IBM, cento anni di risposte esatte

21/12/2011 | a cura di Andrea Lawendel


Una miscela vincente di leadership, innovazione continua e responsabilità sociale hanno guidato il numero uno del computer e del software per un intero secolo. Il prossimo sarà all'insegna di una informatica che sappia far funzionare meglio il pianeta

 

Nel linguaggio figurato cui gli anglosassoni amano ricorrere per sottolineare meglio un concetto, le anatre zoppe simboleggiano qualcosa - o qualcuno - che gira intorno allo stesso punto e non riesce ad andare da nessuna parte. In quello stesso linguaggio troviamo anche la metafora di un altro tipo di anatra, quella selvatica. Esempio che un certo Tom Watson esortava a seguire tanti anni fa, dalla sua sedia di general manager di una società nata nel 1911 che produceva strane macchine, capaci di fare conti e riordinare grandi quantità di informazioni: la Computing Tabulating Recording Corporation. Watson era entrato in Ctr nel 1914, forte dell'esperienza in materia di registratori di cassa maturata in Ncr, pioniere del marketing scientifico e aggressivo di puro stampo americano. Tutte le aziende, diceva Tom, farebbero bene a tenere da qualche parte una riserva di "wild ducks", di anatre selvatiche. Cervelli freschi, imprevedibili, persone speciali, capaci di andare lontano inseguendo sogni e idee che nessuno ha ancora avuto.

Le anatre selvatiche di Tom Watson, il manager che pochi anni dopo la sua assunzione inventò il marchio IBM (www.ibm.com) guidando quella che sarebbe diventata Big Blue per buona parte del suo primo ciclo evolutivo, precedono di parecchi decenni la coraggiosa esortazione ("stay foolish", non rinunciate mai a un pizzico di follia) pronunciata da un altro genio innovatore che ha saputo cambiare il mondo con le sue tecnologie. Tra i folli visionari che Steve Jobs amava invocare e le indomabili anatre di Watson non ci sono molte differenze. Li accumuna la stessa voglia di cambiare lo status quo, la stessa capacità di volare alto. Nei suoi cento anni di storia appena compiuti, IBM è riuscita a incidere sulla realtà in modo ancor più radicale e duraturo. Da quei rudimentali sistemi elettromeccanici ai mainframe, i personal computer, i server a parallelismo massivo, fino al software di supercalcolo che ha permesso di battere i più grandi giocatori di scacchi mai vissuti e soprattutto di facilitare enormemente l'esplorazione genetica, gettando un indissolubile ponte tra informatica e biologia. Oggi nei prestigiosi centri di ricerca sparsi per il mondo, IBM ha conservato una buona scorta di wild ducks per inseguire l'ambizioso obiettivo di un pianeta più intelligente. Un mondo che grazie alle capacità inferenziali di Watson, il calcolatore campione di telequiz con cui IBM ha aperto ufficialmente l'era della informatica semantica, sappia affrontare difficilissime sfide economiche, energetiche, ambientali.

Tracciare un quadro preciso dell'identità di IBM a cento anni dalla sua fondazione non è una impresa facile. Nel corso del tempo Big Blue si è liberata di brand e prodotti che la rendevano immediatamente riconoscibile anche nel mass market. Per lungo tempo i Pc venivano definiti "IBM-compatibili", brand come ThinkPad - un'altra strana combinazione, il "think" dello slogan preferito di Watson e il Pad che oggi contraddistingue le diaboliche tavolette di Apple - hanno contribuito all'affermazione di un’informatica professionale, ma amica.

Anche se oggi certi marchi non appartengono più a IBM, non si deve sottovalutare l'importanza delle linee di prodotto negli assetti attuali della società. IBM si presenta ancora principalmente come azienda "di prodotto", anche se l'offerta è stata necessariamente adeguata a un mercato che pone domande da affrontare con una straordinaria capacità di integrazione di aspetti, sistemi, applicazioni interdisciplinari. Un gruppo da 99,9 miliardi di dollari di fatturato - in discreto recupero dopo la contrazione registrata a partire dalla crisi mondiale del 2008 - e un utile netto di quasi 15 miliardi, non potrebbe sostenere una simile presenza sul mercato senza un portafoglio di prodotti hardware e software molto solido e articolato. Ma sulla natura intima della IBM di questo primo centenario ha un peso forse ancora più consistente la filosofia della soluzione da offrire ai clienti, per quanto ordinari o ambiziosi, lineari o complessi possano essere i loro problemi.

