Partecipazione e cogestione. Le regole della democrazia

Chief inspiration officer – idee per un mondo complicato

La democrazia è partecipazione. Ma che cosa succede se la partecipazione diventa adesione acritica ed eterodiretta? Per governare le sfide della complessità non basta premere un pulsante

 

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerChi ha vissuto al tempo del fascismo ricorda che allora si stava peggio. Poca cultura (tranne eccezioni note e quasi mai dovute al regime), giustizia coartata, libertà assente, decisioni governative improvvisate e sbagliate che portarono al disastro. Ora viviamo in democrazia e vediamo bene i difetti del sistema cui alludeva Churchill. Non dimentichiamo, però, i guai più gravi che conseguirebbero a innovazioni che aboliscano la elezione di rappresentanti senza vincolo di mandato (art. 67 della Costituzione). Le maggioranze bulgare del 99% puzzano orrendamente. Taluno mira a realizzarle qui oggi e vorrebbe anche vincolare i deputati con votazioni/sondaggio fatte via Internet, ma non sa definire modi di prevenire brogli e messaggi falsi. Si parla di una democrazia non fatta col voto, ma con la partecipazione diretta. Questa è un’idea che suona attraente, ma è illusoria: chi partecipa può farlo solo con le conoscenze e le competenze che ha. Se sono troppo scarse, procede a caso.

Anche se leggi e mozioni in Parlamento talora sono confuse, sono scritte seguendo regole funzionanti. Chi le propone ha il dovere di renderle univoche e comprensibili. La partecipazione a blog o social network si esprime, invece, con testi corti, “tanto si sa di che cosa stiamo parlando”. Le implicazioni inespresse sono manipolabili e portano a polemiche. La media dei cittadini non ha cultura adeguata a decidere questioni che abbiano aspetti tecnici, legali, costituzionali, scientifici. Neanche i deputati sono tutti esperti: dovrebbero studiare e chiedere aiuto a esperti credibili.

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Sarebbe meno rischiosa la cogestione aziendale da parte dei dipendenti. Ha il vantaggio che i lavoratori sono chiamati a partecipare a decisioni su argomenti di cui hanno conoscenza diretta. È cominciata in Germania (Mitbestimmung) ed è adottata, ma non generalmente anche in Svezia, Olanda e Repubblica Ceca.

È ingenua l’idea che con Internet ed e-mail risolveremmo ogni problema politico di informazione, correttezza, ottimizzazione delle decisioni, tempestività. Potremmo solo aprire canali su cui tutti ricevano informazioni e notizie – ma questi ci sono già. Poi chiunque potrebbe esprimere pareri o voti – di scarso valore se sono pilotati da riassuntini e twitter che ha appena ricevuto.

Saremmo tutti anarchici, se l’anarchia funzionasse anche con i grandi numeri. Invece non funziona e la vita associata di milioni di persone ha bisogno di strutture, registrazioni, imposte, leggi e anche di regolamenti. Non sempre questi vincoli sono studiati e applicati bene.

Durante il Terzo Global Forum sull’e-Government, tenutosi a Napoli nel marzo 2001, scrissi un articolo per Il Mattino. In quell’occasione, gruppi di giovani – certo animati da buone intenzioni – manifestarono contro l’innovazione tecnologica. Io feci notare che la riduzione del divario fra paesi ricchi e poveri passava proprio per l’innovazione tecnologia e l’innalzamento del livello culturale delle persone. Ma – come sempre – i disinformati temono eventi non pericolosi e non pensano nemmeno ai rischi veri.

Io credo che sia opportuno riprogettare e modernizzare i grandi sistemi pubblici e privati in modo integrato per la cooperazione fra governi, banche, aziende e scuole. Ciò richiede che si addestri anche il pubblico: è in questa direzione che l’impegno è ancora inadeguato. Nel 2001, proprio in occasione del Global Forum, uno studio commissionato da Cisco stimava già per l’anno successivo la mancanza in Europa occidentale di 600mila addetti (di cui 60mila in Italia). Sempre in quegli anni, un altro studio analogo condotto da Accenture indicava la carenza in Europa in 2 milioni di esperti informatici.

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Nel 2012, i dati sulla disoccupazione giovanile sono più che allarmanti e i rischi implicati da questa situazione sono ovvi. Oggi, si sconta la scelta di non aver investito sull’innovazione e sulla formazione. Forse non sarà possibile recuperare. Mentre i nuovi strumenti tecnologici innalzano i rendimenti di ogni attività umana e, quindi, offrono una migliore qualità della vita, c’è una strozzatura che impedisce di utilizzare questi strumenti per fare impresa, creare lavoro e nuove opportunità. La mancanza di una cultura tecnologica diffusa manterrà il nostro Paese a un livello di sviluppo basso e antiquato.