Creare lavoro

Puntare su ricerca e sviluppo. Non solo flessibilità e riforme

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerNon bastano le regole burocratiche o le leggi che favoriscano gli imprenditori a non temere gli oneri inestinguibili. Bisogna creare occupazione per fare lavori difficili, addestrare tanti giovani (e anche non giovani) a sapere di più e saper fare di più. Gli imprenditori investono meno degli enti pubblici in ricerca e sviluppo. Si devono svegliare. Alcuni sono ben svegli – a parte quelli famosi. Cercate Superpartes (www.superpartes.biz) di Brescia e Gruppo Loccioni (www.loccioni.com) di Angeli di Rosora in provincia di Ancona.

Il 13% dei lavoratori sono disoccupati. Matteo Renzi ha detto: «Occorrono flessibilità e riforme». Ma non sembra probabile che si creino posti di lavoro solo abolendo Senato e Province e snellendo la pubblica amministrazione. La rivista Spectrum dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers pubblica una serie di articoli sull’aumento della domanda di ingegneri elettronici. Un uomo chiave Microsoft dice: «Le abilità valgono più delle credenziali accademiche». Nell’ambiente di Google si parla di Scoiattoli Viola: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cibersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. È vitale che sappiano integrarsi in squadre e che mirino all’eccellenza personale. Sono richiesti non solo in USA, ma anche in Europa e in Asia.

Per creare lavoro, dunque, ci vogliono: educazione e istruzione più diffuse e di migliore livello – ricerca scientifica – sviluppo industriale. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. La Commissione Europea ha appena pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti…). In Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è in Italia il 21,7%. La media europea è 35,8%; Irlanda 51,1%; Cipro, Lussemburgo, Lituania: 50%; UK 47,1%; Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Belgio: 44%. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato. Diminuire gli investimenti e le spese (che creano lavoro), aumentare le imposte e i tassi di interesse sono politiche di austerità inopportune: non favoriscono la ripresa e aggravano la depressione. I 4 paesi europei più innovatori (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) hanno un PIL pro capite del 25% più alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro, ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di euro, rispetto ai quali certi risparmi – di cui si parla molto (pure opportuni) – appaiono trascurabili. Gli imprenditori, quindi, non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (che pure ci vuole). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

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