Un sistema economico-finanziario più sostenibile e resiliente deve avere basi tecnologiche solide. Il nuovo approccio alla valutazione di rischi e performance in termini di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG) può creare impatti dirompenti sui modelli di investimento

Influenzato pesantemente dalla crisi sanitaria, il mercato dei servizi finanziari è radicalmente cambiato e i CIO svolgono un ruolo fondamentale nel contribuire a ridefinire le loro organizzazioni in questa “nuova normalità”. I CIO dei servizi finanziari devono guardare alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di condurre la trasformazione digitale. In questo speciale Data Manager esamina le strategie che i CIO del settore bancario hanno messo in campo in termini di innovazione per abilitare le organizzazioni del settore banking per il successo in un mondo post-pandemico e con particolare riferimento all’area Environmental, Social e Governance (ESG). L’acronimo ESG si utilizza in ambito economico/finanziario per indicare tutte quelle attività legate all’investimento responsabile (IR) che perseguono gli obiettivi tipici della gestione finanziaria tenendo in considerazione aspetti di natura ambientale, sociale e di governance.

Imparare il più possibile dall’emergenza e non sprecare le lezioni apprese dalla crisi è assolutamente necessario – come afferma in una battuta Oscar Di Montigny, chief Innovability and Value Strategy officer di Banca Mediolanum. Avviamo così il nostro viaggio per capire la connessione fra mondi e concetti che a prima vista sembrerebbero lontani e non collegati, come banche e sostenibilità, mettendo in evidenza il ruolo dell’IT come elemento abilitante. Attorno al concetto di sostenibilità stanno convergendo molte traiettorie della vita sociale ed economica, come emerge dalla ricerca IDC Financial Insights: European Banking Digital Transformation Strategies. Dagli organismi internazionali, alle singole aziende, agli individui, cresce la sensibilità verso questo approccio. «Ed evolvono anche le modalità con cui le imprese interpretano il proprio ruolo» – spiega Fabio Rizzotto, associate VP head of Research and Consulting di IDC Italy. «Le indagini condotte in Italia a inizio 2020 poco prima dell’esplosione della pandemia globale mostravano un settore bancario e finanziario mediamente sensibile ai temi ESG: una organizzazione su tre indicava di essere sulla strada della integrazione dei principi di sostenibilità nei propri modelli strategici».

Per le banche si potrebbe obiettare che il modello di business improntato ai servizi (in parte intangibili, immateriali) non ha agito da acceleratore come in altri settori ad alta intensità produttiva, in cui la ricerca di formule di sostenibilità appare più immediata. «Tuttavia – mette in evidenza Rizzotto – sappiamo che il modello ESG va ben oltre questa prospettiva e abbraccia molteplici sfere che chiamano in causa tutte le imprese, a prescindere dal contesto. Sono molte, infatti, le sfere coinvolte per i servizi finanziari: il rapporto con i fornitori, la gestione delle risorse umane, le logiche di innovazione delle offerte, per fare degli esempi. Ma anche la partecipazione attiva a nuovi ecosistemi digitali, in molti dei quali la sostenibilità gioca un ruolo importante». Prospettive che interessano certamente anche i technology leader, non soltanto perché nella discussione entrano a pieno titolo aspetti legati ai consumi ICT, ma perché riguardano tutto il ridisegno della gestione delle risorse e dei processi in ottica digitale.