Sul sito Web allestito in occasione del centesimo genetliaco viene proiettato il documentario dedicato a Howard-Yana Shapiro, responsabile per la scienza e la ricerca botanica di Mars, il re delle barrette di cioccolato. Shapiro, uno scienziato imprenditore che nel 1997 ha ceduto a Mars la sua azienda di sementi biologiche e sostenibili, aveva lanciato una campagna per la mappatura del genoma della pianta di cacao, uno strumento che avrebbe consentito di affrontare meglio i problemi di un organismo delicato, che nel passato recente ha vissuto periodi di grande crisi per colpa di parassiti e altri malanni. Nel 2010, insieme al Centro di biologia computazionale di IBM e ai ricercatori del Dipartimento americano dell'agricoltura, Shapiro ha annunciato, con tre anni di anticipo, il completamento del lavoro di mappatura. Grazie alle conoscenze di Big Blue nel campo avanzato dell'informatica applicata alla biologia e alla potenza del sistema Blu Gene, il patrimonio genetico del cacao non è più un mistero e l'intero database dei suoi cromosomi è stato rilasciato in public domain a vantaggio della sostenibilità di una materia prima che, oltre a dilettare miliardi di consumatori, riesce a dare lavoro a 6 milioni e mezzo di agricoltori nel Sud del mondo.

Cambiare per essere competitivi

«Certamente - riconosce Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato di IBM Italia - la IBM di oggi è profondamente diversa, non soltanto da quella che agli inizi del '900 vendeva bilance e tabulatrici, ma anche da quella di venti anni fa, quando Internet era appena agli inizi o anche di solo dieci anni fa, quando non immaginavamo ancora i social network». Durante il suo lungo percorso, IBM ha vissuto periodi molto difficili, ha rinunciato a linee di prodotto in cui aveva investito, prosegue Ciniero. «Nel nostro settore, tutto è sempre più veloce e pervasivo, cambiare è diventata una regola, la condizione essenziale per essere competitivi. A essere rimasto immutato fin dall’inizio è un insieme di valori forti, e non parlo solo di etica aziendale, che è il dovere fondamentale di qualunque organizzazione, ma di un insieme di convinzioni profonde che rappresentano l’identità di un’impresa. Al centro di tali convinzioni, come cento anni fa, c'è l'impegno di innovare costantemente, di fare cose nuove».

Su un pianeta che ha da pochissimo girato la boa dei sette miliardi di abitanti, che presto dovrà affrontare giganteschi problemi di risorse energetiche, alimentari, ambientali, le tecnologie del computer e delle telecomunicazioni possono ancora attingere a una riserva illimitata di fabbisogno e voglia di cambiamento.

«Per noi di IBM - sottolinea ancora Ciniero -, riflettere sul nostro futuro significa continuare a esplorare le tre dimensioni che restano alla base del nostro successo. Una leadership in continua trasformazione, perché IBM ha sempre saputo reinventarsi adattandosi ai cambiamenti. Una tecnologia innovativa, perché siamo da sempre pionieri nella scienza dell'informazione. E le ricadute in termini di impatto sociale, perché l'azienda, evolvendo, non ha mai mancato di anticipare e soddisfare i bisogni dei clienti e della società nel suo complesso. In fin dei conti il nostro obiettivo è sempre stato quello di aiutare il mondo a funzionare un po' meglio».

