AI in azienda: è finito il tempo dell’entusiasmo, servono risultati concreti

AI in azienda: è finito il tempo dell’entusiasmo, servono risultati concreti

A cura di Rodolfo Falcone, Amministratore Delegato, Red Hat Italia

Il mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia sta vivendo una crescita senza precedenti. Secondo i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il settore ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro per il 2024, con una crescita del +58% rispetto all’anno precedente. A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano anche la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di Artificial Intelligence tradizionale.

TI PIACE QUESTO ARTICOLO?

Iscriviti alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato.

Questo fermento testimonia un cambio di prospettiva da parte dei vertici aziendali: la domanda non è più “cosa è tecnicamente possibile?”, ma “cosa produce un valore concreto e misurabile per il business?”.

Nonostante le organizzazioni del nostro Paese prevedano un aumento medio di oltre il 35% degli investimenti in AI entro il 2026, la stessa indagine di Red Hat evidenzia che l’86% delle realtà italiane intervistate dichiara di non aver ancora generato valore per i clienti dai propri investimenti in AI. Questo dato, che riflette una tendenza più ampia a livello EMEA dove solo il 7% delle organizzazioni sta generando valore su larga scala per i propri clienti dagli investimenti in AI, sottolinea un significativo divario tra l’ambizione e la capacità di trasformarla in risultati tangibili.

Questa differenza di valore si manifesta concretamente in quello che potremmo definire “disallineamento operativo”: la distanza significativa che ancora esiste tra la fase di sperimentazione dell’AI e l’effettiva messa in produzione. I dati delineano un quadro articolato: l’Italia rimane ancora indietro rispetto ai principali paesi europei per numero di aziende con progetti di AI attivi. Solo l’81% delle grandi imprese sta valutando o ha già avviato iniziative di intelligenza artificiale, a fronte di una media europea che raggiunge l’89%.

Leggi anche:  Synology Office Suite si arricchisce di funzionalità AI, migliorando produttività e sicurezza del cloud

Le cause di questo ritardo sono molteplici e secondo l’indagine Red Hat il 40% delle organizzazioni italiane riconosce una significativa carenza di competenze in ambito AI. Sebbene questo dato sia decisamente inferiore rispetto alla media EMEA (70%), indica comunque una lacuna critica da affrontare per una piena adozione. Inoltre, il 31% riscontra la mancanza di un chiaro valore aziendale o ROI (Return on Investment), mentre un altro 48% evidenzia la mancanza di finanziamenti pubblici sufficienti. In altre parole, le aziende rallentano l’implementazione dell’AI perché non sanno come governarne compiutamente i progetti.

Per colmare questo divario e trasformare l’AI da un centro di costo a un centro di profitto, è necessario un approccio più maturo, che si basi su tre considerazioni strategiche.

  1. Il focus si sposta dal modello allo stack software

La prima considerazione è che l’enfasi non dovrebbe più essere sulla ricerca di un modello linguistico marginalmente migliore. La vera sfida competitiva risiede nell’architettura che lo supporta. Se la gestione dei dati è il principale fattore di immaturità, la soluzione risiede in una piattaforma solida che ne garantisca qualità e governance. Per integrare con successo l’AI nei processi aziendali, è indispensabile applicare gli stessi rigorosi standard – governance, conformità normativa e privacy – che si esigono per qualsiasi altra applicazione critica. Tanto che anche l’Unione Europea è intervenuta, diventando la prima al mondo a emanare l’AI Act per regolamentarne l’applicazione. L’AI non va trattata come un’entità a sé stante, ma come componente di un esteso ecosistema software che richiede integrazione, manutenzione e controllo.

  1. Gestire sistemi non-deterministici in modo affidabile

La seconda sfida riguarda un cambio di mentalità per i reparti IT. I sistemi informatici tradizionali sono in gran parte deterministici. L’AI generativa, per sua natura, introduce elementi di variabilità e non-determinismo. Questo non significa accettare l’inaffidabilità, ma sviluppare nuove competenze per gestire la complessità. Le aziende devono dotarsi di metodologie e strumenti per monitorare, validare e governare i risultati di questi sistemi, assicurando che il loro comportamento, per quanto flessibile, rimanga all’interno di confini operativi sicuri e coerenti con gli obiettivi di business. Infatti, il rischio è concreto: il 93% delle organizzazioni italiane segnala la presenza di ‘Shadow AI’, ovvero l’utilizzo non autorizzato di strumenti di intelligenza artificiale da parte dei dipendenti. In assenza di una piattaforma che garantisca visibilità e controllo, l’innovazione rischia di svilupparsi ‘nell’ombra’, esponendo l’azienda a gravi vulnerabilità in termini di sicurezza e protezione dei dati. In quest’ottica, la priorità principale per i leader IT e AI italiani è rappresentata dall’educazione del business all’uso dell’AI e dal collegamento dell’AI ai dati aziendali, entrambe indicate dal 55% degli intervistati da Red Hat in Italia.

  1. Garantire l’interoperabilità per la libertà di scelta

Infine, è fondamentale guardare al futuro con un approccio sostenibile. Legare la propria strategia di intelligenza artificiale a un unico fornitore e a tecnologie proprietarie può trasformarsi rapidamente in dipendenze difficilmente controllabili. Lo stesso Osservatorio del Politecnico di Milano rileva che oltre la metà (56%) delle aziende che sviluppa progetti di AI generativa personalizzati riscontra difficoltà nel tenere sotto controllo le spese. È in questo scenario che il software open source aziendale emerge come un fattore chiave e la ricerca Red Hat mostra infatti che in Italia è considerato importante per la strategia AI dal 70% degli intervistati. Interoperabilità e piattaforme aperte costituiscono una vera e propria “assicurazione” sul futuro, perché permettono di scegliere di volta in volta le soluzioni tecnologiche più adatte, integrare competenze diverse e mantenere il pieno controllo su dati e applicazioni, massimizzando gli investimenti.

Leggi anche:  SB Italia si certifica e lancia la piattaforma AI-Docs

Inoltre, affidare la strategia AI a un singolo vendor non costituisce più solo un rischio economico, ma una vulnerabilità sistemica. Lo conferma la recente iniziativa della Commissione sugli ecosistemi digitali aperti, che identifica nelle soluzioni open source e nell’interoperabilità i pilastri indispensabili per garantire all’Europa autonomia e sicurezza delle infrastrutture critiche.

Le aziende italiane sembrano aver già colto questa urgenza e la ricerca Red Hat conferma infatti che per il 73% dei leader IT italiani, l’open source aziendale è fondamentale per garantire la sovranità digitale. Non si tratta solo di evitare il lock-in, ma di mantenere il controllo sui propri asset futuri.

In conclusione, per realizzare il pieno potenziale economico dell’intelligenza artificiale in ambito aziendale e colmare il ritardo che ancora ci separa dagli altri paesi europei, le aziende italiane devono compiere un cambio di passo, superando la visione dell’AI come tecnologia a sé e trattandola come disciplina che richiede rigore ingegneristico, visione architetturale e una solida strategia industriale. L’intelligenza del modello è solo il punto di partenza e sarà la capacità di industrializzarla in modo sicuro a determinarne il successo.