Il modello della Tripla Elica Plus. Cultura industriale dell’innovazione

Il modello della Tripla Elica Plus. Cultura industriale dell’innovazione

Valore, rischio, ecosistemi e nuovi traguardi. Alcune considerazioni sulla cultura dell’innovazione e delle startup dall’osservatorio globale di IDC. Come creare un ecosistema dell’innovazione che sia efficiente su scala industriale?

Oggi, affronteremo il tema della “cultura dell’innovazione”, anche se forse sarebbe più accurata l’espressione “cultura degli innovatori”. Chi sono questi fantomatici innovatori se non persone come tutti noi, che però hanno il coraggio di mettersi in gioco ogni giorno, alzando l’asticella della sfida con i clienti, con i colleghi, con i concorrenti, e soprattutto con se stessi? In questa nostra breve digressione cercheremo di rappresentarvi il motivo per cui oggi è essenziale parlare di cultura degli innovatori. A nostro avviso, le ragioni sono sostanzialmente tre: primo perché gli innovatori sono molto spesso coloro che per primi intravedono nuove fonti di generazione del valore (e sappiamo bene quanto questo sia importante nelle economie più sviluppate dove da tanti anni si osserva una sostanziale stagnazione economica ultra-decennale, dall’Italia fino al Giappone); secondo perché dagli innovatori possiamo provare ad apprendere una sana cultura del rischio (e questo aspetto è sempre più importante in un mondo dove la cultura del rischio dominate è quella della finanza che molto spesso ha inciso negativamente sull’economia reale, come abbiamo osservato in questi ultimi anni, basti pensare alla crisi del 2001 come a quella del 2008); terzo, perché gli innovatori possono insegnarci che i traguardi più impensati possono essere raggiunti combinando risorse, competenze e culture diverse, sotto questo punto di vista gli innovatori sono come quei cuochi che vanno oltre le prescrizioni dei libri di cucina reiventando in modo molto personale le ricette più tradizionali, ovvero, danno un esempio concreto di come l’innovazione molto spesso dipenda da un vero e proprio processo di ibridazione.

Certamente, tutti conoscete gli unicorni, quelle private company che raggiungono valutazioni stratosferiche, superiori al miliardo di dollari (pensiamo a SpaceX, Magic Leap, Palantir Technologies, e così via). Secondo CB Insights, ci sono oltre 400 unicorni a livello globale: ne abbiamo oltre 130 in Nordamerica, oltre un centinaio nella regione dell’Asia Pacifico, una quarantina in Europa. Al di là delle valutazioni di Borsa, su cui si può concordare, dissentire o rimanere del tutto indifferenti, queste aziende ci insegnano come si fa a portare rapidamente l’innovazione sul mercato (passando da un proof-of-concept a un prodotto), ci insegnano come è importante cercare di risolvere i problemi della società e delle imprese, ascoltando le esigenze inespresse del mercato, ci insegnano come usare i dati per agire con maggiore agilità sul mercato, ci insegnano come si può costruire un vantaggio competitive ex novo, aprendo delle specifiche nicchie di mercato da cui si può estrarre grandissimo valore.

CREAZIONE DEL VALORE

Se guardiamo oltre alla comunicazione e al marketing degli intermediari finanziari, la valutazione stratosferica di queste imprese mette chiaramente in evidenza un fatto importante: il modo in cui queste aziende creano valore sta cambiando radicalmente dal passato ed è forse una delle espressioni più eminenti di quella quarta rivoluzione industriale che è ormai cominciata da tanti anni e proseguirà ancora nei decenni a venire. Le Data Companies sono di fatto riuscite in quell’obiettivo di trasformare gli asset intangibili delle imprese (i dati, il capitale umano, l’organizzazione, le relazioni industriali) in valore che trova spazio nei bilanci (brand equity, goodwill) e in vantaggio competitivo (quel cognitive edge che consente ad alcune aziende di raggiungere livelli di efficienza nei processi e di eccellenza nei prodotti/nei servizi che non sono paragonabili ai loro concorrenti). Ma da dove arrivano queste aziende? Una volta arrivavano dai garage, domani arriveranno sempre più spesso dagli incubatori, dagli acceleratori di impresa, dagli spazi di coworking.