IL RUOLO DELL’IT

La conferma che l’IT abbia un ruolo da protagonista nella transizione ESG ci arriva da Paolo Magnani, direttore centrale e coordinatore area Wealth di Gruppo Credem. L’ESG e la sostenibilità hanno fatto parte di quasi tutte le principali prospettive di investimento delle banche private nel 2020, a ciò si aggiunge un ulteriore aumento significativo dovuto all’imminente entrata del nuovo regolamento SFDR sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari, con un impatto sul mondo degli investimenti attenti alle dimensioni sociale, ambientale e di governance che entrerà in vigore a marzo 2021. Mentre la tendenza guadagna slancio, i migliori asset allocator hanno adottato una varietà di approcci diversi. Il Gruppo Credem ha deciso di affrontare la sfida della sostenibilità attraverso un progetto molto articolato chiamato ESG Transition. «La pervasività di questi temi su numerose aree di business ha comportato il coinvolgimento di quasi tutte le principali strutture organizzative della banca e delle società del Gruppo» – spiega Paolo Magnani. «L’IT rappresenta uno dei principali attori di questo progetto. Penso per esempio al tema dell’integrazione dei criteri ESG nei nostri processi di investimento, dove la componente legata all’adeguamento delle procedure o al collegamento con i provider esterni è un passaggio delicato e cruciale per l’implementazione delle scelte metodologiche e architetturali elaborate dalla regia progettuale. Dai nostri colleghi dell’IT abbiamo ricevuto non solo un supporto prettamente tecnico legato ad aspetti operativi ma, attraverso lo sviluppo di una cultura più vicina al concetto di partnership che a quella di mero rapporto cliente-fornitore, abbiamo ricevuto un contributo fattivo e concreto nel valutare le soluzioni più adeguate ed efficaci, e spesso anche innovative, per implementare la nostra vision sul tema della sostenibilità. Il percorso che abbiamo intrapreso è certamente lungo e sfidante ma ritengo che la collaborazione delle nostre persone IT, grazie alle loro specifiche competenze ed esperienze, sia uno degli elementi che porterà al successo di questa iniziativa».

DATA GOVERNANCE E SOSTENIBILITÀ

Marco Macellari, Transformation Services director di CRIF dirige l’ESG Program in una end-to-end knowledge company, fondata a Bologna nel 1988 e che opera a livello globale (4 continenti), specializzata in sistemi di informazioni creditizie e di business information, analytics, servizi di outsourcing e processing nonché avanzate soluzioni in ambito digitale per lo sviluppo del business e l’open banking. Macellari sottolinea un altro aspetto fondamentale: l’interazione tra ESG e la trasformazione digitale arriva dalla data governance e ce lo specifica partendo da alcune cifre che danno conto di questa abilitazione.

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«Nulla spiega in modo sintetico i fenomeni quanto i numeri» – afferma Macellari. «In questo caso, 20% e 37%. Queste percentuali rappresentano la quota minima da destinare rispettivamente a trasformazione digitale ed ESG nel Recovery and Resilience Facility (all’italiana Recovery Plan, valore complessivo per il nostro Paese circa 210 miliardi di euro dalle ultime stime). Si tratta di due capitoli indipendenti che insieme fanno quasi il 60% del totale delle risorse che verranno messe a disposizione dall’UE, e la magnitudo non è l’unica caratteristica che li accomuna. Essi infatti sono talmente intrecciati da diventare uno “enabler” dell’altro» – spiega Macellari, riportando alcune esperienze che derivano dalle analisi svolte in CRIF. «Nell’ultimo anno si è registrata una contrazione del 24,7% per le richieste di prestiti personali e del 13,5% per i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi. Durante la pandemia, nel primo trimestre 2020, le richieste di credito presentate dalle imprese italiane hanno subito una riduzione del 14,7%. Questi fenomeni sono, almeno in parte, riconducibili all’impossibilità di attivare i consueti canali “analogici” di accesso al credito (recarsi in filiale durante il lockdown era un esercizio per cuori forti). In base a una ulteriore analisi, seppur preliminare, svolta utilizzando KPI derivati dai nostri score ESG, oggi circa il 35% delle società di capitali italiane appartiene a settori eleggibili rispetto alla tassonomia. I benefici della finanza sostenibile su queste aziende sarebbero rilevanti e si propagherebbero anche alle persone che lavorano nelle relative filiere o consumano i loro prodotti».

Se il miglioramento dell’inclusione sociale rappresenta uno degli obiettivi, possiamo dedurre che la trasformazione digitale risponde a un doppio ruolo – afferma Macellari. «È il mezzo per ridurre la disuguaglianza in modo diretto, ma può essere anche il veicolo della finanza sostenibile, permettendo – attraverso una accelerazione sul digital lending – di raggiungere coloro che necessitano di fondi e potrebbero avere impossibilità ad accedervi fisicamente».

E questo sarebbe molto più difficile senza la disponibilità di un patrimonio informativo già esistente ma per sua natura viscoso, come quello relativo ai dati ambientali. «Anche in questo caso la trasformazione digitale funge da acceleratore. Pensiamo per esempio all’open banking che permette di analizzare in modo statistico i consumi di CO2 determinati da certe categorie di spesa. I dati sono quindi la benzina  – mai termine di paragone fu meno azzeccato – che alimenta il motore della trasformazione. Se ne deduce che uno scrupoloso processo di data governance sia cruciale per preservare la sicurezza delle informazioni (anche personali) e la qualità delle stesse, basilari per la definizione, la realizzazione e il monitoraggio degli obiettivi ambientali e digitali».