La capacità di promuovere una leadership affidabile e coerente con le strategie di gruppo è sicuramente uno dei punti di forza di Big Blue. Tanto per citare ancora la leggendaria figura di Watson, il primo a incarnare la figura di leader in un’epoca in cui i capi si chiamavano Ford o Edison, «il successo è un traguardo che può sempre scappare di mano». Quelle parole risalgono al 1961, quando IBM festeggiava il primo mezzo secolo. In quella occasione Watson ricordava che delle venticinque maggiori corporation americane del 1900 ne erano rimaste in piedi solo due, una delle quali ne aveva assorbite altre sei. Il tasso di longevità delle organizzazioni così complesse non si è adeguato a quello, ormai altissimo, degli individui. Andando a riaprire oggi la classifica “Fortune 500” del 1961, ritroveremmo ancora in attività solo quattro dei nomi elencati alle prime venticinque posizioni. Diventare grandi, acquisire potenza e dominio di un mercato è complicato, ma alla portata di un management molto motivato. Conservare questo controllo e adattarlo alle mutevoli condizioni al contorno richiede qualche qualità in più. Nei due ultimi decenni IBM ha prodotto due leadership di notevole spessore. Lou Gerstner, negli anni Novanta, ha impresso all'intera corporation una svolta decisiva, scongiurando le minacce di una fase di crisi molto marcata. Merito forse di un sistema immunitario aziendale capace di far risaltare forze e capacità non comuni. Il successore di Gerstner, Sam Palmisano, Ceo dal 2003, è il classico esempio della forza del "vivaio" IBM. Entrato giovanissimo, da semplice venditore, nella Big Blue che aveva da poco lanciato il successore del sistema 370, Palmisano raccolse l'eredità di Gerstner rilanciandola in due visioni strategiche, "computing on demand" e "smarter planet", che hanno fatto breccia nell'immaginario collettivo, hanno segnato la prima decade del nuovo millennio.

Curiosamente, proprio mentre Data Manager stava curando questa "Cover" del centenario, IBM ha annunciato un nuovo passaggio di testimone. A fine ottobre Sam Palmisano ha fatto sapere di voler concludere con il 2011 la sua esperienza di Ceo. Dal primo gennaio 2012, IBM aprirà il suo centounesimo anno non con un nuovo, bensì con una nuova amministratrice delegata, Virginia, "Ginni", Rometty, specializzazione in computer science e ingegneria elettrica, in azienda dal 1981, in carica fino alla recentissima nomina a Ceo come vice presidente e responsabile divisionale vendite, marketing e strategie. È lei la mente del progetto per la trasformazione commerciale del computer Watson, l'esperimento di supercalcolo cognitivo culminato all'inizio del 2011 nella spettacolare demo di Jeopardy!, la prima gara televisiva di quiz vinta da una macchina contro due agguerritissimi concorrenti umani. Dopo il computing on demand, l'informatica "semantica", capace di comprendere il contesto dei dati che elabora, di affiancare l'uomo nello stabilire relazioni di senso in una massa di dati non strutturati e informazioni sempre più voluminosa e caotica, sarà certamente uno dei temi forti che connoteranno la guida della nuova responsabile IBM e, insieme, gli interessi e le aspettative del mercato globale delle soluzioni informatiche di questo decennio.

In casa IBM il termine leadership è tuttavia da intendersi in un senso decisamente allargato. In questa fase di integrazione globale, in un mondo che rimpicciolisce e si appiattisce sempre di più, racconta ancora Ciniero, si impone una rivisitazione del ruolo del singolo, un cambiamento nel modo di lavorare, sempre nell'ottica di uno sviluppo di nuove opportunità economiche. «È per questo che negli ultimi dieci anni abbiamo trasformato IBM dal tradizionale modello di multinazionale a quella che definiamo impresa integrata a livello globale, una realtà che oggi conta oltre 400mila dipendenti in 170 nazioni. Circa 60mila di loro, compresi 38mila manager, affrontano un percorso di crescita professionale che li porterà a ruoli di responsabilità e leadership a ogni livello aziendale».

