L’infrastruttura di rete diventa piattaforma abilitante per AI, cloud e servizi digitali. La rete non trasporta solo dati, trasporta valore. E chi non la considera una priorità scoprirà molto presto che la latenza più pericolosa è l’inerzia decisionale

Il networking aziendale sta attraversando una rivoluzione senza precedenti nella storia dell’informatica. Non si tratta più soltanto di far viaggiare dati da un punto X a un punto Y attraverso cavi e switch, ma di costruire ecosistemi digitali intelligenti che si adattano, apprendono e si proteggono autonomamente, quasi come organismi viventi dotati di capacità cognitive.

La domanda strategica che ogni CEO e CIO dovrebbe porsi non è più “se” adottare queste tecnologie trasformative, ma “quando” iniziare la transizione e “come” prepararsi al meglio per non rimanere indietro rispetto ai competitor che stanno già cavalcando quest’onda di innovazione. Il rischio di restare ancorati a infrastrutture tradizionali è concreto e potrebbe tradursi in una perdita irreversibile di competitività nei mercati globali sempre più digitalizzati.

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NETWORK AUTOMATION

Secondo il report “Network Automation Market by Network Automation Type – Global Forecast to 2030” pubblicato da MarketsandMarkets, il mercato globale dell’automazione delle reti passerà da 7,88 miliardi di dollari nel 2025 a 12,38 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto del 9,4%. Tra cloud ibrido, edge computing e reti software-defined, l’automazione diventa leva di efficienza per rispondere alla complessità di gestione, ma anche di resilienza, sicurezza operativa e competitività.

Se il ritmo di crescita sarà confermato, entro il 2030 il settore consoliderà il proprio ruolo come infrastruttura invisibile ma decisiva dell’economia digitale, trasformando la gestione della rete da attività operativa a funzione strategica. Dietro i numeri c’è un cambio di paradigma, che testimonia l’urgenza percepita dalle organizzazioni di tutto il mondo. Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia. La vera rivoluzione sta nel modo in cui l’AI sta trasformando radicalmente le reti da infrastrutture passive e “stupide” – che eseguono semplicemente comandi preconfigurati – in ecosistemi capaci di apprendere e decidere in modo autonomo. L’intelligenza artificiale (AI) entra anche in ambiti inaspettati.

Un caso emblematico è l’AGCOM, l’autorità italiana per le telecomunicazioni, che sta valutando e sperimentando applicazioni di AI e analisi avanzata di immagini nel contesto della gestione delle reti e delle infrastrutture di comunicazione. Infatti, grazie al deep learning e alle reti neurali convoluzionali (CNN o ConvNet), un documento tecnico di centinaia di pagine con mappe dettagliate, analisi di copertura e raccomandazioni regolamentari potrebbe essere generato in pochissimi minuti, un’impresa che richiederebbe settimane di lavoro manuale a un team di analisti. È davvero affascinante, e forse un po’ inquietante, pensare che le stesse reti che utilizziamo quotidianamente per guardare video in streaming, partecipare a videoconferenze o lavorare da remoto stiano diventando progressivamente capaci di auto-diagnosticarsi come un medico che analizza i propri sintomi, e auto-ripararsi come un organismo biologico che rigenera tessuti danneggiati. Se persino alcune zone del sistema fognario di Genova hanno un sofisticato gemello digitale che simula scenari di piena e ottimizza i collegamenti idraulici sotterranei utilizzando algoritmi predittivi, immaginate cosa potranno fare le vostre reti aziendali nei prossimi anni, quando l’AI raggiungerà livelli di maturità ancora superiori.

