Vincere la crisi con l’Ict


È inutile nasconderlo, la nostra economia stenta a decollare. Certo i problemi si manifestano a livello mondiale, ma, come emerge in molte delle numerosissime vision che Data Manager ha raccolto dai migliori rappresentanti dell’Ict italiana, la scarsa propensione agli investimenti in innovazione non è d’aiuto. L’Information and communication technology, in tutte le sue diverse declinazioni, può rappresentare una risposta positiva. A patto che il nuovo possa davvero sostituire il vecchio

 

È una bestia difficile da domare, questa crisi. Su scala globale, anche facendo la tara di quei focolai di rischio che minacciano di scatenare una nuova tempesta finanziaria, molte Nazioni ben più agguerrite dell’Italia sul piano della solidità, dell’esecuzione, della capacità di innovare, faticano a trovare la via giusta per uscire da questa condizione economica.

Ma tra queste Nazioni l’Italia è forse quella che presenta più incognite per il futuro, perché, a dispetto di una creatività, di uno spirito di iniziativa che non l’hanno mai abbandonata e le hanno permesso di inventarsi mille rilanci in situazioni non meno difficili, quello che le manca davvero è la capacità di dare continuità e concretezza a queste doti. Di non sprecare sempre i suoi, per fortuna infiniti, talenti. Siamo come l’acrobata costretto a cercare ogni volta un appiglio volante, un trapezio che non lo porta mai in una posizione stabile e tranquilla. Mentre sotto di lui la rete di sicurezza si fa sempre più stretta, le occasioni più difficili da afferrare. Anche perché il mercato di queste occasioni è ormai globale e ci sono acrobati più bravi o semplicemente più metodici di noi che sanno coglierle.

Il vero ostacolo, come emerge in molte delle numerosissime vision che Data Manager ha raccolto dai migliori rappresentanti dell’Ict italiana (grazie a tutti, davvero), riguarda l’unica dote che manca al nostro armamentario di virtù: la capacità di pianificare, di pensare su un orizzonte temporale che non sia ormai giornaliero. Navighiamo a vista da troppo tempo e in queste condizioni non ha neppure senso interrogarsi sul perché difettiamo tanto sul piano dell’esecuzione. Per eseguire un piano bisogna prima scriverlo.

In molte delle visioni espresse dai manager italiani dell’Ict c’è la piena consapevolezza del reale rapporto di causa-effetto che c’è tra la crisi che il mercato informatico ha attraversato in questi anni e la crisi economica sistemica e globale. Se proviamo ad astrarre per un momento la situazione italiana dal contesto internazionale di oggettiva difficoltà, non è vero che la crisi generalizzata ci ha portati a investire meno in innovazione. È il calo degli investimenti in innovazione, in infrastrutture, in dematerializzazione che ha aggravato la nostra crisi. È questo l’ostacolo che ci impedisce di imboccare con facilità un percorso virtuoso.

Per cercare di dare alla crisi un volto più “quantitativo”, per capire insomma quanto potrebbe valere una massiccia adozione di nuove tecnologie e capacità esecutiva, abbiamo interrogato Francesco Sacco, docente e studioso di imprenditorialità della Bocconi e dell’Università dell’Insubria, uno di quegli economisti “interdisciplinari” che le tecnologie le conosce e sa valutarne la ricaduta sul sistema economico. Sacco ha risposto affermando che è verosimile stimare per l’Italia, una Nazione che per il ritardo accumulato può e deve crescere molto a questo livello, che per ogni unità di investimento in infrastrutture il ritorno in termini di crescita è uguale a 20: spendo un milione e ne genero venti. Visto che astrarsi dal contesto internazionale è impossibile, Sacco avverte anche che siccome il vuoto, come dicevano gli alchimisti, tende sempre a essere riempito da qualcosa, l’Italia deve muoversi in fretta perché gli spazi di opportunità, sul mercato globale, possono essere occupati da chiunque e i concorrenti in grado di arrivare prima di noi sono tanti.

Secondo Sacco l’azione dovrebbe svolgersi lungo quattro assi principali. «Il primo è l’aspetto infrastrutturale, banda larga, lotta al digital divide. I tempi di realizzazione sono lunghi, ma se partiamo subito possiamo farcela. Su questa base dobbiamo investire molto in servizi. Servizi equivalgono a produttività. Al terzo punto metterei l’alfabetizzazione e parlo soprattutto dei non nativi informatici: piccoli imprenditori, Pubblica amministrazione, persone anziane. La quarta gamba della strategia è operativa. Non possiamo permetterci di innescare un cambiamento lineare, dobbiamo fare salti quantici». Sacco conclude affermando che per centrare questi obiettivi occorre investire, spendere. «Non tanto, ma il giusto. Incoraggiare la collaborazione pubblico-privato, fare co-marketing tra le aziende, fare grossi progetti a livello almeno regionale, darsi valide regole».

Qualche numero elaborato dallo studioso di innovazione sull’impatto di un’infrastruttura a larga banda aiuta a capire l’importanza della posta in gioco. Secondo un recente studio della Banca Mondiale condotto su 120 nazioni, ogni 10% di aumento della penetrazione del broadband nei Paesi avanzati comporta un aumento del Pil pro capite dell’1,21% in media (Qiang, Rossotto e Kimura 2009). È un impatto notevole se si considera che il loro tasso di crescita medio tra il 1980 e il 2006 è stato del 2,1%.

L’impatto del broadband sul Pil è superiore a quello di Internet in generale (0,77%), del mobile (0,60%) o della telefonia fissa (0,43%) ed è stato dimostrato che il suo effetto sulla produttività è più forte e più veloce di quello che ha avuto in passato la diffusione dell’elettricità, della macchina a vapore o della ferrovia. La banda larga, inoltre, crea nuovi posti di lavoro. Il suo effetto sull’occupazione è stato stimato per gli Usa intorno allo 0,2-0,3% all’anno per ogni punto percentuale di aumento della penetrazione della larga banda. Uno studio simile fatto in Europa per la Commissione europea tiene in considerazione anche la forza “distruttrice” di Internet che sta cambiando interi settori, come la stampa. Grazie alla diffusione del broadband, dal 2006 al 2015, nello scenario migliore, nell’Europa a 27 verranno creati 2,1 milioni di posti di lavoro al netto di quelli persi, con una crescita del Pil dell’1,09% all’anno; nello scenario peggiore, invece, ne verranno creati circa un milione, che però equivalgono a una perdita netta di circa 20mila posti di lavoro all’anno.

Perché potrebbe accadere tutto questo? Soprattutto per l’effetto abilitante di un’infrastruttura ad alta capacità e sicura sui servizi che potranno essere trasportati. Chi naviga da casa con il broadband è disposto a spendere il 64% del tempo in più online, tempo che usa per utilizzare più servizi, soprattutto quelli avanzati, più e-commerce, aumentare più rapidamente la sua rete di relazioni e le sue conoscenze, diventando così più produttivo. I consumatori digitali aiutano le imprese a risparmiare somme notevoli. I risparmi erano già 155 miliardi di dollari nel 2002 per gli Usa a fronte di 443 miliardi di aumento dei ricavi e rispettivamente 9 di risparmi e 86,4 miliardi di ricavi per il combinato di Germania, Francia e Regno Unito.

Per il broadband, la Corea ha speso 900 milioni di dollari dal 1995 al 2005, innescando investimenti privati per 32 miliardi che hanno creato 300mila posti di lavoro e ne hanno fatto uno dei leader mondiali dell’Ict. «Il nostro problema, osserva amaramente Francesco Sacco, è che il nostro sistema produttivo sembra stregato dall’immediato e non guarda oltre».

Non guarda oltre e, ci permettiamo di aggiungere, non riesce più neppure a guardare (e pensare) lateralmente. Abbiamo lo sguardo fisso sul punto che il grande Stivale sta toccando in quel momento. Il che impedisce notoriamente di accorgersi per tempo di chi ci sta per superare o di fare tesoro delle esperienze altrui per individuare modalità da importare e applicare in casa propria. Una nazione avvitata su se stessa.

Eppure, come dimostra bene la platea di imprenditori e capi d’azienda che hanno contribuito al dibattito organizzato dalla nostra rivista, in Italia non mancano le percezioni, le diagnosi azzeccate e le idee non convenzionali. È incredibile che da questo serbatoio, dai tanti cervelli che dentro e fuori i patrii confini continuano a portare alta la bandiera dell’inventiva made in Italy, non riesca a prendere consistenza una strategia comune, una via condivisa all’innovazione. Tutto resta rinchiuso nel giardino cintato della capacità imprenditoriale dei singoli, nelle storie personali dei visionari che la stessa Data Manager raccoglie e racconta da anni. Su quali direzioni bisogna muoversi?

Analizzando le conclusioni di Francesco Sacco e confrontandole con le diverse decine di pareri raccolti in questa Cover Story si capisce che la rotta giusta è stata ampiamente inquadrata nel radar degli economisti e dei manager. Da un lato si tratta di insistere in maniera quasi ossessiva sulle carenze infrastrutturali reali, tenendo conto che, in una economia fatta in misura sempre più preponderante di bit, tutti noi continuiamo a vivere anche di atomi e non possiamo permetterci di intervenire solo sulle reti in fibra ottica. I nostri ritardi a livello di commercio elettronico, per esempio (in Italia vale a malapena l’uno percento dell’insieme dei canali tradizionali, mentre altre nazioni stanno viaggiando verso la digitalizzazione di almeno un quinto dei valori transati), richiedono enormi sforzi di adeguamento della logistica e delle reti di trasporto. L’altra faccia della medaglia dell’innovazione riguarda la risorsa umana nella sua integralità. Attraverso la scuola bisogna scommettere molto sui giovani, la fonte energetica biologica più preziosa e fortunatamente rinnovabile. Bisogna inseguire l’eccellenza e la “freschezza” di prodotti e servizi attraverso la ricerca di laboratorio, dando adeguato spazio sia ai progetti finalizzati al “go to market” sia ai filoni più speculativi. Due “generatori di futuro”, la formazione e la ricerca, in cui negli ultimi anni è stato fatto pochissimo.

Soprattutto emerge dalla somma dei pareri che avrete modo di leggere l’allarmante sensazione del prossimo raggiungimento di una soglia di non ritorno, l’idea che senza un trattamento-shock, senza la classica cura da cavallo, la crisi possa diventare irreversibile. Come per Pinocchio, la medicina è amara, indispensabile e la si deve prendere subito. Accanto agli interventi di natura pratica suggeriti da Francesco Sacco, comincia a prendere corpo una terapia d’urto ispirata a una delle recenti storie di successo dell’innovazione su scala europea, quella del passaggio dalla televisione analogica alla piattaforma digitale. Per accendere la nuova televisione l’Europa (e gli Stati Uniti e tutto il resto del mondo) ha deciso di spegnere la vecchia e, secondo molti, l’ipotesi dello switch off rappresenta l’unica soluzione per imporre il passaggio dal vecchio al nuovo in tutti gli altri ambiti. La fatturazione elettronica può farci risparmiare qualche decina di miliardi? Tra uno, due, tre anni la carta deve sparire. Le aste convenzionali rallentano lavori e interventi pubblici? Entro lo stesso lasso di tempo dovranno essere sostituite dal software. Il denaro contante è il paravento della corruzione? D’ora in poi solo transazioni elettroniche e piena tracciabilità, per tutti. Se poi lo switch off riguardasse anche noi stessi e l’età delle persone che ricoprono le cariche importanti, allora, forse, potremmo davvero parlare di innovazione.

IBM
“Rimboccarsi le maniche”: è questo l’imperativo cui nessuno, oggi, può più sottrarsi in Italia. Poiché se è vero che la crisi ha mutato irreversibilmente modelli e criteri di riferimento, ogni forma di ulteriore indugio risulterebbe deleteria, se non irreparabile.
Conosciamo la malattia, i cui sintomi stanno nei segnali di una scarsa efficienza generale e di una debole capacità competitiva cui si tenta di sopperire, sempre più faticosamente, con la volontà e la creatività dei singoli.
Conosciamo bene anche l’anamnesi: l’incapacità di distinguere cos’è strategico da ciò che non è, le riforme strutturali mai attuate, i particolarismi. E poi, certo – lo ha ricordato la Banca Mondiale – un carico fiscale sulle imprese tra i più alti al mondo e una burocrazia soffocante.
Facciamo solo finta di ignorare la cura, o almeno parte di essa. Di riconoscere cioè la correlazione tra crescita del Pil e sviluppo generato dagli investimenti in tecnologia Ict.
È tempo quindi di assumere atteggiamenti nuovi e costruttivi. Di far adottare finalmente, anche a questo Paese, un disegno unitario, di sistema e una diversa capacità di “management”.
L’Italia ha davanti la straordinaria opportunità offerta da un “Nuovo Deal”, questa volta “digitale”. E la ricetta per realizzarlo, che non è difficile.
Ciò da cui serve partire è un piano di sviluppo nazionale “di regia”, condiviso e sostenuto da tutti – legislatori, governo, istituzioni, imprese, atenei – alla cui base c’è il riconoscimento della tecnologia quale primo e più importante abilitatore della crescita.
Di qui la scelta, obbligata, di un forte sostegno all’industria dell’Ict, la seconda realtà del Paese per peso e dimensioni, attraverso l’impiego di risorse che non è necessario sottrarre alle politiche di stabilizzazione dei conti pubblici. Perché sarebbe sufficiente puntare a organiche misure di agevolazione fiscale, rivedendo nel contempo l’allocazione di denaro nei tanti fondi disponibili e conquistando quanto viene messo a disposizione in sede europea.
Così si potrebbe spingere l’acceleratore su elementi strategici come la banda larga e le infrastrutture digitali. Così si favorirebbe l’occupazione di giovani risorse qualificate e l’adozione, da parte delle aziende pubbliche e private, di strumenti e servizi informatici innovativi, a basso costo, anche attraverso modalità di erogazione come il cloud computing.
Senza contare il fatto che dall’atteso incremento di efficienza generale – in primis nella Pubblica amministrazione – si libererebbero ulteriori risorse per poter alimentare il circolo virtuoso degli investimenti.
Nello stesso tempo, non vanno dimenticati gli sforzi per sostenere tutti quei progetti innovativi “a costo zero” finalizzati a instillare intelligenza al modo in cui gli strumenti tecnologici, di cui tutti disponiamo in così larga misura, lavorano e interagiscono.
È la visione che IBM definisce “Smarter Planet”: tutto – dalle reti elettriche a quelle idriche, dalle infrastrutture stradali a quelle informatiche, dai sistemi per l’edilizia ai software dedicati alla business analytics e alla sicurezza, dalla scuola alla sanità – è in grado di evolvere ricorrendo all’impiego di sensori, contatori digitali, strumenti di radio identificazione, dispositivi senza fili e molto altro ancora.
Pensiamo solo alle applicazioni pratiche e immediate in ambiti come il contrasto ai reati fiscali, la gestione degli asset pubblici, la mobilità, la valorizzazione del territorio, la telemedicina per l’assistenza agli anziani, l’accessibilità per i disabili. E gli esempi non sono certo esaustivi.

Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato di IBM Italia

hp
Innovazione e competitività, ma nel segno di un approccio collaborativo ed evolutivo in grado di rilanciare realmente il nostro Paese: è necessario infatti l’impegno di tutti, una strategia condivisa da classe dirigente, politica e aziende It. La tecnologia rappresenta l’investimento chiave e il volano dell’economia dei Paesi più avanzati, ma in Italia continua a mancare una vision “illuminata” e progettuale dell’It che consenta una reale innovazione per rilanciare l’economia e per guardare al futuro con ottimismo. L’Italia infatti non sta utilizzando a sufficienza la leva dell’innovazione e questo spesso genera una sorta di “paralisi” che blocca le organizzazioni nella loro capacità di guidare il cambiamento e la trasformazione innovativa per stare al passo con il mercato globale. È fondamentale colmare questo gap per recuperare la competitività e la spinta di innovazione, che non possono ormai prescindere dall’utilizzo della tecnologia; per far questo ogni attore dell’ecosistema economico e politico – a partire da tutti i player It – deve dare il suo contributo per fare “squadra”, reinventando l’utilizzo della tecnologia in modo da trasferire innovazione in ogni singolo punto della catena del valore, per tutte le organizzazioni – e le Pmi in primis -, la Pubblica amministrazione e i singoli cittadini. Ed è proprio dalla Pubblica amministrazione che può giungere la svolta: il piano Egov ha rappresentato senza dubbio un passo fondamentale, ma ci sono ancora molte iniziative possibili per ridurre i costi e al contempo migliorare i servizi grazie all’Ict.
Pensiamo per esempio alle opportunità offerte dal cloud computing: consolidare le infrastrutture e garantire elevati livelli di efficienza, offrendo servizi standardizzati e condivisi grazie a un’unica struttura virtualizzata. Oppure decliniamo il cloud per le nostre Pmi – tessuto portante del nostro sistema economico – che possono disporre rapidamente di risorse e funzionalità simili a quelle delle grandi aziende, ma a costi ridotti, sfruttando la condivisione delle infrastrutture.
Grazie alle innovazioni tecnologiche e alle nuove dinamiche e opportunità generate attraverso il mondo 2.0, questa è una “rivoluzione” complessa, ma possibile: per esempio con la virtualizzazione si potrebbero creare distretti di nuova generazione in cui condividere le infrastrutture per sviluppare poi singoli applicativi e piattaforme verticali. Naturalmente per fare ciò è necessario implementare nuovi modelli di business, che tengano conto di come tutto stia diventando connesso e immediato. Clienti e cittadini si attendono risposte “istantanee” e nel giro di secondi, anziché dopo settimane o giorni; occorre una tipologia “speciale” di impresa, quella che noi in HP definiamo come “Instant-On Enterprise”, in grado di offrire un vantaggio competitivo differenziato, fornendo a clienti, dipendenti, partner e cittadini le soluzioni secondo le rispettive esigenze, in modo – appunto – “istantaneo”.
Dobbiamo quindi puntare da un lato a un nuovo concetto di “valore” rappresentato dai servizi abilitati dalla tecnologia e dall’altro a una condivisione di esperienze, competenze e risorse da parte di tutti gli attori del sistema politico e imprenditoriale per mettere a fattor comune eccellenze, iniziative e modelli di business in modo da rilanciare concretamente il Paese e il nostro sistema economico.

Luigi Freguia, amministratore delegato Gruppo HP Italia
TELECOM
Indubbiamente la realizzazione di infrastrutture ultrabroadband e la diffusione dei servizi che queste abilitano possono dare un impulso importante alla competitività del Sistema Paese e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. L’evoluzione della rete è un tema che ci vede protagonisti e che presidiamo a 360 gradi con importanti investimenti nella banda larga fissa e mobile. Nelle principali città stiamo operando in maniera diretta: dopo Milano, Roma, Catania e Torino, avvieremo i lavori per portare la rete in fibra in 13 città entro il 2012. Per garantire la copertura adeguata anche nelle città più piccole e nelle zone dove la richiesta di servizi è bassa, è necessaria anche la condivisione delle infrastrutture e la collaborazione con il Pubblico.
Tuttavia la disponibilità di infrastrutture di rete non basta ad assicurare una significativa diffusione dell’Ict e dei benefici a essa correlati: basti pensare che a oggi viene utilizzato solo il 50% degli accessi a banda larga disponibili. È necessario anche rafforzare la domanda di servizi innovativi e in questo senso il ruolo della Pa può essere trainante per l’adozione degli stessi anche da parte di imprese e cittadini. Dobbiamo contribuire a creare quella che io chiamo la “Burocrazia Digitale”, in modo che il termine “burocrazia” perda la sua accezione negativa. È necessaria altresì un’attività di coordinamento e standardizzazione per assicurare l’interoperabilità tra reti, servizi e dispositivi. Occorre accrescere il coinvolgimento delle università e dei centri di ricerca da parte delle imprese a iniziare proprio dalle componenti high tech e digital economy.
Un ulteriore decisivo impulso alla crescita è connesso alla diffusione del cloud computing, che oltre a permettere alle imprese di conseguire importanti risparmi economici nel mondo della Networked It (l’Information technology che include una rilevante componente di connettività per il suo funzionamento), consente anche significativi incrementi di performance. Il cloud computing infatti permette di accedere a infrastrutture sempre al massimo grado di evoluzione tecnologica, semplificare le architetture informatiche, rendere flessibili le capacità elaborative, migliorare la sicurezza delle piattaforme e – non ultimo – abbattere le barriere all’utilizzo dell’Ict anche da parte di importanti settori produttivi come, tra gli altri, quello delle Pmi. La possibilità per le aziende e le istituzioni di accedere a risorse informatiche distribuite in rete e di utilizzarle in maniera flessibile e senza forti investimenti iniziali può quindi consentire di colmare il gap di competitività che separa il sistema produttivo italiano da quelli di altri Paesi europei. Per questo abbiamo lanciato la “Nuvola Italiana”, l’offerta di cloud computing che permette di migliorare competitività ed efficienza sia delle imprese sia della Pa, sgravandole delle complicazioni legate all’utilizzo delle tecnologie. Ma non solo: puntiamo a diventare il primo operatore nazionale nel settore dell’Ict e siamo pertanto attivi su tutti i principali filoni applicativi in grado di apportare consistenti benefici al Paese.

Marco Patuano, direttore Domestic Market Operations di Telecom Italia

ACCENTURE

L’Information technology si è sempre caratterizzata per la capacità di abilitare l’evoluzione del business ed essere fattore di crescita. In questa fase di volatilità, dove gli investimenti sono più selettivi e finalizzati a ottenere effettivi ritorni anche nel breve termine, l’It è più che mai una leva strategica per ottenere vantaggi competitivi e generare trasformazioni significative anche nei processi che impattano il business.
Tre sono le parole chiave sulla strada dell’innovazione e della crescita: cloud computing, wave digitale e capitale umano. Da queste priorità può scaturire una strategia capace di rendere competitivo il nostro Paese.
Per il decollo del cloud computing, la connettività, intesa come capacità di banda e capillarità infrastrutturale di accesso, è un fondamentale presupposto e richiede la massima attenzione da parte del regolatore e degli operatori. Se il cambiamento strategico introdotto dal cloud è ormai avviato, è necessario consolidare alcuni assetti per la sua realizzazione, in particolare la sicurezza, la gestione dei livelli di servizio e gli impatti sulle modalità di offerta sia per le grandi aziende che per le Pmi.
Considero inoltre rilevante la capacità del cloud di spostare i costi fissi su un asse variabile, di diventare leva di flessibilità e, potenzialmente, di liberare – a parità di investimenti – maggiori risorse per lo sviluppo di soluzioni It innovative al servizio del business e dei clienti.
È un trend irrinunciabile, che richiede nuove competenze su tecnologie, piattaforme e servizi, ma anche ripensamenti organizzativi e un nuovo ruolo per i responsabili It. Essi sono infatti chiamati a farsi garanti dell’adozione dei nuovi modelli “as-a-service” e ad affiancare il management in un compito strategico: declinare al meglio le possibilità con cui l’innovazione tecnologica può supportare l’evoluzione e la trasformazione del core business aziendale.
La trasformazione dei processi deve essere inoltre ripensata in ottica digitale, portando a una vera e propria re-invenzione del “cliente/cittadino digitale” e dematerializzando l’intera value chain aziendale.
Anche l’orizzonte applicativo, attualmente ancora frammentato e con un importante peso nella gestione ordinaria, è in grado di liberare risorse per lo sviluppo di nuove applicazioni business relevant come innovativi strumenti di Crm, analytics, mobility e multicanalità.
Questi nuovi trend It costituiscono anche una straordinaria opportunità per ripensare la macchina della Pubblica amministrazione e per renderla più efficiente; una trasformazione che solo attraverso partnership tra pubblico e privato può essere accelerata e garantire risultati concreti.
Il terzo asset è il fattore umano. Solo investendo in know how, in formazione continua sui sistemi innovativi e sulle tecnologie potremo vincere la competizione dei talenti, innescare un percorso virtuoso e non perdere terreno rispetto alle economie emergenti. Far fronte alle attuali incertezze con uno sterile protezionismo sarebbe insensato in un mondo di tecnologie che si aprono al futuro e contraddicono ogni forma di chiusura.
In linea con tale visione, negli oltre cinquanta anni di attività in Italia, il nostro contributo si è sempre caratterizzato nella capacità di connettere, attraverso il nostro network internazionale, il Sistema Paese nel ciclo dell’innovazione continua, permettendo alle imprese di aprirsi alla competizione globale e ai giovani di trovare un terreno fertile per il loro talento.

Fabio Benasso, amministratore delegato di Accenture Italia e managing director Igem
MICROSOFT
Se è vero che il nostro Paese sembra abbia tenuto la posizione meglio di altri alla crisi economica, soprattutto per motivi legati al nostro sistema bancario e di accesso al credito, è altresì vero che è arrivato il momento di trovare la strada per una crescita autentica e consolidata. Credo che la vera sfida per i prossimi anni sia proprio questa. È una sfida che riguarda il funzionamento dell’Italia ed è una direzione che dobbiamo imboccare adesso. Con un ritmo di crescita vicino all’1% annuo, stiamo perdendo competitività nei confronti di nazioni come, per esempio, la Germania che nel 2010 ha fatto registrare tassi che scollinano oltre il 2%. Il recupero della competitività in Italia deve necessariamente passare attraverso una maggiore attenzione verso il tema dell’innovazione.
In questo ambito, c’è la necessità impellente di mettere in atto delle strategie concrete in grado di innovare i processi nei settori pubblico e privato. Si tratta di un tema cruciale per la competitività del nostro Paese. Un contesto in cui ormai l’adozione della tecnologia è diventata irrinunciabile, unico elemento in grado di ottimizzare i processi e ridurre la burocrazia che troppo spesso fiacca l’impresa privata in Italia. Ci sono problemi di efficienza che l’It può aiutare a risolvere. Efficienza che si traduce in risparmio dei costi della macchina statale. Creazione di fondi che possono essere reinvestiti in innovazione.
In Microsoft crediamo in particolare che negli anni a venire la crescita economica possa essere trainata in maniera decisa dall’adozione delle tecnologie legate al cloud computing. Da nostre recenti elaborazioni sono emersi alcuni dati importanti che illustrano come la cloud economy possa rappresentare quella svolta legata all’innovazione che da troppo tempo stiamo aspettando. Risulta, per esempio, che le attività riconducibili al cloud computing in tutto il mondo aggiungeranno in ricavi almeno 800 miliardi di dollari nelle economie locali entro il 2013. In particolare, nella UE, l’adozione del cloud computing potrà creare nei prossimi anni più di 100mila nuove aziende di piccole e medie dimensioni e più di 1 milione di nuovi posti di lavoro in tutti i settori che utilizzano l’It, oltre a un incremento del prodotto interno lordo pari allo 0,3%. Inoltre, si assisterà a una crescita dell’occupazione legata all’ecosistema dello sviluppo applicazioni e soluzioni cloud e a nuove necessità di formazione specifica.
Il cloud computing è una grande opportunità per l’Italia. È un treno che non possiamo rischiare di perdere per recuperare il ritardo con gli altri Paesi dell’Unione Europea che sono già in marcia.

Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia

ORACLE
Ormai non sono solo le aziende di informatica che ribadiscono a ogni piè sospinto come l’innovazione tecnologica sia imprescindibile per preservare la competitività del Sistema Italia. Accademici, analisti e istituzioni sono infatti concordi nel ritenere che la ripresa possa essere trainata solo spingendo su questo acceleratore. D’altra parte, l’innovazione va promossa non solo nelle singole realtà imprenditoriali, ma anche a livello di sistema e nel caso specifico di Sistema Paese, Italia.
Oracle da tempo ne è convinta e propone iniziative per migliorare la collaborazione fra mondo accademico, settore pubblico e settore privato intorno al tema.
Ma quali sono gli investimenti in tecnologia capaci di stimolare la crescita delle imprese e della società italiana a livello più ampio? Servono tecnologie e infrastrutture che rendano più intelligenti le organizzazioni, gli enti pubblici, i processi, i prodotti, le comunicazioni… Si pensi alla logistica, che oggi è possibile gestire attraverso software che rendono più intelligente il processo: ottimizzano i viaggi delle merci in considerazione della flotta disponibile, delle destinazioni, dei tempi di percorso e delle possibili rotte con beneficio per il servizio nei confronti del cliente e per il traffico, nonché per la spesa in carburante e l’abbattimento delle emissioni inquinanti. Tutto questo può essere trasposto ugualmente sul piano della mobilità pubblica.
L’intelligenza cresce adottando strumenti che consentano di analizzare il patrimonio informativo delle organizzazioni in un’ottica di raggiungimento dell’eccellenza non solo operativa, ma anche manageriale: con gli opportuni insight, infatti, le imprese diventano più intelligenti, ma anche più allineate rispetto alle esigenze degli stakeholder e più flessibili.
D’altra parte, per rendere le organizzazioni più flessibili, l’informatica stessa deve diventare più flessibile: non a caso si impongono modelli di It orientata al servizio, dall’utility computing al cloud computing. Non c’è da sorprendersi, dunque, di fronte ai risultati della ricerca condotta da Oracle Insight su 600 Cio di medie e grandi aziende europee sulle loro priorità per il futuro, da cui emerge che l’82% degli intervistati guarda alla virtualizzazione come tecnologia chiave per gestire la crescita della capacità elaborativa e per evolvere dunque verso l’utility e il cloud computing.
Ma se è vero che la tecnologia può aprire nuove strade alla competitività del Paese, come agevolarne la diffusione nelle organizzazioni? Certamente le istituzioni sono chiamate a crederci di più, investendo per esempio nelle nuove infrastrutture per la comunicazione o su un sistema di incentivi all’adozione di nuove tecnologie nelle imprese. Ma anche le aziende It devono fare la loro parte, portando alle organizzazioni sistemi informativi semplici da implementare, da gestire, da usare, e di cui sia facile intuire il ritorno. La strategia di Oracle va in questa direzione: integriamo tecnologie hardware e software perché lavorino al meglio insieme e consentano una diminuzione delle complessità legate all’acquisto, all’implementazione e alla gestione dei sistemi, offrendo al contempo livelli superiori di performance, scalabilità, affidabilità e sicurezza.

Sergio Rossi, amministratore delegato di Oracle Italia

FUJITSU
Che l’Information technology sia ormai una risorsa fondamentale per rilanciare qualsiasi economia è un fatto acquisito. Molte nazioni riescono a superare le loro difficoltà grazie all’Innovazione tecnologica. Non si tratta semplicemente di accelerare ed efficientare le procedure attraverso l’automazione, l’informatica serve anche a liberare nuove risorse che possono essere reinvestite altrove. Il tema, dibattuto nell’ambito dell’intero governo europeo, fatica a essere pienamente recepito in una delle Nazioni più importanti dell’Unione. Perché? A mio parere si possono delineare tre elementi di vischiosità che impediscono di sbloccare una fase di stallo troppo lunga.
La questione della governance è il primo nodo da risolvere in una economia che non riesce a estrapolare dai non pochi casi di eccellenza su scala locale una direzione comune, un piano di governo dell’innovazione tecnologica realmente condiviso. Come i suoi predecessori, anche il ministro Brunetta ha costituito un tavolo di discussione che non ha prodotto risultati, non è riuscito a disegnare una governance vera, coerente, efficacemente applicata. Ne deriva una situazione di incertezza che penalizza le realtà nazionali e internazionali come la nostra. Fujitsu ha recentemente dovuto ritirarsi da un bando di gara commissionato da un importante contractor nazionale per le gravi carenze di trasparenza nei capitolati e nei processi di due diligence per la valutazione delle diverse proposte. Se non riusciremo a colmare tali carenze c’è il forte rischio che i provider tecnologici più autorevoli rinuncino al dialogo con i committenti italiani.
Il secondo elemento di freno è di natura infrastrutturale e riguarda i problemi che angustiano le dorsali di telecomunicazioni nazionali e le reti di raccolta e consegna del traffico. La conseguenza più negativa è l’incapacità di cogliere appieno le opportunità di flessibilità ed economia di scala createsi con la virtualizzazione delle risorse di calcolo e il cloud computing. E ciò a sua volta si traduce nel grave ritardo che affligge la cultura dell’outsourcing nei nostri imprenditori e amministratori. In nazioni come il Regno Unito, il ricorso ai servizi esternalizzati presso i grandi outsourcer tecnologici ha contribuito a ridurre enormemente le inefficienze delle aziende e il peso della burocrazia nell’amministrazione.
Dopo governance e outsourcing, il terzo fattore di criticità riguarda la revisione e lo svecchiamento dei processi che si vorrebbero automatizzare. Incoraggiare l’investimento in tecnologie è del tutto inutile se non si affronta alla radice l’enorme problema di un modo di lavorare inadeguato, incompatibile con qualsiasi intervento di ottimizzazione. Insieme al Politecnico di Milano, Fujitsu ha realizzato uno studio sull’impatto di una misura come la fatturazione elettronica, a favore della quale esiste una legge del 2006 rimasta priva di decreto attuativo. Abbiamo calcolato un potenziale di risparmio di 60 miliardi di euro. Analoghi risparmi potrebbero essere ottenuti nel comparto della spesa sanitaria. Perché non dare corso a queste misure? Si può solo con un impegno forte da parte delle funzioni principali dell’Esecutivo, che possa finalmente convertire l’innovazione di facciata in una profonda riforma procedurale e renda finalmente possibile per l’Italia una modernità non solo tecnologica.

Pierfilippo Roggero, presidente e amministratore delegato Fujitsu Technology Solutions in Italia e senior vice president Southern&Western Europe di Fujitsu

SAMSUNG
Samsung è un’azienda che per l’estensione della propria gamma di prodotti si differenzia rispetto ai marchi tradizionali dell’Information technology, ma uno dei segni più riconoscibili del grande cambiamento in atto è proprio il fatto che un gruppo di consumer electronics per il quale l’etichetta “generalista” un tempo aveva una connotazione quasi negativa, oggi è diventato il simbolo della convergenza digitale e del suo assoluto primato nell’economia e nella vita sociale.
Samsung è una realtà che parte dai semiconduttori per arrivare agli schermi, alle memorie e a tutti gli altri componenti utilizzati dall’intera industria, e oggi si connota come uno dei principali innovatori del settore. Seconda solo a IBM per numero complessivo di brevetti, Samsung ha la ricerca e lo sviluppo nel proprio Dna: l’azienda investe infatti ogni anno in R&D una quota prossima al dieci percento del proprio volume d’affari, impegna quasi un terzo del capitale umano in innovazione e si articola su 32 centri di R&D in tutto il mondo; è per questo che punta sempre ad avere il giusto time-to-market: prodotti e soluzioni all’avanguardia, che siano in grado di anticipare le necessità del mercato.
Queste attività testimoniano la consapevolezza di un’azienda che ha capito come le tecnologie dell’informazione e della comunicazione siano diventate un vero e proprio eco-sistema, uno strumento che ci consente nella nostra sfera pubblica e privata, come consumatori e a ogni livello delle organizzazioni aziendali e del lavoro, di soddisfare bisogni assolutamente primari. Documentarsi, acquisire informazioni e immagini, digitalizzare documenti, scrivere e stampare, coordinare le attività sono necessità ormai naturali nell’economia costruita intorno alla convergenza e non solo negli ambiti di industria più prettamente tecnologici.
Pensiamo soltanto al potenziale di cambiamento, razionalizzazione, ideazione di nuovi servizi che un tablet computer può rappresentare. I nuovi tablet sono strumenti rivoluzionari per una forza lavoro che tende a diventare sempre più mobile e che può sfruttare ogni tipologia di connessione di rete, concentrando in un solo dispositivo le funzionalità che in passato obbligavano a investire in una moltitudine di apparecchi e accessori. Il nostro sforzo sarà nella direzione di consolidare e rilanciare nel mondo delle aziende il successo che queste tipologie di prodotti hanno inizialmente avuto tra i singoli consumatori, promuovendo i vantaggi della nomadicità tra gli imprenditori, creando, con il loro aiuto e la sinergia con i partner, un ecosistema di servizi e applicazioni che andrà a incidere profondamente sui processi, sui tempi di esecuzione, sulla crescita e sul valore della produttività.
L’aspetto infrastrutturale, la rete in tutte le sue articolazioni e dimensioni, dalla scala personale a quella geografica, è un fattore vitale per cogliere questo potenziale di cambiamento. Nella Corea del Sud, che costituisce il nostro mercato originario, le connessioni a 100 megabit nelle case, l’avvento delle reti mobili a 50 megabit, stanno facendo la differenza. Ma questa partita che Samsung è già pronta ad affrontare – investendo nelle tecnologie 4G, LTE, NFC, e sempre con architetture aperte – richiede l’impegno di tutti: individui, aziende, operatori e soprattutto legislatori e istituzioni. Come le ferrovie, le autostrade e i telefoni ci hanno aiutato a muovere le merci e i servizi dell’economia materiale, anche l’economia della conoscenza ha bisogno di vie di trasporto adeguate. Prima di affollarle di nuove merci e servizi bisogna costruirle.

Carlo Barlocco, vice presidente divisioni Information Technology e Telecommunications & Network di Samsung Electronics Italia

ZUCCHETTI
Lo sviluppo della banda larga e delle reti di nuova generazione, non solo nei distretti industriali, ma in tutto il territorio italiano è una priorità assoluta a livello infrastrutturale. Altrettanto opportuna è l’introduzione di agevolazioni fiscali per chi decide di investire in innovazione tecnologica, incentivando così la sostituzione di software obsoleti con applicazioni molto più performanti.
Tutti, però, devono fare la loro parte per la ripresa economica e ai vendor It spetta il compito di proporre soluzioni che siano davvero tecnologicamente avanzate per consentire ad aziende, professionisti e Pubblica amministrazione di recuperare efficienza.
Zucchetti ha investito tantissimo in ricerca e sviluppo negli ultimi anni con l’obiettivo di offrire al mercato software applicativo di qualità; si tratta di soluzioni in ambiente Web che proiettano gli utenti verso un nuovo modo di lavorare basato sui seguenti concetti: condivisione, collaborazione, comunicazione, socializzazione e partecipazione.
Per la qualità, l’ampiezza e il carattere innovativo delle applicazioni Zucchetti si può parlare di un “Rinascimento”, ossia di un nuovo modo di concepire l’informatica per cui essa non è più solo lo strumento per risolvere le esigenze dei clienti, ma è la chiave per valorizzarne le eccellenze e per consentire loro di fare meglio il proprio business.
La nuova offerta Zucchetti riguarda sia le imprese, di qualsiasi settore e dimensione, e gli enti pubblici, sia il mondo dei commercialisti e delle associazioni di categoria, per i quali il team di Saverio Saltini – direttore business unit commercialisti – ha realizzato una nuova soluzione che permette loro di coniugare i servizi fiscali e contabili con innovative opportunità di consulenza da fornire ai propri clienti, capitalizzando, attraverso il Web, il rapporto con gli stessi.
Per le aziende crediamo che la parola chiave sia “integrazione”. Oggi troviamo spesso strutture che hanno al loro interno tanti applicativi diversi che non dialogano tra loro, con conseguenti disagi a livello organizzativo, diseconomie, ritardi o errori nel reperimento delle informazioni.
Per questo motivo in Zucchetti abbiamo deciso di governare la tecnologia dagli strumenti di sviluppo sino alle soluzioni applicative: gestionali/erp, gestione del personale, business intelligence, portali B2B e B2C, gestione documentale e conservazione sostitutiva.
I vantaggi di un sistema informativo perfettamente integrato si riscontrano facilmente, per esempio, nella gestione delle risorse umane.
Abbiamo clienti che hanno ridotto del 30% i loro costi e incrementato notevolmente la produttività perché con la nostra suite per la gestione del personale, nativamente integrata e totalmente Web based, sono riusciti a gestire con più efficienza le risorse umane sotto tutti gli aspetti: amministrativi (paghe, presenze e assenze, note spese e trasferte ecc.), organizzativi (selezione, formazione, valutazione ecc.) e quelli relativi a sicurezza e automazione (controllo accessi, building automation, identificazione Rfid ecc.).
Per chi sceglie, quindi, software di qualità i ritorni sono ottimi e misurabili in tempi rapidi.

Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti
Domenico Uggeri, vicepresidente di Zucchetti

ITALTEL
L’investimento sulla larga banda è un’esigenza improrogabile per la competitività del nostro Paese, come ci ha ricordato anche la commissaria europea Neelie Kroes in occasione della sua visita in Italia. Occorre dare esecuzione a un “Piano di Innovazione Digitale” che segua quattro direttrici fondamentali: lo sviluppo delle infrastrutture (reti a banda larga – fisse e mobili), dei servizi, del know-how e dei contenuti digitali.
Le reti sono il prerequisito per realizzare i servizi digitali e per la crescita competitiva di un Paese: occorre avere una rete a banda larga diffusa su tutto il territorio, riconoscendola come un diritto, e reti di nuova generazione che offrano caratteristiche di capacità, affidabilità, sicurezza non realizzabili con le reti attuali.
L’impatto economico dell’investimento necessario per portare la fibra ottica (cioè l’infrastruttura) a metà della popolazione italiana è relativamente poco gravoso: si stimano 8 miliardi di euro ai quali se ne aggiungono altri 2 per “accendere le fibre”, realizzando così reti di accesso a 100 megabit fisse e mobili.
La diffusione della banda larga e ultra larga inciderà su molti aspetti della nostra vita. Nella Pubblica amministrazione, la diffusione della posta elettronica certificata, della firma digitale, la digitalizzazione del ciclo documentale, la fatturazione e i pagamenti elettronici potrebbero portare a un risparmio di 16 miliardi di euro annui. Il modello di sanità digitale e telemedicina ridurrebbe la spesa pubblica di 9 miliardi di euro l’anno sugli oltre 100 che è la spesa annua del comparto. Il settore dell’istruzione potrebbe riceverne un grande impulso: in una prospettiva di completa digitalizzazione dei contenuti, si stima che l’adozione dell’ebook porterebbe a un risparmio per le famiglie del 50% sulla spesa annua per i testi scolastici. Nella giustizia, l’introduzione del processo civile telematico darebbe luogo a risparmi per oltre 500 milioni di euro annui.
Lo sviluppo e la realizzazione dei nuovi servizi vedrà coinvolti molti soggetti: Asp (Application service providers), Ott (Over the top) provider, operatori e system integrator. E sempre più stretta sarà l’interazione tra i diversi servizi che richiederanno una combinazione di applicazioni e dati a oggi frammentati per competenza e gestione fra soggetti diversi.
Italtel è determinata a giocare un ruolo importante in questa partita. Su questi aspetti ha avviato da molti anni importanti progetti (è stata la prima al mondo a sviluppare soluzioni di VoIp “Carrier Grade”) e oggi lavora alla realizzazione dei servizi che saranno abilitati dalle reti di nuova generazione a banda ultra larga rendendoli interoperabili tra diverse reti. I suoi principali contributi alla rivoluzione appena avviata sono le applicazioni a larghissima banda basate sul video e sul cloud, il governo della Quality of service, come forte
evoluzione dell’attuale approccio “best effort” sulle reti Ip, necessaria soprattutto per i nuovi servizi alle imprese e alla Pa così da utilizzare al massimo la potenza di Internet, e, infine, la Network security e il Controllo dell’identità (Identity management).

