Lo studio “Under Pressure: The 2026 Exposure Gap Report” di Check Point evidenzia come l’automazione e l’intelligenza artificiale stiano accelerando gli attacchi informatici. Oltre il 90% degli alert, però, non richiede un intervento immediato.
L’aumento delle vulnerabilità informatiche non è più l’unico problema per i team di cybersecurity. La vera sfida consiste nel distinguere rapidamente le esposizioni realmente sfruttabili da quelle che, pur generando alert, non rappresentano un rischio immediato per il business.
È questa la principale conclusione di “Under Pressure: The 2026 Exposure Gap Report”, il nuovo studio pubblicato da Check Point Software Technologies, che analizza l’evoluzione della gestione delle vulnerabilità in uno scenario caratterizzato dall’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale anche da parte degli attaccanti.
Secondo il report, l’automazione sta modificando profondamente il ciclo degli attacchi: gli aggressori sono oggi in grado di individuare e testare vulnerabilità su larga scala con velocità che rendono sempre più difficile il tradizionale processo manuale di valutazione e prioritizzazione.
Il report è disponibile al seguente link:
https://www.checkpoint.com/exposure-gap-report/
Le vulnerabilità critiche sono più che raddoppiate
Uno dei dati più significativi riguarda la crescita delle vulnerabilità considerate critiche.
Nel 2026 rappresentano il 42,6% di tutte le esposizioni critiche, contro il 18,7% registrato l’anno precedente, diventando la categoria di rischio più diffusa.
Parallelamente aumenta anche il cosiddetto Exposure Gap, ovvero la distanza tra la capacità di individuare un’esposizione, comprenderne la reale pericolosità e intervenire prima che venga sfruttata dagli attaccanti.
Secondo lo studio, gli strumenti basati sull’AI consentono infatti ai cybercriminali di testare rapidamente credenziali, sistemi esposti, infrastrutture di phishing e vulnerabilità note su un numero sempre maggiore di organizzazioni.
Il 90% degli alert non richiede un intervento urgente
Il dato forse più interessante dello studio riguarda la qualità degli alert.
Dopo la verifica della reale sfruttabilità delle vulnerabilità, soltanto il 7,8% degli avvisi è stato classificato come Critico o Elevato.
In altre parole, oltre il 90% degli alert non richiedeva un intervento immediato.
Questo evidenzia uno dei principali problemi che oggi devono affrontare i Security Operation Center (SOC): non tanto la mancanza di informazioni, quanto il sovraccarico di notifiche che rischia di rallentare la risposta agli incidenti realmente pericolosi.
La capacità di assegnare correttamente le priorità diventa quindi un elemento fondamentale della strategia di cyber resilience.
Phishing e divulgazione di dati restano tra le principali minacce
L’analisi evidenzia anche una forte concentrazione del rischio.
Il 76% delle esposizioni critiche deriva infatti da sole due categorie:
- vulnerabilità software;
- divulgazione di informazioni interne.
Continua inoltre la crescita delle campagne di phishing.
I siti di phishing rappresentano oggi il 10,5% delle esposizioni critiche, contro appena l’1% rilevato dodici mesi prima, confermandosi tra le tipologie di attacco in più rapida espansione.
Settori diversi, priorità diverse
Lo studio evidenzia come il profilo di rischio vari sensibilmente in base al settore.
Nei comparti delle utility e della pubblica amministrazione, le vulnerabilità rappresentano rispettivamente il 78,2% e il 56,4% delle esposizioni critiche.
Nel settore sanitario, invece, prevale la divulgazione di informazioni interne, che costituisce il 63,6% delle esposizioni rilevate.
Proprio la sanità si conferma il settore più complesso da proteggere: il tempo medio necessario per risolvere le esposizioni critiche raggiunge infatti 158,8 ore, a causa della presenza di sistemi legacy, dei vincoli operativi e della necessità di garantire la continuità dei servizi clinici.
La velocità di risposta diventa un fattore competitivo
Nonostante l’aumento delle esposizioni, il report evidenzia anche segnali positivi.
Le organizzazioni analizzate hanno implementato quasi l’86% delle correzioni raccomandate, dimostrando che processi strutturati di prioritizzazione consentono di intervenire efficacemente anche su larga scala.
In alcuni casi, le vulnerabilità critiche vengono risolte addirittura entro un’ora dalla loro identificazione.
Il settore delle utility si distingue come il più rapido, mentre il comparto più efficiente registra un tempo medio di remediation di appena 12,6 ore.
Dalla gestione delle vulnerabilità all’Exposure Management
Lo scenario descritto da “Under Pressure: The 2026 Exposure Gap Report” conferma una tendenza ormai evidente: la cybersecurity sta evolvendo dalla semplice individuazione delle vulnerabilità verso un modello di Exposure Management, nel quale il valore non risiede nella quantità di alert generati, ma nella capacità di comprendere quali rappresentino un rischio concreto per il business.
Con l’aumento degli attacchi automatizzati e assistiti dall’intelligenza artificiale, le organizzazioni devono quindi investire in piattaforme in grado di correlare dati, verificare l’effettiva sfruttabilità delle esposizioni e guidare le attività di remediation secondo criteri di rischio, riducendo il tempo che intercorre tra l’individuazione di una vulnerabilità e la sua risoluzione.


