RETI ZERO TRUST

Nel 2010, John Kindervag, analista visionario di Forrester Research, propose un concetto che all’epoca sembrava quasi paranoico: «Mai fidarsi, verificare sempre».  Eppure – anche se all’epoca sembrava eccessivamente restrittivo – il modello Zero Trust è diventato lo standard di fatto per la sicurezza informatica moderna, tanto che oggi anche le agenzie governative come il NIST e la CISA lo raccomandano esplicitamente. Il principio fondamentale è semplice da enunciare ma rivoluzionario nelle implicazioni pratiche: nessuno e niente è automaticamente affidabile per default, nemmeno se si trova già “dentro” il perimetro aziendale tradizionale, nemmeno se ha credenziali valide, nemmeno se appartiene a utenti fidati da anni. Ogni utente, ogni dispositivo, ogni singola connessione e ogni transazione devono dimostrare continuamente, a ogni interazione, la propria identità e affidabilità attraverso controlli multifattore e analisi comportamentale. Un esempio concreto aiuta a chiarire il concetto: se un dipendente dell’azienda X si collega abitualmente da Roma, durante l’orario di lavoro, utilizzando il proprio laptop aziendale, ma un giorno effettua un accesso improvviso da Berlino alle tre del mattino con un dispositivo sconosciuto, il sistema di sicurezza Zero Trust attiverà immediatamente un’autenticazione rafforzata, anche nel caso in cui username e password risultino formalmente corrette, perché ciò che conta non è solo la validità delle credenziali, ma la coerenza del comportamento rispetto al profilo di rischio.

La posizione geografica insolita, l’orario anomalo e il dispositivo non riconosciuto diventano campanelli d’allarme che attivano verifiche aggiuntive. È un po’ come avere quel collega eccessivamente sospettoso e metodico che ogni mattina vi chiede “sei davvero tu? puoi dimostrarlo?” anche se lavorate insieme nello stesso ufficio da anni e vi vedete quotidianamente alla macchinetta del caffè. Irritante? Probabilmente sì, soprattutto nei primi giorni. Ma in un mondo digitale dove le minacce informatiche si evolvono quotidianamente, dove gli attacchi ransomware paralizzano ospedali e aziende, dove le credenziali rubate circolano nel dark web, questa paranoia metodica e sistematica può letteralmente salvare l’intera organizzazione da disastri finanziari e reputazionali che potrebbero costare milioni di euro.

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Secondo i dati della ricerca “Cisco Networking 2025”, condotta su un campione rappresentativo di responsabili IT, la stragrande maggioranza delle aziende italiane (97%) ritiene assolutamente indispensabile aggiornare la propria infrastruttura di rete per implementare efficacemente soluzioni di AI, IoT e cloud computing. La sicurezza Zero Trust integrata a livello di architettura, non come patch applicata successivamente, è riconosciuta come uno dei pilastri fondamentali di questa trasformazione digitale che sta ridefinendo il panorama competitivo.

IL PARADOSSO ENERGETICO

Verdi ma affamati di energia. Qui la storia diventa particolarmente interessante e ricca di contraddizioni che meritano un’analisi approfondita. Le reti di nuova generazione promettono esplicitamente di ottimizzare i consumi energetici attraverso algoritmi intelligenti, limitando gli sprechi grazie a sistemi di power management avanzati e rendendo tutto più sostenibile dal punto di vista ambientale. Allo stesso tempo, però – e qui emerge la contraddizione – l’AI che alimenta e gestisce queste reti intelligenti è incredibilmente energivora, richiedendo GPU potentissime e sistemi di raffreddamento massicci che funzionano 24 ore su 24, sette giorni su sette. I numeri disponibili sono al tempo stesso impressionanti e preoccupanti per chiunque si occupi di sostenibilità ambientale. Nel 2022, i data center globali distribuiti in tutti i continenti hanno consumato complessivamente circa 460 TeraWattOra (TWh), una quantità di energia elettrica pari al 2% dell’intera domanda elettrica mondiale, equivalente al consumo annuale di nazioni come la Spagna. Entro il 2030, secondo proiezioni conservative, questo valore potrebbe più che raddoppiare, raggiungendo la cifra sbalorditiva di 945 TWh secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. In Italia, nello scenario di massimo sviluppo ipotizzato dagli analisti, i data center potrebbero arrivare a consumare tra il 7% e il 13% dell’intera elettricità nazionale prodotta, una percentuale che solleva legittime preoccupazioni sulla tenuta della rete elettrica e sulla capacità di generazione del Paese.