Stefano Pileri, amministratore delegato di Italtel

CISCO
I più recenti indicatori ci dicono che il nostro Paese soffre di un oggettivo problema di perdita di competitività rispetto ad altre economie europee e che la nostra produttività è al palo. La crisi economica che abbiamo vissuto ha modificato profondamente gli scenari internazionali e tutti noi ci troviamo oggi ad agire in un contesto di nuova normalità che impone alle nostre aziende di operare con nuove modalità in mercati globali, ripensando modelli e processi di business.
Trasformare i processi di business, innovandoli, è un imperativo per le aziende di tutto il mondo e in particolare per quelle italiane. L’Ict è l’elemento abilitante di questa trasformazione: le tecnologie di collaborazione e video sono gli strumenti che permettono la condivisione di informazioni, la trasparenza, l’allineamento strategico di tutti i livelli aziendali, l’incremento di produttività.
Per adottare con successo le nuove tecnologie di collaborazione e far sì che queste incidano significativamente sulla produttività aziendale, serve anche un nuovo approccio culturale: bisogna adottare quello che si chiama “trusted model”. Questo cambiamento di mentalità riguarda anche, per esempio, il lavoro flessibile: i risultati di una ricerca condotta da Cisco in 13 Paesi nel mondo, inclusa l’Italia, evidenzia che il 68% dei lavoratori è disposto ad accettare uno stipendio inferiore pur di lavorare per un’azienda che garantisca la flessibilità e gli strumenti necessari per lavorare in mobilità. Non più cultura del lavoro basato sulla presenza fisica in ufficio, quindi, ma una cultura orientata ai risultati.
Un altro fattore critico di successo per l’utilizzo innovativo delle tecnologie è la disponibilità di una infrastruttura a banda larga. Che deve essere in fibra, di qualità e simmetrica, per garantire l’erogazione di servizi e applicazioni di nuova generazione: telepresenza, diagnostica remota, collaborazione su Web, telelavoro basato su servizi cloud, Tv su Internet in alta definizione. L’Italia mostra di avere un significativo divario rispetto ad altri Paesi che hanno già fatto importanti investimenti per l’aggiornamento delle reti, con un approccio infrastrutturale e focus sulla qualità.
La banda larga è un tema centrale e importantissimo, in quanto consente la vera trasformazione del Paese. La killer application che giustifica gli investimenti c’è già e si chiama video. Parliamo di applicazioni business e di utilità sociale, di utilizzo di applicazioni video in alta definizione come la Cisco TelePresence, che permettono di effettuare riunioni virtuali garantendo un’esperienza utente di altissima qualità, rendendo possibile la riduzione degli spostamenti, con conseguente diminuzione dell’impatto sull’ambiente e miglioramento della qualità della vita dei dipendenti e della produttività di tutta l’azienda. Queste soluzioni video trovano uno spazio applicativo anche in campo medico, perché offrono la possibilità di fare controlli preventivi di routine e di curare i nostri malati a distanza. In un Paese come l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione è un tema centrale, l’utilizzo di queste applicazioni avrebbe un impatto positivo su tutto il sistema sanitario.
Le tecnologie ci sono, le competenze per aiutare le aziende italiane a capirle e adottarle anche. È necessario ora che tutte le parti (aziende Ict, istituzioni, decision maker, influencer) sappiano “fare sistema”, per accelerare l’adozione di applicazioni Ict e per creare l’infrastruttura adeguata a supportarle.

David Bevilacqua, amministratore delegato di Cisco Italia e vice president di Cisco Corporate

CSE
Per le banche è sempre più difficile “stare” sul mercato e affrontare la crisi economica. Sul fronte “impieghi” non passa giorno senza che i media non parlino del deterioramento dei crediti e dei nuovi vincoli di Basilea 3, paventando ripercussioni sulla tenuta del sistema, mentre sul fronte “raccolta” la concorrenza diventa sempre più aggressiva nei prezzi e più visibile al mercato. Infine sul fronte servizi la presenza di nuovi operatori e l’adeguamento continuo delle regole si traduce in una contrazione dei margini commissionali.
Questo significa per le banche un calo degli utili rinvenienti dalla riduzione del margine di intermediazione e dall’aumento del costo connesso sia al rischio creditizio che all’adeguamento alle normative.
Diviene pertanto fondamentale per le banche dotarsi di strumenti che agevolano il business, agendo su due fronti: sul fronte commerciale avvalendosi di servizi orientati alle nuove esigenze del mercato, sul fronte dell’efficientamento adottando sistemi per abbattere i costi gestionali.
In tale contesto le nuove tecnologie rivestono un ruolo di primo piano: le opportunità offerte dalle nuove tecnologie contribuiscono infatti allo sviluppo di soluzioni che consentono, alle banche, di affrontare in modo più efficace le problematiche connesse alla crisi economica.
Utilizzando le nuove tecnologie le banche si possono dotare di infrastrutture applicative con una modularizzazione delle componenti di business, una fruibilità delle stesse su più canali, un’apertura verso l’interazione non solo per i dipendenti della banca, ma anche per i clienti e per i partner commerciali.
Applicazioni per i diversi canali, quali Internet-mobile banking, call center, portale per i promotori, corporate banking ecc., strumenti di analisi e di governo nell’ambito dei sistemi direzionali, come Crm per la fidelizzazione della clientela, controllo di gestione, sistema dei controlli per un migliore governo, nonché strumenti per il Bpm (Business process management) che concorrono al raggiungimento dell’obiettivo di ridisegno e di controllo dei processi, possono consentire alle banche di raggiungere un maggior efficientamento dei processi, unito a una maggiore capacità commerciale.
In questo ambito CSE è il partner ideale, in grado di fornire servizi di qualità a costi competitivi e di accompagnare la banca, dal punto di vista evolutivo, nel proprio percorso di crescita e di efficientamento.
CSE, infatti, partendo dal full outsourcing informatico ha allargato la propria offerta fornendo anche tutti i servizi di back-office, la formazione e la consulenza funzionale e organizzativa, consentendo alle banche la possibilità di esternalizzare tutti i servizi no core.
Ogni banca è quindi in grado di adottare i servizi in funzione delle proprie esigenze con l’obiettivo di gestire i processi, coerenti con il modello di business, ottimizzati, ben documentati, di qualità ed efficienti.
Maggior efficienza e minori costi, la miglior soluzione per affrontare la crisi.

Vittorio Lombardi, amministratore delegato di CSE

XEROX
È ormai un dato consolidato che il mercato It e Ict abbia vissuto un significativo rallentamento a livello mondiale con l’eccezione dell’area Dmo (Developing market organization), emergente e quindi potenziale. Questo mercato a livello italiano ha espresso un andamento debole, sostanzialmente a causa di tre fattori strutturali: una economia che si basa al 70% sulle Pmi, con una conseguente minor capacità di sostegno alla domanda di infrastruttura, una contenuta propensione all’investimento in innovazione e ricerca e una scarsa internazionalizzazione. Credo che la capacità di crescita del Sistema Paese dipenda proprio dal perseguimento degli obiettivi legati alla ricerca, all’innovazione – anche se può apparire un termine inflazionato – e alla valorizzazione delle risorse in una logica di misurazione degli obiettivi, per poter efficacemente valutare il ritorno dell’investimento. Questi fattori abilitanti dovrebbero costituire non solo il Dna aziendale, ma anche e soprattutto quello istituzionale, a partire dalla Pubblica amministrazione. In tale contesto, ciò che consentirà di garantire efficienza a costi competitivi con elevato indice di qualità e in modo veloce genererà ritorni significativi. Penso a soluzioni che partono dal cloud computing, per arrivare alla Business intelligence passando per le soluzioni di archiviazione, di comunicazione mediamix. Senza dimenticare le novità del momento, come per esempio le incredibili potenzialità delle tecnologie semantiche per eseguire le ricerche di informazioni andando oltre le parole chiave e i metadati, le soluzioni di mobile printing, di controllo, monitoraggio e razionalizzazione del flusso documentale in ambito aziendale attraverso gli Mps (Managed print services), modello in crescita nel recente passato secondo gli ultimi dati rilasciati da Gartner. E poi ancora all’offerta di soluzioni applicative trasversali a ogni ambito aziendale e in grado di assicurare modularità, flessibilità, riduzione e controllo dei costi, abilitando la capacità di trasformazione. A supporto delle applicazioni vi è inoltre un’offerta tecnologica coerente ai temi di sostenibilità ambientale che non va trascurata, essendo questo un aspetto che ci coinvolge tutti in prima persona.
In conclusione, proprio filoni applicativi come questi potrebbero abilitare il ritorno alla crescita del sistema azienda, che notoriamente induce il ciclo virtuoso tra terziario, occupazione e consumi a beneficio dell’intero tessuto economico. Come uomo d’impresa non entrerò nel merito di considerazioni più ampie legate alla gestione del Sistema Paese in senso lato, certo ritengo che chi legifera e regola debba indirizzare l’attenzione verso l’ammodernamento del sistema finanziario e della Pubblica amministrazione, consentendo il sostegno e la protezione delle imprese nonché una valorizzazione dei talenti, a partire dal binomio Università-Impresa. Questa è una condizione imprescindibile per la creazione del valore nel senso più nobile del termine.

Rui Brites, presidente e amministratore delegato di Xerox Italia

TOSHIBA
Dopo un 2009 molto negativo, caratterizzato da una contrazione marcata della spesa informatica, la prima parte del 2010 ha sicuramente lanciato segnali di ripresa. È un confronto fatto in particolare sulle cifre dell’anno precedente; in termini assoluti il mercato non è cresciuto in misura poderosa, ma è un’inversione importante perché testimonia di una volontà, da parte delle aziende di ogni segmento, di tornare a investire per rispondere in modo adeguato alla sfida della competitività.
Sulla scorta dei dati Assinform l’industria informatica ha accolto con favore i numeri relativi alla domanda di server, desktop e, fatto che Toshiba vede in termini ancora più incoraggianti, di sistemi portatili. L’ottimismo è tanto più giustificato se si vanno ad analizzare meglio le informazioni al momento disponibili, da cui si può evincere che la crescita è alimentata in modo preponderante dalla domanda da parte delle imprese. È insomma un processo che sta andando nella giusta direzione, un aumento che deriva anche dalla maturazione del nostro modo di percepire l’innovazione. Pensiamo solo al fenomeno virtualizzazione. Nella sua prima fase era più generalizzato, indiscriminato, oggi le aziende hanno sperimentato, hanno capito meglio le proprie esigenze e quando virtualizzano prestano maggiore attenzione ai rapporti tra percentuali di parco fisico e macchine virtuali.
Parallelamente, gli investimenti in sicurezza dimostrano che un altro fondamentale messaggio è stato recepito: i processi, l’intera economia oggi si basano sull’apertura, sulla circolazione delle informazioni e affinché questo scambio sia proficuo l’aspetto della sicurezza è prioritario.
La crisi del nostro settore è da sempre legata molto intimamente al quadro congiunturale del nostro sistema nel suo complesso. Pensare che il taglio sui “costi” dell’innovazione sia una scelta inevitabile e che l’economia reale e globale trascina con sé la crisi settoriale dell’informatica finisce per farci perdere di vista il vero rapporto di causa-effetto tra innovazione e crescita. Sono l’economia, l’occupazione, a entrare in sofferenza quando le imprese e la Pubblica amministrazione riducono gli investimenti tecnologici, non il contrario. Non possiamo più fare a meno degli strumenti di Business intelligence che ci forniscono dati qualitativi sull’andamento delle nostre vendite, o dei sistemi di Crm che ci aiutano a trarre il massimo dalla nostra relazione con il mercato. Che in Italia le imprese più piccole siano quasi ineluttabilmente costrette a rinunciare all’innovazione è un grave sintomo di carenza sul piano delle politiche di incentivazione, della strategia di lungo termine.
Molte imprese, come si è detto, hanno preso coscienza di tutto questo e cercano oggi di riaccendere il motore degli investimenti, ma a questo punto non è più sostenibile che sia proprio lo Stato a proseguire in una corsa al contenimento della spesa. Il controllo della spesa si fa anche investendo in infrastrutture e processi, in tutto quanto possa servire per ottimizzare e spendere molto meno in futuro, senza compromettere gli strumenti che ci consentono di affrontarlo. Stiamo parlando molto di eGovernment: siamo sicuri che il meccanismo dell’asta al ribasso, la caccia alla bassa marginalità per le aziende fornitrici sia il modo giusto per portare innovazione al sistema?

