Qlik: il potere degli smart data tra cloud e AI

qlik 2017

Fa tappa in Italia l’edizione 2017 del roadshow che disegna il futuro della data analytics sempre più aumentata, intelligente e “ibrida”

Da qualche anno Qlik, leader nel settore della visual analytics, tiene il suo roadshow globale, focalizzato sul mondo del dato come vettore di evoluzione in tanti settori produttivi. L’edizione 2017 guarda al futuro ancora più delle precedenti, visto che si concentra sugli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale applicata all’analisi e alla gestione delle informazioni.

A dare il benvenuto è stata Rosagrazia Bombini, VP & Managing Director Italy & Iberia di Qlik: “Viviamo in tempi in cui si crede che il futuro possa essere delegato, almeno per certi campi, totalmente alle macchine. In verità l’AI non può prendere il posto di una persona, non ovunque almeno. Gli algoritmi processano e ragionano seguendo il loro modo di essere, anche il machine learning si basa su evoluzioni che rientrano all’interno di un tracciato predefinito. La vera innovazione necessita della creatività e dell’intuizione, che non appartengono di certo ai robot. Per questo intendiamo il concetto di AI come augmented intelligence: vuol dire integrare, in maniera funzionale tutti gli strumenti di analisi che abbiamo oggi, per consentire ad hardware e software di lavorare meglio ma comunque controllati da un ultimo miglio umano”.

L’idea insomma è che i robot, nella loro accezione più ampia del termine, affianchino l’uomo senza prendere il sopravvento. Del resto questa è la paura di qualche scienziato critico della tecnologia portata alla sua estrema applicazione, un panorama che ha il potenziale di uscire dagli schemi se non controllato.

Il vantaggio del cloud analitico

A entrare più nel dettaglio dell’operatività di Qlik è Francesco del Vecchio, Senior Director Presales EMEA di Qlik: “Ciò che guida Qlik è la possibilità di aiutare le persone curiose a esplorare i dati in loro possesso per creare nuove occasioni e opportunità professionali. Tutto gira intorno al concetto di individuo, dati e idee. Si tratta di un mix che porta a ottenere più insight, a riconoscere nuovi bisogni e a semplificare l’adozione di innovazione. Negli anni ci siamo posti come pionieri della cosiddetta data discovery per un motivo. Solo una piattaforma intuitiva e avanzata può evidenziare elementi in grado di dare maggior valore all’ambiente circostante, dove sono le sorgenti dell’accumulo di dati. La sfida è avvicinare il software alla mente umana, uno strumento che non restituisca solo un dato freddo ma già collegato ad altri contenuti di senso”.

I visual insight

Parlando di soluzioni, la novità è la versione più recente di Qlik Sense, centrata sul cloud. “Se nel mondo IT il tema del cloud è centrale, in quello della BI diventa essenziale – ci dice del Vecchio – la maggior parte dei clienti, ancora oggi, chiede di spostare velocemente i dati sulla nuvola, pensando che l’intero processo di migrazione rappresenti solo un vantaggio tecnico, un liberarsi dello spazio fisico dello storage e poco più. Serve far capire cosa voglia dire, veramente, sfruttare le risorse di un hybrid cloud anche in termini di capacità computazionali.

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Con un’architettura ibrida possiamo avere una conoscenza di base sulla localizzazione delle componenti in locale che non rappresentano però la totalità dei servizi a disposizione. Alla nuvola si possono aggiungere cicli di processo più ampi, così da accedere a quell’insieme di piattaforme che in Qlik definiamo come microservizi, composti cioè da un’intelligenza che sa quando c’è bisogno di aumentare o contrarre le performance, ottimizzando così costi e consumi”.

Il futuro del dato

C’è ancora tanto da lavorare ambito di smart business intelligence e Qlik lo sa: “Abbiamo in cantiere un cambio di rotta, che porterà l’azienda verso il cliente e non viceversa. Gli analisti dicono che nei prossimi anni molte compagnie si affideranno a circa dieci datasource esterni, quindi dobbiamo uscire dai nostri uffici per fornire un servizio di prossimità. Lo faremo raggiungendo l’utente dove sono le sue sorgenti di informazione, occupandoci di aggregarle e destrutturarle, di fatto eliminando la necessità di un data warehouse, che seppur prometta di porsi come contenitore che conserva tutto ciò che serve alla compagnia, spesso non soddisfa tale punto, proprio per l’evoluzione digitale in atto”.