria globale che abbiamo da poco cominciato a vivere (NdR: la presente intervista è stata rilasciata all’inizio di marzo), tematiche quali lo smart working si sono fatte rapidamente strada anche laddove non erano mai state considerate. Ma il lavoro agile, di per sé, non può rispondere da solo a tutte le esigenze di produttività fuori dall’ufficio. Proprio la firma digitale è divenuta uno snodo centrale di simili iniziative. Un dipendente, un manager, un responsabile degli acquisti, non deve più firmare un pezzo di carta presso l’ufficio competente ma può applicare la sua firma in via digitale, con un dispositivo idoneo, anche con il proprio smartphone validato. Un paese privo di un simile background tecnologico fa di certo più fatica a rialzarsi e a riavviare i motori. Nell’ascesa, obbligata, dello smart working, per molte aziende che gestiscono documenti sensibili e critici, la firma digitale diventa strumento non più accessorio ma fondamentale».

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La sensazione è dunque che l’Italia sia al passo con il resto dei paesi più avanzati. «Lo è assolutamente» – sottolinea Pasquale Chiaro, product marketing manager di InfoCert. «Se prima erano solo le grandi realtà che attivavano simili procedure, oggi un po’ tutti hanno recepito il vantaggio, talmente trasparente ed efficiente, di passare a questo tipo di trasformazione digitale, del tutto rispondente alle policy interne e globali». Molto c’è ancora da fare se si considera che siamo ancora al posto numero 26 su 28 paesi in Europa per l’indice DESI, (Digital Economy and Society Index), che sintetizza gli indicatori sulle prestazioni digitali dell’Europa e tiene traccia dell’evoluzione degli stati membri dell’Unione europea nella competitività digitale. Ma il recente passato, disegnato dalla fatturazione elettronica, traccia uno scenario sicuramente positivo in termini di adozione e di slancio. Un panorama in cui InfoCert vuole continuare a essere centro catalizzatore dell’innovazione.

I nuovi mercati della certificazione

«La crescita continua e l’abilitazione all’innovazione richiede un adeguamento importante, anche a livello normativo. Il know-how del gruppo vede una multidisciplinarietà che pochi altri hanno, per sapere affrontare tutte le sfide tecniche e organizzative che abbiamo davanti» – afferma Cattaneo, CEO di InfoCert. «Il nostro obiettivo è quello di far capire a tutti – software vendor compresi – che l’introduzione delle soluzioni di Digital Trust rappresenta un’opportunità per creare valore, in specifici settori di intervento».

Per esempio, aprendosi a un segmento che sembra così lontano dal concetto di certificazione, come l’IoT. Di fatto, un comune contatore, integrato con una soluzione di firma elettronica, può inviare dati e informazioni a un destinatario, idealmente il fornitore, con la certezza del dato ricevuto. Simili attività devono basarsi su un livello sicuro di “trust”, che è il focus su cui InfoCert basa gran parte del proprio business. «Garantendo che un processo sia davvero sicuro, stiamo dicendo a un mittente e a un destinatario che l’informazione inviata è validata e non modificata nel suo percorso» – spiega Cattaneo.

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Un altro progetto di frontiera è KRAKEN, finanziato dal programma europeo Horizon 2020. Nell’ambito dell’iniziativa, InfoCert svolge un ruolo attivo per lo sviluppo dell’analisi di business intelligence e della struttura tecnica per la creazione di una piattaforma di dati personali affidabile e sicura, garantendo la conformità alle normative sulla privacy, basate sulla blockchain. «Siamo quindi andati oltre quello che la normativa prevede» – afferma Cattaneo. «Non più solo connettere un’identità digitale con un provider tramite un access management, ma arricchire tale identità con altri elementi e attributi, che un cittadino può scegliere di condividere per ottenere maggiori servizi, più semplici e sempre più sicuri perché sono certificati. Siamo dinanzi a un processo win-win quando un numero sempre più alto di transazioni diverrà digitale» – conclude il CEO di InfoCert.

Ma ovviamente non tutti gli ambiti d’uso sono pronti per la firma digitale. E allora come si fa? «Come azienda abbiamo lavorato sul concetto di usabilità. Se da un lato vi è una vera e propria esplosione dell’adozione della firma digitale, dall’altro si è dovuto attivare qualcosa di diverso, per contesti più limitati. Per esempio, con la firma grafometrica, che rappresenta quella che definiamo una “occasione di consumo” di firma elettronica avanzata, che sfrutta dispositivi digitali (come i tablet) per poter coprire a 360 gradi varie necessità, sempre con un elevato livello di trust».

I numeri del successo

Vale la pena ricordare come il 2019 sia stato un anno record per InfoCert, con il maggior fatturato e la più alta crescita anno su anno in valore assoluto mai registrati. Sono venti i paesi raggiunti con le tecnologie proposte, un motivo ulteriore per guardare a un ampliamento sostanziale del business. Entrare in un circuito validato di un nuovo mercato vuol dire approcciare una serie di norme internazionali e locali che permettono a InfoCert non solo di consolidare la sua presenza ma anche di formare la base per poter seguire i propri clienti praticamente ovunque, sia in maniera diretta che tramite partner e system integrator.