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Cercando sempre di ricondurre a noi questi fenomeni che ci possono sembrare un po’ lontani, anche in Italia dobbiamo continuare a espandere questo ecosistema di attori che consente di mettere insieme tante risorse diverse, talento tecnologico, esperienza imprenditoriale, capitale di rischio, in un processo continuativo di creazione di nuove aziende e startup che può apparire molto oneroso, perché consuma molte risorse, sappiamo bene che molte startup non superano i 18 mesi di vita, e così via, però genera anche tante risorse umane, nuove competenze, nuove culture, nuove esperienze che vengono riassorbite nel tessuto industriale tradizionale con grandissimo profitto per le grandi imprese. Soprattutto quelle grandi imprese che molto spesso sono ingessate dalla burocrazia aziendale, hanno degli ottimi manager che però diventano sempre più spesso burocrati che custodiscono lo status quo smarrendo un po’ quello spirito di imprenditorialità che è più che mai indispensabile per affrontare le sfide della rivoluzione industriale e della trasformazione digitale.

Se dovessimo provare a evidenziare in estrema sintesi e senza nessuna pretesa di essere esaustivi, quali sono questi elementi della cultura degli innovatori che agiscono come un balsamo sulle articolazioni anchilosate delle grandi aziende, potremmo provare a proporvi questi sei punti. Senza procedere in ordine di importanza possiamo ricordare: l’ethos di chi vuole cambiare il mondo perché considera tutto possibile; la capacità di trovarsi a proprio agio in situazioni governate da una grande incertezza e una ancor più importante destrutturazione organizzativa; la tensione incessante verso la comprensione più intima del cliente in tutte le interazioni possibili; il coraggio di sperimentare nuovi processi, nuovi prodotti e nuovi modelli testando sistematicamente i propri risultati; uno spirito sostanzialmente egualitario che rifugge dalla politica aziendale e dalle logiche gerarchiche; il senso di responsabilità e di iniziativa individuale che incarnano bene quel concetto di “imprenditività” che deve essere rivitalizzato in molte grandi organizzazioni.

ECOSISTEMI E SINERGIE

Questo processo di creazione di nuove imprese funziona e produce i suoi frutti nel lungo termine se si riesce a orchestrare una sinergia virtuosa tra attori che sono molto differenti tra loro, le università, le imprese e ovviamente questo terzo settore esteso in cui oltre alla mano pubblica possiamo ricomprendere tante nuove organizzazioni, private e pubbliche, che a vario titolo offrono servizi alle start-up. Questo è ovviamente il modello della Tripla Elica, che ha ispirato la creazione dei primi ecosistemi dell’innovazione in Europa nei primi Anni Duemila, e che in molti contesti, anche in Italia, ha consentito di realizzare alcuni obiettivi di lungo temine come cioè la creazione di una cultura dell’innovazione, la creazione di un processo organico e continuativo per produrre nuova imprenditorialità, la creazione di un processo che sia scalabile e controllabile.

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Su quest’ultimo punto, come dicevamo prima, se oltre al numero delle imprese consideriamo anche la loro dimensione media dopo qualche anno, forse dobbiamo ancora migliorare. E l’interrogativo che mi pongo oggi è se gli ecosistemi del cloud industriale non siano forse quel tassello mancante per consentire a tante startup di crescere più in fretta. Forse, quello che è mancato fino ad oggi, oltre alle startup e agli attori dell’ecosistema, è una qualche platform technology che possa mettere insieme le competenze e i processi di attori diversi, scalando rapidamente a livelli industriali in caso di necessità. La nostra è soltanto una riflessione per interrogarci se possiamo andare oltre il modello della Tripla Elica con una collaborazione fattiva con i fornitori di tecnologie e piattaforme: se volete lo possiamo chiamare il modello della Tripla Elica Plus.


Giancarlo Vercellino associate research director di IDC Italia