A cura di Alessandro Di Felice, Head of Large Account di OVHcloud
Nel momento in cui un’ora di downtime può valere fino a 1 milione di dollari per una grande impresa, l’interruzione dei sistemi non è più un incidente tecnico, ma un rischio economico strutturale che mette sotto pressione ricavi, margini operativi e credibilità del brand presso clienti e stakeholder.
Il costo del downtime: dal danno economico immediato al rischio sistemico per l’impresa
Per le aziende medie e grandi, ogni ora di downtime pesa come un macigno sul bilancio: parliamo di oltre 280.000 € nella maggior parte dei casi, e quasi un milione di euro per il 40% delle imprese. Nei settori più critici, le perdite possono superare il milione all’ora. In pratica, anche pochi minuti di inattività si traducono in centinaia di migliaia di euro persi: un motivo più che valido per mettere la resilienza digitale al centro della strategia di business. Quando si parla di resilienza, inoltre, non si fa riferimento soltanto alle interruzioni legate ad attacchi informatici, ma anche a guasti hardware, malfunzionamenti applicativi e fermi dovuti alle normali attività operative – dagli aggiornamenti di sistema ai cambi di configurazione – che continuano a rappresentare una causa rilevante di indisponibilità dei servizi.
A questi effetti immediatamente quantificabili si affianca una componente meno evidente ma altrettanto significativa, costituita da effetti indiretti che erodono il conto economico con la stessa intensità del fermo iniziale: degrado della customer experience, churn dei clienti, escalation di reclami, erosione degli SLA, penali contrattuali e potenziali violazioni normative nei settori regolamentati. Nel digitale, ad esempio, un portale irraggiungibile non si limita a generare carrelli abbandonati, ma vanifica campagne di marketing, cede quote di mercato ai concorrenti e mina la fiducia dei clienti, richiedendo mesi di investimenti mirati per un recupero duraturo.
In molti casi, proprio la combinazione tra questi costi diretti e indiretti è amplificata dall’architettura sottostante: applicazioni critiche concentrate in una singola zona di disponibilità o in un solo data center creano un evidente single point of failure, che rende ogni manutenzione, guasto di rete o problema energetico potenzialmente catastrofico per la continuità operativa. La modernizzazione verso il cloud, se non accompagnata da una strategia di alta disponibilità e distribuzione multizona, finisce così per spostare il problema senza risolverlo, esponendo l’azienda a un rischio sistemico non più allineato alle aspettative di clienti, regolatori e mercato.
L’alta disponibilità multi-zona: trasformare il downtime in continuità operativa
Le architetture 3-AZ permettono di riportare il downtime dal livello di crisi di business a quello di semplice incidente infrastrutturale, distribuendo applicazioni e database su tre siti indipendenti e fisicamente separati, collegati da reti a bassa latenza. In questo modello, se una zona subisce un outage completo o una manutenzione straordinaria, il traffico viene instradato automaticamente sulle altre due, garantendo continuità dei servizi e riducendo le potenziali ore di indisponibilità a brevi degradi prestazionali spesso impercettibili agli utenti finali.
Nel caso di OVHcloud, la prima concreta implementazione di questa strategia è stata la regione 3-AZ di Parigi, che ha dimostrato come la distribuzione multizona permetta di sostenere workload mission‑critical, analytics e AI senza compromessi in termini di performance e resilienza. Su questo modello si innesta oggi la nuova regione 3-AZ di Milano, che porta gli stessi livelli di disponibilità nel cuore dell’ecosistema digitale italiano, abilitando scenari di alta affidabilità con prossimità geografica a imprese e pubblica amministrazione.
Un altro aspetto fondamentale, per le organizzazioni europee in generale, e per quelle italiane in particolare, riguarda la capacità di conciliare sovranità digitale e innovazione. Anche per le architetture a 3 zone di disponibilità, è infatti cruciale che i dati, i backup e le repliche rimangano sotto giurisdizione UE, con pieno allineamento al GDPR e ai requisiti di sovranità del dato tipici, ad esempio, di settori altamente regolati come finanza, sanità, manifatturiero e PA. In questo quadro, le iniziative di continuità operativa delle zone 3-AZ contribuiscono a ridurre il profilo di rischio complessivo, limitando l’esposizione a sanzioni, audit straordinari e contenziosi. Al contempo, le imprese necessitano di agilità, alta disponibilità di servizi, scalabilità, così da vedersi garantite competitività, resilienza ed efficienza operativa.
Caratteristiche che hanno guidato anche la realizzazione della zona 3-AZ di Milano, pienamente aderente ai requisiti di garanzia della sovranità digitale e progettata per supportare workload moderni, grazie alla disponibilità di soluzioni Public Cloud gestite come Kubernetes, database e object storage S3 in configurazione 3AZ che permettono di evolvere dagli ambienti singleAZ verso architetture multizona senza riscrivere le applicazioni. I team IT possono distribuire nodi e repliche tra le tre zone, abilitare il failover automatico e scalare in modo progressivo, collegando in modo chiaro l’investimento alla riduzione di RTO/RPO e al contenimento del rischio economico legato ai fermi non pianificati.
Dalla resilienza alla crescita, alla competitività nell’ecosistema digitale europeo
Per ecommerce, piattaforme SaaS, sistemi bancari e impianti industriali, questo si traduce in servizi che restano operativi anche in caso di guasto severo di una zona, preservando continuità di incassi, rispetto degli SLA e fiducia dei clienti. La resilienza diventa così un abilitatore di crescita: un’infrastruttura locale, ad alta disponibilità e a bassa latenza che consente alle aziende italiane di innovare con maggiore sicurezza, migliorare il proprio profilo di rischio agli occhi di board e investitori e rafforzare la promessa di affidabilità che ogni brand digitale oggi deve mantenere, 24 ore su 24. In un contesto dove la disponibilità continua definisce la competitività, questa maturità tecnologica non è più un costo, ma un investimento misurabile che allinea IT strategy, risultati economico-finanziari e aspettative degli stakeholder, posizionando le imprese italiane al centro dell’ecosistema digitale europeo.


































