Ascolta l'articolo

L’emergenza accelera la trasformazione digitale e travolge anche la PA. L’accelerazione della digital economy è nulla se paragonata alla velocità di adattamento imposta dai nuovi scenari. In tre mesi, le aziende hanno reagito, innovato la mission, cambiato modo di lavorare. Quello che non hanno fatto i piani triennali di trasformazione digitale, lo ha fatto la pandemia. Vittoria o sconfitta?

L’emergenza è uno shock sistemico imprevisto che oblitera abitudini, comportamenti, modelli e ogni tipo di eredità del passato, sistemi legacy compresi, facendo emergere nodi infrastrutturali mai risolti. Stress test per imprese e PA. In seguito alla crisi sanitaria le nostre aziende si sono trovate a trasformarsi in corso d’opera, accelerando progetti, sfruttando collaboration e document sharing per non chiudere i battenti e supportare i loro clienti.

Al tempo stesso, i bisogni della società si sono modificati: il distanziamento sociale ha creato nuove necessità di contatto digitale tra aziende e consumatori, ma anche tra cittadini e amministrazioni locali e centrali. Si è scoperta, improvvisamente, la necessità di poter usufruire di servizi avanzati, veloci e gestibili da remoto che ci consentissero di espletare in modo nuovo i compiti che prima facevamo di persona. Ecco quindi che la resilienza delle nostre aziende – e anche della PA per certi versi – ha trasformato un problema in un’opportunità di modernizzazione e di trasformazione. In questo dossier, vedremo in che modo le aziende italiane in questo periodo si sono adeguate alla “serrata” e che cosa comporterà l’emergenza sanitaria per la digital transformation nel nostro Paese nei prossimi mesi sia a livello di crescita di mercato, grazie all’analisi di IDC, sia di progetti e sviluppi pratici. Ma anche come l’onda dell’epidemia ha cambiato la produttività aziendale e ha stravolto il modo di collaborare e di lavorare insieme, ma distanti.

CAMBIO DI PASSO

La trasformazione digitale di un’impresa non riguarda soltanto la sua parte tecnologica abilitante, ma riguarda soprattutto il suo approccio lavorativo, la sua attenzione alle evoluzioni del costume e della società, alla sua capacità, alla fine, di restare sul mercato. Perché i tempi cambiano, le persone hanno esigenze diverse ma comunque pervase dall’era digitale, in tutti i risvolti della loro esistenza. Dal modo di lavorare, al modo di cercare e condividere le informazioni, a come si fa la spesa, ci si rapporta con la PA o ci si rilassa, ascoltando musica o vedendo un film. Se non si capisce questo passaggio, non si riuscirà a comprendere come sfruttare la digital transformation anche all’interno del proprio campo lavorativo. Si potrà certamente evolvere tecnologicamente, continuando però, pateticamente, a fare le cose esattamente nello stesso modo, con strumenti avanzati.

Non è così: la trasformazione digitale deve invece ribaltare, scomporre il modo di lavorare tradizionale, ricomponendolo digitalmente, ridisegnando ogni processo aziendale, compreso il modo in cui i dipendenti, i manager, i fornitori e i consumatori operano, interagiscono, comprano e vendono, merci e servizi. Si entra in un mondo in cui i dati, le informazioni, sono il fulcro di tutto; su di essi si costruiscono i processi e si determinano le fortune o le miserie economiche delle aziende. I tempi di reazione si accorciano, le aspettative si alzano e, se non si è pronti, ci si trova in fondo al gruppo, costretti a inseguire.

Si obietterà che della trasformazione, in Italia, si parla ormai da tempo e dunque non si comprende perché sia necessario continuare a enfatizzare l’elemento della velocità di esecuzione quando i tempi stessi del cambiamento sono così ritmati e allungati. La risposta a questa obiezione però, alla luce dell’attuale situazione mondiale, richiede due differenti angoli prospettici. Il primo – quello pre-emergenza sanitaria – e l’attuale – dopo la tempesta perfetta.

PRIMA DELLA TEMPESTA

Sembrano passati decenni da quando la normalità era lavorare in un ufficio insieme ad altre 20 persone, fare riunioni noiose in cui si perdeva molto tempo per decidere poco. Eravamo nell’era pre-Covid e la trasformazione digitale procedeva placidamente, come un animale sotto il sole di ferragosto. Le imprese – fino a pochi mesi fa – consideravano le spese necessarie alla digitalizzazione di tutti i loro servizi come costi vivi, non come investimenti per un’evoluzione dei loro processi. Fatturazione elettronica, adempimenti amministrativi e fiscali per le normative bancarie, gestione documentale: tutte necessità dolorose per non incappare in sanzioni del legislatore.

