Senza cultura manageriale le idee geniali restano nel cassetto. Cosa manca alle imprese italiane del settore IT secondo Marco Massari

Cosa manca alle imprese italiane del settore IT secondo Marco Massari
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A volte ci sono idee geniali che rimangono nel cassetto, perché non si sa come realizzarle o non si hanno gli strumenti (materiali o finanziari) indispensabili per trasformarle in qualcosa di concreto.

Questo è uno dei principali freni alla crescita e allo sviluppo di moltissime realtà imprenditoriali italiane del settore IT, in particolar modo quelle più piccole, che non riescono a fare il “salto di qualità” necessario per ottenere un miglior posizionamento di mercato e una fetta più ampia di clienti.

Secondo Marco Massari, esperto di consulenza aziendale che ama definirsi “il braccio destro dell’imprenditore”, il problema spesso non è la voglia di fare e mettersi in gioco, ma una carenza di cultura di impresa a tutti i livelli, dai manager che ricoprono ruoli decisionali, fino a chi deve realizzare in concreto le strategie di business.

Le aziende italiane hanno enormi potenzialità, anche nel settore IT esistono delle vere eccellenze, che però sembra che stentino sempre a fare il vero “salto”. Cosa manca?

Senza dubbio, dico “la cultura manageriale”. Ci sono in giro persone, spesso giovanissime, con una gran voglia di fare e idee davvero geniali ed innovative. Le stesse persone, però, quando si trovano a capo di un’azienda, possono non essere altrettanto performanti. Questo accade perché è raro che i talenti siano concentrati tutti in un’unica persona: il “tecnico”, l’inventore o il dirigente d’azienda, sono mestieri differenti! Capita, dunque, che gli stessi ragazzi geniali che, magari, hanno avuto un’idea con un gran potenziale, si perdano in un bicchier d’acqua quando si tratta di gestire nel concreto l’azienda, commettendo dunque errori che potrebbero essere evitati.

Un altro fattore da considerare è quello dei capitali finanziari. Spessissimo, i soggetti più geniali sono anche i più squattrinati, e quando arrivano i detentori della pecunia un po’ se ne approfittano, o almeno ci provano. Spesso le persone sono talmente in smania dal definire “come dividersi la torta”, dal non lasciarla nemmeno lievitare bene. È una metafora, è ovvio, ma credo renda bene l’idea. Le start up, soprattutto quelle innovative, hanno bisogno di ampio respiro, devono avere il tempo di sperimentare, sbagliare, e ovviamente anche di registrare delle perdite, visto che per crescere servono spesso copiosi investimenti. Troppa fretta nel cominciare ad incassare “i frutti” degli sforzi creativi, commerciali e degli investimenti finanziari, porta spesso le aziende ad arrancare, e a non riuscire mai a fare il “grande salto”.

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È anche vero che spesso l’imprenditore italiano non è solo un imprenditore, ma ha costruito la sua azienda attorno alle sue capacità nel proprio settore. Nel settore IT questo fattore è spesso importante, perché diciamoci la verità, raramente un esperto magari molto bravo nel settore tecnologico, ha poi una capacità di “visione” imprenditoriale.  L’imprenditore, cosa dovrebbe fare?