È un po’ come voler dimagrire continuando a mangiare esclusivamente torte ipercaloriche ricoperte di cioccolato, promettendo però di masticare molto, molto lentamente per compensare l’apporto calorico eccessivo. Il paradosso è assolutamente reale e non può essere ignorato: un singolo prompt di AI generativa, una semplice richiesta a ChatGPT o Claude, consuma oggi solo 0,0003 kWh, una quantità praticamente trascurabile, quasi impercettibile se considerata isolatamente. Ma quando i prompt diventano miliardi al giorno – generati simultaneamente da utenti in tutto il mondo che interrogano modelli linguistici, generano immagini, analizzano dati – allora parliamo improvvisamente di fiumi impetuosi di elettricità che scorrono incessantemente verso i data center. E se ampliassimo lo scenario agli agenti AI, la metafora si amplierebbe a livello di uno tsunami.

La buona notizia è che stanno emergendo soluzioni creative e ingegnose che trasformano questo problema in opportunità. A Brescia, A2A ha inaugurato a giugno 2025 il data center “Qarnot” nella centrale Lamarmora, come esempio concreto e tangibile di recupero intelligente del calore generato dai server che normalmente verrebbe disperso inutilmente nell’atmosfera. E a Milano, metropoli che punta a diventare leader europeo nella sostenibilità digitale, il progetto innovativo “Avalon 3” permetterà dal 2026 di recuperare oltre 15 GWh di energia termica all’anno per alimentare direttamente la rete di teleriscaldamento cittadina. Il calore di scarto dei data center italiani, secondo lo studio dettagliato condotto congiuntamente da Teha Group e A2A, potrebbe teoricamente coprire il fabbisogno termico annuale di circa 800mila famiglie italiane, evitando contemporaneamente l’emissione in atmosfera di ben due milioni di tonnellate di CO2, un contributo significativo agli obiettivi climatici europei. Non male davvero per delle “semplici” macchine che si limitano a processare dati binari trasformando zero e uno.

TEAM IT PIÙ AGILI

Le funzionalità di AIOps (Artificial Intelligence for IT Operations) stanno passando rapidamente da optional a criterio di scelta nelle piattaforme di networking come leva operativa con impatti misurabili. I benefici sono concreti: riduzione dei ticket aperti dall’help desk grazie alla capacità di intercettare e risolvere le anomalie prima ancora che l’utente se ne accorga; tempi di remediation più brevi, spesso automatizzati, anche su problemi complessi che in passato richiedevano escalation a tecnici senior; configurazioni semplificate attraverso interfacce conversazionali che sostituiscono le tradizionali CLI, riducendo errori e tempi di intervento. Questo insieme di benefici rende le soluzioni di ultima generazione molto più appetibili e ROI-positive per le aziende che vogliono ridurre significativamente il carico operativo sui team IT già oberati e difficili da reperire sul mercato del lavoro sempre più competitivo.