Ecco perché, sulla base di un’interpretazione errata della trasformazione digitale, gli investimenti sono cresciuti sì, ma non abbastanza. Si è speso di più per la sicurezza informatica e in molti casi secondo una logica reattiva, con un +45%, e per lo sviluppo di applicazioni web e mobile, con un +28% (fonte Assintel). Ma è la classica media falsata, perché se le grandi aziende si sono mosse con più decisione, quelle piccole – complice anche la loro struttura padronale, spesso antiquata – sono state più attente a investire in innovazione tecnologica. Certo i contributi dell’Industria 4.0 hanno dato una mano ma è rimasta una diffidenza alla spesa per cambiare molto forte. Cambiare è difficile perché ci richiede uno sforzo notevole, ci rimette in gioco e ci obbliga a uscire dalla zona di comfort. D’altro canto non farlo è impossibile, se si vuole restare sul mercato.

Trasformarsi digitalmente non è soltanto questione di infrastrutture, software, hardware e procedure. La trasformazione digitale infatti impatta drasticamente sulle persone, sulle loro competenze. È questo un altro elemento dirompente che ha fatto vacillare soprattutto le PMI, ambiente in cui la risorsa umana non è realmente concepita come un valore, come una risorsa, su cui fare leva e costruire il proprio business futuro. Investimenti sulle persone per far crescere la loro conoscenza che consentirà di affrontare il mercato con una marcia in più. Abbiamo visto come la globalizzazione – inizialmente intesa come la ricerca della nazione dove si spende meno a produrre – abbia mostrato i suoi limiti. Le emergenze, le crisi politiche richiedono che si produca laddove c’è più sicurezza e competenza. Dove si può far leva sulle risorse umane. In questo, la digital transformation è un volano eccezionale per far crescere i talenti. Cominciano a capirlo anche le imprese che, come rivelano molti sondaggi di settore, almeno a livello teorico mostrano di aver compreso i vantaggi e l’importanza della trasformazione.

LA SVOLTA IMPROVVISA

Tutto questo prima del 31 gennaio, data ufficiale di inizio della crisi sanitaria in Italia. In quella data, la presidenza del Consiglio deliberava lo stato di emergenza di sei mesi e, improvvisamente, le aziende che avevano considerato la trasformazione digitale dei loro processi e le attività di smart working un’opportunità da cogliere, ma con calma, si sono trovate catapultate all’interno del lockdown. Con il decreto del 23 febbraio 2020, il Governo si pronunciava in favore dello smart working, per evidenti motivi sanitari, pur in assenza di accordi specifici tra le parti, dando un’accelerazione improvvisa alla modernizzazione della nostra realtà industriale ed economica.

Prima di questa data, in Italia, secondo i dati del ministero del Lavoro, erano circa 570mila i lavoratori dipendenti che godevano di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro. Un trend in crescita, certificato dai dati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, che già registravano un 20% in più di smart worker nel 2019, rispetto all’anno precedente. Oggi, nel pieno della crisi finanziaria, i lavoratori agili sono oltre un milione, su una platea potenziale di quasi 8 milioni. E sia aziende che dipendenti mostrano un gradimento di questa modalità operativa, pur con qualche distinguo.

Se, infatti, il passaggio al lavoro agile è più semplice per le medie e grandi aziende – che possono contare su una struttura IT di supporto in grado di aiutare il dipendente, anche se lavora da casa – un po’ peggio sono messe le piccole e piccolissime aziende che invece devono affidarsi alle proprie competenze personali e, in caso di necessità, hanno canali di supporto meno reattivi e sicuramente più lenti a intervenire.

Tuttavia, questo non ha diminuito il gradimento di questo strumento da parte dei dipendenti che, in grande maggioranza (fonti interne a varie aziende) – hanno apprezzato la modalità agile e digitale, pur rimpiangendo il contatto diretto con i colleghi per lo scambio di opinioni ed esperienze. Dal canto loro, le aziende si sono trovate – in un momento di calo dei ricavi molto significativo – con un’aumentata (o quanto meno stabile) produttività dei loro dipendenti a fronte di alcuni costi fissi completamente azzerati – spese di trasferta, costi energetici, costi del carburante. Il trade-off tra questi elementi ci dirà, al momento in cui la ripartenza sarà definitiva e stabilizzata, se la maturità digitale del lavoro si sarà consolidata, se il Covid-19 ha aiutato l’Italia a fare un salto evolutivo verso la vera trasformazione digitale.