Sul ruolo della tecnologia e sulle strategie messe in atto da IBM per adattare la tecnologia alle esigenze del mercato e riuscire in tal modo a influire positivamente sulla realtà quotidiana, a compiere l'ancora misteriosa transizione dalla ricerca pura alle sue applicazioni commerciali, è stato detto molto. Nel mondo moderno, uno degli strumenti utilizzati per misurare l'importanza di una organizzazione nella prima tappa del percorso tra creatività e pratica effettiva, la ricerca di laboratorio, è il brevetto. Dal primo brevetto depositato il 25 luglio del 1911, poche settimane dopo la sua fondazione, IBM ne ha prodotti 76mila. Da diciotto anni a questa parte Big Blue riesce a centrare il record nazionale americano del numero di brevetti depositati in un anno. Nel 2010 sono stati 5mila e novecento, grazie a un investimento in R&D che non scende sotto la soglia dei 6 miliardi di dollari neppure nelle peggiori congiunture. Risorse che finanziano il lavoro di tremila scienziati, di anatre selvatiche, in nove centri di ricerca in sette Paesi. «La storia di IBM - avverte tuttavia Ciniero - ci insegna che la tecnologia incarna un ruolo molto più ampio delle singole scoperte, delle “macchine” che vengono inventate e dopo un po' tramontano, diventando inevitabilmente commodity. Ci dice che il ruolo dell'Information Technology è stato ed è più profondo: come scienza e come componente pervasiva del modo in cui il mondo funziona. A contare non sono i dettagli tecnologici, ma le implicazioni che questi determinano».

Le applicazioni possibili dell'ICT restano comunque direttamente legate alla potenza dei dispositivi su cui poggiano i modelli software. La grafica tridimensionale real time, oggi possibile con una banale consolle per videogame, non è indipendente da come sono fatti, in ultima analisi, i transistor dei loro microprocessori. Quali sono i salti tecnologici prevedibili nell'immediato futuro? A che cosa stanno lavorando oggi le anatre selvatiche di IBM? La vera sfida è legata alla crescita esponenziale dei dispositivi connessi (le stime parlano di 50 miliardi di persone, macchine, sensori, "cose" collegate a Internet entro il 2020) e il volume enorme di dati che questi apparecchi generano, rendendo sempre più complicato il compito di chi deve estrarre un senso da questa massa, trasformando i dati grezzi in informazioni utili e prendendo delle decisioni. Le tecnologie sviluppate fino a oggi si dimostrano sempre più impotenti nel far fronte a questo problema. Per gestire i loro affari attraverso Internet, offrire un numero crescente di servizi online, mettere a frutto il valore dei contenuti generali autogenerati, le aziende e gli individui hanno bisogno di strumenti nuovi, di software ancora più efficiente. Affinché il pianeta possa diventare più "smart", il software deve diventarlo per primo, facendo leva sulla potenza di calcolo distribuita che si sta accumulando nei supercalcolatori e nei data center già disponibili o in costruzione.

«Disponiamo di un'enorme potenza di elaborazione, abbiamo capacità di analisi e di calcolo matematico come mai prima d'ora, e la maggior parte dei dati del mondo è ora in forma digitale. Unendo queste tre cose, possiamo costruire dei sistemi capaci di fare cose che in passato non erano possibili», conclude Ciniero. Questa è la motivazione principale della nuova Big Challange, la grande sfida che IBM ha lanciato nel 2007 e che quattro anni e parecchi milioni di dollari di investimenti hanno portato alla realizzazione di un sistema chiamato "Watson", un cluster di una novantina di server IBM Power 750, ciascuno basato su processore IBM Power7 a 8 "core" e tre trame per core con una frequenza di clock di 3,5 Ghz e in grado di controllare complessivamente una Ram di 16 terabyte. Secondo valutazioni apparse sulla rivista Scientific American, la capacità di elaborazione di Watson è di 500 gigabyte di dati (parecchi milioni di libri) in un solo secondo.

Questo elaboratore d'assalto rientra nel quadro di analoghe iniziative "Great Challenge" che hanno permesso alla ricerca IBM di raggiungere in questi anni obiettivi che sembravano impossibili sul piano computazionale. Nel 1997 era stata la volta di Deep Blue, la macchina che sconfisse il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov (dopo che nel 1996 il giocatore umano ebbe la meglio su una versione meno evoluta di Deep Blue). Poi arrivò il progetto Blue Gene, un computer a parallelismo massivo utilizzato per "crakkare" il codice del genoma umano.