Rossella Destino, country manager di Toshiba Italia

EMC
Non occorre essere guru del marketing per comprendere che oggi, ovunque, le preoccupazioni economiche prendono il sopravvento sugli scenari tecnologici, sulle strategie future e – spesso – anche sullo sviluppo di nuovi servizi. Gli ultimi dati Assintel parlano chiaro: il mercato It nel 2010 cala del 7,6% su base annua, aggiungendo un nuovo importante ribasso, pari a circa 1 miliardo di euro, rispetto allo scorso anno, che già era stato il peggiore dal 2001. In particolare, crolla il mercato dell’hardware (-18,6%) e calano i servizi It (3,8%), solo il settore software appare in leggera ripresa (+2,7%). Con i clienti con i quali mi capita di confrontarmi e discutere di questi temi, esprimo tuttavia un concetto: business, vincoli economici, tecnologie non sono tra loro estranei o, peggio, contrapposti. E proprio per considerazioni di impatto sul business vanno prese decisioni. Questo, per almeno due motivi. Il primo è che alcune scelte consentono già oggi di ottenere una serie di benefici immediati: sui costi, sulla fattibilità di nuovi progetti o per nuove condizioni aziendali come riorganizzazioni o acquisizioni. Il secondo è che dalla crisi economica emergeranno aziende trasformate in scenari di mercato diversi, motivo per cui diventa più importante che mai farsi trovare preparati alla ripresa. È il momento in cui ripensare insieme il business e le tecnologie: le informazioni continuano a crescere a doppia cifra, con un processo che non si può fermare, per il semplice motivo che è la qualità stessa dell’informazione che sta cambiando, e con lei i modelli di business. Prendiamo come esempio i due mercati tradizionalmente all’avanguardia nell’innovazione tecnologica. Nelle Tlc, il business non cresce più proporzionalmente al numero dei clienti o dei dati trasmessi, ma secondo le applicazioni che generano reddito. Pensiamo al miliardo e più di applicazioni – in parte a pagamento – scaricate solo sull’iPhone. Nelle banche, i processi di accorpamento si accompagnano alla revisione dei sistemi, mentre cresce la quantità di applicazioni online e per molti settori, video e gestione documentale promettono un “big bang”. La vera sfida è quella della gestione efficiente ed economica, quindi anche su reti adeguate, di crescenti quantità di informazioni, protette, sicure e sempre disponibili. Consolidamento dello storage e virtualizzazione dei server stanno generando una rivoluzione nel modo in cui i sistemi sono gestiti e le informazioni sono allocate. E la prossima tappa è il cloud. Non credo in un “D-Day” in cui tutto avverrà magicamente: molti elementi sono già disponibili oggi. L’utente comune vuole applicazioni immediatamente utilizzabili, senza chiedersi dove esse siano residenti. Lo stesso richiedono le aziende. Non è una fuga in avanti: gli stessi modelli di outsourcing applicativo fanno già parte di questo scenario. Chi investe oggi non solo ha buone ragioni per farlo, ma deve anche stare attento in che direzione farlo. L’uovo oggi e la gallina domani, in tempi di crisi economica, non sono un wishful thinking. Sono semplicemente la condizione per continuare a esserci. Oggi e domani.

Riccardo Di Blasio, amministratore delegato e direttore generale di EMC Italia

EXPRIVIA
Il ruolo dell’informatica è e rimane quello di promotore e sostegno indispensabile a qualunque processo di rinnovamento e di evoluzione delle comunità sociali ed economiche. L’informatica è un formidabile aggregatore di idee e può disseminare l’innovazione reale, quella che porta a nuove soluzioni e servizi. Soprattutto deve diventare un settore di punta dell’industria italiana, che può avvalersi di grandi risorse intellettuali e buone condizioni ambientali, ma, al tempo stesso, deve colmare un gap di dotazione infrastrutturale adeguata e collaborare con i centri di sviluppo della conoscenza, chiamati a essere sinergici con l’industria.
A livello infrastrutturale tutto ciò che è rete merita un’attenzione massima nelle politiche di sviluppo che devono puntare allo sfruttamento intelligente delle risorse e al tema della inclusione sociale. Parlo di reti fisiche, trasporti, comunicazione, energia, ma anche virtuali (come quella degli enti e dei centri in cui si forma e sviluppa il know how e la conoscenza). Il settore informatico deve dotarsi sempre più di capacità procedurali e di modelli industriali di collaborazione e di sviluppo di software e di servizi che consentano a reti formate da grandi, medie e piccole aziende nazionali di competere con efficacia sui grandi deal internazionali in un’ottica di esportazione della nostra capacità produttiva.
Su quali aree applicative puntare? Innanzitutto quelle relative all’utilizzo intelligente delle reti, trasporti, energia, comunicazioni, con riferimento alla gestione degli asset sia fisici che virtuali, alla gestione dei flussi e allo scambio continuo di informazioni tra gli oggetti che costituiscono le reti e i loro utilizzatori in modo da ottimizzarne l’uso. La visione di fondo è quella di un’infrastruttura-network globale che colleghi oggetti fisici e virtuali agli esseri umani, in senso più ampio tutto il tema che potrà svilupparsi nell’ambito dell’Internet delle cose.
Va privilegiato tutto ciò che valorizza e sviluppa cicli economici a impatto zero e i modelli di business o sociali che facilitino il raggiungimento di obiettivi di tipo green, puntando infine sullo sviluppo di applicativi che consentano a un qualunque soggetto di utilizzare al meglio le opportunità di un mondo globalizzato nel quale tutto è sempre più integrato fino a essere la capacità di integrazione stessa un valore.
La qualità della domanda nei settori pubblici può essere un volano fondamentale per tale trasformazione, soprattutto se orientata al miglioramento dei servizi anziché esclusivamente alla riduzione dei costi. Non si tratta di acquisire tecnologia a basso costo, ma integrare la buona tecnologia in soluzioni innovative ed efficaci capaci di cambiare la cultura e i comportamenti. È importante rilanciare il ruolo del committente pubblico anche nei progetti di ricerca privati in modo che si sviluppino insieme i requisiti dei nuovi sistemi e delle nuove applicazioni.
Altro volano di crescita della competitività sono il supporto all’internazionalizzazione delle imprese e la collaborazione tra mondo universitario, scuole di formazione e imprese per assicurare lo sviluppo del know how manageriale e la crescita dimensionale delle imprese anche attraverso l’ideazione e l’avvio di start-up innovative.

Domenico Favuzzi, presidente e amministratore delegato di Exprivia

SAS
Secondo recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, con un +2,43% in 10 anni la crescita italiana è al 179o posto nel mondo su 180 Paesi. Dietro di noi solo la poverissima Haiti, lontanissime sia le economie emergenti, sia quelle mature, nostre concorrenti. Il direttore centrale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, ha esplicitamente indicato un “cambio di paradigma tecnologico” come risposta al declino. La risposta è dunque una rivoluzione tecnologica? “Crisi” deriva dal greco “krìnomai”, “decidere”: etimologicamente, è “il momento in cui bisogna prendere le decisioni”.  La nuova, grande rivoluzione tecnologica possibile ruota proprio intorno alla capacità delle organizzazioni di prendere decisioni informate.
Negli anni ‘80 e ‘90 la quantità di dati disponibili è cresciuta in modo esponenziale. Ma di per sé i dati restano materia inerte. Anzi, la loro proliferazione può moltiplicare duplicazioni ed errori. La scommessa d’inizio nuovo secolo è saper trarre dai dati informazioni significanti. E, soprattutto, che non si limitano a fotografare lo stato di fatto, ma permettono di elaborare scenari futuri attendibili. In un mondo sempre più globalizzato e in continuo cambiamento la capacità di analisi predittiva sarà sicuramente una delle “infrastrutture immateriali” vitali per un sistema socio-economico.
Fantascienza? Niente affatto. È questo l’approccio che ci spinge da diversi anni ad andare oltre la Business intelligence tradizionale per implementare strumenti di Business analytics sempre più potenti e tagliati su misura per le esigenze dei diversi settori. L’utilizzo di strumenti analitici predittivi, basati su parametri statistico-matematici individuati con metodi scientifici, è già una realtà in molte industry vitali per l’economia e per il Paese. Nel Made in Italy, grazie alla velocità nel rispondere alle sollecitazioni dei mercati e alla personalizzazione dei servizi ai clienti, i Business analytics hanno consentito ad aziende bandiera della qualità italiana, come Fratelli Carli o i gioielli Chantecler, solo per fare degli esempi, di avere successo sui mercati internazionali. Ma anche nel settore pubblico, a cominciare dalla sanità e dalle utility, aspetti essenziali per l’efficienza di un Paese, SAS sta supportando realtà locali e centrali nello sviluppo del processo di innovazione.
La nostra presenza locale, unica tra i produttori di software specialistico, ci permette di dare un contributo concreto al Sistema Paese, creando posti di lavoro e formando giovani neolaureati su temi innovativi che trovano presto lavoro e diventano parte attiva nella crescita economica, sociale e culturale della nostra nazione. La collaborazione che stiamo portando avanti con le università, in particolare in alcune zone meno agevolate del Sud, garantisce una continua osmosi tra l’innovazione aziendale e quella più generale della società in cui opera: un vero e proprio ecosistema in cui ogni componente può agire a vantaggio dell’altro. Nell’ottica di una conoscenza che aiuti davvero a prendere le decisioni giuste per il futuro dell’economia e di tutto il Paese.

Marco Icardi, country manager di SAS Italia

ADP BYTE
Il tema di fondo di questo dibattito non può che trovarmi d’accordo: certamente investire in innovazione tecnologica e in telecomunicazioni non è un “costo”, bensì l’unica via per favorire la produttività, la creatività, lo scambio di idee e di informazioni, in una parola il motore che potrà trainare la ripresa economica, sia delle singole aziende sia del Paese. E non lo penso solo come Ceo di un’azienda che offre servizi e soluzioni informatiche per la gestione delle risorse umane, ma come cittadino.
Credo si debba dotare il Paese delle infrastrutture tecnologiche che permettano a tutta la comunità – a partire dalle famiglie e dalle scuole primarie – di accedere alla rete Wi-Fi, alla fibra ottica, alla banda larga. Occorre fare in modo che i proclami da spot pubblicitari diventino realtà, che tutti imparino fin dai banchi di scuola a navigare in rete e a usare la tecnologia, in modo da non subirla passivamente, o da limitare la propria fruizione a Facebook, ma da usarla per supportare nuove idee, aprire nuove frontiere. Un Paese come l’Italia, che ha nella cultura e nell’arte una fonte inestimabile di ricchezze, dovrebbe investire nella multimedialità, nella diffusione e promozione all’estero del nostro patrimonio culturale, di cui oggi si può godere anche stando a centinaia di chilometri di distanza.
Ecco un’altra delle opportunità che le infrastrutture informatiche mettono a disposizione di chi vuole fruirne, non solo nel tempo libero, ma anche nelle attività produttive: ridurre le trasferte, potenziare il telelavoro, concentrare potenze elaborative riducendo gli investimenti e rendendo più flessibili e sicure le server farm. Nella nostra azienda, grazie ai collegamenti Internet e ai sistemi di videoconferenza abbiamo ridotto del 50% gli spostamenti per riunioni e del 20% i viaggi dai clienti. Con l’outsourcing si può andare ancora oltre, realizzando “uffici virtuali” formati da persone che lavorano insieme stando a centinaia di km di distanza.
Cosa si può fare perché l’industria dell’hi-tech crei nuovo valore e contribuisca alla crescita economica e culturale del Paese? Innanzitutto investire nelle Università, tenerle al passo con i tempi, in modo che formino giovani capaci di cimentarsi con le tecnologie di oggi e di domani, e non, come accade ora, con quelle di ieri. L’innovazione viaggia a una velocità ben superiore a quella del nostro sistema scolastico: certo, ci sono incubatori, espressioni di eccellenza, ma limitati a piccole nicchie. D’altra parte, le aziende che investono in ricerca e sviluppo non vengono prese in considerazione quando si tratta di fare scelte importanti: da ogni parte si levano sollecitazioni a costruire “filiere”, a fare “sistema”, ma quando si arriva al dunque le realtà nazionali sono tagliate fuori, scavalcate da cordate formate da grandi società di consulenza e multinazionali.
Un altro tema su cui il legislatore dovrebbe intervenire sono le condizioni di pagamento. Non è possibile che le aziende di informatica, che sono imprese di servizi, debbano aspettare mediamente 150 giorni per essere pagate (600 con la Pubblica amministrazione), senza potersi rivalere sui fornitori che sono i dipendenti, lo Stato, le compagnie telefoniche ed elettriche… In questa situazione non solo non è possibile innovare, ma talvolta nemmeno sopravvivere.