Leggi anche:  Sport 4.0, leggere i dati per prestazioni da record

LO SPECCHIO DEL LAVORO AGILE

La nostra società, infatti, non aveva mai assistito a una discontinuità del genere. Una disruption che ha travolto tutto. Dal punto di vista sanitario, sociologico – costringendoci a cambiare abitudini e comportamenti sociali – e, soprattutto economico e lavorativo. Le prospettive economiche a fine anno dipingono un quadro fosco, con una caduta significativa del PIL globale. Indicatori e temi che vediamo riflessi nei dibattiti quotidiani. Il nostro Paese è stato costretto a fermarsi, bruscamente e totalmente. Inoltre, ci siamo trovati, per primi in Occidente a confrontarci e ad affrontare questa nuova triste realtà. Eppure, in poco tempo le distanze che sembravano separarci dal resto del mondo si sono drammaticamente accorciate. Le nostre necessità economiche e produttive sono immediatamente diventate quelle di tutti i paesi sviluppati.

Cosa ha comportato tutto questo? Per Fabio Rizzotto, associate VP & head of research and consulting di IDC Italia, come in ogni crisi, una recessione si traduce in flessione degli investimenti tecnologici, seppur in un mondo che necessita sempre più dell’innovazione per andare avanti. L’incertezza e la velocità dei cambiamenti impongono osservazione continua degli scenari e aggiornamenti delle stime. In soli due mesi, si sono susseguite diverse rilevazioni IDC e le ultime ci prospettano per il 2020 un calo della spesa IT a livello mondiale del -2,7%. Non è la prima e non sarà l’ultima previsione. Un dato che sottende dinamiche diverse tra geografie, settori, dimensioni d’azienda, prodotti e servizi, tecnologie digitali. Con quale prospettiva guardiamo avanti? Secondo l’IDC Covid-19 Tech Index, che da alcune settimane traccia a livello mondiale il buyer sentiment – continua Rizzotto – «la tendenza è in calo, indice di una prospettiva al momento discendente in termini di confidenza, che fa presagire ulteriori flessioni nella curva degli investimenti».

Tuttavia – come già avveniva in tempi non sospetti quando le tecnologie a supporto della digital transformation (Third Platform e Innovation Accelerators) trascinavano la crescita a doppia cifra, erodendo spazi alla precedente generazione di tecnologie (2nd Platform) – oggi è ancora la trasformazione digitale a guidare, pur di fronte a una crisi epocale. Lo fa in un diverso contesto, raccogliendo le nuove dinamiche e ridisegnando metodi e obiettivi, senza necessariamente rivedere i suoi principi generali.

«Gli impatti sulle progettualità ci sono» – afferma Rizzotto. «Le rilevazioni europee di IDC condotte a marzo su un campione di oltre 230 aziende ci dicono che, a fronte di circa il 21% di imprese che dichiara di mantenere e proseguire le iniziative previste, il 70% segnala impatti di vario genere. Dalla rivalutazione, al proseguimento di quelli più urgenti, indispensabili e con ROI certo, alla rimodulazione di altre iniziative facendo leva su risorse e tecnologie esistenti, fino a rimandi o cancellazioni». In questo quadro, avvengono cambiamenti aziendali che non sono più solo abilitati, ma in molti casi si reggono totalmente su architetture e applicazioni innovative. Stiamo assistendo in Italia a ingenti sforzi pubblici per sostenere il momento delicato. Questo è parte di un insieme più ampio di fattori che fanno la differenza in termini di resilienza generale di ogni Paese. Molte aziende in Italia, pur rallentando la corsa o costrette al fermo, stanno sfruttando il tempo per riorganizzarsi. Altre, purtroppo, in settori più esposti, vincolati da restrizioni, o in cui l’operatività del servizio è lontana dall’essere adeguata facilmente, sono più esposte nell’immediato futuro.

Lo stravolgimento è troppo grande per ritenere la digital transformation la chiave risolutiva. Tuttavia, senza i suoi valori fondanti, chi sopravvive non avanza. Serve una visione, che seppur ristretta negli orizzonti è fondamentale in questo momento. «Gli aspetti finanziari, di continuità e resilienza operativa detteranno legge nei prossimi mesi. Così come le modalità con cui si servono mercati e clienti. Oltre che capacità umane e nuove logiche del lavoro. Se ci pensiamo, sono chiamate in causa tutte le componenti essenziali dell’architettura strategica su cui si fonda – secondo Rizzotto di IDC Italia – la digital transformation.

«Rispetto al modo in cui le imprese stanno reagendo, pur consapevoli delle molte variabili fuori controllo, possiamo immaginare che le realtà che ritroveranno la strada, o imboccheranno un nuovo percorso positivo, non sono solo quelle che servono mercati direttamente coinvolti da bisogni primari, sanitari, legati all’emergenza. E non sono neppure soltanto quelle appartenenti alle filiere cosiddette strategiche o trainate da supply chain globali che non si arrestano. Potenzialità si aprono per le imprese che si erano già attrezzate in precedenza con una trasformazione dei processi, con standard e procedure di qualità, con modelli per la gestione dei rischi, con piani di continuità, con competenze, con un tessuto di metodi e di capacità umane che già in parte avevano consentito di attutire il colpo nella prima fase».