L’informatica cognitiva

Watson, ribattezzato Deep QA (come in Question & Answer), è invece destinato ad avere un impatto stravolgente sul mondo dell'informatica cognitiva. Grazie alla sua capacità di calcolo, Deep QA è riuscito a partecipare a una speciale competizione del famoso quiz televisivo americano Jeopardy! battendo, con le stesse regole del gioco - vale a dire con una risposta secca a una domanda altrettanto secca pronunciata dal conduttore - i due migliori concorrenti umani che la trasmissione aveva finora mandato in onda, Brad Rutter e Ken Jennings. Almeno dal punto di vista delle architetture hardware, l'informatica di IBM ha raggiunto un livello di potenzialità senza precedenti. Sul piano dell'hardware, ora si tratta di colmare il grande gap che esiste tra un cervello umano che pesa poche centinaia di grammi e consuma una ventina di Watt e un elaboratore che occupa lo spazio di dieci rack e consuma 85 kiloWatt. Qui la soluzione passa per una miniaturizzazione sempre più spinta, con l'obiettivo di avere dei nanodispositivi capaci di portare gli attuali livelli di densità (qualche miliardo di transistor per chip) oltre la soglia delle migliaia di miliardi di porte logiche per la stessa unità di spazio. Ma il grosso della sfida si sposta sostanzialmente sul piano del software. Con un obiettivo molto più strategico: passare dal gioco al business.

A parlarci di quello che sta succedendo sul piano dello sviluppo applicativo e commerciale sono tre componenti italiani della scuderia Deep QA al Watson Center di New York, tre ricercatori che hanno contribuito al progetto con tutta la loro competenza negli aspetti semantici dell'informatica. Roberto Sicconi, laurea e PhD al Politecnico di Milano, in IBM dal 1985, è al Watson Center dal 1998 e dal 2000 comincia a lavorare in modo più specifico sulle interfacce in linguaggio naturale, la comprensione e la conversazione automatiche. Al suo fianco, altri due informatici italiani esperti di trattamento del linguaggio naturale, Bonaventura Coppola, laurea alla romana Università di Tor Vergata e PhD presso la facoltà di scienze dell'informazione dell'Università di Trento, epicentro di quella che viene definita la "Semantic Valley" italiana, e Alfio Gliozzo, anche lui con un dottorato a Trento. Nel corso del progetto Deep QA, Sicconi si è occupato delle problematiche dell'interfacciamento vocale tra Watson e il mondo esterno, sia nella fase di ascolto e comprensione delle domande, sia in quella di sintesi della risposta. Coppola e Gliozzo erano entrambi concentrati sugli specifici algoritmi che governano Deep QA nel suo compito di estrazione del "senso" di una domanda e nel successivo lavoro di confronto con migliaia di dati e documenti alla ricerca di una risposta altrettanto sensata e pertinente. «Una via di mezzo tra informatica e linguistica computazionale - spiega Coppola - che consiste nello svolgere un’analisi concettuale del testo partendo dal testo come sequenza di parole e arrivando a una struttura concettuale, indispensabile quando si vuole ottenere un legame con testi simili, ma presenti in altri documenti. In virtù di questa sintesi concettuale, Watson è in grado di aggregare informazioni che possono essere molto sparse».

L'aspetto comune tra Deep QA e le Great Challenge del passato, dice Roberto Sicconi, è l'essere riusciti a dimostrare che la tecnologia può raggiungere i livelli degli esperti umani in uno specifico settore. «Il giocatore di scacchi Deep Blue era nato per dimostrare le capacità matematiche del supercalcolo, ma non aveva ambizioni commerciali. Il suo successore, Blue Gene, è stato ampiamente utilizzato per il trattamento parallelo usato nella sequenziazione del Dna. Nel caso di Watson, invece, la natura del problema era squisitamente software. Volevamo rendere comprensibile anche a un grande pubblico la necessità di cambiare il modo di interagire con il computer, rendendolo molto più utile nella ricerca di informazioni al di là della semplice "forza bruta" degli algoritmi matematici o delle parole chiave degli attuali motori di ricerca. C'è molto poco "ragionamento" nella ricerca per parole chiave».