Roberto Gamerro, Ceo di ADP Byte

FINCONS
La necessità delle imprese di affrontare la crisi economica impone a queste ultime di operare nel mercato secondo una nuova politica di investimento. La ripresa e la competitività delle aziende italiane passa anche dall’aumento della quota di investimenti nell’It. Il controllo e l’ottimizzazione dei costi rimane il principale criterio di scelta del progetto, definito secondo standard di stabilità ed economicità, di rinnovamento e/o razionalizzazione dei sistemi esistenti. Tuttavia, in maggior misura rispetto al passato, c’è una attenzione più marcata agli obiettivi di scalabilità dei progetti e al grado di innovazione introdotto, selezionando gli investimenti in base al ritorno economico.
Crescere in periodi di crisi si può, non solo a livello di singola impresa, ma anche a livello di aggregati economici. Le realtà territoriali, quali gli enti locali, che punteranno sulla tecnologia registreranno una maggior crescita coerente con i principi di sviluppo sostenibile.
Il percorso di ridefinizione delle infrastrutture e dei processi investe infatti sempre più anche la Pubblica amministrazione, orientata ai principi di efficienza e di risultato. Il progetto di semplificazione dei rapporti tra gli enti pubblici e i cittadini è considerato un settore cruciale in cui sarà fondamentale favorire gli investimenti nell’It. Per Fincons Group la Pubblica amministrazione rimane un settore di primaria attenzione da indirizzare con soluzioni informatiche mirate, in virtù anche delle recenti disposizioni della così detta “Riforma Brunetta” (D.Lgs. 150/09) che impongono alle Pa l’obbligo di definire, monitorare e comunicare le performance organizzative, sia di tipo strategico che gestionale.
Altro punto di attenzione a livello di crescita economica sociale è l’unified communication, che rappresenta il crollo dei confini fra l’idea di comunicazione e i mezzi per veicolarla, non solo all’interno dell’azienda, ma anche nei confronti del cliente finale. Ed è chiaro che non è possibile ignorare, in qualità di società di consulenza informatica, le opportunità che possono essere connesse al mondo mobile e ai servizi legati a una diversa e più facile fruizione delle informazioni in diversi settori di interesse.
All’interno di questo quadro il legislatore può sicuramente favorire il processo di innovazione nella sua globalità, attraverso la sponsorizzazione di nuovi servizi e modalità operative nel mondo pubblico, ma anche sostenendo le imprese private nelle attività di investimento It. Una sorta di incentivo per la “rottamazione” di vecchie applicazioni, così da incrementare la domanda di innovazione e promuovere l’ammodernamento dei processi gestionali. Si potrebbe pensare a un piano di facilitazione degli investimenti, tramite fondi o sgravi fiscali, per tutte quelle imprese che decidono di rivedere le proprie applicazioni It, obsolete per ragioni di business o per tecnologia, “rottamandole” come si fa con le automobili di vecchia data non più funzionali.
Allo stesso modo anche le società di consulenza It potrebbero godere di benefici legati al reperimento di finanziamenti, nella misura in cui contribuiscono alle implementazioni di soluzioni It all’avanguardia.

Michele Moretti, Ceo di Fincons Group

NEXEN
La storia ci insegna che il superamento delle crisi economiche viene facilitato in presenza di catalizzatori dello sviluppo, oggi possiamo dire che l’It è sicuramente uno di questi.
In questa ottica Nexen, Gruppo Engineering, ha attivato la business unit IT Strategy per diffondere una modalità di approccio all’Information technology volta a consolidare l’idea che l’It sia un reale asset aziendale e non solo un costo necessario.
All’interno delle aziende lo sviluppo dei sistemi per l’ottimizzazione dei processi, di semplificazione e incremento dei margini prende il posto delle logiche di “copertura” di moduli e servizi. Sono spesso gli It manager più evoluti che propongono nuove e più snelle modalità operative alle aree di business. In questa ottica gli investimenti sono in ripresa e costituiscono uno degli assi di spesa delle imprese più innovative che poi si confrontano e vincono sul mercato globale.
All’esterno le aziende si trovano a competere nell’oceano tempestoso del Web. Non basta più essere presenti con un “bel sito”. Nell’era del Web 3.0 occorre essere partecipativi e integrati nei processi interni ed esterni.
Le aziende che non applicano l’utilizzo degli strumenti partecipativi (social network, Rss, blog, forum) limitano la loro capacità comunicativa e la conseguente capacità di percepire il mondo esterno, perdendo di competitività.
Earn & Learn è lo slogan delle imprese più competitive basato sul modello della “piattaforma collaborativa” quale nuovo paradigma che l’impresa dovrà adottare per la gestione dei processi. Nei processi interni come strumento volto a migliorare l’integrazione e la collaborazione superando il concetto che vede i vari uffici come clienti tra loro; nei processi esterni per cogliere le opportunità di comunicazione con nuovi canali e cluster di clienti nel processo di vendita e soprattutto nella gestione del post-vendita.
In un Paese come l’Italia con 1,2 device mobili per abitante (inclusi i neonati), non si può non vedere il ruolo fondamentale dell’Information technology in senso allargato come “tecnologie delle informazioni”.
Purtroppo il Paese è in ritardo sulle infrastrutture di comunicazione; è solo degli ultimi tempi la notizia che sui supermoderni Frecciarossa sarà possibile lavorare always-on.
Qual è l’evoluzione? Dalla e-mail ai social network, dal Web alle App. Google stima che solo il 10% dei contenuti del Web venga indicizzato e sia ricercabile. Lo sviluppo futuro prossimo è nelle applicazioni (App) che aiutano a trovare rapidamente e correlare i contenuti utili, inclusi quelli personali; è un po’ come la rivoluzione degli Erp nel mondo Web. Lo sviluppo delle imprese sarà correlato con la capacità di progettare, attivare e gestire nuovi flussi integrati di informazioni digitali a disposizione di utenti, aziende, banche e Pubblica amministrazione.
In questo contesto le opportunità per la crescita dell’It sono molteplici anche se le tecnologie diventeranno sempre più delle commodity a disposizione delle nuove idee in quanto sono queste che creeranno lo sviluppo del business, come mi ha espresso un giovane (e illuminato) assessore di una piccola città di provincia: «Voglio creare una rete wireless gratuita di accesso a Internet per tutti i cittadini. Solo così posso pensare che il futuro Mark Zuckerberg possa fondare qui la sua azienda…».

Gianni Fuolega, partner e amministratore delegato di Nexen – Gruppo Engineering

ECONOCOM
Il contesto economico attuale impone di portare alla massima efficienza le infrastrutture informatiche, che devono corrispondere alle effettive esigenze di business dell’azienda. Se da una parte l’Ict è sempre più pervasiva nei processi produttivi, dall’altra è un elemento di valore nella crescita della competitività d’impresa.
Per questa ragione le aziende hanno compreso l’importanza della “conoscenza” delle proprie infrastrutture, dei costi legati alla loro gestione e degli investimenti necessari per tenere le stesse in linea con i reali obiettivi di business, in poche parole: la governance dell’It al servizio della crescita.
Ogni azienda, o più in generale ogni Sistema Paese, dovrebbe essere in grado di perseguire l’obiettivo della “crescita”, e questo obiettivo è strettamente legato alla gestione delle infrastrutture It.
Non mancano certo idee in ambito It per “fare meglio”: e-commerce, e-health, Pubblica amministrazione digitale, smart grid, smart transportation, wireless, remote sensing.
Manca, troppo spesso, la capacità di utilizzo della risorsa finanziaria o, in senso più generale, uno strumento finanziario per poter supportare gli investimenti sia nell’immediato che, soprattutto, durante il loro pieno utilizzo oltre che durante la loro normale evoluzione nella nuova direzione intrapresa.
Il Sistema Paese dovrebbe evolvere verso le logiche dei servizi riconducendo ogni funzione It, prodotti software e hardware, risorse umane ecc. verso un unico costo certo e predefinito che l’azienda utilizza per definire il pricing del proprio prodotto.
Inoltre, bisognerebbe evitare l’errore commesso in passato, quando le aziende iniziarono a terzializzare i propri centri It o parte di essi, esternalizzando così il controllo dei costi “certi” pur mantenendo all’interno dell’organizzazione la responsabilità dei risultati attesi e poche competenze per poterli ottenere.
Il Sistema Paese deve “consapevolmente” fare la scelta di focalizzarsi sul proprio reale core business e lasciar fare, a costi certi e predefiniti, il lavoro It a chi di questo ha il necessario know how, delegando a essi la responsabilità del risultato.
Ogni azienda si focalizza e si esprime al meglio su ciò che meglio sa fare.
Econocom è da sempre riconosciuta pioniera nell’ideazione di formule innovative di noleggio e di gestione degli asset Ict, che posizionano la propria offerta già nella fase di definizione delle scelte informatiche, supportando il passaggio da vecchie logiche di Information technology governance a una più moderna e appropriata Business technology governance.
Credo che, alla fine di ogni discorso, il denominatore comune sia sempre lo stesso; creare “prodotti” che coprano le esigenze dei clienti finali a costi più bassi e maggiore qualità.
Pertanto, in un momento nel quale cerchiamo tutti di fare “meglio” e “vendere di più”, ritengo che i filoni applicativi che nel medio periodo potranno “servire” maggiormente siano quelli del governo “consapevole” delle proprie infrastrutture e dell’utilizzo di strumenti finanziari a supporto dell’innovazione tecnologica, che possano portare ad arricchire la nostra cultura e quindi il nostro sapere.
Non dimentichiamo che il valore di cui ognuno di noi necessita, in ogni campo, sia esso personale che professionale è quello di poter dimostrare il proprio “sapere”.
La cultura (sapere) quindi è l’elemento chiave.

Enrico Tantussi, direttore generale Econocom Italia

MAUDEN
Non è certo una considerazione “innovativa”, ma è dalle crisi che spesso nascono le opportunità.
Al di là della congiuntura economica che vede perdurare una situazione di stallo, il settore Ict vive una stagione di grandi mutamenti tecnologici: fenomeni quali il cloud computing e la crescita tumultuosa del mobile computing sono sotto gli occhi di tutti.
In questo scenario, Mauden, system integrator attivo da oltre vent’anni, rinnova la sua fiducia nel mercato, forte dei successi nell’ambito dei data center e nella fornitura di servizi e software in ambienti eterogenei. La sua ampia e consolidata presenza sui mercati finance, Pubblica amministrazione, utilities e media impresa, fornisce a Mauden un punto di osservazione privilegiato sulle tendenze infrastrutturali e di business, per declinare la propria articolata offerta di soluzioni e servizi in modo da indirizzare le nuove esigenze.
Non a caso Mauden è sempre in prima linea nell’aiutare i clienti a semplificare la complessità nella gestione dell’It, offrendo alle aziende servizi, anche in ambito cloud, che contribuiscono a ridurre rischi e costi delle piattaforme. Il pay off del momento è “ottenere di più con meno”, quindi ben vengano soluzioni industrializzate erogabili da Mauden e dai propri clienti. Parlare di cloud computing significa infatti riferirsi a un paradigma che fa ampio uso delle tecnologie di virtualizzazione, esaltando la dinamicità dell’infrastruttura informatica per portare l’It sempre più a supporto strategico del business, allontanandolo da quell’immagine di commodity che ha guadagnato nell’ultimo periodo. È grazie all’emergere del cloud che l’It si può oggi proporre sempre più come un vero e proprio fattore strategico di abilitazione e di competitività per le aziende di ogni dimensione e per tutte le amministrazioni pubbliche. Ma, proprio per la loro strategicità, non va mai perso di vista il valore delle soluzioni proposte dalle aziende che operano nell’ambito It in Italia, evitando sia di entrare nella spirale della riduzione dei margini imposta da una concorrenza “a tutti i costi”, sia cercando rimedi alle condizioni di incasso imposte dai clienti stessi.
Un altro fenomeno è comunque alla ribalta: quello della conquista di maggiori spazi in azienda da parte dei dispositivi mobili come smartphone o tablet, da cui deriva la necessità di una crescente integrazione dei tools di tipo mobile nel business. Dal lato dei fornitori come Mauden, questo fenomeno richiede di ottimizzare le attuali applicazioni aziendali per renderle fruibili all’utenza in mobilità. Ma dal lato del Sistema Paese, il fenomeno chiama a rivedere le priorità in materia di connettività, accelerando gli sforzi da compiere a livello nazionale per sbloccare le nuove evoluzioni applicative con infrastrutture di rete performanti che rimuovano ogni possibile collo di bottiglia, anche quelli attesi nel prossimo futuro.

Roberta Viglione, presidente di Mauden

AKHELA
Dall’esperienza di una realtà di medie dimensioni come Akhela, fondata nel 2004, ma capace di mantenere tassi di crescita in netta controtendenza rispetto a un mercato e a un quadro economico generale molto deludenti, possono forse nascere gli spunti per una interpretazione del ruolo dell’Information technology nel Sistema Italia.
Abbiamo come azienda imboccato tre direzioni esattamente contrarie alle linee dominanti in questa fase storica caratterizzata, oltre che dalle difficoltà economiche, da una perdita di competitività che pesa sulle nostre possibilità di rilancio. Una ricetta, quella di Akhela, basata su tre ingredienti: innovazione, fiducia nei giovani, qualità.
– Una strategia di innovazione che ci ha visto costantemente “first comer” nei segmenti più avanzati della tecnologia, dalla virtualizzazione all’automazione dei data center, dalla Business intelligence ai sistemi embedded fino alla recente specializzazione in high performance computing che consente di venire incontro alla crescente richiesta di applicazioni di simulazione e modellistica da parte dei maggiori gruppi industriali. La scommessa sull’innovazione ha contribuito a proiettare la nostra piccola realtà in una dimensione europea e globale spesso estranea alle capacità delle aziende Ict italiane.
– Una forza lavoro di età media di poco superiore ai 30 anni, supportata da una politica di formazione e aggiornamento molto spinta, che comporta un notevole reinvestimento di risorse finanziarie. Nel mestiere dell’innovatore può essere molto rischioso fare affidamento sull’esperienza quando quest’ultima corrisponde più alla ripetitività di vecchi schemi che a una consapevole accumulazione di nuovi skill. Puntare sui giovani significa anche costruire per loro prospettive di continuità esattamente contrarie all’esaltazione della flessibilità e del precariato che hanno caratterizzato questi ultimi anni.
– E infine, ma non ultima, la ricerca della qualità e dell’eccellenza come pratica quotidiana nella nostra organizzazione e presso il cliente. La qualità si è rivelata un fondamentale fattore di differenziazione, contribuendo alla nostra capacità di costante rafforzamento delle relazioni con i clienti, ma è anche una precisa conseguenza dei principi appena delineati.

Non ritengo casuale la discrepanza tra la curva evolutiva di Akhela e il declino che ha invece caratterizzato la storia recente di una nazione che ha saputo, con comportamenti del tutto opposti, disperdere in poco più di quarant’anni il cospicuo patrimonio industriale di quattro settori primari come la chimica, l’aeronautica, la cantieristica e lavorazione pesante e infine l’informatica di aziende pioniere come Olivetti. Un rovesciamento dei modelli finora seguiti; un freno alla sterile cultura imprenditoriale basata solo sulla corsa al ribasso del costo del lavoro per promuovere piuttosto una politica di forte investimento nella scuola, nell’università, nella ricerca e una focalizzazione sulle doti di creatività ed eccellenza tecnologica esemplificati da storie di successo come Ferrari o Apple (in due mercati tra l’altro molto diversi), devono diventare una priorità assoluta nell’agenda di governanti e imprenditori. La lungimiranza della proprietà di Akhela, che in un momento di crisi dell’Ict, ha fornito alla società i mezzi economici e finanziari per sostenerne il rilancio; ed è questa l’altra dimensione mancante al Sistema Paese: un sistema creditizio che supporti le giovani aziende ovvero un sistema di capitali di rischio che scommetta sulle intelligenze degli imprenditori e dei giovani.