Tutto adesso è nuovo, ma anche solo aver simulato e testato situazioni di discontinuità può aiutare ad attivare una reazione. Oggi, vecchie e nuove esperienze servono per costruire processi sostenibili per la Fase 3 (e post-Covid). Tutto questo può contribuire a fare la differenza nella capacità di ripartire, ammesso abbia ancora senso il concetto di ripartenza e non si debba, piuttosto, parlare di rigenerazione in chiave moderna, digitale, di tutta la nostra società.

E questa rigenerazione deve partire – come ammette anche l’analisi di IDC Italia – senza il supporto di basi analitiche e statistiche certe. Se prima della crisi, Assinform stimava che il mercato digitale italiano nel suo insieme (comprensivo di informatica, telecomunicazioni, contenuti digitali ed elettronica di consumo) potesse crescere, nel periodo 2018-2021, a un tasso medio annuo composto del 2,8% – risultante da crescite del 2,5%, a 72.222 milioni di euro nel 2019, del 2,8%, a 74.254 milioni nel 2020 e del 3,1%, a 76.536 milioni nel 2021 – oggi questi numeri non hanno più alcuna valenza.

Come ripartirà il mercato? La sensazione di vari player è che prima del 2021 difficilmente partiranno grandi progetti di investimento e di innovazione. Certamente, i progetti di manutenzione resteranno in essere, ma almeno per tutto il 2020 il mercato sarà stagnante. E proprio in questo momento, in cui mancano segnali di ripresa che scadenzino i tempi e i modi di uscita dalla crisi sanitaria, le aziende e la Pubblica Amministrazione sono chiamate a guardare una realtà nuova di trasformazione digitale che sta avvenendo con un’accelerazione crescente. Dal basso.

CAMBIAMENTO BOTTOM-UP

La trasformazione dal basso ha generato due necessità fondamentali, una per le aziende nei confronti dei loro dipendenti, l’altra della PA nei confronti dei cittadini. Lato aziende si è rivelato fondamentale – laddove possibile – la capacità di garantire ai propri dipendenti la possibilità di lavorare efficacemente da remoto, potendo usufruire di tutte le risorse necessarie. Per una gestione amministrativa, finanziaria e logistica in continuità non viene richiesto alle aziende semplicemente di dotare i propri smart worker di computer portatile e connessione Internet.

Sistemi ERP, CRM, risorse documentali in cloud e tutto quello che serve per svolgere le attività lavorative deve essere accessibile – in modo sicuro e continuo – altrimenti l’azienda si blocca. Un conto quindi è consentire ai propri dipendenti di lavorare da casa – magari dotando chi ne fosse stato sprovvisto delle apparecchiature informatiche – un altro avere un’infrastruttura informativa già abilitata al lavoro remoto. In questo, come abbiamo già visto, le grandi aziende hanno avuto minori difficoltà perché progetti di digital transformation sono già stati implementati. Nonostante questo, anche per loro l’attivazione di questo grande laboratorio spontaneo di smart working avrà effetti significativi sui dati che finora in Italia erano inferiori alla media mondiale (59% in Italia contro il 62% all’estero – fonte The IGW Global Workspace Survey). La sfida vera nel campo della digital transformation però avrà luogo per le PMI e la PA, tradizionalmente e per diversi motivi arretrati digitalmente, in cui, per esempio lo smart working pesa solo per il 12% e il 16% (dati del Politecnico di Milano).

Al tempo stesso, qualora queste risorse non fossero state disponibili remotamente, le aziende hanno dovuto rivedere in poco tempo i tradizionali processi organizzativi per gestire le conseguenze sulle operations e di conseguenza sull’intera catena del valore. In questo caso, se le aziende si erano già mosse per digitalizzare il controllo dei processi produttivi, attraverso sistemi di manutenzione predittiva, attraverso sensori e sistemi per la gestione della supply chain avanzati, l’impatto organizzativo è stato minore e ha richiesto minori cambi nelle proprie strutture operative.

Negli altri casi, quando l’emergenza Covid-19 ha richiesto una presenza fisica dei dipendenti per dare continuità al business aziendale, è emerso quanto una leadership preparata, responsabile fosse importante per reagire tempestivamente e con competenza in momenti di crisi. Secondo una ricerca di ManPowerGroup, infatti, ai leader aziendali è stato dato il compito di guidare team di lavoro che si rendessero più autonomi ma con processi, responsabilità e ruoli definiti, attraverso i quali andare a misurare i risultati e a riadattare comportamenti. Inoltre, in questi casi, le aziende virtuose hanno avuto l’opportunità di diventare modelli di trasformazione per il settore industriale nelle quale operavano, ridisegnando modelli di business, diversificando le fonti di approvvigionamento e i mercati di sbocco.

