L’approccio verticale per colmare il digital mismatch

L’approccio verticale per colmare il digital mismatch
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La forza della rivoluzione digitale investe tutti i settori produttivi e contribuisce ad aggravare lo sbilanciamento tra domanda e offerta nel mercato delle competenze. La soluzione per superare lo skill gap? Un approccio verticale

La rivoluzione digitale continua la sua ascesa e nella sua veloce corsa travolge ogni aspetto della nostra società. La vicinanza delle ondate del processo di trasformazione muta rapidamente la realtà in cui viviamo, assieme ai nostri comportamenti e alle nostre possibilità. Dal punto di vista del mercato del lavoro, la trasformazione digitale gioca un ruolo importante: più del 90% delle piccole e medie imprese in Italia dichiara di credere nel processo di trasformazione come leva strategica per il mantenimento di alti livelli di competitività e afferma di conseguenza di voler investire in nuovi strumenti e in nuove competenze tecnologiche e digitali.

La richiesta di digital skill si stima possa subire dunque un’impennata, portando così a un allargamento ulteriore del gap già esistente tra domanda e offerta di lavoro in campo IT. Secondo le previsioni della Commissione europea, entro la fine del 2020 i posti di lavoro non occupati per mancanza di figure con adeguate competenze tecnologiche e digitali saranno 756mila in tutta Europa (solo due anni fa i posti vacanti segnavano quota 373mila). Un numero davvero impressionante che potrebbe crescere ancora.

In Italia, la quota di laureati in materie ICT è rimasta stabile dal 2016; stando ai dati della Relazione DESI 2020, solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori (33% nell’UE). Ciò significa che, con molta probabilità, le aziende italiane incontreranno sempre più difficoltà nel trovare le figure adatte ai propri bisogni e che il digital mismatch garantirà sempre più potere di trattativa ai professionisti dell’Information Technology.

In Europa, un esperto (laureato o diplomato) ICT guadagna in media quasi il 4% in più rispetto alla media degli stipendi. Un dato crescente esplicativo dei problemi che la digital transformation sottopone e continuerà a sottoporre alle aziende europee. In Italia, solo pochi anni fa, lo stipendio annuo di un neolaureato ICT corrispondeva a circa 22mila euro. Oggi, un entry level guadagna anche più di 26mila euro all’anno. Alle difficoltà dovute all’incremento del costo delle risorse va poi aggiunto il problema dell’overstretching dei tempi del recruiting. La richiesta sempre più impellente da parte delle aziende di verticalizzazione e di qualità che eccedono il background tecnico delle risorse (team working, problem solving, flessibilità…) provoca un prolungamento inevitabile dei tempi di ricerca.

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Le soft skill continuano infatti ad acquisire importanza e a essere considerate imprescindibili dalle aziende. In alcuni casi, secondo quanto stimato dall’Osservatorio delle Competenze Digitali in un’indagine del 2019, le soft skill sono considerate importanti tanto quanto le hard skill.

Tra le soluzioni più efficienti alle problematiche riscontrate dalle aziende in ambito recruitment si conta l’adozione di un approccio verticale, ovvero l’utilizzo di strumenti specifici e know-how tecnico che insieme garantiscono una conclusione adeguata e in tempi ragionevoli del processo di selezione di nuove competenze. Le ultime novità riguardano l’utilizzo di nuove tecnologie, quali l’intelligenza artificiale, e tool ad hoc sempre più precisi, tramite i quali si favorisce in modo efficiente l’incontro tra domanda e offerta.


Federico Colacicchi managing partner di Techyon