Il costo alto della trasformazione

Il costo alto della trasformazione

Il peso della trasformazione – inteso sia come investimenti necessari a sostenerla sia come mancanza di strumenti di sostegno e finanziamento specifici, in abbinamento alla scarsità di competenze qualificate – «rappresenta la principale ragione che ha lasciato le oltre 4 milioni di PMI italiane con livelli di digitalizzazione significativamente contenuti rispetto alla media europea» – afferma Elena Guglierame, chief digital officer di AEB Group, che ha contribuito a impostare e implementare, già poco prima dell’inizio della pandemia, un progetto di innovazione e trasformazione digitale molto ambizioso, e forse abbastanza unico, per obiettivi, ampiezza di scopo, e portata del cambiamento.

AEB è un’azienda storica e affermata nel settore dell’enologia, della birra e del food, con una cultura ancorata sulla tradizione, l’esperienza, il know- how, l’innovazione, i cui azionisti e il management credono fortemente nel valore di un percorso di trasformazione digitale a 360 gradi.

GAP TECNOLOGICI E CULTURALI

Per Elena Guglierame è possibile fare la differenza lato business anche grazie alla leva e alla conquista di un vantaggio digitale e tecnologico. «Essere consapevoli di questo significa, concretamente, cominciare ad accogliere nel P&L, valori di investimento anche 10 volte superiori a quelli storicamente destinati alla tecnologia, considerando tutte le diverse aree in cui può essere impiegata, come il marketing, le vendite, la supply chain, la fabbrica. Senza consapevolezza, lucidità di visione, competenza e disponibilità ad accogliere e gestire gli impatti operativi e finanziari, non c’è modo di portare avanti un progetto di trasformazione significativo. Tuttavia, questa è una situazione fortunata in cui si trovano, ahimè, ancora troppe poche aziende. Sebbene il PNRR costituisca una straordinaria opportunità per portarci avanti e scalare la classifica europea sul tema della digitalizzazione, bisognerà vedere se sarà sufficiente a fare evolvere una percentuale significativa della piccola e media impresa italiana».

«Puntare su competenze digitali nuove, eterogenee dal punto di vista del background, dell’età e del genere»

Ci sono “scalini mentali” da superare e abitudini da scardinare. «Serve innestare competenze digitali nuove, e il più possibile eterogenee dal punto di vista del background, dell’età e del genere: questo è uno di quegli aspetti che costituiscono il “conto” o l’investimento, da pagare il prima possibile. Inoltre, serve implementare un “formato” adeguato, nel senso che la digitalizzazione va prima “spiegata” e poi anche “dimostrata”, soprattutto in contesti manifatturieri. La trasformazione digitale genera complessità e richiede uno sforzo di adattamento che crea fatica. Inoltre, la trasformazione è iterativa, ed è fatta di tanti errori e imperfezioni da correggere nel tempo. Solo spostando progressivamente l’attenzione dal controllo gerarchico alla facilitazione delle interazioni tra le persone e al lavoro per obiettivi condivisi, è possibile innescare percorsi di digitalizzazione virtuosi».

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