Le aziende “data-powered” registrano performance molto più elevate rispetto ai competitor

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La roadmap per sfruttare i dati è una questione che deve andare oltre l’area tecnica e coinvolgere tutti, compreso il top management

Le imprese “data-powered” superano di gran lunga i propri competitor su molteplici indicatori finanziari, generando il 70% di entrate in più per dipendente e il 22% di profitti in più. È quanto emerge da un nuovo report del Capgemini Research Institute, dal titolo “The data-powered enterprise: Why organizations must strengthen their data mastery”. Dallo studio si evince che se da un lato l’utilizzo dei dati e degli analytics sta diventando un prerequisito per il successo, dall’altro meno del 40% delle organizzazioni utilizza gli insight per migliorare in termini di valore di business e innovazione.

Dal report emerge che saper padroneggiare i dati è fondamentale per ottenere un vantaggio competitivo, e le organizzazioni che non adottano misure concrete per raggiungere questo obiettivo faticano a stare al passo. Se consideriamo i fattori che caratterizzano la padronanza dei dati, come strumenti e tecnologie per utilizzareli unite a visione, governance, competenze e cultura dei dati, solo un’organizzazione su sei (circa il 16%) può essere classificata come “data master”.

Le organizzazioni stanno facendo progressi in termini di processi decisionali e azioni guidati dai dati: la ricerca mostra infatti che il 50% delle stesse li pone al centro del processo decisionale. A livello di paese e di settore, il processo decisionale basato sui dati è più importante negli Stati Uniti (77%), in Germania (69%) e nel Regno Unito (69%), mentre in termini di settori, quello bancario (65%) e quello assicurativo (55%) sono quelli maggiormente orientati ai dati. Nonostante i progressi compiuti, nella maggioranza dei casi (51%), le imprese utilizzano ancora dati storici (un approccio decisionale reattivo), perdendo in termini di vantaggio competitivo. Solo nel 23% dei casi le aziende utilizzano approcci predittivi, mentre il 18% delle volte approcci prescrittivi. Utilizzano infine un approccio autonomo o auto-ottimizzante solo l’8% delle volte.

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I data master ottengono notevoli benefici in ambito finanziario e di business

I data master godono di un vantaggio compreso tra il 30% e il 90% per le metriche che misurano aspetti come customer engagement, benefici top-line, efficienza operativa e risparmi in termini di costi. Ad esempio, la ricerca di Capgemini dimostra che l’aumento delle vendite di nuovi prodotti e servizi dei data master risulta essere del 19% rispetto al 12% dei competitor, un incremento del 63%.

Esiste un divario tra la percezione e le aspettative in merito alle iniziative sui dati

Esistono grandi differenze tra la fiducia che i dirigenti di area business hanno nei confronti dei dati e la percezione di tale fiducia da parte di quelli di area tecnica: solo il 20% dei primi si fida infatti dei dati, mentre il 62% dei secondi ritiene che i pari livello del segmento business lo facciano. Dalla ricerca si evince che solo il 24% delle organizzazioni che non fanno affidamento sui dati è riuscito a monetizzarli, in contrapposizione all’83% delle aziende che invece lo fanno. La scarsa qualità dei dati è uno dei principali fattori che contribuiscono a creare questo gap: solo il 27% dei dirigenti di area business si dichiara soddisfatto della qualità dei dati, mentre il 54% di quelli di area tecnica ritiene che le controparti business lo siano. Le conseguenze della scarsa qualità dei dati sono però significative e costano alle aziende una percentuale compresa tra il 15% e il 25% dei ricavi.

Nonostante molte organizzazioni abbiano intrapreso il proprio percorso nell’ambito dei dati, meno del 40% è in grado di sfruttarne completamente il potenziale. In termini di settori specifici, il 54% dei leader del settore bancario è d’accordo sul fatto che l’utilizzo attivo dei dati abbia conferito loro un vantaggio competitivo duraturo, rispetto al solo 32% dei leader del settore retail. Tra le imprese considerate data master, il 95% ha nominato un Chief Data Officer (CDO), mentre il 77% ha dichiarato che il CDO è stato determinante per la realizzazione della vision dei dati nella propria organizzazione. Vista l’importanza di questo ruolo, non sorprende che l’84% delle organizzazioni che hanno preso parte all’indagine affermi che il proprio CDO risponda direttamente a CEO, CIO/CTO o Chief AI Officer. La roadmap generale per sfruttare i dati non deve infatti essere una questione importante per la sola area tecnica, ma coinvolgere tutti, fino alla C-suite.

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“I leader aziendali devono esaminare con sempre maggiore attenzione la propria strategia sui dati e il proprio percorso di innovazione”, ha dichiarato Massimo Ippoliti, Chief Technology & Innovation Officer di Capgemini in Italia. “La cultura manageriale orientata ai dati deve ancor più velocemente diffondersi, a tutti i livelli manageriali, per poter guidare le organizzazioni in questa fase di trasformazione. La posta in gioco per le aziende è alta e va dalle operations alle vendite, al customer engagement, dai ricavi alla redditività: quelle che riusciranno a monetizzare i dati, internamente e all’esterno di un ecosistema, saranno in grado di acquisire quote di mercato, mentre le altre saranno costrette a inseguire. È necessario un cambiamento di mentalità per i leader, nell’abbracciare una cultura agile di sperimentazione e di realizzazione, se vogliono ottenere risultati concreti attraverso l’uso dei dati”.