“Lagrange” il quantistico

"Lagrange" il quantistico

Non vi nascondo che mi ha fatto molto effetto quando oggi – 19 marzo 2026 – ho avuto la fortuna di vedere da vicino uno dei dispositivi tecnologicamente più avanzati d’Italia, che si trova nella mia amata alma mater, ovvero al Politecnico di Torino.

Ho avuto anche un “brivido” pensando che per funzionare debba essere tenuto a una temperatura intorno ai 20 millikelvin — vale a dire a una temperatura più fredda dello spazio profondo. Per capirci: il freezer di casa nostra è un vulcano a confronto.

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Parliamo di “Lagrange”, il computer quantistico IQM Spark a 5 qubit, uno dei soli 12 esemplari di questo tipo operativi in tutto il mondo, frutto di una partnership tra il Politecnico di Torino, la Fondazione LINKS e l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM), acceso ufficialmente il 22 maggio 2025.

Ho avuto l’opportunità di questa visita — insieme ad alcuni colleghi e amici della sezione Piemonte e Valle d’Aosta di AEIT — grazie alla cortesia della Professoressa Elena Baralis, Prorettore e Professore Ordinario del Dipartimento di Automatica e Informatica (DAUIN), a cui va dato pieno merito di essere riuscita a finalizzare questo progetto di grande complessità, coadiuvata splendidamente dal giovane e brillante ricercatore Prof. Flavio Gioberga, che ha dimostrato grande passione e competenza.

Cinque qubit, dicevo. Una cifra che potrebbe non suonare particolarmente impressionante nell’era degli smartphone con 12 core, ma è da sottolineare che, pur meno potente di macchine con più qubit, questa è certamente più stabile — e questo, soprattutto dal punto di vista didattico, può presentare dei vantaggi notevoli. In altre parole: è piccolo, ma non sbaglia.

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La cosa che colpisce davvero, avvicinandosi alla macchina, è il contrasto: un cilindro criogenico dall’aspetto quasi alieno, che al suo interno ospita un sistema avanzato operante a temperature prossime allo zero assoluto — 100 volte più basse di quelle dello spazio profondo — in grado di garantire la cosiddetta coerenza quantistica dei qubit, ovvero la condizione per cui i qubit possono fare le loro magie senza che il mondo esterno li disturbi. Vibrazioni, microonde, sbalzi di temperatura: qualunque cosa può rovinare tutto. Un qubit è, in sostanza, l’entità più introversa e sensibile che la fisica abbia mai prodotto.

Ma cosa ci fanno, concretamente? Le applicazioni in studio spaziano dalla generazione di numeri casuali — essenziale per la cybersecurity — fino alla quantum finance, dove le banche stanno investendo per capire se la tecnologia quantistica può dare vantaggi nell’analisi del rischio di credito, un campo in cui i dati da elaborare crescono a ritmo esponenziale. Tra le frontiere più affascinanti ci sono anche le simulazioni per la farmaceutica e lo sviluppo di nuove proteine: in pratica, la speranza è che un giorno questi sistemi possano aiutarci a scoprire nuovi farmaci molto più rapidamente di quanto riusciamo a fare oggi.

Il punto è che programmare questi sistemi richiede un cambio di mentalità radicale. Come ci hanno spiegato, questi computer si interrogano in modo completamente diverso rispetto a quelli tradizionali, richiedono un codice del tutto differente e producono risultati che vanno interpretati in maniera nuova: si tratta di un vero cambio di paradigma. Non si tratta solo di avere una macchina più veloce: è come passare dagli scacchi al go, e poi scoprire che esisteva un terzo gioco di cui nessuno ti aveva parlato.

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Attorno alla macchina ruota già una comunità scientifica in crescita: sono numerosi i docenti, i ricercatori e i dottorandi già attivi nel progetto, e molti gli studenti coinvolti nel Master in Quantum Computing e nel corso di Ingegneria Quantistica avviato dal Politecnico pochi anni fa.

E il futuro? Torino ha aperto la strada e parrebbe che Bologna la stia seguendo: al CINECA — il consorzio interuniversitario che gestisce Leonardo, tra i supercomputer più potenti al mondo — IQM ha installato un sistema ancora più potente.

Nel frattempo, “Lagrange” — e penso che l’insigne matematico nato 290 anni fa proprio a Torino possa essere orgoglioso che la macchina abbia preso il suo nome — sta lì, nel suo criostato, a quasi 273 gradi sottozero, pronto a calcolare cose che i computer normali non riuscirebbero nemmeno a immaginare.