Black Mirror, quando il lato oscuro di Twitter invade la televisione

La prima e seconda serie di Black Mirror, ideata e prodotta dal geniale Charlie Brooker, sono andate in onda su Sky. La serie britannica è riuscita in un esperimento davvero inedito: rendere sul piccolo schermo le tensioni e le inquietudini legate al mondo dei nuovi media e di Twitter in particolare.

Tutti i giorni maneggiamo il nostro “specchio nero”, quel piccolo diabolico device capace di restituire a noi stessi e al prossimo un oscuro riflesso del nostro vero essere.

L’abilità di Charlie Brooker è stata quella di essere riuscito a raccontare con magistrale perizia come questo riflesso possa essere potenzialmente distruttivo della nostra personalità, riuscendo a piegare la televisione a modalità di racconto inedite sulle inquietudini introdotte dalle nuove tecnologie.

Ogni episodio nell’arco di un’ora racconta una storia autoconclusiva completamente slegata dalle altre. Eppure al termine della visione delle due serie appare evidente come esista una sorta di “continuità laterale”, come se i vari episodi si svolgessero in momenti diversi della medesima distopia.

Il più riuscito della serie è sicuramente “Messaggio al Primo Ministro”, in cui viene raccontato come un folle provocatore, utilizzando le debolezze dello “sciame umano” presente su Twitter, riesce a costringere il Primo Ministro inglese ad avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta nazionale. La storia racconta in modo esemplare come “leggere gli umori della gente” dai social media sia un esercizio in ultima analisi assolutamente suicida e come la coazione a “far girare la notizia” renda ormai impossibile una informazione ordinata.

Certamente “15 milioni di celebrità” è l’episodio che ho trovato più spassoso. In un futuro, che sembra la versione stilizzata della nostra società, il mondo è diviso in tre “caste”: gli obesi vestiti di giallo, che rappresentano gli strati più bassi della società e sono brutalizzati verbalmente e fisicamente, gli atleti vestiti di grigio che trascorrono la vita a pedalare su delle cyclette per alimentare l’elettricità del sistema, guadagnando “meriti” per comprare beni e servizi e infine le celebrità, libere di vestire in modo eccessivo. Il film racconta dapprima l’amore disinteressato del protagonista per un’aspirante cantante, che viene trasformata in una pornostar da un Talent Show tritacarne. Poi racconta la ribellione al sistema effettuata in diretta dal protagonista… che diventa elemento di palinsesto della televisione interattiva.

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In “Ricordi pericolosi” viene raccontato un mondo in cui tramite chip sottocutanei è possibile registrare e cancellare i nostri ricordi, rendendoli immediatamente fruibili attraverso particolari device, o tramite una sorta di playback emozionale. Il film rende benissimo l’angoscia dell’impossibilità di dimenticare, attraverso il racconto di una crisi coniugale, che si sviluppa in un crescendo di playback, che gradualmente sgretolano ogni certezza.

Con “Torna da me” il tema delle informazioni che lasciamo su di noi in Rete si spinge verso una sorta di punto di non ritorno. Una ragazza apprende di essere rimasta incinta poco dopo la morte del proprio compagno. La protagonista attiva così un BOT, che dapprima risponde in modo coerente alle mail sulla base dello stile di scrittura sui social network adoperato dal defunto… poi inizia a dialogare per telefono analizzando il comportamento desumibile dalla quantità di video immessi nella cloud… infine irrompe nel mondo reale con esiti penosi. Un inquietante quadro delle tracce che lasciamo di noi sui vari social network.

Orso Bianco” è una sorta di “Delitto e Castigo 2.0”, in cui l’elemento della “punizione catartica” diventa una sorta di spaventoso reality show senza fine. Come spesso avviene anche nel mondo attuale, al reo è sottratta ogni possibilità di riabilitazione e la sua distruzione sul piano psicologico diventa elemento di spettacolarizzazione e intrattenimento. La scena del “pubblico” che insegue l’assassina, riprendendola smartphone in pugno, mentre l’aguzzino la insegue, è estremamente potente e ben resa.

Molti hanno visto in “Vota Waldo!” un racconto del fenomeno del Grillismo. Il film racconta infatti di un comico fallito, che animando il meme di un orsetto blu, viene candidato alle elezioni sovvertendo i risultati elettorali col beneplacito di CIA e editori spregiudicati. In realtà a mio avviso il film parla piuttosto di un fenomeno che inizia a dilagare in ogni anfratto del globo con la creazione di “politici-meme” fungibili e intercambiabili, che fungono da cassa di risonanza delle parole d’ordine dello sciame digitale, in un continuo gioco al ribasso.

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Insomma, una serie altamente consigliata per riflettere sui possibili incidenti di percorso cui ci può portare il feticismo tecnologico. Una serie che raccontando il futuro, racconta il nostro presente. Sei racconti che illustrano in modo magistrale le insidie del nostro quotidiano, in cui un ipertrofico tentativo di raccontarci, spesso genera un “oscuro riflesso”.

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