Leadership senza bugie

Beppe Carrella, manager “fuori dal coro” e fondatore di BCLAB

Dalla logica dell’ottimizzazione alla compressione della complessità. Beppe Carrella: «Coltiviamo il seme dell’eccellenza e dell’innovazione ma il terreno resta povero e non ce ne curiamo»

Come costruire il futuro, guidando il cambiamento? Secondo Beppe Carrella, manager “fuori dal coro” e fondatore di BCLAB, l’unica cosa che impariamo tutte le volte è che le previsioni si deteriorano velocemente. «L’ottimizzazione è la strada della tecnologia, ma è una strada che non lascia vie d’uscita. Se la sola cosa che hai è un martello, alla fine il mondo ti sembrerà un chiodo. Parola di Bernard Baruch» –  afferma Carrella. «Dobbiamo passare dall’ottimizzazione alla reinvenzione dei modelli di business, superando la strategia delle scorciatoie per una leadership senza “bugie” basata sulla responsabilità, perché la vera rivoluzione comincia adesso. Autore del libro “Pinocchio leadership senza bugie” (Edizioni goWare), Beppe Carrella frequenta da tempo i luoghi, i non luoghi e i luoghi comuni della leadership. Il suo è un viaggio dentro le contraddizioni dei venditori di cambiamento. Del resto, cosa dovrebbe insegnarci Pinocchio, il re dei bugiardi? La leadership – spiega Carrella – è costellata di racconti di valori universali, di parole trite e ritrite, frasi fatte che accarezzano le orecchie di chi ascolta ma che si dissolvono a contatto con la realtà. La vera leadership è un’altra cosa. È quella che a un certo punto scrolla l’albero, taglia i fili, mette in luce l’inutilità delle scorciatoie facili e indica la strada della trasformazione.

La logica delle scorciatoie

«Stiamo ottimizzando l’esistente. Ed è per questo che quando succede qualcosa di insolito, di imprevisto, non siamo più capaci di reagire e restiamo bloccati» – afferma Carrella. «La pandemia ci ha mostrato un fatto: il virus è stato veloce e noi siamo stati lenti a capire e a reagire. Per mancanza di procedure, di piani, oscillando tra l’esagerazione e la banalizzazione». L’altra cosa che abbiamo scoperto è che siamo tutti, in qualche modo, fideisti, perché alla fine si sistemerà ogni cosa, ovviamente, sempre per il meglio. «Abbiamo la soluzione per tutto, ma non facciamo progetti a lungo termine. Non sappiamo reagire in modo strutturato, ma ciascuno per sé. Siamo disorientati e spaesati» – commenta Carrella.

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«La grande lezione è che siamo bravissimi nel breve periodo. E questo la dice lunga sulla nostra reale capacità di fare previsioni. Per questo, fallisce la leadership. Il leader è qualcuno che sa vedere lontano, mostrando che il mondo può essere anche un’altra cosa. Non siamo più abituati a ragionare in termini di vera innovazione, ma solo di continuo aggiustamento. È un problema comune nel mondo. Non solo italiano. Non impariamo dagli errori e neppure dagli errori degli altri. Certe distorsioni non hanno a che fare solo con la tecnica. È il livello “politico”, nel senso di comprensione e valutazione delle scelte, che manca. Oggi, la leadership è la leadership della scorciatoia: i leader conquistano consenso quanto più velocemente sono capaci di prospettare soluzioni». Ma anche il raggiungimento degli obiettivi può avere un risvolto negativo se non si considera l’insieme. «Ci siamo piegati all’individualismo più assoluto» – continua Carrella. «Questo è il vero bug, ciascuno fa per sé, convinto di avere la soluzione. Abbiamo fretta di fare le cose e di arrivare prima. Le due cose insieme determinano l’errore clamoroso di non distinguere tra rapidità e fretta. Non siamo rapidi, andiamo di fretta, quindi qualunque soluzione va bene, salvo poi rimetterci mano, che poi è anche una logica di sviluppo. Ciò che farà la differenza è il passaggio dall’ottimizzazione alla reinvenzione».

