Il Disruption Index 2026 registra un calo rispetto all’anno precedente, ma l’attuale situazione geopolitica potrebbe ribaltare le tendenze in ripresa
«La disruption non è più solo un titolo di giornale, ma la realtà in cui ci muoviamo tutti i giorni». È questo il concetto su cui si fonda l’AlixPartners Disruption Index – quest’anno alla sua settima edizione – che misura quanto i mutamenti dell’ecosistema (economico, tecnologico, geopolitico e di mercato) incidono sul modo di fare business. L’indice, elaborato in base alle risposte di 3200 senior manager appartenenti a 11 paesi e 10 industry differenti, è sceso a un valore di 70 punti complessivi, dai 73 dell’anno precedente.
Una fotografia che non può però considerarsi esaustiva – come spiega Dario Duse, country leader Italia di AlixPartners. «Queste previsioni non tengono conto dei riflessi dello shock più recente, relativo alla situazione in Medio Oriente. Il calo dell’indice testimonia già la fase di lenta ripresa in corso, ma quanto accaduto in questi ultimi mesi è l’ennesima riprova dell’imprevedibilità dei cambiamenti globali e del fatto che i cicli economici si stanno accorciando sempre di più. Solo adesso possiamo iniziare a quantificare i primi effetti sul piano dell’approvvigionamento energetico e sull’inflazione, ma è inevitabile che ne emergano altri».
EFFETTI GLOBALI
L’indice sintetico elaborato AlixPartners misura il livello di disruption percepito dai manager. Più che una semplice classifica si può considerare un termometro del contesto economico, che a livello globale è dominata dai “soliti noti”: Cina e USA si contendono primo e secondo posto con 77 e 72 punti rispettivamente, sebbene con tendenze inverse. Se da un lato la Cina si conferma più esposta alla reattività del mercato, ma in leggera ripresa, dall’altro gli Stati Uniti sono vittime dell’incertezza generata dall’amministrazione Trump. Le tensioni tra le due superpotenze e la questione delle tariffe restano tra i principali fattori di preoccupazione. La cybersecurity si conferma un rischio in costante crescita, anche se a livello inferiore. Più contenute, almeno finora, le tensioni legate alla supply chain, che tuttavia potrebbe rivelarsi una delle aree più esposte agli sviluppi geopolitici in Iran, insieme ai settori dell’automotive e del retail.
TREND IN ITALIA
Dall’inizio del 2025, l’incertezza della situazione geopolitica domina i timori dei manager italiani. In cima: tariffe, protezionismo e inflazione. In generale, i nostri executives si dicono meno soggetti alla disruption rispetto ai colleghi europei e del resto del mondo. Solo il 17% si dichiara preoccupato per il proprio posto di lavoro, pochissimi rispetto a chi guarda con timore al conflitto tra USA e Cina (67%) e alla crisi energetica (56%). Spaventa meno anche la riduzione del personale causata dall’avvento di nuove tecnologie: 75% contro il 91% globale. Al contrario, la supply chain resta al centro dei pensieri non solo per l’aumento dei costi dei materiali, ma anche per il calo di fiducia sull’effettivo impatto delle soluzioni AI.
«Per quanto riguarda quest’ultima, il nostro mercato è tuttora in fase di accelerazione, con la maggior parte del potenziale ancora in attesa di essere messo a sistema» – commenta Davide Antonazzo, Team AI & Data di AlixPartners. «Prima ancora di parlare di cambiamento dei modelli, il focus primario rimane la digitalizzazione, con la carenza di specializzazione che si conferma una barriera locale. Abbiamo lasciato ad altri il ruolo di apripista, ora la rincorsa passa dall’aumento degli investimenti sul digitale che crescono parallelamente a quelli sulla cybersecurity. Attualmente, soltanto il 16% delle imprese adotta una o più soluzioni AI: una percentuale raddoppiata rispetto all’anno precedente, ma ancora distante dal traguardo». Simili le tendenze nelle telco, con il rollout della fibra – in linea col resto dell’Europa – che si accompagna a un ritardo nell’adozione (attualmente ferma al 20%). Qui la guerra sui prezzi potrebbe spostarsi dal mobile al fisso, con l’emergere di nuovi operatori e offerte sempre più competitive.
Le opportunità sono numerose. «Ma attenzione a non sottovalutare i pericoli» – raccomanda Franco Bernabè, senior advisor di AlixPartners. «L’adattabilità dimostrata in risposta alle crisi degli ultimi anni rischia di condannarci a vittime del paradosso della rana bollita. L’economia tende a muoversi secondo schemi ripetitivi. Perfino i mercati seguono il modello TACO – Trump Always Chickens Out – come una regolarità. Ma cosa accadrebbe se non arrivasse più il passo indietro? Senza una reale presa di coscienza, il rischio di cadere in trappola è dietro l’angolo».


