Significa che Watson ha imparato a pensare, che il sogno inseguito da decenni dall'intelligenza artificiale è a portata di mano? Su questo punto i tre ricercatori italiani sono bene attenti e frenare ogni entusiasmo fuori luogo. «Senza tirare in ballo azzardati paragoni con la struttura cerebrale - precisa Alfio Gliozzo -, parlerei piuttosto di tecnologie di apprendimento automatico. In Watson la facoltà "cognitiva" viene percepita più da un punto di vista funzionale. Non si tratta di modellare le sinapsi nervose, si modellano piuttosto i comportamenti umani». Rispetto ai sistemi esperti degli albori dell'informatica semantica, «Watson è basato su un modello grazie al quale non è più necessario sviluppare un algoritmo per ciascun meccanismo decisionale, ma si costruisce una regola per stabilire delle relazioni che consentono al computer di decidere da solo. Watson ha imparato a imparare, questa è la vera e propria rivoluzione che rende possibile ciò che per un motore di ricerca come Google è impossibile».

Condensando la storia della ricerca in intelligenza artificiale in un solo semplice principio, Bonaventura Coppola spiega che in questo campo sono stati seguiti, con esiti diversi, due tipi di approccio. «In uno il computer cerca di pensare, nell'altro si limita a rispondere come l'uomo. In questo senso Watson lavora per dare una risposta esatta scegliendo tra migliaia di possibili risposte verosimili. Non siamo sicuri che questo sia il modo in cui funziona il nostro cervello, ma sicuramente la decisione non avviene a livello cosciente. A proposito di Watson, il grande filosofo americano John Searle ha detto che la macchina rimane "stupida" e non sa neanche di aver vinto».

Big Blue, invece, ha vinto il primo premio accumulando un bagaglio di esperienze che oggi Sicconi e i suoi collaboratori stanno adattando alle necessità pratiche dei mercati, partendo da un settore in cui una informazione tempestiva può essere letteralmente vitale. Il superamento dei limiti imposti dalla ricerca per parola chiave attraverso un’analisi propriamente semantica del senso e delle correlazioni in un insieme di dati sparsi, spiega Sicconi, sta già dando ottimi risultati in campo medico, dove le tecnologie software messe a punto per Watson vengono utilizzate per assistere i medici nella diagnosi delle malattie. Proprio grazie alle sue capacità deduttive, di astrazione dei concetti, Watson è in grado di individuare correlazioni attendibili dentro un’enorme massa di documenti, con una velocità che nessun esperto umano potrebbe raggiungere. Nella diagnosi delle malattie, precisa Sicconi, la decisione spetta al medico, ma l'aiuto del software inferenziale può risultare prezioso. «Lo scorso settembre - dice Sicconi -, il nostro lavoro ha portato a un primo annuncio commerciale con la collaborazione con WellPoint, colosso delle assicurazioni sanitarie negli Stati Uniti». In base agli accordi, WellPoint svilupperà e lancerà soluzioni che sfruttano le capacità di Watson per migliorare la qualità dell'assistenza sanitaria attraverso un più efficace livello di informazione reso disponibile agli studi medici e agli ospedali affiliati. «In Italia siamo già in contatto con enti come l'Ospedale Bambin Gesù di Roma e, in ambito non sanitario, abbiamo già parlato con diverse banche e assicurazioni. Per un lancio definitivo attendiamo di sviluppare le necessarie competenze linguistiche italiane; la priorità finora è andata a una lingua, l'inglese, che non solo rappresenta la base delle nostre ricerche, ma che in ambiti come la medicina offre una documentazione vastissima». Altri settori promettenti, conclude Sicconi, sono per esempio il customer care, dove bisogna rispondere alle domande che giungono ai call center, ma anche negli uffici del personale, nella manualistica online. «Un’importante condizione al contorno è che esistano dei dati da cui partire, una risposta già data in passato. Watson ancora non può creare le sue risposte dal nulla».