Leggi anche:  Intel introduce la microarchitettura Tremont

STRESS TEST PER LE PMI

Quali sono le sfide più importanti per una PMI nell’affrontare la digital transformation? Quali sono gli elementi che, finora, hanno rallentato la modernizzazione delle nostre aziende più piccole in un’ottica digitale? Le motivazioni principali che hanno ritardato l’adozione di progetti di trasformazione digitale nelle PMI sono principalmente 5 e riguardano soprattutto le competenze umane, anche se struttura organizzativa e budget di spesa hanno un impatto in termini di adozione. Innanzitutto, c’è una certa opposizione da parte dei dipendenti delle piccole aziende al cambiamento. In Italia, dove la popolazione è più anziana e c’è mancanza di interscambio generazionale negli spazi di lavoro, il fenomeno è più diffuso. Ai lavoratori piace la routine, seguire uno schema predeterminato e quasi automatico. I cambiamenti – non soltanto quelli introdotti dall’innovazione digitale – apportano quantità più o meno intensa di disturbo.

In secondo luogo, un importante freno alla diffusione di progetti di digital transformation nelle PMI è legato alla mancanza di competenze per mettere in atto queste iniziative di digitalizzazione. Inoltre, si affida l’agenda dell’innovazione alle scadenze normative introdotte di volta in volta dalla pubblica amministrazione, senza di fatto pensare come cambiare il proprio modello operativo, rendendolo più efficiente e digitale.

Molte piccole aziende perdono tempo e sprecano risorse in programmi che difficilmente daranno i risultati desiderati perché non hanno la competenza o le capacità per guidare questi sforzi dall’interno, limitandosi ad affidarsi a consulenti esterni. Qualora le PMI, dopo aver allocate le risorse necessarie e aver vinto la resistenza dei loro dipendenti, avviano un processo di trasformazione digitale, lo fanno senza porsi obiettivi precisi e intermedi. Senza queste basi fondamentali, ogni progetto complesso di cambiamento è destinato a fallire. Le PMI italiane sono molto spesso padronali, con una struttura organizzativa cristallizzata o burocratica, che prende le decisioni in modo lento e diffidente nei confronti del cambiamento.

In questi contesti infatti strutture rigide, poco capaci di adattarsi velocemente ai cambiamenti o poco restie a farlo, allungheranno i tempi di esecuzione dei processi di trasformazione. Inoltre, in ambienti come questo, anche i partner commerciali possono ostacolare il processo, rifiutandosi di adattarsi ai nuovi standard e, di fatto, agendo come un ostacolo verso una trasformazione più completa.

Infine, l’ultima causa di ritardo verso la digital transformation delle PMI riguarda certamente avere un budget limitato a disposizione. Per le piccole aziende infatti, i fondi necessari all’avvio di progetti di innovazione potrebbero non essere disponibili senza credito esterno. La dimensione dell’azienda e anche il settore in cui opera giocano un ruolo importante nel definire quale sia la priorità di ogni fattore critico.

Come ha dimostrato il Covid-19, per le piccole imprese è possibile sopravvivere ai massicci e obbligati cambiamenti in corso solo attraverso la creatività – intesa come capacità di differenziare la loro offerta commerciale – e l’innovazione digitale che, tuttavia, è un’arma a doppio taglio, pericolosa, ma necessaria per la sopravvivenza delle PMI, e portatrice di enormi opportunità che le imprese intelligenti saranno in grado di cogliere e che permetterà loro di sopravvivere e di affrontare il mercato che emergerà dopo i fatti degli ultimi mesi. La differenza tra aziende di successo e aziende in crisi, nel caso delle PMI, dipende quindi dal loro livello di maturità nell’uso della tecnologia e, soprattutto del cloud. In uno scenario come quello che ci lascia l’emergenza sanitaria, più una piccola azienda è matura tecnologicamente, migliori saranno i suoi risultati di business. Sempre più aziende si stanno infatti rendendo conto che i servizi cloud non rappresentano solo il fulcro delle strategie di modernizzazione, ma svolgono un ruolo fondamentale per garantire la massima continuità del business.

Secondo Fabio Rizzotto di IDC Italia, è stato proprio il Covid-19 ad aver spazzato via anche le ultime preoccupazioni sull’uso del cloud nel nostro Paese ma anche in Europa, poiché i suoi benefici sono diventati molto chiari proprio nella risposta alla crisi. «Le aziende hanno accelerato l’implementazione di strumenti di collaborazione cloud-based per consentire ai dipendenti di lavorare in remoto nel breve periodo, ma si sono rese conto che la miglior produttività generale di queste soluzioni poteva avere interessanti ricadute anche post-emergenza. In particolare, le aziende si sono dette intenzionate a sostenere una migrazione più consistente al cloud nel medio termine, avendo scoperto come sia semplice sfruttare le capacità di scalabilità associate al cloud, sia esso privato, IaaS, PaaS o SaaS, o un mix di tutte queste tipologie». In effetti, le architetture multicloud che includono cloud privati e pubblici sono ormai diventate la nuova normalità per la maggior parte delle imprese, soprattutto medio-grandi. Le rilevazioni svolte da IDC hanno evidenziato come anche in Italia siano ormai presenti in oltre il 60% di questo segmento di azienda. «Gli ambienti multicloud spesso comprendono più generazioni di piattaforme – bare metal, virtualizzate o basate su container – e un portafoglio diversificato di applicazioni – tradizionali, cloud-based o cloud-native.