Piercarlo Ravasio, amministratore delegato di Akhela

CONSOFT
Quella che stiamo attraversando è una crisi che, se ha colpito in modo più o meno generalizzato, sta già vedendo alcune aree emergere molto prima di altre. In Italia e nella vecchia Europa il termine crisi equivale essenzialmente alla messa in forse della nostra capacità di assicurare, in futuro, gli stessi livelli di crescita del tenore di vita di cui hanno beneficiato le generazioni precedenti e questo a sua volta implica la necessità di individuare, anche grazie alle tecnologie, nuovi sbocchi commerciali, spezzare il circolo vizioso di un mercato che da solo non si è rivelato sufficientemente ricettivo.
Se negli Stati Uniti l’Information technology è stata di per se stessa un fattore di crescita, a livello locale l’informatica non può essere solo una soluzione da vendere a noi stessi: dobbiamo abituarci a considerarla un fattore abilitante, un’arma competitiva che ci aiuti a innovare i processi e a trovare gli sbocchi, che un ciclo meramente interno non genera, per nuove opportunità che rappresentano la base di sviluppo delle future generazioni. È un futuro che si prospetta lungo, anche per le generazioni attuali, già in grado di avvantaggiarsi di progressi medici che hanno influito sulle aspettative e sulla qualità della vita.
A essere deficitaria nel nostro Paese, oltre evidentemente all’aspetto infrastrutturale, è la nostra capacità di pensare in chiave evolutiva, di pianificare un futuro che sia almeno di medio termine. Siamo troppo focalizzati sull’immediato, su un domani inteso alla lettera. Quando si deve spendere, scegliamo di minimizzare la spesa attuale. Faremmo meglio a investire oggi con l’obiettivo di spendere ancora meno tra dieci anni. L’assenza di pianificazione riguarda anche gli interventi che fatichiamo molto a mettere in atto. L’attenzione alle infrastrutture di rete deve per esempio essere assolutamente prioritaria, ma è ancora più importante abbinare alla volontà di ammodernare le infrastrutture una progettualità capace di individuarne gli scopi, le linee applicative e di servizio.
Quali sono queste direzioni? Proprio in vista del continuo allungamento delle nostre prospettive di vita, Consoft crede molto in tutte le applicazioni di telemedicina e telemonitoraggio che, attraverso un processo di “de-ospitalizzazione”, potrebbero consentire enormi benefici in termini di risparmio, ottimizzazione della spesa e miglioramento della qualità della vita. Altri settori densi di promesse per un futuro “aumentato” dal forte arsenale di tecnologie già disponibile, sono quelli delle energie e della filiera rappresentata dalla produzione, distribuzione e consumo, che deve essere molto più intelligente. Ma anche il comparto dei trasporti individuali e collettivi, tutti campi applicativi che accanto ai vantaggi finanziari comportano il bonus aggiuntivo di una riduzione dell’impatto ambientale.
Gli ostacoli sulla strada del cambiamento, della conversione della nostra indubbia creatività in vantaggio economico, non sono, infine, di natura puramente normativa. Le regole possono aiutare, ma se l’indispensabile trasformazione dei processi non arriva, il problema è di natura culturale, quindi molto difficile da affrontare soprattutto per le generazioni già mature. Proprio per questo diventa fondamentale investire molto in educazione scolastica e formazione dei giovani.

Andrea Giacardi, presidente di Consoft Sistemi

TREND MICRO
Anche il settore It ha risentito della congiuntura economica negativa; i dati finali per il 2009 hanno confermato che è stato un annus horribilis, soprattutto per il nostro Paese che ha registrato un calo degli investimenti pari al 9%, e il 2010 inizia a dare solo ora timidi segnali di ripresa.
In Italia, in particolare, le aziende e l’intero Sistema Paese mancano di una visione per lo sfruttamento efficace degli asset tecnologici e delle conoscenze legate all’economia digitale. In questo ambito urge una revisione a favore di una maggiore flessibilità organizzativa e finanziaria per aziende e Pubblica amministrazione. A ciò andrebbe aggiunto lo sviluppo del patrimonio umano attraverso programmi specifici di educazione, formazione e supporto alle attività di ricerca nel campo dell’innovazione tecnologica.
Il valore competitivo di un Paese oggi dipende anche dall’effettiva capacità di mettere in circolo, utilizzare e ottimizzare questi asset in un’economia estremamente dinamica e globale.
Nonostante questo scenario apparentemente molto negativo per l’It italiana, si assiste alla progressiva e costante adozione da parte delle aziende di sistemi di virtualizzazione e soluzioni cloud, nell’ottica di un consolidamento degli investimenti It e una riduzione di costi necessaria a rispondere ai dettami macroeconomici.
In questo contesto molto esigente in cui IaaS, PaaS, SaaS sono rapidamente divenuti termini di uso quotidiano, la logica è quella di dinamizzare l’utilizzo delle risorse per trasformare in opex quello che fino a ieri era capex per l’azienda. Pay-per-use, questa è l’Information technology che piace alle aziende e agli analisti, che risponde alle esigenze dei buyer e dei controller finanziari, questa è l’It che sta attirando attenzione mediatica e sta nuovamente stimolando la nascita di start-up visionarie, acquisizioni e consolidamenti tecnologici oltre oceano. Ma c’è un elemento importante da non dimenticare, come fattore abilitante di tutte queste nuove soluzioni tecnologiche: la Sicurezza It.
Se da una parte l’It virtuale sta favorendo la riduzione di costi e razionalizzando i processi core aziendali, dall’altra parte si stanno aprendo rapidamente degli scenari di incertezza e di rischio nuovi. Ieri si poteva pensare di nascondere il proprio parco tecnologico dietro delle pesanti porte di acciaio: firewall, gateway e soluzioni endpoint classiche rappresentavano un’adeguata barriera alle “invasioni barbariche” digitali, ma oggi i limiti tra interno ed esterno, tra i dati circolanti nell’ecosistema fornitore-partner-enduser si stanno rapidamente smaterializzando. Nuvole pubbliche e private richiedono sistemi che garantiscano la protezione e la crittografia dei dati direttamente in the cloud, che riescano a supportare compliance e privacy in realtà ad alta esposizione come banche e Pubblica amministrazione, che rispondano adeguatamente alle dinamiche di integrità e continuità delle entità vive all’interno degli ambienti virtualizzati. Anche la Sicurezza, quindi, richiede oggi una visione diversa che contempli l’integrazione delle proprie soluzioni con kernel direttamente ereditati dalle tecnologie di virtualizzazione e sviluppati in the cloud, per portare un valore concreto in ambienti che sono sempre più indefiniti e smaterializzati.

Ottaviano De Cicco, channel sales director Italy di Trend Micro

UMPI ELETTRONICA
Pur non essendo né semplice né rapido passare dai network a carattere misto agli Smart Grid, è un dato di fatto che in Europa e in Italia le reti elettriche strutturali siano in condizioni di buona efficienza e questo permette di utilizzarle per offrire ai cittadini e alle Pubbliche amministrazioni del territorio prodotti e servizi innovativi al fine di soddisfare le esigenze sempre più attente di amministratori e utenti.
A nostro avviso, sicuramente la banda larga è imprescindibile da tutto questo, perché lo sviluppo fondamentale dell’Ict si basa su tale tecnologia per la strutturazione e l’evolversi di Smart Grid su tutto il territorio nazionale e anche oltre confine.
Le tecnologie sofisticate, quali per esempio le PLC (PowerLine Communication), su cui il nostro prodotto di telecontrollo avanzato si basa, consentono di veicolare informazioni e immagini, raggiungendo così obiettivi che la cablatura tradizionale non permetteva, in termini di risparmio e rapidità di intervento. A nostro parere, le applicazioni che riteniamo significative ed essenziali per l’intera economia e che il nostro sistema può offrire, con una gamma di soluzioni integrate tra loro, vanno dalla videosorveglianza agli hot-spot a gestione centralizzata, dai servizi per le zone extraurbane (long distance) alla sensoristica di prossimità, agli allarmi e così via. L’attenzione su tali servizi sarà sempre più accentuata e permetterà risparmi ed economie di scala di cui beneficeranno, in primis, i bilanci delle Pubbliche amministrazioni e di conseguenza dello Stato, ma che di sicuro agevoleranno enormemente l’accesso dei cittadini a servizi Ict che non riguarderanno solo facilitazioni quotidiane, ma anche appunto la sicurezza e quindi la maggiore vivibilità e qualità del territorio.
Per sostenere queste evoluzioni, riteniamo sia necessario anche un “cartello” unificato tra legislatori e regolatori che potrà sicuramente dare origine a provvedimenti, sia su scala locale che nazionale, per supportare la ricerca e lo sviluppo con piccoli cluster o incubatori locali. Non a caso i laboratori di ricerca e sviluppo, come per esempio il nostro, che si stanno sviluppando a livello regionale e interregionale ne sono un esempio: il loro punto forte è l’integrazione tra pubblico e privato, tra imprese e Università, Poli tecnologici, Province e Regioni, una delle carte vincenti per la crescita economica di cui ogni singolo cittadino-utente potrà beneficiare. Il concetto generale alla base è la “rete” (grid), in questo caso di rapporti e relazioni, che racchiude una potenzialità ancora in parte inespressa e che si rende attiva ed efficace per la creazione di valore e l’accrescimento culturale ed economico dell’intero Paese.
Infatti è sempre più evidente che le collaborazioni e le partnership tecnologiche e commerciali tra soggetti pubblici e privati sono alla base dello sviluppo di nuovi e sempre più ampi indotti di ricerca e produzione e fonte di ulteriore impulso all’occupazione, e rappresentano l’evidenza che esiste ed è attuabile una importante via italiana verso le “Città Intelligenti”.

Gianluca Moretti, amministratore delegato Umpi Elettronica

BOARD
Lo sviluppo economico dipende da molteplici fattori tra cui l’andamento della redditività e della produttività nei diversi settori industriali, a loro volta influenzate dal diverso grado di investimento nel progresso tecnologico.
Una componente fondamentale per aumentare la competitività di un’impresa è l’innovazione nell’ambito dell’Information and communication technology, inteso come infrastrutture, processi, hardware, ma soprattutto software. Gli investimenti in ambito Ict, anche rivolti a tematiche complementari quali la security e la green Ict, rappresentano quindi non solo uno dei principali elementi alla base della crescita economica di un’azienda, ma, in questo momento storico, uno dei fattori distintivi e caratterizzanti per il raggiungimento di vantaggi competitivi importanti.
Spesso la tecnologia informatica viene utilizzata per svolgere un ruolo più operativo all’interno dei processi aziendali, ma ora più che mai la scelta vincente è quella di porre l’accento sulla funzione strategica che la tecnologia può ricoprire nell’indirizzare le decisioni aziendali.
È infatti la gestione dei processi decisionali a fare la differenza: le organizzazioni vincenti sono quelle che riescono a prendere le decisioni migliori e a renderle operative nei tempi più rapidi, allineando la strategia con le operations e assicurando a qualsiasi livello organizzativo le informazioni necessarie a orientare efficacemente le attività aziendali.
Le traiettorie tecnologiche del software orientate all’Egrc (Enterprise governance, risk and compliance) abilitano oggi, in ambito aziendale, la capacità di interpretare e anticipare le esigenze del management. Per questo, sviluppare applicazioni di Business intelligence e Corporate performance management all’avanguardia e basate su nuove tecnologie è fondamentale per dare un supporto innovativo ai processi decisionali. La Business intelligence e il Corporate performance management stanno crescendo da diversi anni in tutti i mercati, trasformandosi da mercato di nicchia a uno dei principali settori del software. Anche in Italia constatiamo, oramai da diverso tempo, una crescita superiore alle due cifre, questo anche negli ultimi tre anni di crisi e nonostante l’investimento in Ict nel nostro Paese sia tendenzialmente inferiore alla media delle economie occidentali.
Anche nel tessuto produttivo italiano, gli investimenti in It, dedicati a sviluppare conoscenze manageriali e una visione integrata dei processi aziendali, sono destinati ad avere dei ritorni sempre più convincenti.

Giovanni Grossi, amministratore delegato di Board Italia

KASPERSKY
Per propria scelta strategica Kaspersky Lab ha deciso di focalizzarsi sugli aspetti della sicurezza informatica. Una specializzazione che, assicurandole un vantaggioso margine tecnologico e competitivo nel suo segmento di mercato, le impedisce di esprimere opinioni sull’informatica in generale, sulle infinite tendenze della tecnologia e sul loro impatto sull’economia.
Il punto fermo è che la nostra analisi della trasformazione del cyber crime da esercizio quasi ludico e non finalizzato, che ha caratterizzato la sua prima fase evolutiva, in autentica attività criminale finanziaria e pericoloso strumento di sabotaggio di archivi, informazioni e infrastrutture vitali, ci porta ad affermare che la sicurezza delle reti e dei milioni di terminali client, fissi o mobili a essa connessi, è un presupposto essenziale di un’informatica capace di evolversi e allargare i suoi effetti sui processi e sull’ottimizzazione.
Non ci può essere informatica efficace senza sicurezza e questo obiettivo comporta, oltre al dispiegamento delle tecnologie più aggiornate contro il malware e gli schemi di controllo occulto adottato dai criminali informatici, anche una diversa, più efficace azione di coordinamento e scambio che investa tutte le istituzioni incaricate della prevenzione e dell’applicazione delle misure punitive previste in misura crescente dalle leggi nazionali.
In questo senso mi piace citare il caso virtuoso rappresentato dalla nostra collaborazione con la Polizia Postale italiana e l’apprezzamento nei confronti di attività che vanno verso la positiva tendenza all’individuazione e al blocco di contenuti Web pericolosi, alla tutela della navigazione da parte di soggetti minori e consumatori.
Occorre a questo proposito che il dibattito sulla sicurezza informatica non riguardi soltanto lo “strato” dei dispositivi hardware e del software operativo o applicativo, ma aggiunga rapidamente un ulteriore strato “mentale” che investa direttamente la consapevolezza e il comportamento di tutti. Per poter cogliere i frutti dell’innovazione bisogna che essa possa permeare e rivitalizzare il modo di lavorare, i processi a livello aziendale certamente, ma anche individuale. E il processo più importante, per Kaspersky Lab, è un atteggiamento continuamente orientato alla sicurezza delle risorse informatiche che possediamo o controlliamo indirettamente. Sottovalutare il fenomeno del malware oggi significa esporre colpevolmente l’intera collettività a rischi molto seri. Un singolo utente può anche pensare che il suo computer e i dati in esso contenuti non sia importante. E questo computer può cadere ancora più facilmente vittima di uno schema di attacco “denial of service” o di una botnet. Un recente ceppo virale individuato da Kaspersky e altri operatori è stato fatto risalire a sistemi che vengono utilizzati anche per il controllo di centrali nucleari. Dobbiamo avere la consapevolezza che nella complessa realtà delle reti, accanto ai tanti vantaggi dell’innovazione, si annidano oscuri spazi di rischio estremamente elevato e che nell’economia della conoscenza, la salvaguardia del dato elettronico ha una priorità assoluta su tutto il resto.