IBM in Italia

La presenza di scienziati italiani a New York e nei centri di ricerca ha dato, secondo Ciniero, un contributo importante alla comunità mondiale di IBM. «Diversi manager italiani hanno assunto posizioni di spicco nella Corporation, molti progetti italiani sono diventati un punto di riferimento per l'azienda a livello internazionale. Penso tuttavia di poter dire che anche il contributo di IBM all'Italia è stato molto importante». Oggi, prosegue il presidente di IBM Italia, le tecnologie di Big Blue, la sua visione di un pianeta migliore, più pulito e sostenibile, può essere la giusta ispirazione nelle difficili sfide che l'Italia deve affrontare. Intervenendo all'apertura di Smau 2011, Ciniero ha detto che in uno degli snodi fondamentali di questa sfida, la modernizzazione della burocrazia, non mancano tantissimi casi di eccellenza, tante amministrazioni che dimostrano vigore e inventiva. «La strada è tracciata, può e deve restituire centralità a noi cittadini. Ma a fronte degli inevitabili tagli sui finanziamenti, l'unica risposta è il modello dei progetti autosostenibili, si deve intervenire con applicazioni che si ripagano rapidamente». Un buon modo sarebbe quello di applicare la tecnologia alla prevenzione e alla mitigazione dei disastri che provocano ingenti danni materiali e monetari.

L'impegno in direzione del semantic computing e dell'ampliamento delle applicazioni commerciali di un’informatica cognitiva comporta, anche in Italia, una serie di attività e di collaborazioni con il mondo accademico. Guido Vetere, manager e coordinatore delle ricerche presso il Centro Studi Avanzati IBM di Roma, ha parlato con Data Manager della recente decisione di Big Blue di creare a Trento, una realtà destinata ad affiancare e sviluppare ulteriormente i progetti portati avanti nella sede romana. Perché Trento? «Il capoluogo trentino - è la risposta di Vetere - ha una lunga tradizione nella ricerca sulla semantica. La Fondazione Bruno Kessler è uno dei pilastri nazionali per quanto concerne il trattamento automatico del linguaggio naturale, il Laboratorio di Ontologia Applicata del Cnr ha sede in questa città. Non ultimo, voglio ricordare che l'Università di Trento è l'unico partner accademico europeo del nostro progetto Watson».

Dove c'è comunicazione, aggiunge Vetere, c'è semantica. I sistemi informativi comunicano tra loro e con gli utenti. Dunque, per l'IT, la semantica non è un "optional". «La scelta che bisogna fare è tra due approcci: tenere la semantica nascosta dentro il codice di ogni singolo sistema, oppure portarla fuori, sotto gli occhi di tutti, nello strato che lega i sistemi tra loro e con i loro utenti. Ecco: il futuro del semantic computing è tutto nel rendere la trasparenza semantica utile, sostenibile e profittevole».

Quest'anno sotto l'egida dell'Università, della Fondazione Kessler e della Provincia Autonoma, è nata a Trento l'iniziativa Semantic Valley, un'idea varata proprio per favorire la sinergia con la ricerca e l'integrazione dell'offerta in modo da affrontare con più massa critica i mercati globali. IBM, conferma Vetere, ha subito guardato con molto interesse a questo progetto e ora, con il suo nuovo centro studi, sembra aver optato per un coinvolgimento ancora più diretto nell'area. «La finalità, per noi, è sempre quella di portare valore ai nostri clienti, e siamo convinti che per molti di loro la semantica sarà un fattore competitivo determinante nei prossimi anni». In Italia, IBM mette del resto in campo un’ampia gamma di strumenti, come l'Open Collaborative Research Awards e gli Shared University Research Grants, che finanziano in vario modo programmi di ricerca collaborativa IBM-Università e altre formule di affiancamento che premiano i migliori progetti di ricerca e gli studenti di dottorato. «Nei limiti imposti dalle regole sui rapporti con gli enti pubblici, IBM Italia è sempre interessata a collaborare col sistema pubblico della ricerca, dove, nonostante tutti i problemi, continua a vivere l'eccellenza di questo Paese».

Ora che i riflettori dello studio televisivo di Jeopardy! si sono spenti, la posta in gioco è tutt'altro che frivola. In un momento di crisi epocale, IBM è convinta che la sua mission tecnologica sia sempre più fondamentale per un pianeta dove intende continuare ad affermarsi per i prossimi cento anni.

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