SCALABILITÀ E RESILIENZA

L’attenzione sui temi del cambiamento climatico, della responsabilità e dell’inclusione sociale è ai massimi livelli. In piena emergenza Covid, IDC ha raccolto il sentiment delle imprese. Circa il 40% dei rispondenti del settore bancario e finanziario ha indicato previsioni di impatto positivo o molto positivo della pandemia sulle direzioni strategiche in chiave ESG. Come emerge dalle previsioni del report IDC FutureScape 2021, gli obiettivi di sostenibilità vanno messi in relazione con la capacità delle aziende di reattività, scalabilità e resilienza che coinvolge infrastruttura, applicazioni e risorse di dati. Stiamo assistendo a una convergenza tra questi fattori e le evoluzioni di altre discipline, come per esempio la customer experience (CX).

«Con il cliente sempre al centro delle strategie di innovazione – e con la società che in questo “next normal” attribuisce attenzione a fiducia, vicinanza, protezione – è importante anche per banche e istituzioni finanziarie osservare la trasformazione della CX, che evolve in chiave di safe, secure and sustainable experience» – afferma Fabio Rizzotto di IDC Italy. Su questo aspetto, ci viene in aiuto anche Luca Trussoni, fondatore e Quant-developer di LTlogics, specialista delle tecnologie più avanzate in uso ai CIO banking, recentemente protagonista di un ciclo di workshop ABI “Le dimensioni ESG nel business bancario”. In particolare, nel workshop dedicato alla Integrazione delle dimensioni ESG nel Risk Management Bancario – Trussoni è intervenuto sul tema del rischio finanziario connesso al climate change e ha messo in evidenza il ruolo fondamentale dell’IT nella costruzione degli scenari e nella misurazione degli impatti finanziari. Raccolta di dati, identificazione dei segmenti di portafoglio, definizione delle metriche di monitoraggio e conduzione di analisi sugli scenari climatici sono gli elementi centrali in questi progetti.

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Trussoni evidenzia due filoni principali. Uno sui crediti: «Reperire e integrare informazioni nel processo di erogazione, con la possibilità per le banche di farsi attori di sostenibilità, aiutando le aziende a una transizione carbon free». L’altro sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari: «SFDR e la nuova tassonomia europea indicano la necessità di integrare nelle logiche di investimento il requisito “do no significant harm (DNSH), per gestire problematiche a diversi livelli sia tecnologici che organizzativi, dalla gestione dei limiti nei portafogli al reporting societario».

DAL RICICLO ALL’ENGAGEMENT

L’azione ambientale è una delle trasformazioni chiave per il prossimo decennio. Secondo Mark Haefele, global chief investment officer di UBS Wealth Management, è arrivato il momento di investire in modo sostenibile. Promuovere la sostenibilità senza sacrificare i rendimenti significa finanziare le aziende impegnate a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento dell’ambiente. Questo avviene perché gli investimenti possono essere effettuati tramite fondi azionari pubblici tematici che acquistano azioni societarie, o tramite private equity o debito. «Più di un miliardo di persone potrebbe essere costretto a migrare nei prossimi tre decenni da una combinazione di fattori: scarsità d’acqua, maggiore esposizione ai disastri naturali e rapida crescita della popolazione. Le potenziali conseguenze umanitarie poste dal riscaldamento globale e da altre sfide di sostenibilità sono senza precedenti. Gli investitori sono sempre più in prima linea negli sforzi per affrontare le sfide della sostenibilità, dirigendo il capitale verso progetti e aziende che lavorano per un’economia globale più sostenibile, e proteggendo i loro portafogli dai rischi della transizione». Secondo Mark Haefele, l’investimento sostenibile sta continuando a prendere slancio.