Aumentando l’adozione di architetture multicloud e l’uso di applicazioni dinamiche e distribuite, cresce l’esigenza di soluzioni complete di automazione, governo e analisi per aiutare a contenere i costi, mantenere le prestazioni e ridurre il rischio aziendale. Inoltre, così come deve essere facile e veloce scalare verso l’alto quando i workload aumentano, altrettanto deve esserlo ridimensionare le risorse quando le attività economiche rallentano o i requisiti di carico calano».

Per gestire nella maniera ottimale ambienti multicloud o ibridi, occorre una roadmap di migrazione personalizzata che massimizzi i risultati in termini di ritorno degli investimenti e di performance, e minimizzi i rischi in termini di continuità del business e di sicurezza. Sono poi necessari adeguati strumenti e policy di orchestrazione, controllo e gestione. Infine – conclude IDC – per le aziende sarà opportuno valutare l’implementazione di soluzioni software-defined in modalità stand alone o come parte integrante di infrastrutture iperconvergenti (HCI). Solo così sarà possibile disegnare un ambiente in grado di rispondere in modo efficace ed efficiente alle richieste dell’IT e (soprattutto) del business.

LA PA SI TRASFORMA

L’altro settore che è stato investito dagli eventi, ma già in ritardo nella trasformazione digitale e con una evoluzione a macchia di leopardo, è senza dubbio quello della Pubblica Amministrazione. Lo si è visto quando il sito INPS è andato in tilt sotto il peso delle centinaia di migliaia di richieste di sussidi economici giunte in poche ore. L’epidemia ha mostrato i punti deboli del sistema pubblico, costretto ad affrontare temi enormi quali la telemedicina, il controllo a distanza dei pazienti Covid-19 ma anche di dare risposte da remoto ai tanti cittadini che avevano bisogno di assistenza, di informazioni, di continuare a svolgere pratiche burocratiche necessarie alla loro vita quotidiana. La modernizzazione della PA che si trascina da anni, sarà un tema da affrontare e da risolvere al più presto, unificando le banche dati, mettendo in comunicazione diretta tutti gli uffici pubblici affinché le informazioni già presenti in qualche banca dati non vengano richieste di nuovo. Incrociare i dati, effettuare analisi approfondite permetterà di fare efficienza all’interno di un sistema che, ancora oggi, secondo i dati della CGIA di Mestre, che rileva come la spesa per i consumi intermedi della Pubblica Amministrazione continui a correre, avendo superato i 100 miliardi nel 2018 e risultando, in media, quasi doppia rispetto alla media europea.

La trasformazione digitale avrebbe nella sua faretra molte frecce che aiuterebbero questo mastodonte a ridurre le sue pretese economiche. A partire dall’intelligenza artificiale e il machine learning che potrebbero fornire importantissime informazioni per le entrate fiscali. Ma è anche facile immaginare miglioramenti e innovazioni in campo medico con sistemi di diagnosi basati sull’AI, sistemi robotici per la pulizia, la disinfezione o il controllo dei malati particolarmente infettivi. Gli strumenti per la telemedicina permetterebbero ai medici di famiglia di visitare i pazienti senza rischi, garantendo un’assistenza migliore e più tranquillizzante. Oppure l’uso di droni per la consegna di cibo, medicine e forniture mediche. Per non parlare delle analisi statistiche in grado di individuare nuovi focolai o situazioni anomale evidenziate dai dati relativi ai decessi o ai ricoveri negli ospedali.

Anche la scuola ne beneficerebbe: abbiamo visto le enormi difficoltà in molte zone e per molti cittadini nel seguire i corsi online. Gli stessi istituti scolastici si sono dimostrati pronti ma in modo diverso. Gli impatti migliorativi sarebbero tanti e avrebbero un effetto modernizzante decisivo per fare crescere il nostro Paese.

