Era il 30 aprile 1986. Mentre la nuvola di Chernobyl stava per alzarsi sull’Europa, a Pisa qualcuno stava alzando qualcosa di meno radioattivo ma forse altrettanto rivoluzionario: il primo collegamento italiano alla rete ARPANET
Era il 30 aprile 1986. Mentre la nuvola di Chernobyl stava per alzarsi sull’Europa, a Pisa qualcuno stava alzando qualcosa di meno radioattivo ma forse altrettanto rivoluzionario: il primo collegamento italiano alla rete ARPANET — l’antenata di internet — grazie al CNUCE, il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico di Pisa.
La connessione viaggiava a una velocità folgorante: 1200 baud, ovvero circa 1200 bit al secondo. Per dare un’idea: oggi un singolo emoji pesa più di quanta informazione riuscisse a passare in quasi un secondo di quella connessione. Ma era il futuro, e il futuro, si sa, arriva sempre in ritardo e lentamente.
La scheda tecnica (per i coraggiosi)
Velocità iniziale: 1.200 baud (bit/s)
Potenziamento successivo: linea satellitare da 64 kbit/s verso gli Stati Uniti
Protocollo: TCP/IP (lo stesso che usa oggi ogni dispositivo connesso al mondo, dal frigorifero smart alla navicella spaziale)
Rete di destinazione: ARPANET, la rete militare-accademica americana da cui sarebbe nato internet
“Il primo messaggio inviato fu probabilmente qualcosa di tecnico e insignificante, come quasi tutte le grandi rivoluzioni. Nessuno scrisse ‘ciao mondo’. Probabilmente mandarono un pacchetto di test e controllarono che fosse arrivato dall’altra parte. Romantico come un collaudo idraulico.”
Il collegamento avveniva tramite una linea telefonica internazionale, poi successivamente potenziata con un link satellitare da 64 kbit/s verso gli Stati Uniti — una velocità che oggi farebbe rimpiangere persino la connessione del bar sotto casa. A volte le idee buone durano: il protocollo TCP/IP è ancora il cuore pulsante di internet.
L’Italia era così tra i primissimi paesi europei a entrare nella rete globale. Prima di noi, quasi nessuno. Dopo di noi, tutti. Nel giro di dieci anni, milioni di italiani avrebbero scoperto il fascino unico di una connessione da 56k che si interrompeva ogni volta che qualcuno in casa alzava la cornetta del telefono. Oggi, quarant’anni dopo, l’Italia è connessa quasi ovunque — tranne, per una curiosa inerzia storica, in molte stazioni ferroviarie, treni e palazzi pubblici, dove il segnale continua a comportarsi come se fosse rimasto al 1986. Un omaggio silenzioso alle origini, forse. O forse no.


































