Come passare dalla cultura dell’adempimento alla competitività: il data manager diventa stratega della sovranità digitale sempre in equilibrio tra libertà e controllo
Mentre l’Europa rivendica il controllo digitale del proprio destino, le aziende navigano nel mare del multicloud. Se i dati non sono più solo un asset tecnico, la sovranità dei dati è diventato un tema centrale di politica industriale. Ma di chi sono davvero i nostri dati?
In mezzo a standard divergenti e normative sempre più complesse, il data manager è un tecnico ma anche uno stratega e una figura di sintesi tra IT, legale e governance, chiamata a garantire non solo performance e continuità operativa, ma anche autonomia decisionale, qualità e integrità dei dati.
LIBERTÀ O LABIRINTO
Il modello multicloud punta su interoperabilità e resilienza. Ma la varietà dei fornitori, spesso extraeuropei, apre un fronte normativo delicatissimo, in quanto ogni provider segue delle regole di conservazione e accesso diverse, legate alle proprie giurisdizioni nazionali. Ne consegue una mappa di dati distribuiti e complessa difficile da tracciare: possiamo avere un documento archiviato in Irlanda, un database replicato negli Stati Uniti e un backup crittografato in Germania. Ci troviamo di fronte a un rompicapo per chi deve garantirne sicurezza, continuità e conformità.
Questo scenario porta a una sostanziale modifica del ruolo del data manager da custode dell’infrastruttura a sentinella attiva della sovranità digitale. La sua missione? La visibilità costante e in tempo reale su dove risiedono i dati, con quali livelli di protezione sono gestiti e, soprattutto, sotto quale giurisdizione ricadono.
Governare il dato significa integrare competenze che fino a pochi anni fa viaggiavano su binari separati: sicurezza informatica, compliance normativa, negoziazione contrattuale con i provider cloud, gestione del rischio. Vi sono progetti come GAIA-X e l’European Cloud Federation che sono la risposta dell’Unione Europea a questa nuova urgenza da affrontare. Quasi sei anni fa, Thierry Breton, commissario per il Mercato interno (2019-2024) e artefice di GAIA-X, identificando nei dati i pilastri della strategia europea, sintetizzava così l’impianto della strategia UE: «Data, microelectronics and connectivity are the cornerstones of our digital sovereignty». L’obiettivo è costruire un ecosistema europeo del cloud basato su trasparenza, interoperabilità e fiducia. Il problema è che senza data manager preparati, questi grandi progetti rischiano di restare solamente dichiarazioni di principio.
CULTURA E STRATEGIA
La sovranità dei dati non si esaurisce in una decisione architetturale e nella scelta di un provider. Le imprese devono capire che la gestione responsabile delle informazioni è parte integrante dei processi, da cui deriva un grande potenziale competitivo. Proprio qui entra in gioco la competenza e la leadership del data manager, il quale deve essere capace di fare da ponte tra IT, compliance e business continuity.
«It’s not too late to achieve technological sovereignty». Con questo richiamo alla responsabilità e all’urgenza, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha rilanciato l’obiettivo di un’Europa più autonoma sul piano digitale. Nello scenario multicloud, il data manager non si limita più a fare da “notaio” della conformità, ma guida l’innovazione in modo consapevole. In uno scenario in cui i flussi informativi definiscono il valore delle imprese, chi governa i dati governa il futuro.
La verità è che tra cloud pubblici e strategie geopolitiche ibride, l’Europa non ha solo bisogno di più server e tecnologia, ma di più responsabili dei dati che sappiano fare della sovranità una risorsa strategica.
Andrea Cabras comitato scientifico CLUSIT


