WI-FI 7 E 6G

La transizione tecnologica verso lo standard Wi-Fi 7 (802.11be) sta accelerando in modo esponenziale, spinta dalle esigenze di applicazioni sempre più demanding, come realtà virtuale, telemedicina e collaborazione immersiva. I nuovi access point di ultima generazione offrono capacità di throughput elevatissime che superano i 40 Gbps teorici, latenza ridotta sotto i cinque millisecondi anche in condizioni di carico elevato, e gestione intelligente basata su AI per ambienti ad alta densità come stadi, aeroporti e campus universitari, dove migliaia di dispositivi competono simultaneamente per banda e canali. Non si tratta semplicemente di velocità maggiore rispetto alle generazioni precedenti o di un incremento puramente quantitativo, ma di un’architettura di rete completamente ripensata da zero e ottimizzata per supportare in modo nativo applicazioni AI e machine learning, che richiedono elaborazione distribuita in tempo reale, sincronizzazione precisa tra nodi e latenza ultra-bassa end-to-end, che rende possibili casi d’uso prima impraticabili. Il 6G, la prossima rivoluzione delle telecomunicazioni mobili attesa per il 2030, non sarà semplicemente un’evoluzione incrementale, in pratica una rete più veloce del 5G con maggiore banda e minor latenza, ma rappresenterà un ecosistema radicalmente diverso in cui l’AI è integrata fin dalla fase di standardizzazione e architettura di base. I ricercatori universitari e industriali parlano entusiasticamente di “AI fluida”, che si sposterà dinamicamente e senza interruzioni tra i dispositivi mobili degli utenti finali, i nodi edge distribuiti sul territorio, le infrastrutture cloud centralizzate nei data center e persino i satelliti in orbita bassa (LEO – Low Earth Orbit) che formano costellazioni intelligenti capaci di processare dati nello spazio. A differenza del 5G, dove l’AI è stata aggiunta successivamente al deployment iniziale come layer addizionale per ottimizzare retrospettivamente le prestazioni di una rete già progettata, il 6G sarà “AI-native” fin dal primo giorno di standardizzazione.

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La rete diventa un sistema capace di apprendere, adattarsi e reagire autonomamente: un’infrastruttura intelligente che evolve insieme al traffico che deve sostenere. Questo approccio, radicalmente diverso dal passato, porta l’intelligenza artificiale nel cuore delle reti. L’AI contribuirà alla gestione dinamica dello spettro radio – una risorsa sempre più scarsa e strategica – ottimizzando l’allocazione delle risorse sia computazionali sia di trasmissione, tra milioni di utenti connessi contemporaneamente. Interverrà anche nella gestione predittiva della mobilità, anticipando gli spostamenti di utenti che transitano tra celle a velocità elevate. E inoltre rafforzerà la sicurezza, identificando anomalie e attivando risposte automatiche agli attacchi informatici, senza necessità di intervento umano. Un paradosso tecnologico affascinante che cattura l’immaginazione?

Le antenne 6G, basate su Reconfigurable Intelligent Surfaces (RIS), saranno così numerose e ravvicinate da creare superfici intelligenti capaci di controllare il segnale radio, piegando le onde attorno agli ostacoli e focalizzandole verso i ricevitori come lenti ottiche. E i satelliti in orbita bassa, parte integrante dell’architettura 6G terrestre-spaziale integrata, diventeranno nodi computazionali attivi della rete, processando complessi algoritmi di AI e orchestrando comunicazioni mentre orbitano a 550 km sopra le nostre teste e a una velocità di 27mila km all’ora.

LA SFIDA ITALIANA

L’Italia, paese dalle enormi potenzialità tecnologiche ma storicamente lento nell’adozione digitale, si trova attualmente a un bivio strategico cruciale che potrebbe determinare la sua competitività nei prossimi decenni. Secondo i dati ufficiali del Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione Europea pubblicati dalla Commissione Europea, la copertura in fibra ottica FTTH (Fiber To The Home) ha finalmente raggiunto il 70% delle abitazioni italiane, con una crescita notevole del 18% in un solo anno grazie agli investimenti di Open Fiber e TIM, e il 5G copre ormai gran parte del territorio nazionale abitato, posizionando l’Italia tra i leader europei per infrastruttura fisica.

Tuttavia, e qui emerge un’altra contraddizione che preoccupa economisti e policy maker, solo l’8% delle imprese italiane piccole e medie utilizza concretamente soluzioni di AI nei propri processi produttivi o di servizio, contro il 13% della media europea (che è già bassa). Non solo. Il numero di specialisti ICT qualificati con competenze su AI, cloud e cybersecurity è addirittura diminuito nell’ultimo anno a causa della “fuga di cervelli” verso l’estero e della competizione con le Big Tech internazionali che offrono retribuzioni doppie o triple. Esiste poi un’urgenza concreta e non più rimandabile: colmare rapidamente il divario crescente di competenze tecniche avanzate dove l’Italia è fanalino di coda europeo.