Nell’ultimo rapporto di USB Sustainability matters: A private investor perspective, emergono tre ragioni fondamentali per incorporare la sostenibilità nelle strategie di investimento. La prima ragione è legata al momento: lo sviluppo sostenibile è un obiettivo a lungo termine, ma ha una rilevanza immediata. La crisi sanitaria ha aumentato l’attenzione di governi ed enti regolatori sulla sostenibilità, con un impegno diffuso per una ripresa economica “green”. Le questioni ambientali, sociali e di governance rappresentano sia rischi che opportunità per gli investitori. E questo quadro rappresenta la seconda ragione. Gli incidenti aziendali – che vanno dalla bancarotta indotta dagli incendi alla privacy dei dati ai problemi della supply chain e, più recentemente, alla pandemia globale che ha esposto un comportamento aziendale non etico – hanno tutti il potenziale di danneggiare la performance finanziaria. Considerando i benefici, il focus degli investimenti sulla sostenibilità può generare opportunità di innovazione dirompente con il potenziale di rendimenti superiori. E qui, veniamo alla terza ragione. I rendimenti nel 2020 per le strategie di investimento sostenibile a livello di indici, fondi e strumenti hanno dimostrato una performance finanziaria paragonabile o migliore rispetto agli equivalenti convenzionali in un contesto di mercato volatile. Naturalmente – come mette in evidenza Mark Haefele di UBS Wealth Management – c’è ancora molto lavoro da fare anche e soprattutto insieme all’IT per portare una gamma completa di soluzioni di investimento sostenibile a livello mainstream in aree che vanno da un impegno più forte all’integrazione da parte dei gestori a una migliore divulgazione aziendale delle informazioni ESG, passando per una maggiore standardizzazione delle metriche di sostenibilità e impatto. Tuttavia – spiega Haefele – gli investitori non hanno bisogno di aspettare che questi cambiamenti siano finalizzati. E mai come in questo momento storico, sia dal punto di vista finanziario sia etico, ha senso per gli investitori incorporare i criteri di investimento sostenibile nei loro portafogli.

DECISIONI DI INVESTIMENTO

Data Manager ha chiesto ai CIO del settore banking come affrontano la mancanza di dati adeguati sugli investimenti sostenibili, e se sono preoccupati per i rendimenti potenzialmente inferiori e i costi più elevati. Il costo per il recupero e l’analisi delle informazioni sulla sostenibilità non è diverso da qualsiasi altra voce di costo essenziale per gestire un’attività di gestione patrimoniale. Non si considera l’investimento sostenibile come un costo aggiuntivo, ma come un vantaggio per prendere decisioni più informate e quindi generare migliori rendimenti corretti per il rischio. Di conseguenza, ogni asset manager deve integrare le informazioni ESG nel processo di investimento il prima possibile. La qualità dei dati è fondamentale per misurare gli ESG sul valore aziendale. Avere a disposizione lo storico dei dati ed essere in grado di lavorarci da zero è un grande vantaggio competitivo. Gli approcci di investimento sostenibile devono offrire prestazioni paragonabili a quelle degli investimenti tradizionali, e in alcuni casi, è possibile vedere anche caratteristiche di rischio-rendimento più favorevoli nelle alternative sostenibili.

Gli investimenti sostenibili comportano costi (leggermente, in media) più elevati, ma lo screening supplementare dovrebbe ridurre i rischi. Le commissioni per i fondi d’investimento sostenibili sono diminuite e probabilmente saranno ancora più basse in futuro. Infine, ci sono fondi indicizzati più sostenibili con commissioni più basse e con sufficienti metodologie sostenibili. In generale, non mancano dati adeguati. Tuttavia, si devono affrontare ancora alcune sfide di reporting sull’impatto positivo dei portafogli sostenibili. Alcuni impatti sono difficili da esprimere con cifre quantitative. Lo storytelling è una buona alternativa, ma gli investitori preferiscono i dati concreti – quindi questo fattore impone una esigenza di ulteriore cambiamento ai chief investment officer.

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Anche se i dati ESG hanno ancora molta strada da fare per essere perfetti, già oggi possono e devono comunque essere utilizzati per la compliance alle nuove normative. I dati dovranno migliorare sempre più rapidamente per essere utilizzati nelle decisioni di investimento anche perché dopo aver identificato i punti critici ESG specifici dell’azienda, è necessario analizzare se tali problemi si riflettono nel prezzo del titolo. Questo si chiama integrazione ESG. Non si vede, in linea di principio, alcuna ragione per cui questo debba ridurre i rendimenti. Ma è necessario un nuovo tipo di dati e di analisi. Ai CIO e ai data officer è sempre più richiesta una disponibilità e qualità di dati in grado di evidenziare i problemi aziendali prima che appaiano sulla bottom line finanziaria, ma anche di identificare le opportunità di investimento. Inoltre, un numero significativo di studi indica una correlazione positiva tra la performance ESG e la performance dei prezzi delle azioni.

