Il Disruption Index di quest’anno è in calo rispetto al precedente, ma l’attuale situazione geopolitica potrebbe far invertire diverse tendenze in ripresa
“La disruption non è più solo un titolo di giornale, ma la realtà in cui ci muoviamo tutti i giorni”. È questo il concetto su cui si fonda l’AlixPartners Diruption Index – quest’anno alla sua settima edizione – uno studio che misura quanto i costanti mutamenti dell’ecosistema lavorativo impattano sullo svolgimento del business. Apparentemente, scorrendo il report, meno di quanto facessero nel 2025: l’indice, elaborato in base alle risposte di 3200 senior manager appartenenti a 11 paesi e 10 industrie differenti, è sceso a un valore di 70 punti complessivi dai 73 dell’anno precedente. Una fotografia che non può però considerarsi esaustiva, ricorda Dario Duse, Country Leader Italia di AlixPartners.
«Queste previsioni non tengono conto dei riflessi dello shock più recente, quello relativo alla situazione in Medio Oriente. Il calo dell’indice testimoniava come stessimo attraversando una fase di lenta ripresa, ma quanto accaduto in questi ultimi mesi è l’ennesima riprova dell’imprevedibilità dei cambiamenti globali e del fatto che i cicli si stiano accorciando sempre di più. Già adesso possiamo notare i primi fenomeni, su tutti shock energetico e inflazione, ma è inevitabile che ne seguiranno altri». Globalmente, la classifica del disruption index è dominata dai “soliti noti”: Cina e USA si contendono primo e secondo posto con 77 e 72 punti rispettivamente, sebbene con tendenze inverse.
Se infatti da un lato la superpotenza asiatica si conferma esposta a reattività ma in leggera ripresa, dall’altro gli Stati Uniti sono più che mai vittima delle incertezze generate dall’amministrazione Trump. Le tensioni tra i due paesi e la questione delle tariffe erano già tra i temi più preoccupanti, così come la cybersecurity, a un livello più basso ma in costante crescita. Minori le apprensioni relative alla supply chain, che però potrebbe essere una delle categorie più impattate dagli eventi in Iran, così come i settori dell’automotive e del retail.
I trend in Italia, AI e tecnologia tra le principali opportunità
Rispetto all’estero, tra i timori dei manager italiani primeggiavano già situazione geopolitica, tariffe, protezionismo e inflazione. In generale i nostri executives si dicono meno soggetti a disruption rispetto ai colleghi europei e del resto del mondo. Solo il 17% si è dichiarato preoccupato per il proprio posto di lavoro, pochissimi rispetto a chi guarda con timore al conflitto tra USA e Cina (67%) e alla crisi energetica (56%). Spaventa meno anche la riduzione del personale causata dall’avvento di nuove tecnologie: 75% contro il 91% globale. Al contrario, la supply chain era già al centro dei nostri pensieri, per costi dei materiali ma anche per una fiducia più bassa sull’effettivo impatto delle soluzioni AI.
«Per quanto riguarda quest’ultima, il nostro mercato è tuttora in fase di accelerazione, con la maggior parte del potenziale ancora in attesa di essere scaricato a terra», commenta Davide Antonazzo, del Team AI & Data di AlixPartners. «Prima ancora di parlare di cambiamento dei modelli, il focus primario qui rimane la digitalizzazione, con la carenza di specializzazione che si conferma una barriera locale. Abbiamo lasciato ad altri il ruolo di apripista, ora la rincorsa passa da un aumento degli investimenti sul digitale che crescono parallelamente a quelli in ambito di sicurezza. Ad oggi soltanto il 16% delle imprese ha adottato una o più soluzioni AI: un numero raddoppiato rispetto all’anno precedente, ma ancor ben lontano dal traguardo».
Simili le tendenze nelle Telco, con il rollout della fibra – in linea col resto dell’Europa – che si accompagna a un ritardo nell’adozione (attualmente ferma al 20%). Qui la guerra sui prezzi potrebbe spostarsi dal mobile al fisso, con l’emergere di nuovi operatori con prezzi sempre più competitivi. Tante le opportunità, ma attenzione a non sottovalutare i pericoli, raccomanda Franco Bernabé, senior advisor di AlixPartners. «L’adattabilità dimostrata in risposta alle crisi degli ultimi anni rischia di condannarci a vittime del “paradosso della rana bollita”. Oggi l’economia ragiona per processi razionali, su tutti il modello TACO – Trump Always Chickens Out. Ma il giorno in cui decidesse di non far più un passo indietro? Senza presa di coscienza, la trappola è dietro l’angolo».


