Questo è lo scenario a cui vorremmo si arrivasse, in tempi brevi. Ma a che punto si trova il nostro Paese nel suo percorso di digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni? Alla domanda si può rispondere con la necessaria precisione grazie all’indice DESI (Digitalizzazione dell’Economia e della Società) prodotto dalla Commissione Europea, al rapporto della Corte dei Conti presentato il 26 novembre scorso alla Camera dei Deputati, a varie iniziative private e pubbliche e a due indagini dell’Istat sul tema. Il risultato è che la nostra PA in tema di digitalizzazione non si trova certamente bene: limitando il giudizio in base al rapporto della Corte dei Conti ci troviamo al 18esimo posto su 28 paesi dell’UE nella classifica dell’eGovernment. Ancora peggiore, la fotografia generale dell’economia e della società (cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni) per la trasformazione digitale, in cui ci classifichiamo addirittura al 24esimo posto.

Leggi anche:  Webinar per formazione online. 5 modi per renderli efficaci

Secondo Alessandro Banfi e Giampaolo Galli, che hanno scritto un rapporto sulla digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, “quasi nessuno dei progetti pilota che avrebbero dovuto fare da driver della trasformazione digitale della PA ha avuto successo”. Analisi impietosa, ma basta pensare a progetti quali lo SPID, quella identità digitale che dovrebbe essere la base digitale di qualunque progetto di trasformazione digitale di una pubblica amministrazione, praticamente inutilizzato dalla larga maggioranza dei nostri concittadini. Ma anche alla scarsa diffusione del fascicolo elettronico che, soprattutto in una fase come questa, avrebbe potuto prevenire in modo più puntuale il contagio e, probabilmente, salvare anche qualche vita umana in più. Nella classifica DESI, distanti rimangono anche i paesi più simili a noi per caratteristiche socioeconomiche come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna e ugualmente colpiti dalla pandemia, mentre l’Italia è invece vicina a Bulgaria, Romania e Polonia.

Lo stesso commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale Luca Attias ha definito scarsi i risultati nella razionalizzazione delle infrastrutture digitali, arrivando addirittura a considerare che – «i data center – o sedicenti tali – delle amministrazioni restano troppi e spesso di infima qualità». Cosa che ha reso l’interoperabilità dei sistemi informativi piuttosto scarsa, come emerso seppur parzialmente anche dal livello dei moduli precompilati del DESI. Quindi, nelle conclusioni del loro rapporto, Banfi e Galli scrivono che “malgrado le grandi innovazioni che stanno emergendo nel panorama internazionale (intelligenza artificiale, machine learning, blockchain, connessioni 5G) e nonostante gli sforzi messi in atto dai tanti soggetti preposti allo sviluppo digitale, nella nostra pubblica amministrazione prevale ormai uno stato di quasi rassegnazione”. Rassegnazione che a questo punto, speriamo l’impatto dell’epidemia abbia contribuito a sconfiggere, sollecitando un’azione che avvicini definitivamente cittadini e Stato in un abbraccio digitale che porti alla modernizzazione dell’intero Sistema Paese.

Come favorire allora la crescita digitale anche nella pubblica amministrazione? Una ricerca di Accenture, indica come elemento chiave di questo sviluppo la collaborazione fra pubblico e privato. Si pensi infatti allo sviluppo delle competenze nei sistemi scolastici e universitari, all’attrazione dei talenti, alla formazione, agli incentivi alla nascita di startup e, più in generale, alla trasformazione del rapporto tra la PA e il cittadino, attraverso tecnologie e multicanalità. Lo abbiamo sperimentato in quest’ultimo periodo in cui, seppure partendo da una posizione defilata, la pubblica amministrazione si è data da fare per agevolare l’interazione digitale tra uffici – per forza di cose remotizzati – e cittadini. Avere una buona domanda è una condizione necessaria per sviluppare una buona offerta. In questo caso, avere una buona offerta significa ottenere più crescita economica e più lavoro. Da dove iniziare? Dal controllo della spesa, quindi l’innovazione nel procurement pubblico è uno strumento cruciale per sviluppare una riqualificazione dell’offerta necessaria al Sistema Paese per fare il salto digitale.

Poi viene di conseguenza la programmazione economica, con il tema determinante della scelta degli investimenti pubblici verso cui finalizzare le risorse a disposizione. Questa in Italia è, da sempre, una questione critica. Spesso le pubbliche amministrazioni centrali e locali, che sono ben consapevoli dei problemi a cui vorrebbero porre rimedio, non hanno le competenze tecnologiche necessarie per trasformare in capitolati innovativi le loro esigenze di soluzioni tecnologiche. Ecco allora che sarà necessario promuovere con forza una nuova cultura nel pubblico, un cambiamento di mentalità che permetta di sperimentare nuove modalità di confronto tra PA e operatori privati per dare vita, in un contesto di massima trasparenza, a forme di procurement pre-competitivo efficaci.

Se non puoi da subito stravolgere il sistema, per modernizzarlo è possibile usare una manovra più furba, cambiando il modo di fare le cose, mettendo in comunicazione l’intelligenza della domanda e l’intelligenza dell’offerta, facendole lavorare insieme per rendere più interconnesso e aperto il sistema del procurement pubblico, più professionalizzato il mondo del trasferimento tecnologico, più coinvolti utenti intermedi e finali per innescare quelle dinamiche di innovazione che sono state messe in chiaro in questo periodo dalle richieste di servizi da parte dei cittadini.