ADATTARSI AL CAMBIAMENTO

La trasformazione digitale nel settore finanziario ha spinto le banche di tutte le dimensioni ad adottare nuove tecnologie e servizi su tutta la linea. La digital transformation comporta il passaggio all’offerta di servizi online e digitali, così come l’enorme numero di cambiamenti di backend necessari per sostenere questa trasformazione. Ma per misurare la correlazione fra le performance ambientali e sociali, da un lato, e le performance economico/finanziarie dall’altro, servono più dati e di qualità. Molte banche manifestano ancora difficoltà dovute al fatto che stanno assumendo una serie di iniziative digitali separate e che per questo faticano ad avere successo. Invece, la trasformazione digitale nel banking deve, a detta dei CIO, comportare un approccio top-down, integrando sistemi digitali, piattaforme di customer experience, app e infrastrutture.

Le banche moderne hanno a disposizione un’enorme quantità di dati: più servizi digitali offrono, più dati raccolgono automaticamente. Questi dati permettono di fare passi da gigante in termini di aggiornamento e gestione del modello operativo, del servizio clienti e persino della strategia aziendale. I dati sono fondamentali perché permettono di capire i clienti in modi nuovi, utilizzando queste informazioni per identificare le opportunità, ottimizzare prodotti e servizi e automatizzare le soluzioni. Il data mining e i big data nel settore bancario giocano un ruolo importantissimo in ogni parte dell’organizzazione. Vendite e marketing utilizzano e beneficiano dei dati di più di altre linee di business. Qui, i big data permettono di utilizzare le informazioni sui clienti per creare campagne di marketing mirate. Questo stesso utilizzo dei dati funziona con la riduzione del “churn” (come si chiama in gergo bancario il “tasso di abbandono”), creando offerte e soluzioni per evitare che i clienti se ne vadano. Le analisi possono prevedere quando i clienti vogliono o hanno bisogno di prestiti, quando i prestiti sono inadempienti, quando i clienti si preparano ad andarsene, o anche quando un cross o up-sell sarà probabilmente utile. Tra i vari aspetti raccolti da Data Manager sulla trasformazione digitale nel settore bancario, senza dubbio maggiore prontezza e capacità di adattarsi al cambiamento sono tra le necessità più sentite.

Le banche sono spesso frenate da problematiche di cybersecurity, dalla legislazione e da strutture rigide volte a proteggere i dati dei clienti e la privacy. Allo stesso tempo, le nuove soluzioni bancarie native digitali e le app per il credito stanno superando le banche tradizionali in termini di crescita e acquisizione di clienti. Adattare le politiche per soddisfare la mutevole domanda dei consumatori, per adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e per rispondere ai cambiamenti del mercato è essenziale per la trasformazione digitale nel settore bancario. Questo significa che la vera trasformazione digitale richiede di cambiare l’organizzazione dall’interno, concentrandosi non solo su servizi front-end come portali online e chatbot, ma di più e meglio su come l’organizzazione reagisce al cambiamento. C’è bisogno di entrambe le coordinate per creare e mantenere un’organizzazione davvero digitale e agile. La trasformazione digitale delle banche è però, ancora nel 2021, più facile a dirsi che a farsi, dato che molte delle banche di oggi confessano di non essere in target con i loro obiettivi di trasformazione digitale. Le ragioni vanno dalla mancanza di coerenza e supporto nelle nuove applicazioni digitali alla mancanza di agilità interna per cui la loro trasformazione digitale necessita di cambiare approccio e passo, sostituendo i framework legacy e lavorando per sviluppare una cultura digitale internamente, prima di sviluppare funzionalità digitali monouso. Una volta raggiunto un adeguato livello di cultura digitale in azienda, le piattaforme e i servizi digitali possono offrire un grande valore ai consumatori, soprattutto se supportati da tecnologie oggi “cutting edge” per automazione, AI, big data e blockchain.