La rete di telecomunicazioni non è più semplicemente un’infrastruttura abilitante passiva, una commodity da dare per scontata, ma è diventata un perno strategico assolutamente centrale per la competitività dell’economia nazionale e la capacità di attrarre investimenti esteri in settori ad alto valore aggiunto. Per quasi tre CEO su quattro, la zavorra è interna. Il 74% degli amministratori delegati globali, intervistati dalle più importanti società di consulenza, ammette che le infrastrutture IT obsolete, i sistemi legacy e le architetture frammentate stanno già rallentando la crescita. Le piattaforme datate limitano la capacità di lanciare nuovi prodotti digitali, allungano il time-to-market e riducono la reattività verso opportunità emergenti nei mercati digitali. In un contesto in cui velocità e scalabilità sono fattori competitivi decisivi, l’IT non aggiornato smette di essere un costo da contenere e diventa un vincolo strategico.

LO SCENARIO EMEA

Nonostante le tensioni geopolitiche in corso, le pressioni inflazionistiche e la volatilità dei costi energetici, le prospettive per gli investimenti in networking nell’area EMEA sono comunque positive, come ci spiega Daniela Rao, senior research and consulting director, European Telecom di IDC. Il networking aziendale in Europa, Medio Oriente e Africa è a un punto di svolta. La ricerca “EMEA Enterprise networking and life-cycle services” fotografa un ecosistema sotto pressione caratterizzato da innovazione accelerata, minacce cyber sempre più sofisticate e uno scenario macroeconomico instabile che sta riscrivendo le priorità di investimento. «La rete non è più solo infrastruttura, ma piattaforma abilitante per AI, cloud e servizi digitali. E proprio per questo diventa terreno di confronto strategico tra organizzazioni, partner e vendor tecnologici» – spiega Daniela Rao. Per chi opera nell’area EMEA, si tratta di comprendere le direttrici di evoluzione – modernizzazione, sicurezza integrata, servizi gestiti e modelli lifecycle –  per posizionarsi correttamente nel mercato.

La sicurezza resta il primo capitolo nei budget IT delle aziende EMEA. L’aumento degli attacchi sofisticati e l’entrata in vigore di nuovi quadri regolatori come NIS2 e DORA spingono le organizzazioni ad accelerare sugli investimenti in sicurezza di rete». Non è solo una questione di compliance, in gioco ci sono continuità operativa e resilienza. Il 2025 segna però anche un cambio di passo: per la prima volta il “networking for AI” diventa la seconda priorità di investimento. «L’adozione crescente di applicazioni basate su intelligenza artificiale impone infrastrutture ad alto throughput, bassa latenza e capacità di scalare rapidamente, soprattutto nei datacenter e negli ambienti cloud. Anche le aziende che stanno ancora definendo i propri casi d’uso AI concordano sul fatto che l’architettura di rete deve evolvere per sostenere questa nuova generazione di carichi di lavoro». Sul fronte della connettività, prende quota anche il Wi‑Fi 7. «Molte organizzazioni stanno valutando di saltare direttamente al nuovo standard, bypassando le versioni 6 e 6E» – continua Daniela Rao. «Velocità più elevate, maggiore densità di dispositivi supportati e standard di sicurezza avanzati alimentano piani di implementazione ambiziosi, in particolare nell’Europa occidentale e nelle aree del Medio Oriente e Africa».

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INCERTEZZE MACRO

Nonostante tensioni geopolitiche, inflazione persistente e volatilità dei costi energetici, il networking nell’area EMEA continua a mostrare segnali di resilienza. Secondo IDC, quasi il 60% delle aziende prevede di aumentare il budget dedicato alle infrastrutture di rete nel 2025. La spinta più forte arriva dalle grandi organizzazioni e da settori come manifattura e servizi alle imprese, dove digitalizzazione e automazione sono ormai leve strategiche. La crescita, però, non è indiscriminata. Il controllo dei costi resta rigoroso: le aziende cercano di modernizzare le infrastrutture senza perdere disciplina finanziaria, puntando su efficienza operativa e ritorno sugli investimenti.