Gestire la complessità

Perché Pinocchio come metafora della difficoltà di leggere e comprendere la realtà? «Perché i manager hanno difficoltà a gestire la complessità, l’ambiguità, il paradosso, tutto quello che obbliga a una riflessione, perché non c’è il tempo per riflettere ma solo per agire» – risponde Carrella. «Se poi pensiamo che sia una macchina a risolvere l’ambiguità e il paradosso siamo veramente fuori strada. E quindi, è chiaro che è solo un alibi, uno scudo che ci mette al riparo dalle responsabilità: più facile dare la colpa al malfunzionamento di un processo, di un algoritmo, di una macchina. Così la colpa non è mai di nessuno. L’accountability è uno dei temi di cui non si parla mai. Siamo andati avanti tecnologicamente e abbiamo trascurato il resto.

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La pandemia è un pettine contro cui si schiantano tutti i nodi irrisolti». In informatica – spiega Carrella – l’albero è una struttura particolare di dati che si presta a rappresentare partizioni, gerarchie e processi decisionali. «Ecco siamo diventati degli alberi di Natale. Ciascuno mette una palla diversa. Se poi una delle palle non si accende, non sappiamo più dove mettere le mani. È anche una questione di metodo. Di essere capaci di prendere un foglio bianco in mano. Di immaginare una soluzione. Oggi, va tanto di moda Agile, molti ne parlano ma pochi hanno capito come funziona». Secondo Carrella – le imprese impiegano risorse ingenti perché vogliono fare passi in avanti, ma non si accorgono che stanno facendo passi indietro. «I manager delegano tutto ai sistemi di ottimizzazione. Ma l’ottimizzazione non è la strada della comprensione della complessità. I top manager “vendono” il cambiamento e la crescita per aumentare legittimamente il valore delle loro aziende. Ma in un mondo veloce, anche la vita media del CEO in azienda diventa sempre più corta». Prima del lockdown parlavamo di trasformazione digitale, quando in realtà si trattava di una rivolta: «La vera rivoluzione digitale comincia adesso, perché le persone, dentro e fuori le imprese, a partire dallo smart working, si sono accorte che il digitale può fare delle cose che cambiano veramente la vita. Nelle imprese, per la prima volta, alla forza propulsiva del management si aggiunge la spinta di massa dal basso. Adesso è il momento di agire. L’innovazione non può attendere. Il rischio è che la rivoluzione torni a essere una rivolta di quartiere».

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Coltivare il seme dell’innovazione

La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita. «La nuova globalizzazione porterà a un nuovo equilibrio per definizione instabile che non sappiamo ancora dire come sarà» – afferma Carrella. «Abbiamo popolato il futuro di visioni da romanzo di fantascienza, con previsioni che non si avverano, evitando di fare i conti con la realtà che cambiava sotto i nostri piedi». Il digitale fa due cose – spiega Carrella. «Elimina le barriere e crea nuovi spazi di mercato. Solo dieci anni fa, la NASA poteva immaginare che il suo competitor si sarebbe chiamato Elon Musk? E IBM e Oracle potevano mettere in conto che il loro principale antagonista sarebbe stato Amazon? Questo significa trasformazione digitale. E non cambiare una cosa vecchia con una nuova per fare meglio quello che facevi prima. Le imprese continuano a ripetere ossessivamente di mettere il cliente al centro. In realtà, non si sono neppure accorte che sono i clienti che hanno accerchiato le aziende. Sono i clienti che ti vengono a cercare quando e come vogliono. E se ti fai trovare impreparato sei displaced. E a questo, le aziende non sono preparate». Da una parte c’è la convergenza nuova tra le ragioni del business e quelle della sostenibilità, ma al tempo stesso – avverte Carrella – «stiamo solo proteggendo il nostro sistema economico e culturale di riferimento, lasciando i giovani completamente tagliati fuori, nonostante si continui a parlare a vanvera di talento. Il seme cade dappertutto ma se non lo sappiamo mettere a frutto e se non prepariamo bene il terreno non raccoglieremo mai i frutti. Mi preoccupa che coltiviamo il seme dell’eccellenza e dell’innovazione ma il terreno resta povero e non ce ne curiamo».