Per rispondere a questa domanda occorrerebbe un libro (e infatti l’ho scritto!). Battute a parte, l’imprenditore deve avere una forte visione strategica e di marketing, che possa essere tradotta in piani, progetti, numeri. Tutto ciò va poi verificato e controllato costantemente, in modo da capire cosa sta funzionando a dovere, apprendendo da ciò che si è sbagliato. L’imprenditore deve sapere se la sua azienda sta realmente guadagnando, al di là di quel che dice l’ultima riga del bilancio ufficiale, e avere sempre sotto controllo il “cash flow”, ovvero la liquidità che rappresenta la vera benzina dell’azienda: senza, ci si ferma! Deve conoscere i punti di forza e quelli di debolezza della sua impresa, sapendo ancorarsi ai primi e sforzandosi di porre in essere tutte le azioni per correggere e migliorare i secondi. Inoltre, deve essere un leader, capace di coordinare e motivare la sua squadra. Deve essere coraggioso senza risultare sprovveduto, non arrendersi mai, cercare soluzioni anche dove sembra non ce ne siano. Per finire, deve essere in grado di calcolare lo stipendio che può permettersi di pagarsi! Sapete quanti imprenditori ho visto finir male, perché ritenevano di “meritarsi” qualche lusso in più, e alla fine tra compensi esagerati e macchine lussuose prese in leasing, privavano l’azienda della sua linfa vitale? A questo occorre fare, sempre, un’estrema attenzione: ho visto fin troppi imprenditori cadere nel tranello del “fare la vita da ricchi” senza poterselo ancora permettere.

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In un periodo tanto complicato, nel quale le certezze sono tutte saltate, come riuscire a fare un business plan?

Il criterio è sempre il solito, ovvero quello della prudenza. Io consiglio sempre una certa moderazione nelle previsioni, anche perché ho spesso visto imprenditori con la tendenza a sopravvalutare il reale andamento di un progetto di investimento! Raramente ho visto iniziative imprenditoriali andare meglio di quanto l’imprenditore inizialmente pensasse, nei suoi “conti della serva”, mentre sono testimone di una miriade di casi in cui le cose sono andate peggio. È per questo che tendo sempre a sgonfiare, anche di molto, le idee che inizialmente mi vengono espresse, ispirando il lavoro a un criterio di estrema prudenza per non dire di leggero pessimismo. E questo, per me, vale sempre. In questo particolare contesto, i tempi sono difficili, è vero, ma se dovessi imbarcarmi oggi nella redazione di un business plan per un’iniziativa da far partire nei prossimi 3/4 mesi, vorrei comunque credere che le fortissime criticità legate alla pandemia, a quel punto, saranno sul punto di aver trovato una via di progressiva risoluzione. Dunque, fare un buon business plan è ancora possibile: chiaramente, bisogna evitare di scrivere “quel che pensa l’imprenditore”, ma di fondare ogni numero, ogni previsione, su dati il più possibile oggettivi. Laddove le certezze siano poche, le previsioni andranno ponderate o con vere e proprie ricerche di mercato (che, però, sono costose), o quantomeno con dati disponibili anche on-line e relativi ad iniziative simili o assimilabili. Certo che, se fra qualche mese, il mondo intero andasse così male da non permettere lo svolgimento efficace di alcuna attività economica, qualsiasi business plan diventerebbe carta straccia, ma non credo proprio che le cose andranno in questo modo: ci riprenderemo.

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Lei ha anche scritto un libro, ce ne può parlare?

Certamente, e molto volentieri! “L’impresa di essere imprenditori” è un condensato di tutta la mia esperienza, e l’ho scritto pensando che i miei lettori non siano gli esperti o gli studiosi, ma proprio i proprietari e i dirigenti delle nostre aziende! Ho cercato, dunque, di usare un linguaggio semplice, in modo da essere compreso e risultare utile. Gli argomenti sono molteplici, e riguardano tutti quegli aspetti dell’essere imprenditori in cui, normalmente, ho visto più persone “cadere”, perché li sottovalutavano o non li consideravano per niente. Nel libro parto dalla genesi d’impresa, per poi andare a toccare tanti punti importanti come ad esempio: il business plan, la finanza d’impresa, i rapporti con le banche, i bandi di finanza agevolata, l’organizzazione, l’individuazione dei punti di forza e di debolezza, i rating, la centrale rischi, l’analisi di bilancio e il marketing. Nell’edizione 2020, ho aggiunto un nuovo capitolo che mi sembrava doveroso scrivere, dedicato alla gestione d’impresa in caso di “shock esogeni” come, appunto, la pandemia e il lockdown.