LA RETE “INTELLIGENTE”

La complessità delle reti moderne, tra cloud ibrido, edge computing e carichi AI, rende sempre meno sostenibile la gestione manuale. Automazione e AIOps vengono ormai considerate componenti essenziali per garantire stabilità e performance, soprattutto in un contesto di carenza di competenze specialistiche. Eppure, la maggior parte delle organizzazioni è ancora nelle fasi iniziali del percorso: processi manuali convivono con strumenti di automazione emergenti. L’idea di reti “self-driving” attrae, ma le barriere tecniche e culturali rallentano la piena adozione. In questo scenario, cresce la domanda di servizi di ciclo di vita e di servizi gestiti. Le aziende si affidano a partner qualificati per l’integrazione, il deployment e il supporto continuo, mentre le piattaforme di gestione in cloud guadagnano terreno grazie alla maggiore visibilità e al migliore rapporto tra esperienza utente e sicurezza integrata.

EFFETTO CONVERGENZA

L’adozione di SD-WAN continua a espandersi, ma con un cambio di prospettiva: molte organizzazioni stanno rivalutando i vendor come garanzia di affidabilità, alla ricerca di soluzioni più integrate, con funzionalità AI avanzate e sicurezza nativa. La convergenza tra networking e cybersecurity accelera. I modelli SASE (Secure Access Service Edge) stanno guadagnando posizione, soprattutto nelle realtà dove i team di rete e sicurezza lavorano in modo integrato. Non è più una questione di perimetro, ma di accesso sicuro e distribuito, coerente con un mondo sempre più cloud-centrico. Le previsioni indicano una crescita costante del mercato networking EMEA fino al 2029, trainata da AI, cloud e dal rinnovamento continuo delle infrastrutture campus e datacenter. Ma il successo non sarà automatico. Serviranno agilità, governance solida, attenzione alla compliance e capacità di adottare nuovi modelli di servizio per trasformare la rete in asset strategico che impatta direttamente competitività, innovazione e resilienza.

TRA VISIONE E REALTÀ

Se le vostre reti non sono ancora intelligenti, sicure e sostenibili, non preoccupatevi troppo. C’è ancora tempo per fare un upgrade, almeno fino a quando l’AI non deciderà autonomamente che è ora di mandare in pensione i vostri vecchi router. A quel punto, speriamo solo che abbia letto attentamente i principi dello Zero Trust e non ci blocchi tutti fuori! E se qualcuno vi dice che la vostra rete consuma troppo, rispondete che state solo contribuendo al riscaldamento delle 800mila famiglie italiane. Tecnicamente, è quasi vero. Quando arriverà il 6G nel 2030 con l’AI “fluida” che scorre tra satelliti e terra, potrete finalmente dire di avere una rete che pensa letteralmente sopra le vostre teste. Solo che a quel punto, probabilmente, sarà lei a decidere se e quando farvi connettere. Al di là dell’ironia sulle reti che “decidono” autonomamente o sull’AI che orchestra le connessioni satellitari del futuro 6G, il messaggio è più concreto che mai: il networking non è più un’infrastruttura invisibile. È il motore della trasformazione digitale. Che si tratti dell’Europa occidentale che corre verso il Wi-Fi 7, delle aziende manifatturiere che raddoppiano i budget per l’AI, o dei team IT che cercano disperatamente di colmare il gap di competenze, il messaggio è chiaro. Chi si ferma è perduto. La buona notizia? Non siete soli in questo viaggio. Il 96% dei CEO crede nelle partnership strategiche, il 60% delle aziende EMEA sta aumentando i budget e l’ecosistema tecnologico sta convergendo verso soluzioni sempre più integrate. L’importante è partire. Così domani, quando l’AI-nativa del 6G inizierà a orchestrare autonomamente le connessioni satellitari mentre voi scalderete il caffè con il calore del vostro datacenter, potrete dire: «Io c’ero. E ho fatto la scelta giusta».