Poiché l’innovazione digitale nasce dall’incrocio tra business e tecnologia, da esigenze di collaborazione non inquadrabili nei modelli tradizionali, diventa importante per la PA – ma anche per le aziende che con essa devono interagire – non essere autoreferenziali nei propri modelli di sviluppo, ma cominciare a fare tesoro delle sollecitazioni che arrivano dall’esterno – dall’innovazione tecnologica, dai nuovi modelli di consumo dei clienti, dalla collaborazione con i distretti delle startup, dall’osservazione degli altri settori – comprendendone modelli e implicazioni.

Tenendo però presente che in questa evoluzione, il tempo (agilità e velocità) è una variabile chiave e che la capacità di essere competitivi è legata all’abilità di sperimentare e di innovare in modo rapido, di imparare velocemente dalle esperienze fatte, per poi portare in modo altrettanto veloce la nuova offerta sul mercato o ai cittadini. Saper definire ed eseguire una strategia digitale con rapidità e su larga scala farà la differenza fra chi vincerà e chi soccomberà. La nostra società, alla luce delle necessità emerse nella lotta contro la pandemia, si è resa conto improvvisamente delle sue nuove esigenze digitali, fondamentali per portare a termine compiti relativi al lavoro e alla vita privata, ma impensabili solo fino ad alcuni mesi fa.

LA NUOVA NORMALITÀ

Una nuova normalità fortemente connotata dall’economia digitale. Nel prossimo futuro, quindi, il grado di competitività delle nostre imprese dipenderà da quello che IDC definisce il “digital reach”, cioè la capacità di gestire servizi digitali ovunque il business lo richieda. L’elemento basilare per poter garantire questa capacità riguarda ovviamente l’estensione dell’infrastruttura IT dal core all’edge. Dato che la nuova economia sarà sempre più data driven, è fondamentale che le risorse tecnologiche vengano posizionate laddove i dati vengono generati. IDC prevede infatti che entro il 2023 oltre il 50% delle nuove infrastrutture IT che le imprese andranno a installare riguarderà i siti edge anziché i data center, con un calo del 10% rispetto ad oggi.

Le imprese hanno l’esigenza – ma oggi anche la capacità – di fornire prodotti e servizi sempre più personalizzati, di aumentare l’efficienza e di abilitare una miglior esperienza digitale. Questo enorme potenziale dipende però dall’infrastruttura IT, che si dovrà estendere al di fuori dei data center per arrivare all’interno, o vicino, ai punti periferici in cui prende vita l’innovazione. La necessità di ridurre la latenza, garantire la resilienza locale e la sovranità dei dati sono i motivi principali alla base della distribuzione dell’infrastruttura IT in aree critiche. L’emergenza Covid-19, ancora una volta, ci ha mostrato quali sono le motivazioni per implementare i servizi IT all’edge: oggi, non è più necessario soltanto soddisfare le aspettative e la convenienza dei clienti (per esempio Netflix e la produzione di contenuti) quanto invece supportare risorse critiche (si pensi alla chirurgia assistita dalla realtà aumentata o ai veicoli autonomi) o condizioni lavorative estreme (immaginiamo un ospedale Covid, in cui mantenere il massimo distacco fisico, attraverso l’uso di operatori automatizzati o droni). L’infusione dell’IT in tutti gli aspetti della nostra vita, in cui la latenza e la capacità di elaborare i dati influiscono persino sulle situazioni di vita o di morte, aumenterà la necessità di siti edge resilienti e sicuri.

Il successo nell’era della trasformazione digitale richiede nuove riflessioni sul consumo di risorse IT in siti sempre più intelligenti. Questi siti – ci spiega Fabio Rizzotto di IDC Italia  – sono le nostre stesse città, gli ospedali, le fabbriche, i centri di trasporto e una vasta gamma di spazi in cui potrebbero transitare persone connesse o cose “intelligenti”. Molti CIO, nel corso della loro vita lavorativa, hanno visto il pendolo dell’IT oscillare più volte tra il modello centralizzato e quello decentralizzato. Quel che oggi è diverso è il focus dell’attenzione, che è passato dalla gestione dei device alla gestione dei servizi e dei risultati. Le scelte del modo in cui le infrastrutture vengono acquisite, distribuite, gestite e mantenute, stanno trasformando il ruolo delle organizzazioni IT. Prepararsi a gestire l’IT all’edge sarà la chiave per aumentare la velocità aziendale, consentire un ridimensionamento dinamico del business e garantire una maggiore flessibilità operativa anche in situazioni di grave emergenza.