Alexander Moiseev, managing director di Kaspersky Lab Italia

APC
Se in un momento di crisi la parola d’ordine è il risparmio, l’Ict può giocare un ruolo fondamentale per aiutare le imprese a risparmiare con oculatezza.
Una delle soluzioni potrebbe consistere nell’uso intelligente delle tecnologie It che potrebbe fungere da traino per la ripresa di tutte le attività aziendali. Come fare, dunque? La tecnologia è fondamentale per ottimizzare le economie di scala senza aumentare i costi di produzione. Inoltre, il comparto tecnologico diventa strutturale nella creazione di nuovi modelli di business.
In questo senso un consiglio che vogliamo dare alle imprese italiane è quello di sfruttare questo momento negativo per affrontare poi la risalita nel migliore dei modi, attuando comportamenti virtuosi che le portino a riconsiderare l’Ict come fonte di valore e non più come centro di costo. Puntando sulla qualità e non sul prezzo.
Tagliare sui costi è una tentazione che troppo spesso non paga e le aziende dovrebbero mirare a soluzioni che possano realmente aiutarle a competere meglio sul mercato. In APC by Schneider Electric siamo convinti che, dopo la crisi, il mercato offrirà una potenzialità specifica maggiore sia per una selezione naturale di produttori concorrenti, che non avendo saputo innovare non saranno in grado di giocare un ruolo importante sul mercato, sia per la capacità e anche la necessità per le aziende che vogliono ripartire, di investire in tecnologie innovative che offrano tangibili benefici competitivi quali per esempio soluzioni di alimentazione e condizionamento ad alta efficienza energetica.
Le aziende che si trovano a fronteggiare sfide sempre più globali devono essere in grado di relazionarsi con l’esterno in modo competitivo. In questo senso, investire ora nell’Ict permetterà di guadagnare un sensibile vantaggio competitivo nelle sfide dei prossimi mesi quando la crisi avrà attenuato la sua morsa. La situazione del mercato è in evoluzione e i segnali di un rallentamento della crisi fanno pensare a un cambio di rotta non lontano.
Per questo motivo bisogna già essere pronti. Sarà essenziale l’attitudine a saper ascoltare da parte delle imprese le richieste di tutti gli interlocutori con cui quotidianamente sono chiamate a interfacciarsi. Questo, se da un lato comporta una mole di dati in crescita da gestire, oltre che un approfondimento sui processi di business sempre più accorto e puntuale, dall’altro consente di prevedere in anticipo le tendenze emergenti. Alle aziende si chiede, dunque, sempre più proattività e flessibilità, per adattarsi nel minor tempo possibile alle richieste provenienti dal mercato, sia esso nazionale o internazionale.
Credo che la diffusione crescente della virtualizzazione continuerà ad avere un forte impatto sulle esigenze delle aziende per la protezione dell’infrastruttura fisica, sia in termini di continuità nell’alimentazione sia in termini di condizionamento e mantenimento delle caratteristiche fisiche ottimali nell’ambiente It. Il focus sul controllo dei costi e la prudenza imposta dalla situazione economica globale accentueranno l’esigenza di efficienza energetica, scalabilità e modularità non solo per le realizzazioni di grandi dimensioni, ma a ogni livello.
Oggi APC by Schneider Electric conta in Italia oltre 350 data center di piccole, medie e grandi dimensioni installati presso aziende significative che ci hanno seguito in questa direzione e che hanno deciso di sostenere il business efficientando l’energia dei propri sistemi informatici.

Fabrizio Landini, vice president APC By Schneider Electric per l’Italia

STONESOFT
Stare al passo coi tempi è ormai d’obbligo per tutte le realtà aziendali che si trovano a competere nell’attuale scenario economico, un contesto in rapida e continua evoluzione in cui le parole d’ordine sono innovazione, personalizzazione e differenziazione sul mercato. Un contesto in cui la sopravvivenza e lo sviluppo sul mercato è appannaggio di tutte quelle organizzazioni che possiedono una struttura snella, flessibile e capace di adattarsi a cambiamenti repentini. In quest’ottica, la tecnologia può rappresentare una leva importante in grado di fornire gli strumenti adatti a favorire efficienza e sviluppo da un lato e provvedere all’ottimizzazione di costi e risorse dall’altro, attraverso soluzioni che garantiscano scalabilità e spinta all’innovazione.
A questo si aggiunge il ruolo fondamentale dell’It nell’accompagnare le società verso i nuovi trend organizzativi caratteristici dell’Enterprise 2.0, un ambiente di business fondato su interazione, collaborazione e condivisione tra tutti i reparti interni e il mondo esterno. Straordinarie sono infatti le potenzialità, in termini di business, generate dalle nuove applicazioni Web 2.0, come blog, forum, chat, social media, e dai nuovi modelli di offerta, come il SaaS (Software-as-a-Service) o il cloud computing, cui le aziende sempre più ricorrono per ottimizzare le risorse o per interagire e cercare nuovi clienti, soprattutto in questo momento di recessione.
Queste tecnologie consentono infatti alle società di prestare maggior attenzione alle esigenze e alle richieste del proprio target di riferimento e rispondere in tempo reale con servizi customizzati. E in questo processo evolutivo gli aspetti di security non possono e non devono essere sottovalutati. Da un lato l’adozione di tecnologie all’avanguardia deve essere accompagnata da una maggiore educazione, responsabilizzazione e sensibilità delle risorse aziendali al social computing. Infatti, maggiore è l’interazione degli utenti con le applicazioni, più numerose sono le opportunità per loro, ma al contempo più elevati sono i rischi ai quali si è esposti. Dall’altro ricorrere a un efficace sistema di protezione perimetrale, in grado di tener traccia dei vari accessi ai social network dalla rete aziendale e che consente di individuare eventuali anomalie in profondità e a livello granulare, può rappresentare la soluzione per un’azienda che intende proteggere i propri asset dalle minacce esterne senza rinunciare alle opportunità di sviluppo offerte dalle tecnologie moderne.

Emilio Turani, country manager di Stonesoft Italia, Svizzera Italiana, Grecia e Turchia

GESP
Questo è il punto di vista – premetto – di un imprenditore di settore: piccolo ma molto, molto inc…to.
Non è una novità: da sempre le piccole imprese It italiane sono arrabbiate con tutto e con tutti.
Credo che la frustrazione maggiore derivi dalla sensazione di essere fra i pochi che ancora si pongono il problema di come contribuire allo sviluppo del Paese: idea bizzarra questa, alla quale molti comparti della Nazione sembrano assolutamente tetragoni.
L’It potrebbe infatti rappresentare, se questa non fosse l’Italia, una vera e propria leva strategica per recuperare quello che manca: produttività e competitività. E per far emergere una cultura più meritocratica, capace di premiare il “merito” delle idee e non l’appartenenza a qualche consorteria (politica, sindacale, finanziaria, confessionale) più o meno esclusiva.
“La produttività non è tutto, ma nel lungo termine è quasi tutto”, dice Krugman.
Ed è un “quasi tutto” che dalle nostre parti scarseggia.
La produttività, purtroppo, ha a che fare (anche) con i costi e, dato il “cuneo fiscale” e il conseguente costo del lavoro, in Italia non siamo particolarmente ben messi.
Eppure anche da noi esiste un’ampia “Ict industry”, costituita da uomini e donne di talento che fanno bene e con passione il loro lavoro. Perché non riusciamo a fare la differenza in termini di innalzamento della produttività del Paese?
In base ai pochi numeri di cui dispongo, in Italia ci sono circa 45mila aziende, per lo più piccole imprese, classificate come Ssi (Software e servizi di informatica). Fra queste, un ristretto numero di soggetti (le cosiddette Top 100) assorbe da solo più del 70% del mercato, mentre tutte le altre si spartiscono poco meno del restante 30%.
Mi si dirà che questo è tipico di un mercato “maturo” e che non c’è nulla di male.
Sarà.
Secondo me, affermare che oggi il mercato dell’Ict sia “maturo” è qualcosa di molto simile a una idiozia.
Parlerei piuttosto di un mercato (quello italiano) stagnante.
La situazione è sempre la stessa da sempre.
Le cose non andavano meglio neanche prima della crisi, quando il mercato cresceva a ritmi molto più elevati di ora.
Se siamo riusciti a preservare questo assetto oligopolistico passando attraverso la rivoluzione di Internet, il passaggio all’euro, il “millennium bug”, il Web 2.0 ecc., perché mai le cose dovrebbero cambiare adesso?
La struttura dell’offerta (evidentemente) ricalca quella della domanda.
I grandi “spender” in It sono le pochissime grandi aziende che esistono in Italia e la Pa; quest’ultima – senza la Pal – rappresenta da sola il 5° mercato per dimensione di spesa in It (fonte: Assintel Report).
Logico quindi che i pochi grandi clienti italiani si affidino ai pochi grandi player presenti sul mercato. Chi mai avrebbe voglia di rischiare “scommettendo” su una piccola azienda?
Mediamente le cose vanno anche peggio di quanto sembra: gran parte di quel 70% di fatturato assorbito dai “grandi” dell’It viene infatti ridistribuito (sotto forma di servizi a basso valore aggiunto) ai “piccoli”, in una filiera infinita e mortificante di appalto e sub-appalto. Per lo più si tratta di servizi c.d. time & material (quello che una volta si chiamava body rental), pensati per contenere i costi del personale e “presidiare” il cliente.
Risultato: tariffe finali (e quindi stipendi dei nostri giovani) da fame, di poco superiori a quelle di una badante rumena (con tutto il rispetto per le badanti rumene).
In queste condizioni – con un sistema scolastico disastrato, un costo del lavoro che è fra i più alti d’Europa e una bassissima propensione all’investimento in nuove tecnologie – è dura “creare valore” e contribuire all’innalzamento della produttività del Paese.
Non stupiamoci se poi i nostri ragazzi preferiscono cercare di entrare nella casa del Grande Fratello. Evidentemente in Italia abbiamo più bisogno di saltimbanchi per l’industria dello spettacolo che non di giovani talenti per l’Ict.
D’altronde ci sarà pure un perché se da noi Google non sarebbe mai potuta nascere.
Se Brin e Page si fossero presentati con il loro algoritmo di ricerca in qualche Università o (peggio ancora) in qualche banca italiana, non credo che sarebbero riusciti a fare quello che hanno fatto.
Per quanto concerne la Pubblica amministrazione, poi, penso che se non mettiamo mano a una riforma seria dei percorsi di accesso e di uscita dalla Pa sarà difficile avere come interlocutori dei Cio pubblici efficienti, e non solo dei bravi burocrati.
E se i buyer pubblici dell’It non sono in grado di mettere a reddito gli investimenti in tecnologie, mi dite come facciamo a usare l’informatica come leva per migliorare la produttività?
Cloud computing, e-commerce, e-health, Pubblica amministrazione digitale… ecc. sono solo belle sigle.
La realtà è che se non sei la filiale italiana di qualche corporation americana o tedesca, se non sei nel “club dei grandi” (se non ci sei entrato per tempo quando il mercato ancora non esisteva), non c’è verso adesso di riuscire a crescere; soprattutto in un Paese come questo che non investe in ricerca e in tecnologie It.
Manca la possibilità di competere.
E se le imprese non crescono, le idee restano tali.
Giorgio Rapari, presidente di Assintel (l’associazione di categoria delle imprese Ict) è un uomo molto competente, pragmatico e tenace che da anni continua a ripetere quello che serve al settore: «…il credito e la liquidità, il fisco, la flessibilità del mercato del lavoro, la detassazione degli utili reinvestiti. Ma anche un livello decente di tariffe professionali, una regolamentazione delle gare d’appalto con la Pa…».
Non mi sembra che qualcuno abbia preso a cuore il problema e non credo che sia un problema di Governo in carica, ma di un Paese (l’Italia) dove un po’ più di cultura liberal non farebbe male: da noi, se non sei portatore di interessi “forti”, puoi stare certo che nessuno ti starà a sentire.
Noi di Gesp riusciamo a essere più apprezzati all’estero che non in Patria. Poi i soldi che guadagnamo li portiamo in Italia, così diamo il nostro contributo per contenere il debito pubblico prodotto da qualche carrozzone di Stato.
Ho iniziato questo intervento citando il titolo di un film (Mission Impossible); voglio chiuderlo storpiando quello di un altro film. Infatti, quando mi chiedono perché Gesp va a cercare lavoro e nuove commesse all’estero, la risposta che mi viene più immediata è «perchè questo è un Paese per vecchi».

Giovanni Maria Casserà, amministratore delegato di Gesp

 

 

 

 

 

 

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